Mentre si facevano tali cose e in mezzo al rumore durato più giorni,

una parte degli artefici ch’erano armati in sulla piazza piena di gente

andarono a casa del Capitano del popolo, e tolto il pennone tornarono

in piazza gridando «Viva il Popolo e le Arti:» ma gli altri, corsi loro

addosso, fecero ad essi gridare «Viva il Popolo e Parte guelfa;» al

che negandosi due di quelli, furono morti; e nella piazza più non s’udì

altro che una voce. I Priori per la meglio avevano dato l’insegna dei

Guelfi e quella del Popolo a due molto cari ed autorevoli cittadini,

Donato Acciaioli e Rinaldo Gianfigliazzi, i quali non erano interamente

di parte loro, ma si tenevano di mezzo e non volevano ricadere nelle

Arti minute. Allora di queste andarono molti a Vieri de’ Medici, che

rimaneva con un Michele de’ parenti di Salvestro; volevano togliesse

l’insegna del Popolo, che tutti sarebbero andati con lui, dicendo

che meglio d’ogni altro cittadino la doveano aver loro due: ma benchè

molti si adoprassero a questo effetto, ed in più modi, ricusò Vieri

e stette a casa, o fosse in lui poca ambizione o bontà o prudenza.

Ma fu tenuto che se i Medici avessero allora voluto essere cogli

artefici, molti scoprendosi che non si ardivano, era gran pericolo che

la città non rimanesse _sotto le branche di quella famiglia_: parole

quasi divinatrici in bocca di tale il quale non vidde dipoi quelle

branche davvero stringere la Repubblica.[78] Così finivano i due mesi

memorabili del gonfalonierato di Maso degli Albizi; e pe’ due che furon

ultimi dell’anno 1393 veniva tratto gonfaloniere, o piuttosto scelto,

Niccolò da Uzzano, grande cittadino, il quale vedremo per molti anni

insieme con Maso governare quello Stato che a senno di pochi reggeva

dipoi, non senza gloria, la Repubblica.

Rimanevano da umiliare o da percotere due soli, Donato Acciaioli e

Rinaldo Gianfigliazzi, che da principio diedero mano a quello Stato,

ma pure voleano governo più largo, e a quella setta non aderivano la

quale infine era venuta ad occuparlo. Il Gianfigliazzi, perchè era

uomo che si contentava tenersi di mezzo, avea promesso ad un Alberti

una sua figlia; del che adombrandosi quei dello Stato, gli Otto di

guardia gli comandarono con gravi minaccie disfacesse il parentado,

ed egli ubbidiva: ma la fanciulla amava il giovane ed altri non

volle: talchè abbassato messer Rinaldo ch’ebbe gran biasimo della

rotta fede, ed egli essendo poi negli uffici anche adoperato da chi

reggeva, diedero questi consentimento che il matrimonio si facesse.

Ma di altra tempra e di ben altra autorità era Donato Acciaioli, il

più eminente cittadino che avesse Firenze sì per la famiglia che

il gran Siniscalco aveva levata sopra alle private condizioni, e

sì per il grado che tenea Donato nella Repubblica, dove le maggiori

ambascerie o commissariati ed i negozi di più rilievo a lui venivano

confidati; l’acquisto d’Arezzo teneano che fosse opera sua. Franco ne’

consigli, severo ed anche aspro talvolta riprenditore, non temeva egli

l’egualità perchè sicuro in sè medesimo, che tra gli eguali sarebbe

primo: i suoi contrari invidiosamente lui chiamavano duca e principe.

Nei primi tempi si teneva egli non alieno dallo Stato, e fu anche nel

1395 Gonfaloniere, e andò a Milano ambasciatore. Ma sul principio

del 96 veduta la setta vie più ristringersi con la esclusione dei

meno amici o confidenti, e accadendo quella volta essere tratta una

Signoria dov’erano tali cui l’Acciaioli credeva potersi fidare, a lui

parve essere momento da riformare lo Stato ampliando le borse con la

restituzione di coloro che n’erano stati di recente tolti via, sebbene

fossero meritevoli. Si apriva di questo con taluni de’ Priori e con

un figlio del Gonfaloniere di casa Ricoveri; ma quelli risposero, come

spauriti, non essere cose le quali fossero da toccare; e il giovine al

padre riferì il tutto. Al Gonfaloniere e agli altri parve che il caso

volesse rimedio, ed ai capi della setta parve da cogliere l’occasione.

Fu eletta una pratica di Dodici cittadini, ed uno era (consueta astuzia

in questi casi) Donato stesso; il quale chiamato con gli altri in

Palagio, vi andò; ma tutti presente lui si riguardavano come da uomo

di già sospetto, e uno disse apertamente che il male era dentro e che

doveasi prima tôrre. Fu quindi rinchiuso nella camera del Frate, e

gli altri andavano e venivano, e chi in un modo e chi nell’altro lo

consigliavano; amici falsi lui stringevano a confessare la colpa. Qui

varie e dubbie relazioni lasciano incertezze intorno a quel fatto,

e non mancò chi la disse guerra incontro mossagli per invidia.[79]

Donato istesso, in una lettera che dipoi scrisse alla Signoria, non

bene si vede se non potesse dei fatti suoi dire ogni cosa, o non

volesse troppo allargarsi nell’accusare i potenti che l’oppressero,

o quei più bassi che lo tradirono: forse irritato e messo al punto,

aveva egli minacciato venire alle armi; forse i paurosi a lui devoti e

i più avventati gli consigliavano di munirsi, e intanto andavano per

città spargendo voci di sedizione. Tra’ suoi contrari, i più feroci

voleano fosse dannato a morte; e vi ha chi dice avere egli scampato la

vita col rendersi in colpa e domandare perdonanza in ginocchioni senza

cappuccio davanti a’ Signori. Ebbe egli invece confine a Barletta per

venti anni; e la Signoria scriveva pubbliche lettere al fratello di

lui Agnolo Acciaioli, ch’era Cardinale, escusandosi della necessità in

che era stata di dare bando al principale suo cittadino, per avere egli

cercato, e (quando in altro modo non si potesse) per via della forza,

mutare lo Stato e gli ordini della Repubblica. Con l’Acciaioli furono

condannati Alamanno di Salvestro ed altri dei Medici, ed artefici di

minor conto.[80]

Tra gli sbanditi erano molti rotti alle zuffe cittadinesche,

dall’esiglio inferociti, e pronti ad ogni temerità. La Lombardia n’era

piena, e molti spiavano in Bologna le occasioni; otto dei quali (v’era

un Adimari dei Cavicciuli, un Ricci, un Medici, un Girolami) chiamati

da uno dei Cavicciuli di dentro, dopo essere due dì stati occulti

in Firenze, uscirono insieme per uccidere Maso degli Albizzi, la cui

morte si credevano bastasse a mettere la città in arme. Avevano spie,

dalle quali udito che Maso era entrato da San Piero nella bottega d’uno

speziale, corsero quivi; ma non trovatolo, e per la via stessa tornando

indietro in Mercato Vecchio, uccisero due giovani figli di cittadini

a loro nemici; e ritrattisi di quivi pure, per la grande calca si

fermarono nella Loggia degli Adimari che aveva nome la Neghittosa,

gridando al popolo che gli attorniava: «Serrate le botteghe, e

seguitateci; chè non pagherete più prestanze e non avrete più guerra.»

Non bastò; ed essi ch’erano andati giù per la via de’ Servi, quando

ebbero avviso di gente armata che là muoveva, si rifuggirono in Santa

Maria del Fiore, quivi entrati per le tetta delle nuove costruzioni; e

là rinchiusi ed assediati, furono presi la sera, e tosto decapitati a

piè dei loro palagi stessi.

Qui ai tempi precorrendo per non dividere la materia, narreremo come

in appresso avendo un altro dei Cavicciuli rivelato avere saputo

da un altro dei Ricci d’una più vasta congiura che s’ordiva con gli

usciti, furono presi gli accusati, dai quali si seppe come dovessero

molti rientrare in Toscana segretamente e pel greto d’Arno invadere

la città; dove uccidendo i fanti che stavano a provvigione della

Repubblica, avriano comodo d’ammazzare i reggitori, ed a foggia loro

mutare lo Stato. Su di che essendo gli accusati presi, ebbero mozza

la testa, salvo uno cui fu perdonato alle lacrime del padre, onorato

cittadino che da Venezia corse a pregarne in ginocchioni la Signoria.

Dipoi uno degli Alberti che si tenea quieto, ma fu denunziato da un

monaco il quale diceva avergli tenuto mano, ebbe condanna ma non della

testa perch’egli negava, sebbene il monaco molto lo aggravasse. Allora

volendo a tali pratiche porre un termine, fecero balía di novanta

cittadini, quindi altra balía, per le quali ebbero bando sei degli

Alberti e sei dei Ricci e due dei Medici, tre degli Scali, due degli

Strozzi, Bindo Altoviti, un Adimari e molti di plebe: con essi anche

furono chiamati ribelli i Conti di Bagno e quei di Modigliana e gli

Ubertini, i quali s’erano un’altra volta levati contro alla Repubblica.

Dipoi furono messi a sedere tutti i Medici, tranne pochi, e tutti i

Ricci, e più Alberti confinati.[81] Ma contro a questa famiglia si

trovano pel corso di più anni estese o aggravate le condanne, poi fatte

comuni a quanti portassero quel nome, del quale nessuno infine poteva,

senza essere ucciso per taglia di mille o più fiorini, farsi trovare

dentro alle dugento miglia dalla città di Firenze; aggiungendo che

nessuno di questa famiglia il quale fosse in età di sedici anni o che

in avvenire a quella giugnesse, potesse in Firenze rimanere. Tutte le

case degli Alberti si vendessero, togliendo da quelle le armi della

famiglia, e la loro loggia fosse rasata a terra: chi togliesse donna

degli Alberti o in quella casa ponesse una figlia, pagasse di pena

mille fiorini d’oro: niun cittadino o suddito della Repubblica potesse

nel raggio di dugento miglia farsi loro socio di commercio o fattore;

e quando fosse, dovesse ritirarsi dentro a sei mesi. Continuava quella

persecuzione per tutta intera un’età d’uomo: quando poi furono morti

quei vecchi nei quali vivevano più fieri gli odii della parte loro,

e quando gli Alberti non più si temevano, vennero questi gradatamente

riabilitati.[82] Ora è da tornare ai fatti esterni della Repubblica.

Era morto sul principio del 1394 presso Firenze in Polverosa Giovanni

Aguto, molto onorato dalla Repubblica:[83] la quale vedeva i migliori

capitani tutti stare col Visconti, e fra tutti erano i più insigni

Alberico e Giovanni da Barbiano. Guerreggiava questi su quel di

Ferrara con Azzo da Este contro al marchese Niccolò, al quale avevano i

Fiorentini mandato soccorso d’oltre quattrocento lance; le quali unite

alle forze del signor di Faenza Astorre Manfredi, ponevano assedio

al castello di Barbiano, lungamente prolungandosi in quelle parti la

guerra. Da un’altra banda, alcune compagnie di fuorusciti Perugini

entrate in Toscana si erano messe intorno a Gargonza, e con l’appoggio

dei Senesi, molto infestavano Val di Chiana: in Pisa l’Appiano

fortificatosi con aiuti più o meno palesi di Giovan Galeazzo minacciava

Lucca, la quale si venne più a ristringere co’ Fiorentini. Per le quali

cose bene era guerra tra le due parti, ma perchè a Firenze giovava

stare sulle difese, ed al Visconti l’occulta guerra soleva fruttare

assai meglio della campeggiata, gli ambasciatori andavano e venivano

scambiando le accuse, ma senza cessare le professioni della amicizia;

tantochè infine si foggiò anche un simulacro di lega, con la solita

bugia d’opporsi alle bande dei venturieri, quasichè fossero essi soli

la cagione per cui la pace veniva turbata. Frattanto Giovan Galeazzo

s’era fatto duca di Milano, avendo comprato cotesto titolo per moneta

dall’abietto imperatore Vinceslao, che da principio aveva offerto ai

nemici del Visconti il poco valido suo aiuto.

La Repubblica, mentre onorava per ambasciatori il nuovo Duca nelle

magnificenze di Milano, più era sollecita a cercargli nimicizie;

frequenti andavano gli oratori nei vari Stati anche d’oltremonti,

e Coluccio Salutati scriveva lettere infiammate, sì che il Visconti

soleva dire che la penna di Coluccio era a lui peggio che una spada:

i mercanti fiorentini sparsi pel mondo attizzavano odii contro al

tiranno di Lombardia. Ma nell’Italia non erano forze bastanti ad

essergli contrappeso, e quindi Firenze dovette sè fare centro di ogni

cosa, usando le industrie e l’acutezze degli ingegni, e confortata

dall’antiveggenza di quei mancamenti che la gran possa del suo

nemico in sè medesima troverebbe.[84] In Puglia il giovane Ladislao,

figlio rimasto del re Carlo di Durazzo sotto la tutela di Margherita

sua madre, avea da combattere la sparsa guerra dei Baroni di parte

contraria; e i Fiorentini, ai quali premeva fortificare quel Regno,

a lui cercavano l’amicizia del Papa, levando via certi scandali e

salvatichezze ch’erano nate tra loro, e procurando il maritaggio

di Giovanna sorella di lui con Sigismondo novello re d’Ungheria,

perchè ricongiunte insieme le forze di quei due Regni, assicurassero

lo Stato di Napoli contro alla parte che favoriva gli Angiovini di

Provenza. Andarono a questo fine ambasciate a Roma, e a Gaeta dove

era Ladislao, o a Buda dell’Ungheria: dal Papa nemmeno ebbero il

soccorso che Bonifazio poteva dare, essendo gran parte delle terre

della Chiesa ribelli, da poi che gli stessi Fiorentini le avean

chiamate venti anni prima a libertà; e ora prestavano questi mano

contro al Papa ai Perugini, mentre che Roma tumultuando si governava

pei suoi Banderesi.[85] Cercato avrebbe Bonifazio a sè difesa contro

al Visconti da una lega che a lui sarebbe parsa potente abbastanza,

qualora Venezia in quella fosse intervenuta; e i Fiorentini in

questo mezzo a lui dispiacevano chiamando aiuti dai Re francesi che

mantenevano l’osservanza dello scismatico d’Avignone e lui studiavansi

di promuovere. La Repubblica inviava quell’anno 1396 ambasciatore a

Parigi Maso degli Albizzi, cui si aggiunse poco di poi Buonaccorso

Pitti; dopo lunghi negoziati a’ 29 settembre strinsero lega, che fu di

nome, col re Carlo VI alienato della mente: ma di Francia non veniva

pure un soldato,[86] ed i Fiorentini doveano scusarsi appresso al

Papa ed a Ladislao col dire che, aveano in tutto salvato le ragioni

loro nelle condizioni dell’accordo; e mandarono a Venezia Niccolò da

Uzzano perchè dichiarasse che nella lega con Francia non voleano fare

nè per l’Antipapa nè per il Duca d’Angiò, _nè contro alla libertà_

d’Italia.[87] Bene il Visconti opponeva ai Fiorentini _meglio essere

che gli Italiani si tengano Italia, che lasciarci pigliare piede ai

Francesi_;[88] ma egli frattanto cercava condurre il Re dei Romani ed

altri principi Alemanni contro a’ Francesi,[89] che nell’Italia di già

avevano messo piede per altra via; imperocchè Genova, cui tanto mare

ubbidiva ma che di sè stessa non bene tenne la padronanza, temendo

cadere un’altra volta sotto al Visconti, s’era data al Re di Francia.

Il Duca frattanto, il quale teneva in Toscana piede fermo a Siena ed

a Pisa, fatte oramai sue dipendenti, aveva mandato in quest’ultima

città i due Conti da Barbiano con cinquemila soldati ad infestare

i Lucchesi, i quali vivevano sotto Lazzaro Guinigi in amistà con la

Repubblica di Firenze; e questa avendo a soccorso loro inviato sue

genti e sprovveduto San Miniato, uno dei Mangiadori fuorusciti, di

furto entratovi, uccideva il Commissario fiorentino, ma era dal popolo

ricacciato;[90] e il conte Alberico scorreva da Siena fin sotto le

mura di Firenze a Pozzolatico ed a Signa, guastando il contado. Era

la guerra già denunziata, sebbene anche prima e fin dall’ottobre 1395

per un consiglio di Richiesti fosse fatta deliberazione di opporsi al

Visconti, e creati i Dieci di balía e condotto gente d’arme e chiesto

l’aiuto de’ Bolognesi e degli altri collegati di Romagna. Imperocchè il

nodo di tutta la guerra già era in Mantova assalita con grande sforzo

dal Duca, il quale da prima con gravi barconi ed artiglierie fatte

scendere giù per il Mincio, avea rotto i ponti ed i serragli della

fortezza; la quale tuttavia resistendo per la difesa delle lagune,

e i Fiorentini avendovi in più tempi mandato fino a millesettecento

lancie sotto Carlo Malatesta, mentre all’incontro molto ingrossavano

le genti del Duca, fu a Governolo grande battaglia e gran rotta dei

Ducheschi, ma scarso il frutto pei collegati, il Malatesti avendo

ricusato spingere innanzi la guerra. Venezia allora la prima volta

entrava in lega, ma con l’intendimento di farsi arbitra della pace,

siccome colei che fino a quel tempo, o nulla ambiva in terraferma, o

solamente la ruina dei Carraresi, intanto piacendole si logorassero le

due parti.[91] Aveva cercato che in lei facessero compromesso; al che

negandosi il Visconti, fu stretta la lega, con questo però, che da sè

soli i Veneziani potessero fare pace o tregua anche pei collegati, i

quali dovessero il fatto loro ratificare: imposero quindi nel maggio

del 1398, e innanzi d’averla con gli altri convenuta, una tregua per

dieci anni; tanta era in Italia già da quel tempo l’autorità della

Repubblica di Venezia.[92] In Pisa era morto Iacopo d’Appiano, avendo

sepolto pochi mesi prima il figlio Giovanni capace a reggere quello

Stato, il quale cadeva nell’altro suo figlio di nome Gherardo, uomo

da poco; e già il Visconti con la frode e con le armi aveva tentato

occupare le fortezze; laonde Gherardo, perchè alla casa degli Appiani

nessuna infamia mancasse, vendeva al Duca Pisa per duecento mila

fiorini d’oro, col riservarsi la signoria di Piombino, che indi

rimase nei discendenti di lui: indarno i miseri Pisani avevano offerto

pagare essi la moneta e riscattarsi a libertà. Peggio fece Siena, che

di proprio moto si diede al Duca in servitù; il che era già stato

deliberato fino dall’anno 1391, ma non ebbe esecuzione, sinchè ora

fu vinto nel Consiglio generale; le guerre avevano e le contenzioni

ridotta in miseria quella nobile città, diserto lo Stato e quasi

vuoto d’abitatori.[93] A quel tempo stesso Perugia e Assisi erano

venute sotto il dominio del Duca, invano il Papa ed i Fiorentini a ciò

essendosi contrapposti; Lazzaro Guinigi signore di Lucca era ucciso

a tradimento da un suo proprio fratello ad istigazione del Vicario in

Pisa del Duca, il quale dava indi mano a Paolo della famiglia stessa

che pigliò la signoria, e lunghi anni poi la tenne: il Conte di Poppi,

quello di Bagno, gli Ubertini si diedero al Duca; il Signor di Cortona

s’accordò con lui: guerra minuta di correrie da questi facevasi in

Casentino e nel Chianti; e gli sbanditi del 93, cui piaceva scaldarsi a

quel fuoco, lo attizzavano più che mai.[94] Allora una pace in Pavia fu

conchiusa dai Veneziani, a questa obbligando anche gli altri collegati

secondo il patto che aveano posto; del che i Fiorentini si dolsero

assai:[95] ma pace non fu, siccome tregua non era stata, e sempre i

danni continuavano. Anche la peste era venuta fieramente a percuotere

la città, da quella fuggendosi grande numero di cittadini; infuriò in

Roma nei mesi del giubbileo di quell’anno 1400, e dipoi corse tutta

Italia.

Qui è luogo a dire di quella devozione dei Bianchi penitenti, la quale

venuta d’oltr’Alpe, era entrata per Genova e Lucca in Toscana l’anno

precedente: Compagnie d’uomini e di donne, fanciulle e fanciulli,

coperti di panni lini bianchi, andavano a molte migliaia nove dì

processionando con l’insegna del Crocifisso innanzi; cantavano laudi,

chiamavano pace e misericordia, facevano rappacificare le genti tra

loro: sicure le andate anche nelle terre le quali soleano tenersi

nemiche: pareva proprio cosa di Dio. Venute in Firenze di tali

Compagnie da’ luoghi vicini, ebbero il vitto dalla Repubblica e molte

limosine: e quando forse quaranta mila dei Fiorentini vollero fare lo

stesso, provvidde la Signoria che oltre al Vescovo, il quale andava con

loro, avessero guide che gli ordinassero per contrade e regolassero

ogni cosa affinchè scandalo non nascesse; e a loro non permisero

dilungarsi molto fuori di città, dentro alla quale doveano ogni sera

tornare ad albergo. Usciva bensì con altri il Vescovo di Fiesole; ai

quali aggiugnendosi per la via molti del contado, si radunavano in

Figline venti mila persone o più; i quali andati fino ad Arezzo, di là

tornarono, dentro i nove dì: era due mesi continuata in Toscana quella

devozione.[96]

Nell’anno 1401 la Repubblica, via più sentendo intorno a sè crescere

i pericoli da ogni parte, dappoichè i Signori di Mantova[97] e di

Ferrara segretamente si erano accordati col Visconti, ed in Pistoia

i Cancellieri aveano cercato fare mutazione dello Stato, si volse al

nuovo Imperatore: questi era Roberto conte Palatino di Baviera, creato

nel luogo del deposto Vinceslao. E lui sapendo essere voglioso di

avere dal Papa confermazione del grado, mandatogli Buonaccorso Pitti

ambasciatore, praticarono affinchè scendesse contro al Visconti in

Italia, con la promessa di cento mila fiorini subito ed altri novanta

mila durante la guerra: prometteano anche un’altra egual somma in

prestanza; e Roberto confermava i privilegi alla Repubblica prima

concessi da Carlo IV, ma con maggiore ampiezza, e quella volta senza

trattare di censo. Scendeva egli dunque a Trento, e presso Brescia

avendo avuto piccolo scontro ed infelice con le milizie del Visconti,

perchè il Duca d’Austria e l’Arcivescovo di Colonia subitamente lo

abbandonarono, venne a Padova con poche genti, indi a Venezia. Qui

pretendeva il pagamento dei novanta mila fiorini che rimanevano;

alla fine, contentatosi d’averne sessantacinque mila (a lui recati da

Giovanni de’ Medici, ch’era mercante ricchissimo), tornò a Padova e ivi

si fermò, finchè veduto che altre genti non gli venivano nè danari, si

ricondusse in Alemagna: questo fine ebbe la discesa dell’imperatore

Roberto in Italia.[98] Ma già era prossima a cadere in mano del Duca

l’ultima e la maggiore amica dei Fiorentini, Bologna. L’anno innanzi

era divenuto di questa signore Giovanni Bentivoglio, avendo cacciata

la parte dei Gozzadini; il quale a malgrado le lusinghe del Visconti

s’era collegato ai Fiorentini, persuadendosi che appresso al popolo ne

acquisterebbe favore. E da principio gli tornò bene; ma non sì tosto

l’Imperatore ebbe sgombrato l’Italia, Giovan Galeazzo facea radunare

sotto Bologna il maggior nerbo delle forze sue con otto mila cavalli,

dov’erano molti dei più riputati italiani condottieri, e a capo di

tutti Alberico da Barbiano: guidava le genti fiorentine e bolognesi un

Bernardo delle Serre guascone, che i nostri familiarmente appellavano

Bernardone. Fu grande battaglia e memorabile per quei tempi presso

Bologna a Casalecchio, dove i collegati essendo rotti ed il Capitano

preso, i soldati vincitori e i fuorusciti con essi insieme si sparsero

nella città: quivi molta e sanguinosa fu la zuffa cittadina, infin

che ucciso il Bentivoglio, il Duca pigliava la signoria libera di

Bologna, contro al volere dei fuorusciti ai quali aveva altro promesso.

Dei commissari fiorentini che erano al campo, uno per ferite moriva;

l’altro, Niccolò da Uzzano, prigione del Duca fu quindi a spese della

Repubblica riscattato per cinque mila fiorini.

Prima d’allora non mai Firenze si vidde condotta in pericolo così

vicino: lo Stato è vero non era tocco, ma da ogni parte chiuse le

vie alle amicizie ed ai commerci, le città suddite minacciavano fare

sommossa; il contado stracco per le gravezze, e nel Mugello i contadini

davano mano a quei dell’Alpe, dove gli Ubaldini nemmeno allora affatto

spenti, anch’essi levavano la cresta insieme a quanti fossero male

contenti della Repubblica; le ricolte tutte fuori senza difesa pei

campi, e nella città non era roba per due mesi: temevasi anche di quei

di dentro, e due mila Ciompi dai Dieci furono assoldati, più per trarli

fuori che per fiducia che in loro avessero, e mandati a guernire le

castella.[99] In su quei primi non fu la guerra con vigore proseguita

da quei del Duca, e rimediossi pure in qualche modo; ma credeva egli

di affamare la città e così averla a discrezione: si diceva ch’egli

volesse in Firenze farsi coronare re d’Italia. Quand’ecco di subito

mutare le sorti per un evento cui la sagacità di lui non fu capace a

provvedere. Giovan Galeazzo fuggendo la peste, ne fu colto in Marignano

dove morì a’ 3 di settembre 1402, quando era signore del più grande

Stato che fino ai dì nostri fosse in Italia. Fu egli però oltre al

dovere magnificato, siccome colui che tutti vinceva nelle arti comuni,

ma da quelle non si discostava, più atto ad usare le forze altrui che

a farsi padrone degli animi, senza virtù di soldato nè armi proprie

e paesane, uomo da pigliarsi a brani l’Italia ma non da tenerla nè

insieme comporla: regolato nell’amministrazione quanto magnifico nelle

opere, lasciava di sè due molto splendidi monumenti, il Duomo di Milano

e la Certosa presso Pavia.[100]

CAPITOLO IV.

ACQUISTO DI PISA. [AN. 1402-1406.]

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 7 / 51 段