Quando avvenivano queste cose, la Repubblica vedeva già incontro a

sè una guerra di grande pericolo, essendosi posta innanzi sola per la

difesa delle città libere contro alla più vasta e ambiziosa Signoria

che insino allora fosse in Italia. La potenza dei Visconti, benchè si

reggesse nel nome di Bernabò, era divisa tra due fratelli; dei quali

Galeazzo essendo morto, ebbe a successore il figlio Giovanni Galeazzo

che avea titolo di Conte di Virtù, giovane di smisurata ma coperta

sete d’impero, e che s’ingegnava con la dolcezza dei costumi, col

biasimare le guerre e in ogni cosa mostrarsi di quieta natura, tirando

a sè l’amore dei popoli, addormentare i sospetti del feroce Bernabò,

cui pareva essere il nipote timido e inerte ed inclinato alle arti di

pace ed alle opere di devozione. La fama andava dietro al giovane, ed

era opinione che Bernabò lo volesse giugnere; ma Galeazzo anticipò,

ed avendo con sottile inganno preso lo zio che gli andava incontro

sopra una via maestra, lo chiuse in carcere, e indi a pochi giorni lo

fece morire: le città, le armi e le ricchezze della grassa Lombardia,

subito ubbidirono a Giovanni Galeazzo. Egli pauroso della persona sua,

quanto era audace nelle imprese per altri condotte, vivendosi chiuso

e cinto d’armati nel castello di Pavia, sapeva dirigere con singolare

accorgimento le pratiche insieme alle militari spedizioni; non faceva

pace che in sè non covasse più semi di guerra, nè guerra senza essere

pronto a giovarsi degli accordi. Grande contesa era tra ’l Signore di

Verona e quello di Padova; Giovanni Galeazzo, dopo lunghi avvolgimenti,

dichiaratosi pel Carrarese, ebbe Verona ponendo fine alla signoria

degli Scaligeri; dipoi Vicenza, e per sopraggiunta voltosi contro a

Francesco da Carrara che aveva tradito, assalì Padova l’anno 1388.

I Veneziani, badando solo a quel grande odio ch’essi portavano ai

Carraresi, e per allora avendo massima di non impacciarsi troppo dei

casi di terraferma, avevano lasciato estendersi le armi e la potenza

del Visconti fin sulle sponde dell’Adriatico. Quel da Carrara, per

lunghi casi e miserevoli sottraendosi all’iniquo vincitore, scampò in

Firenze a lui benevola.[58]

Ma era Giovanni Galeazzo di coloro ai quali non basta sola un’impresa,

e dove non abbiano alle mani cento fila, temono incontro agl’ignoti

eventi d’essere côlti alla sprovveduta, nè alla loro indole

soddisfanno. Aveva disegni anche sulle cose di Toscana; e ad un

ambasciatore fiorentino disse volere mutare titolo, e fu inteso che

divisasse egli farsi re.[59] Nè a ciò mancavano le occasioni: in

pezzi l’Italia, ed all’intorno imperi deboli; armi vendereccie, ed

egli copioso di tanta moneta che nessun principe l’agguagliava:[60]

Napoli consunta da interminabili guerre e di nuovo minacciata, la

Chiesa divisa. Contro a Firenze erano accesi dopo l’acquisto d’Arezzo

i sospetti dei vicini, che un governo ora stretto in pochi vedeano

fatto più aggressivo; Perugia aveva nelle sue mura chiamato il fiero

Papa Urbano, e cacciato quella parte che più aderiva ai Fiorentini.

Questi, padroni di tutte le altre terre e fortezze di Val di Chiana,

aveano costretto a porsi sotto al vassallaggio loro il Signore di

Cortona, il quale da prima era censuario dei Senesi; teneano pratiche

in Montepulciano, dove eccitata una ribellione contro alla Repubblica

di Siena, occuparono la terra co’ loro soldati siccome arbitri nel

dissidio; poi fatti venire in Firenze ambasciatori dei Montepulcianesi,

questi come di soppiatto la descrissero nel libro della Camera della

Repubblica,[61] chè in palese non si ardiva fare ai Senesi cotale onta.

Quindi, a meglio assicurarsi, fatte venire in Toscana certe compagnie

straniere le quali giravano per l’Italia cercando pane, le mandò

sotto bandiera libera a minacciare i Perugini e a fare danni su quel

di Siena. I Senesi allora chiesero d’aiuto il Signore di Milano, il

quale bramoso di porre le mani nelle cose di Toscana, mandava loro alla

sfilata ed a più riprese tre migliaia di soldati sotto le insegne di

Giovanni d’Azzo degli Ubaldini rinomato capitano, e di Giantedesco dei

Tarlati,[62] entrambi nemici capitalissimi sopra tutti della Repubblica

di Firenze. Così era guerra tra ’l più possente signore d’Italia e

la Repubblica (tranne Venezia) più possente, senza che alcuna delle

due parti spiegasse in campo le sue bandiere. Lucignano fu ripresa ed

altre castella tolte ai Fiorentini: sotto la bicocca di San Giusto alle

Monache nel Chianti vennero per la prima volta in questa parte d’Italia

adoperate le bombarde.[63] Poco dipoi Giovanni d’Azzo infermò e in

Siena venne a morte. Grande era frattanto la sospensione degli animi

all’appressarsi d’una guerra, la quale sembrava volere invadere tutta

Italia; ed il vecchio Piero Gambacorti, usando l’antica amistà co’

Fiorentini, con grande animo attendeva a procurare un accordo: godeva

di molta autorità presso gli altri principi e signori per la prudenza

e bontà sua; talchè alla fine gli riuscì farsi mediatore d’una lega,

per la quale a Pisa intervennero ambasciatori del Duca di Milano, dei

Fiorentini e dei Senesi e delle altre città di Toscana, e dei Signori

di Lombardia e di Romagna in molto numero.[64] Non fu stipulata mai

nell’Italia confederazione tanto vasta, nè tanto solenne, nè tanto

inutile per gli effetti che tosto svanirono. Montepulciano, cagione

prima della guerra, non fu ai Senesi restituita che fintamente, ed

in Siena stessa una ribellione fu tramata co’ nobili fuorusciti per

introdurre ivi le masnade che i Fiorentini teneano sempre nei luoghi

all’intorno, mentre che i Senesi viepiù si stringevano al Signore di

Milano: il quale cacciava indi a pochi dì dalle sue terre i Fiorentini,

e facea ritenere Giovanni Ricci che andava in Francia ambasciatore,

maltrattandolo e negando poi restituirlo, perchè l’anno innanzi avea

caldamente orato in Consiglio contro al Visconti e (diceva questi)

messo a partito di avvelenarlo.[65] Fidava poi molto nelle corruttele,

trovandosi avere egli comprato in Firenze stessa la rivelazione di

alcuni segreti per mille fiorini d’oro da un Bonaccorso di Lapo ch’era

stato due volte Gonfaloniere: confessava costui la colpa, onde ebbe

bando e fu dipinto per traditore. Inoltre il Visconti con le pratiche

di dentro e co’ soldati di fuori studiavasi tôrre a Piero Gambacorti la

signoria di Pisa, ed ai Fiorentini ribellare Samminiato e più castella

su quel di Arezzo, dando mano ai signori antichi ed ai gentilotti,

i quali n’erano spossessati. Infine la guerra dalle due parti era

protestata nella primavera dell’anno 1390.

In questo mezzo Francesco da Carrara, condotto com’era da infaticabile

passione, aveva potuto ritorre Padova al Visconti con grande letizia

di quei cittadini; e Verona per subito movimento scuotendo il giogo

che la opprimeva, stava tra ’l porsi in libertà o richiamare un

fanciullo rimasto in vita degli Scaligeri. Nelle quali divisioni

bentosto accorrendo le armi di Giovanni Galeazzo, spensero nel sangue

della infelice città la ribellione; e avendo impedito che Vicenza

si muovesse, si spinsero innanzi infin sotto Padova a soccorso del

Castello, il quale tuttora si teneva pel Visconti. Cotesti fatti

vennero in punto a rinnalzare alcun poco gli animi de’ Fiorentini,

i quali avendo in Toscana molta guerra intorno a Siena e ad Arezzo,

vedevano anche pericolare Bologna, antica difesa delle città guelfe

contro a’ Signori di Lombardia. Richiamarono con grande fretta Giovanni

Aguto, ch’era sempre in Puglia ai servigi della vedova di Carlo di

Durazzo, e assoldarono Rinaldo Orsini buon capitano, che avendo appena

raccolte sue genti moriva all’Aquila; ma l’Aguto per vie nascoste

sottraendosi alle armi nemiche, era giunto con due mila lance al

soccorso di Bologna; intorno alla quale Iacopo del Verme, principale

capitano del Visconti, con forte esercito campeggiava, assistito

dal favore di presso che tutti i signorotti di Romagna, che stavano

col più forte. L’Aguto, riuscendo con grande maestria a prevalere in

molti assalti di qua dal Po, conduceva infine le armi sue a Padova,

costringendo il marchese di Ferrara, il quale inclinava verso il

Signore di Milano, a porsi in lega co’ Fiorentini. Già intorno a Padova

era giunto un altro soccorso, ma insufficiente: il Carrarese aveva

mosso contro al Visconti il duca Stefano di Baviera, marito a una

figlia dell’ucciso Bernabò, e i Fiorentini gli aveano dato ottantamila

fiorini perchè scendesse in Italia con dodicimila cavalli: scendeva

con la metà del promesso numero, e bastato solamente alla riscossa di

Padova, ritornava quindi in Germania senz’altro effetto, o non volesse

o non sapesse o anch’egli fosse corrotto dall’oro di Giovanni Galeazzo.

L’Aguto, avendo inutilmente tentata Vicenza e Verona che trovò essere

ben guardate, potè spingersi però infino all’Adda, sulle cui sponde

celebrarono i Fiorentini correndo i palii, com’era usanza, il dì

solenne di san Giovanni.[66]

Quivi aspettava in forte sito il Capitano della Repubblica infinchè a

lui si congiungesse un altro esercito che scendeva contro al Visconti

giù dalle Alpi. Dappoichè le Sicilie furono date in Regno ad una

famiglia di Francesi, più non cessarono questi d’immischiarsi nelle

faccende d’Italia, ed ora un altro Duca d’Angiò rivendicava con le

armi le ragioni della spossessata regina Giovanna, della quale era

fatto erede. Bene i Fiorentini si tennero fuori da tale contesa, invano

adopratisi a conciliarla con che il figliuolo del Duca d’Angiò sposasse

la figlia rimasta di Carlo di Durazzo: e quando cercarono dal re di

Francia Carlo VI aiuto nella guerra di Lombardia, proponeva questi

due condizioni; riconoscessero come legittimo e vero papa quel suo

d’Avignone, e al Re pagassero un tributo ancorchè minimo, onde avesse

egli alcun titolo a pigliare i Fiorentini in protezione. Rifiutarono,

perocchè l’una delle due cose importava incostanza nella fede, e

l’altra diminuzione di libertà. Ma si apriva loro in Francia altra via,

e senza obblighi verso il Re; appresso a lui poteva molto il fratello

Duca d’Orléans, recente marito a una figlia di Giovan Galeazzo, a

quella poi tanto ricordata Valentina, dalla quale cento anni dopo un

altro ramo di Re francesi pretendeva tenere un diritto al ducato di

Milano. L’oro del suocero accresceva la potenza di quel Duca d’Orléans,

contro del quale stavano gli altri principi del sangue, e acerbo

nemico il Duca di Borgogna: questi volendo abbassarne la grandezza,

metteva innanzi il conte Giovanni d’Armagnac, la cui sorella sposa

a Carlo primogenito di Bernabò Visconti non si dava pace di vederlo

privato ed esule e insidiato sempre. Incitava essa quindi il fratello a

pigliarne la vendetta, e quel di Borgogna faceva che sotto le insegne

di lui si raccogliessero in gran numero i soldati allora dispersi di

certe bande che aveano prima desolato le provincie intorno al Rodano

e alla Loira.[67] I Fiorentini somministrarono all’Armagnac in due

paghe centocinque migliaia di fiorini, e molti più ne promettevano

quando avesse condotto a fine l’impresa. Scendeva costui ne’ piani di

Lombardia con la forza di quindicimila cavalli, ed era dato ordine si

congiugnesse con Giovanni Aguto, che stando sull’Adda divisava farglisi

incontro verso Pavia. Non sia chi si vanti più animoso dei Francesi,

ma era in Italia più arte di guerra; scorrevano quelli pei grassi

piani di Lombardia fidatisi andare a facile preda:[68] ma era consiglio

d’Iacopo del Verme guardare le terre, tra le quali avendo munita quella

di Alessandria con forte presidio ed all’insaputa dei nemici, questi

crederono espugnarla tostochè se l’ebbero incontrata sulla via, mentre

muovevano giù da Asti. Discesi a terra per dare l’assalto, lasciarono

addietro i loro cavalli; addosso ai quali venuto ad un tratto il

Capitano del Visconti, gli prese o disperse, e quindi volgendosi

con la sua buona e grossa mano di uomini d’arme, percosse incauta e

sprovveduta l’oste dei pedoni, la quale già era impegnata fortemente

contro ai soldati della Fortezza. Fu grande la rotta che toccarono i

Francesi, e la fuga sparpagliata senza cavalli e senza capo; imperocchè

l’Armagnac, vinto dal caldo ch’era eccessivo il giorno 25 luglio 1391

e dall’angoscia dell’animo, avendo bevuto molta acqua, fu colto da un

subito accidente, del quale moriva il giorno dipoi. È da vedere come

la morte di questo Signore venga narrata prolissamente dal cronista

francese Froissart, il quale alle volte ti sembra storico e alle volte

romanziere. Dei fuggitivi presi in caccia dai soldati d’Iacopo del

Verme quanto distendesi il Piemonte infino alle Alpi, molti rimasero

prigionieri; uccisi molti altri per le strade di Savoia, e quindi giù

pel Delfinato insino al Rodano e alla Senna, dove gli avanzi di quelle

terribili bande già tanto crudeli non trovavano pietà, pochi e miseri e

mendichi tornati essendo alle loro case.[69]

I Capitani del Visconti nella letizia di tanta vittoria condussero

senza porre tempo in mezzo le armi loro sopra l’Adda, sperando

avere facilità quivi di rompere Giovanni Aguto; che sarebbe stato

fiaccare del tutto le forze nemiche e porre termine alla guerra. Ma

questi già vecchio e prudentissimo capitano, appena sentita la rotta

dell’Armagnac, ritraendosi alcun poco e con buon ordine lentamente fin

verso Cremona, quivi sostenne con suo vantaggio un primo assalto, e

poi varcato co’ nemici sempre addosso l’Oglio ed il Mincio, indi pe’

confini di Verona e di Vicenza pervenne con frettoloso cammino sulle

terre padovane, facendosi spalla di Francesco da Carrara che teneva la

città. Ma era suo fine portare l’esercito alla difesa di Toscana; al

che gli restava ultimo e più difficile impedimento il fiume dell’Adige,

intorno al quale era il terreno allagato dai nemici che sempre a

tergo lo inseguivano: passò tra le acque felicemente,[70] e avendo

amiche le terre estensi e le bolognesi, ebbe poi facile e sicura la

via fin dentro ai confini di Toscana. Quivi era di lui ansietà eguale

al desiderio, imperocchè Iacopo del Verme già vi era disceso a grandi

giornate per l’Alpe di Lunigiana, ed era già intorno a Lucca ed a Pisa,

mentre l’Aguto da Pistoia, passato l’Arno, gli venne a chiudere le vie

di Siena e di Firenze ponendo il campo a Samminiato. Era consiglio

d’Iacopo del Verme andare a Siena battuta forte dai Fiorentini che

ivi tenevano, sotto Luigi da Capua figlio del conte d’Altavilla,

un esercito di quattromila cavalieri e duemila fanti tra italiani e

tedeschi consueti a’ soldi d’Italia: e quindi lasciando l’Aguto a’ suoi

fianchi, per la via di Volterra girò a Siena, dove ingrossatosi delle

genti che potè ivi raccorre e forte di sopra a diecimila cavalli, si

condusse voltando indietro a Poggibonsi. Quivi l’Aguto già era accorso

a guardare il passo, ma non parendogli di bastare contro al troppo

grande numero dei nemici, si chiudeva nelle castella; ed intanto quelli

a file serrate procedendo per la valle d’Elsa, in due o tre giornate

vennero nel piano di Pistoia. L’Aguto, seguendogli, poneva il campo

vicino a loro presso Tizzana, dove grande aiuto gli sopravvenne di

genti del contado di Firenze e di collegati; chè sola Bologna aveva

mandato duemila cavalli e quattrocento balestrieri. Quindi al Capitano

del Visconti parve ritrarsi inverso Lucca; lo inseguiva l’altro, e

avendo colta in sulla Nievole la retroguardia sprovveduta, l’assalì e

percosse con suo grande vantaggio, avendo anche preso Taddeo del Verme

che la comandava, congiunto del Capitano.[71] Ma qui per allora finiva

la guerra: il Doge di Genova Antoniotto Adorno aveva più volte mandato

a Firenze proposizioni di pace, della quale era molto desideroso Piero

Gambacorti, ed a promuoverla s’adoprava il nuovo papa Bonifazio IX;

Giovan Galeazzo era pronto sempre a vantaggiarsi per via d’accordi.

Infine elessero le due parti a comuni arbitri l’Adorno in suo proprio

nome, e il Gran Maestro di Rodi Ricciardo Caracciolo legato del Papa,

e terzo arbitro il Comune e popolo di Genova. Pronunziarono insieme

il lodo; per cui rimase a Francesco da Carrara Padova, ch’era il

principal momento di quella contesa, con che al Visconti pagasse per

cinquant’anni diecimila fiorini l’anno: i fuorusciti di Siena, tra’

quali nobilissime famiglie i Malavolti ed i Tolomei, riavessero i

beni, ma senza però tornare in patria, il che volevano con grande

istanza i Fiorentini; le castella si rendessero dalle due parti; ed al

Visconti non fosse lecito mandare sue genti in Toscana, se non quando

patissero offesa i Perugini o i Senesi che a lui erano collegati.

Nei pochi mesi di quella guerra i Fiorentini aveano speso un milione

e duecentosessantaseimila fiorini d’oro, secondo che scrive Lionardo

Aretino avere trovato nei Libri della Camera del Comune. I cittadini

aveano pagato tanti danari, che quasi niuno poteva più pagare, e

molti erano rimasti deserti. Aveva il Comune sì grande il debito, che

presso che tutte le rendite sue ne andavano a pagare l’interesse del

Monte; e quindi stretti dalla necessità, fecero molti provvedimenti

ad accrescere le entrate e diminuire l’interesse, i quali erano contro

alla fede data, e molti cittadini ne ricevettero grandi danni; ma pur

sel patirono. Tra le altre cose fu ordinato si ritenesse ogni anno

la quarta parte dell’interesse, e coi danari ritenuti gli ufficiali

del Monte comperassero dai creditori al minor pregio che potessero i

titoli iscritti, a fine di scemare via via la somma del debito posato

sul Monte, secondo che era, siccome vedemmo, antica usanza nella

Repubblica.[72]

Ma non cessavano le offese, perchè cessasse la guerra; gli odii

restavano e i sospetti, e i disegni concetti prima si maturavano più in

segreto; nè mai le paci in quella età davano quiete, poichè le bande di

soldati licenziati seguitavano per conto loro correndo le strade a fare

guasti ed imporre taglie pel riscatto delle terre, al che d’ordinario

tenevano mano coloro medesimi che prima gli ebbero assoldati. Parve

quindi necessario ai Fiorentini, conchiuso appena l’accordo del quale

assai si dolevano, di nuovo ristringere coi Bolognesi e coll’Estense

e col Signor di Padova l’antica lega; cui s’aggiunsero alcuni Signori

delle terre della Chiesa, e quello di Mantova in sugli occhi del

Visconti, che in modo crudele ne faceva rappresaglia dentro alla

stessa Toscana. Piero Gambacorti usava ogni industria durante la

guerra a schermirsi dal Visconti, pur sempre restando fedele amico

alla Repubblica, per le cui forze si manteneva nello Stato, costretto

però fin anche a impedire le mercanzie tra Pisa e Firenze, quando

Iacopo del Verme girava in arme attorno a Pisa. Finita la guerra, a

lui parve essere sollevato, ma ignorava l’infelice quello che in casa

gli si tramasse. Era il popolo di Pisa come sempre ghibellino, così da

gran tempo in molta paura della Repubblica di Firenze: ciò dava gran

presa ai disegni del Visconti, il quale si aveva guadagnato ultimamente

Iacopo di Appiano, scellerato uomo, che lo stesso Gambacorti si aveva

allevato in grembo e fattolo suo cancelliere e confidente d’ogni

più occulto pensiero suo. Alle denunzie ripetute che lui mostravano

traditore non volle credere il buon vecchio: infine l’Appiano armatosi

un giorno sotto colore di difesa contro ai Lanfranchi nemici suoi;

quindi alla scoperta sotto agli stessi suoi occhi, facea trucidare

colui dal quale teneva egli tanti benefizi e tutto l’essere suo.

Pigliava poi subito la signoria di Pisa, tenendola ai cenni di Giovanni

Galeazzo, che mandovvi anche soldati suoi.

In Firenze era, come vedemmo, da oltre dieci anni il reggimento nelle

Arti maggiori, e i savi uomini e discreti si rallegravano al vedere

tornata l’antica e buona forma della Repubblica, esclusa la plebe,

e a ogni Arte dato il luogo suo, in quelle essendo la preminenza che

più valevano pel sapere e per la ricchezza, e che alle altre davano

il lavoro: scrive un cronista, che pareva essere tornati in via di

verità. Ma già era il tempo dei governi popolari trascorso, e un

secolo s’appressava di costumi signorili, d’imprese più vaste che

voleano governi stretti, di forze raccolte in mano di pochi: nelle Arti

maggiori sorgeano famiglie insieme capaci d’in sè comprendere tutta

la Repubblica, battuti gli uomini che tiravano alla parte popolare o

fosse a studio d’ambizione o per amore di egualità. La riforma dell’87

manteneva nei pochi lo Stato con la formazione delle Borse e col rigore

degli squittinii pressochè tali da impedire l’incertezza delle tratte;

ma perchè fosse governo stabile, mancava tuttora una forza che bastasse

contro ai ritorni frequenti sempre delle popolari sedizioni, e che

agli uomini del Palagio in ogni evento si assicurasse il dominio della

Piazza. Quello che Giano della Bella aveva fatto nel 1293 armando il

popolo contro a’ grandi, volevano ora cento anni dopo contro al popolo

i nuovi ottimati, usciti da esso e da lui tuttora non bene divisi;

patrizi in abito cittadino costretti cercare giù nel popolo le armi,

non che i titoli e il diritto, e pur sempre essere popolani.

Era tratto pei mesi di settembre e ottobre 1393 Gonfaloniere di

giustizia Maso degli Albizi, nato da un fratello di Piero che aveva

sì alto levata la grandezza di quella famiglia: la memoria dello zio e

quella stessa crudele morte che egli incontrava con dignità, davano a

Maso aderenze grandi; e bene era egli uomo da usarle, avendo appreso

nel lungo corso dei cittadini rivolgimenti come per mezzo del popolo

si possa il popolo governare; uomo tutto fiorentino e sopra ad ogni

altro capace a reggere quello Stato secondo che davano le condizioni

di esso, le quali giammai non ebbe in animo di alterare. A’ 9 di

ottobre, s’udì che avevano due sbanditi rivelato certe intelligenze

di dentro con quelli che erano in Bologna, a fine di rendere lo Stato

al popolo delle ventiquattro Arti. Di tali pratiche ve n’è sempre là

dove sieno fuorusciti, e una denunzia viene in punto quando più giovi

a chi governa farsi arme e scusa di un pericolo a meglio opprimere

gli avversari. Allora essendo per quell’accusa tre artigiani presi e

tormentati, dissero cose _vere e non vere_, e nominarono come fautori

di quel trattato Cipriano ed altri degli Alberti che rimanevano in

città: i quali essendo subito dati al Capitano che gli esaminasse,

nulla confessarono. La domenica veniente, 19 ottobre, suonò a

parlamento, al quale andarono molti giovani di grandi famiglie: fu

data balìa prima a trentaquattro cittadini e poi ad altri in maggior

numero eletti in Palagio dai Signori e dai Collegi, e i più da coloro

che erano in sulla piazza, forse mille uomini che se ne stavano

serrati presso alla ringhiera, dove i Signori erano scesi; costoro

gridavano: «questo vogliamo, e questo no.» Elessero Capitano di guardia

Francesco Gabbrielli d’Agubbio (famiglia che sempre si vede chiamata

a fare le opere più violente); ordinarono che si potesse dai Signori

e dai Collegi soldare più genti d’arme che prima non fosse lecito,

ed imporre per via di prestanza danari senza che il partito andasse

ai Consigli. Le borse antiche si rivedessero, e se alcuno fosse

tratto per Gonfaloniere che non piacesse, altri fosse posto in luogo

suo, ma rimanendo egli dei Priori; tra i quali fossero tre almeno di

quelli scritti nel borsellino: il Gonfaloniere di giustizia, perchè

avesse più autorità, vollero fosse in età almeno di 45 anni, il quale

termine fu d’allora in poi tenuto fermo: il magistrato di Parte guelfa

tornasse com’era prima del 1378, salvochè non avesse un Gonfaloniere

suo, ma fosse retto da Capitani come era in addietro; e mantenuta

la provvisione di quell’anno, per cui si toglieva a quel magistrato

l’odioso diritto dell’ammonire o condannare chicchessia per ghibellino,

che fu cagione di tanti scandali;[73] ma che non era più necessaria, lo

Stato essendo oggimai tolto di mano al popolo degli artefici. Al quale

effetto usarono anche un’altra industria; giovani nobili o _gentiletti_

si facevano matricolare nelle arti minute, e in quelle così veniano ad

_essere principali_.[74]

Ma qui ebbe principio una molto violenta persecuzione durata più anni

contro a quella famiglia degli Alberti che prima era stata toccata

con tanta riserva o quasi timidità, talchè uno solo d’essi, ma il

più famoso, moriva in esiglio. Ora, qualunque si fossero gli odii

di parte o più veramente quei personali di Maso degli Albizi, quanti

rimanevano degli Alberti, eccetto un solo co’ suoi discendenti, ebbero

bando a distanze grandi, chi in qua chi in là, in Rodi, in Fiandra, a

Barcellona; costretti dare malleverie o sodamenti per l’osservanza del

confino e pagare multe; con proibizione di vendere i beni loro o di

obbligarli in modo alcuno, perchè mentre gli uomini avevano bando, gli

averi di nulla gravati restassero a discrezione della Repubblica.[75]

In seguito vennero fatti di popolo molti di famiglie grandi, ma che

attenevano personalmente ai nuovi ottimati; tra’ quali Bettino da

Ricasoli, che nel 78 si era mostrato nell’ammonire così ostinato e poi

era stato uno dei ribelli: molti del popolo vennero fatti grandi, ed

altri banditi o dannati a carcere perpetua, e uccisi taluni. Ma quello

che fu poi tutto il nerbo di quello Stato il quale pigliava allora

solido fondamento, fecero il Comune soldasse trecento fanti e dugento

balestrieri genovesi, i quali abitassero vicini alla piazza e di quella

stessero alla guardia: scrissero poi due mila cittadini atti nell’arme

e dei loro più confidenti, ai quali diedero una sopravesta con

l’insegna della Parte guelfa; questi divisi per gonfaloni aveano loggie

dove al bisogno si radunasse ciascun gonfalone, ed ai non iscritti in

quella milizia era vietato portare armi, pena la testa.[76] A benefizio

ed a richiesta dell’Arte della lana, ch’ebbe gran mano in questi

fatti,[77] e nella quale erano gli Albizzi potentissimi, si decretò che

per cinque anni fosse proibita l’entrata dei panni forestieri, eccetto

d’alcuni pochi luoghi designati.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 6 / 51 段