Una lunga confusione regna nei fatti che indi seguirono. A noi proviene

in qualche parte dalla narrazione dei cronisti che si fa oscura con

l’addentrarsi nei più minuti avvolgimenti: ma era continua necessità in

uno stato di quella sorta. Fondato sulle Arti, voleva comporsi nella

fratellanza, la quale è anima delle industrie: tale era il pensiero

incessante dei migliori, dei buoni uomini, di coloro che mantenendosi

non interamente servi alle private cupidità, pur sempre amavano come

loro proprio il comun bene, e nei quali stava quel grande fascio della

comunanza che era la forza e la salute di questo popolo di Firenze. Il

quale popolo comprendeva, a dir così, tutta la città e si distendeva

nel contado, avendo in parte annichilato ma in maggior parte tirato

a sè ogni elemento che discordasse; i grandi erano impotenti, la

plebe scarsa: quello che in antico e, pur diciamolo, tra molte altre

nazioni moderne plebe si chiama, e tale è, qui era popolo educato

dalle antichissime tradizioni e da cento anni di libertà e dagli

esercizi dell’ingegno e da quel senso del bello in cui si comprendono

il vero ed il buono, e onde hanno gli animi gentilezza. Così mentre

era studio continuo ma sempre vano, trovare forme ordinatrici d’una

egualità che voleva essere troppo vasta, era impedito il soverchiare

di sola una parte sulle rimanenti; e in mezzo pure alla ferocia quasi

legale che da per tutto era un avanzo del paganesimo, qui dagli eccessi

delle passioni, frequente il ritorno a una certa temperanza che il

male attenua o corregge, e che pure lo impediva dallo sconvolgere

questo popolo comunque mobile e disordinato. Chi guardi infatti alle

discordanze che dividevano la città, chi alla mancanza di buone leggi

che forma dessero allo Stato, e alle incessanti perturbazioni che lo

agitavano, male saprà intendere certa serena giocondità ch’era nel

vivere di Firenze, e che apparisce dalle scritture. Lo stesso insorgere

contro ai vizi fiero e continuo, pure manifesta non rara essere già

nel popolo quella bontà che non era guasta dalle ambizioni immoderate,

e salute era del comun vivere. Così cresceva e prosperava una città

della quale forse niun’altra fu ordinata peggio. Lo stesso acume degli

ingegni scalzava giù dai fondamenti ed infiacchiva ogni autorità,

negando credito ai magistrati; le botteghe dividevano col male

intendersi la Repubblica, e la Repubblica le botteghe; parea vittoria

l’ottenere una debole maggiorità ne’ magistrati e ne’ consigli, ciascun

magistrato in sè avendo la mistura degli elementi i più discordi,

senza che niuno de’ vari ordini avesse intera la vita sua e una sua

propria rappresentanza: nel congegno dello Stato mancava affatto

ogni contrappeso, nelle ingerenze de’ magistrati tutto era arbitrio e

confusione; questo avea fatto la gelosia nutrita in tutti e contro a

tutti dal sentimento della egualità; la forza istessa di questo popolo

era fiacchezza della Repubblica. Nel tempo al quale siamo ora giunti,

le Arti minori contro alle maggiori quasi dividere si potessero,

stavano in guerra: queste voleano tale una forma di reggimento dove

il sapere e la ricchezza e il grande seguito prevalessero, ma non

soffrivano si mettessero troppo innanzi quelle schiatte che fra tutte

erano prepotenti e che appellavano _le famiglie_; i Ciompi si erano

accostati ai grandi, entrambi essendo dai mezzani del pari oppressi,

o fuorusciti; i grandi cercavano per ogni modo e come la occasione

dava, nelle aderenze coi sommi o dal malcontento della plebe, a sè

medesimi una via da porre un piede dentro allo Stato con l’abolire gli

antichi ordini, i quali stavano contro a loro; e gli ammoniti oggi

rimessi, col farsi parte a sè medesimi e da sè soli una setta nuova

e un nuovo scandolo nello Stato, mostravano essere non tutte ingiuste

quelle accuse, per le quali erano stati esclusi nei tempi andati dal

reggimento. Quindi nei fatti la confusione.

Continuava la Balìa creata negli ultimi giorni del gennaio 1382, e

mentre attendeva a formare gli squittinii secondo gli ordini nuovamente

posti, il Capitano di guardia, troppo arrendevole alle suggestioni

dei più eccessivi tra’ vincitori, procedeva ad inquisire contro a’

seguaci di Giorgio Scali e contro gli autori della mossa dei beccai;

o tali fossero o sospetti. Laonde nei primi giorni del febbraio più

di ottanta cittadini ebbero bando o confine in vari luoghi d’Italia:

abbiamo i nomi, e tra questi ultimi era Salvestro dei Medici confinato

per cinque anni a Modena,[46] e altri di coloro i quali volevano più

essere popolari, e inoltre non pochi dei bassi mestieri. Ma ciò non

bastava nè ai grandi percossi dal rigore delle leggi, nè a quelle

famiglie che mal sopportavano stare nei termini della egualità, nè

agli sbanditi del 78, che troppe avevano da esercitare vendette;

costoro volevano risuscitare le ammonizioni o fare anche peggio,

avendo seco di quella plebe la quale era stata più volte battuta, e

che trae dietro facilmente ad ogni bandiera perchè ella è sempre tra

i malcontenti. Costoro insieme vennero in piazza ai 15 di febbraio,

recandosi innanzi un gonfalone di Parte guelfa; ed era tra’ primi quel

Carlo Strozzi, che fu ingiuriato dal calzolaio nel 78:[47] sulla piazza

era il Capitano di guerra Giovanni Aguto con molti soldati a piedi e

a cavallo, ma non fece mossa; e quelli cresciuti in maggior numero,

imponevano continuasse la Balìa per tutto febbraio, ed ai centotre che

la tenevano si aggiungessero altri quarantatre cittadini, i nomi dei

quali portavano scritti; e inoltre voleano fossero tosto deliberate

certe loro petizioni, delle quali era questo il tenore: Che tutti

i condannati confinati o inquisiti per questo ultimo rivolgimento,

sieno dichiarati ribelli; e che all’incontro gli sbanditi ribanditi e

i danneggiati nel 78 sieno ristorati dei danni sofferti, e ai grandi

tolto ogni divieto, e levati di Palagio gli smuniti i quali fossero

negli uffici o nei consigli; che nella Signoria fossero sei delle

maggiori Arti e tre delle minori, con la stessa proporzione riducendo

la parte di queste negli altri uffici e nei collegi; che fossero ai

Ciompi restituite le balestre ad essi tolte nel 78; che i debiti per

le prestanze da un fiorino in giù siano ridotti a venti soldi, e dato

termine a pagare; che avessero piena assoluzione i maleficii commessi

in questi ultimi giorni, e (cosa incredibile) quelli pure che si

commettessero tutto quel dì infino all’ora di mezzanotte. Qui erano,

come ciascun vede, le famiglie le quali voleano più ristringere lo

Stato, gratificando alla plebe; e nel numero dei quarantatre erano i

primi e più insigni nomi, insieme a pochi bassi artefici. Fu suonato

a Parlamento, dal quale voleano fossero decretate le petizioni; ma

Coluccio Salutati cancelliere della Repubblica, opponendo la illegalità

del fatto, tirava in lungo; e quell’impeto si raffreddava; e già l’Arte

della lana con molti buoni uomini e mercanti veniva in Palagio, dicendo

in palese che bastavano alla Balìa i primi eletti, e nulla ci avevano

che fare gli altri quarantatre. I quali furono tolti via, ma per la

meglio convenne delle cose dimandate alcuna concedere, quella cioè

che risguardava al numero dei Priori; ed a ristorare gli sbanditi si

fece un qualche provvedimento; e pei danari del Monte, dove erano tre

centinaia ne scrissero due, cosicchè il frutto scendesse al dieci per

cento; inoltre fecero che chi fosse stato dei maggiori uffici dopo il

1312, o egli o il padre o l’avolo suo, non si potesse per alcun modo

nè ammonire nè dichiarare sospetto alla Parte: così per allora le cose

parvero acquietarsi.[48]

Il primo di marzo pigliava l’ufficio con grande apparato una nuova

Signoria, nella quale erano usciti molti delle famiglie primarie,

un Ricci, un Pepi, un Peruzzi, un Acciaiuoli, e messer Rinaldo dei

Gianfigliazzi Gonfaloniere; con essi erano tra’ Priori, un calzolaio

ed un beccaio. Avvenne che alcuni degli smuniti fossero tratti a certi

piccoli uffici, del che i contrari si adombrarono tosto, e sapevasi

che le Famiglie faceano venire gente di contado: si levò rumore a’

10 di marzo e n’erano autori gli sbanditi ritornati, i quali aveano

sollevato i Ciompi: innanzi portavano un gonfalone di Parte guelfa, ed

altri delle Arti si avevano tolti e dati in mano a uomini dei loro;

fu detto gridassero «viva le ventiquattro Arti» che era un volere

la restituzione delle tre minute di fresco abolite. Andavano per la

terra, avendo da prima arsa la casa d’un Ciardo vinattiere[49] ch’era

stato decollato come seguace di Giorgio Scali: infine si trassero

sopra il monte della Costa di San Giorgio, quivi facendo segno di

afforzarsi; e il Capitano del popolo pare che fosse d’accordo con loro:

e la brigata s’ingrossava anche di cittadini ch’erano andati a fine

di contenerli, e intanto ad udire da loro quello che domandassero.

Veniano dall’altra parte alla Piazza in molto numero i buoni uomini

e mercanti; il Gonfaloniere già s’armava, volendosi muovere con essi

incontro ai sediziosi, ma fu ritenuto; infine taluni dei cittadini

andati in sulla Costa, essendo entrati mezzani e suonato a Parlamento,

per meno male furono concordati alcuni punti; cioè: privare in perpetuo

gli smuniti d’ogni ufficio, e che gli sbanditi riavessero i beni e

le condannagioni pagate e la valuta delle case arse; fossero date

ricompense al Capitano e ad uno dei Beccanugi fattosi capo a quei

tumulti; che a discrezione del Capitano venissero confinati venticinque

cittadini, tra’ quali troviamo confinato a Chioggia Michele di Lando:

gli storici posteriori a coro vituperano la popolare ingratitudine.

In Firenze erano grandi mormorii, e dopo tre giorni le Arti si fecero

forti, e avendo di nuovo co’ Gonfaloni della giustizia e della parte

corse le strade sgombrate allora dalla brigata dei Ciompi, tanto

operarono che altra Balìa fu eletta per la quale vennero annullate la

maggior parte delle concessioni fatte, ed a sei tolto il confino (tra’

quali non era Michele di Lando) e a tutti gli altri agevolato: il prode

Michele tornato più tardi moriva in Firenze a’ 31 luglio 1401, e fu

sepolto in Santa Croce.[50] Due mesi dopo altro tumulto nasceva, fu

detto a istigazione di un Adimari; ma venne in breve ora con le armi

represso, e alcuni Ciompi decapitati. Intanto erano gli smuniti di

continuo sospettati; e se uno di loro fosse tra’ Priori, gli altri da

lui si guardavano per quella nota di ghibellino, e non tenevano con lui

colloquio di cose segrete; se alcun rumore nascesse dove entrasse uno

smunito, si diceva per città che gli ammoniti ghibellini uccideano i

guelfi. I grandi erano careggiati dai popolani maggiori, che non gli

voleano però lasciare troppo pigliare del campo; ed i grandi se lo

conosceano, ma per lo migliore si stringevano con essi: poi v’erano

artefici più temuti nella Piazza che rispettati in Palagio, i quali

faceano sollevare ad arme chi a loro piacesse; ma la temperanza dei

buoni uomini impediva la baldanza di coloro che per avere gli uffici

si metteano innanzi a tutti gli altri, il che dicevano farsi segno: e

niuno in Firenze si fece mai segno, che non fosse saettato.[51]

Vedemmo Arezzo essere tenuto in possessione da Carlo, novello re di

Napoli: un Vicario di lui avendo a fine di pace fatto rientrare nella

città i Tarlati e gli Ubertini e gli altri oramai da quarant’anni

fuorusciti di fazione ghibellina, questi con la potenza di fuori

e le aderenze che aveano dentro ne divennero come padroni così da

costringere gli amici stessi del Re a fuggirsi nella rôcca. I quali

sapendo il conte Alberigo da Barbiano ed altre masnade stare ne’

confini di Perugia, lo chiamarono che gli aiutasse a racquistare

la terra. Parve a lui meglio farne suo prò, ed occupata la diede in

preda a’ suoi soldati, che la misero a sacco e vi dimorarono più mesi,

infinchè essendosi contra loro fatta lega delle città di Toscana, si

condussero nel Regno. Scendeva in Italia, a questi tempi, di Francia

con grande forza di cavalli il Duca d’Angiò, chiamato dalla regina

Giovanna di Napoli suo figlio adottivo e successore nel regno, d’onde

egli veniva a cacciare Carlo di Durazzo: mandava per tutte le città

d’Italia con larghe profferte, pure che seco si collegassero. E

dall’altra parte Carlo alla Repubblica ricordava l’antica amicizia,

ed essere il Duca d’Angiò venuto per la oppressione di papa Urbano e

della Chiesa, egli aderendo all’Antipapa che avea dimora in Avignone.

Non potean altro i Fiorentini che starsi neutrali; ma Carlo aveva

grande favore nelle famiglie che più salivano in potenza, talchè a

soccorrerlo senza fare altra più aperta dimostrazione fu trovato

questo modo, che licenziato Giovanni Aguto ne andasse a Roma con

danari che i Fiorentini gli aveano dati in nome del Papa. Così l’Aguto

passò a Napoli, e fu grande aggiunta alle forze di quel Re; ma di ciò

si tenne molto offeso il Duca d’Angiò, e scrisse in Francia perchè

fosse fatta rappresaglia sopra alle robe ed alle persone dei mercanti

fiorentini. L’anno dipoi 1384 un’altra grossa Compagnia di Francesi

venne a rinforzo del Duca d’Angiò: la conduceva Enguerramo Signore

di Coucy, il quale disceso di Lombardia in Toscana, prima si fermava

presso a San Miniato, poi su quel di Siena, dove i fuorusciti d’Arezzo

veniano a lui con la promessa di fargli occupare quella città per le

intelligenze che avevano dentro. Accettò l’offerta, ed occupò Arezzo

non senza battaglia contro a’ cittadini che validamente la difesero;

ma non prima ne fu egli al possesso, che giunse novella essere in

Puglia venuto a morte il Duca d’Angiò: dal che ebbe fine quella

impresa che si faceva per lui, ed i Francesi d’Arezzo, che a tornare

in Francia abbisognavano di moneta, pensarono vendere ai Fiorentini

quella città. Più volte avevano questi avuto discorsi di vendita dai

vari che l’avevano occupata, e fin dai Tarlati; nè certo si stavano

dal fare disegni sulle fortune d’Arezzo, ora che lo Stato di Firenze

era venuto in mano di pochi ai quali importava rialzare se stessi con

le imprese di fuori, e che avevano a condurle assai maggiore abilità.

Dunque il Coucy vendeva Arezzo per quaranta mila fiorini d’oro:

quanti degli Aretini fossero allegri di quel mercato noi non sappiamo;

questo bensì, che se ne fecero in Firenze grandi allegrezze e giostre

e luminarie; ma si trova che avessero speso intorno solamente alla

città d’Arezzo duecento mila fiorini. Il bello si fu che nell’atto

di cessione diceva il Coucy donare Arezzo ai Fiorentini pel grande

amore e devozione che avevano essi portato sempre alla Reale Casa di

Francia, e perchè avevano posseduta più anni prima quella città: per

un altro atto del giorno stesso i fiorini, ch’erano la somma di tutto

il negozio, veniano al Coucy per essersi egli astenuto da ogni danno

sopra le terre della Repubblica: Iacopo Caracciolo, il quale teneva pel

re Carlo tuttavia la rôcca d’Arezzo, la cedè subito. Così la Repubblica

di Firenze venne in possessione della città d’Arezzo e del suo contado

e sue dipendenze. Donato Acciaiuoli, Commissario per i Fiorentini,

condusse con molta sua lode le pratiche per l’acquisto; e ricevuto

l’atto di dedizione, ordinava poi tutto il governo del nuovo Stato:

abbiamo a stampa gli atti e i documenti a ciò relativi nella più volte

lodata collezione dei Capitoli del Comune di Firenze.[52] Molte grosse

terre di Valdichiana vennero tosto in balìa dei Fiorentini, sebbene

Lucignano e Monte Sansavino fossero più a lungo disputate dai Sanesi:

Marco Tarlati cedeva Anghiari con più castella di Val di Tevere: poi

tutte le altre fino a Pietramala, antico nido di una famiglia tanto

nemica dei Fiorentini, vennero in mano della Repubblica; alla quale si

diedero pure in accomandigia gli Ubertini e quei di Montedoglio ed i

Faggiolani ed altri, d’onde ebbero i Fiorentini breve guerra col Conte

d’Urbino. E quindi anche venne a pigliare contro essi grande ira papa

Urbano, sebbene lui solo riconoscessero vero papa, nè mai piegassero

alle sollecitazioni di quel d’Avignone ch’era protetto dai Re francesi.

In questo tempo ebbe termine la guerra tra Veneziani e Genovesi tanto

grandiosa e memorabile, la quale ha nome di guerra di Chioggia. Amedeo

Conte di Savoia era stato arbitro per la pace, quei principi essendosi

allora ingeriti per la prima volta nei fatti d’Italia. Ai Veneziani

era imposta la demolizione dei castelli costrutti da essi nell’isola

di Tenedo, con l’obbligo intanto e finchè non attenessero la promessa

di depositare in mano al Comune di Firenze centocinquanta mila fiorini

d’oro in tante gioie; il che fu occasione a qualche vertenza prima che

il fatto restasse compiuto.[53]

Nell’estate del 1383 era di nuovo la peste entrata in Firenze, dove

morivano fino a due e tre e quattrocento persone al giorno, ma più di

giovani e fanciulli, che d’uomini e femmine di compiuta età. Fuggiva

chi poteva, e si temette, partendosi i ricchi, la gente minuta non si

accozzasse co’ malcontenti e facesse novità. Quindi per legge imposero

una multa a chi se ne andasse, e col ritratto di questa soldarono

gente. Imperocchè gli uomini delle famiglie primarie che già tiravano

a ristringere in pochi lo Stato, aveano continue intelligenze co’

nuovi capitani delle Compagnie che in oggi erano italiani, e come

nobili fuorusciti o privati nelle città loro del grado che ambivano,

poneansi di grande animo ai servigi degli ottimati, che già in questi

anni prevalevano per tutta Italia generalmente. Il popolo intanto

aveva perduta nei passati sconvolgimenti la superbia di sè stesso,

e il commercio della seta venuto in grande auge negli ultimi anni di

questo secolo, insieme alle nuove ricchezze creava nuove dipendenze,

e un adagiarsi nei godimenti nei quali gli animi si rendevano parati

e docili a ogni signoria. I Ciompi riapparvero dopo il 1382, ma come

stracchi per mosse brevi che gli mostravano di già vinti; e quella

parte ch’era venuta su, fortificavasi ogni giorno con le aderenze di

fuori e con le pratiche al di dentro, così da rompere ogni ostacolo. In

Siena il Governo che da più anni era nelle mani del popolo basso, tornò

all’ordine dei Nove che si componeva de’ più alti cittadini: la parte

che in Firenze si mantellava col nome guelfo, in Siena promosse questa

mutazione nello Stato, mandandovi anche ambasciatori sotto pretesto di

cercare la concordia; e celebrò il fatto col suonare le campane e coi

falò e le armeggerie, sebbene a molti quelle cose dispiacessero, come

fatte alla oppressione loro.

Uno degli ambasciatori mandati a Siena era Benedetto degli Alberti

che dapprincipio non voleva, ma gli fu risposto andasse a Siena o a

confine; onde nell’ambasceria tirando in senso contrario a quello dei

suoi colleghi, venne a rendersi più maleviso alla parte che reggeva,

cui pareva essere Benedetto un grande ostacolo da rimuovere. La

famiglia degli Alberti (diversa dai Conti dello stesso nome, signori

antichi delle castella in Val di Bisenzio che poi furono de’ Bardi)

era in Firenze potentissima per le ricchezze, vivendo splendida sopra

le altre e guadagnandosi con le limosine e la larga benignità dei

costumi il favore popolare. Niccolò Alberti moriva l’anno 1377 ricco,

si diceva, di sopra a trecento migliaia di fiorini che il padre suo

aveva acquistati con la mercatura per varie parti della cristianità,

massimamente dei panni francesi e delle lane dell’Inghilterra. Ebbe

egli esequie magnificentissime, nelle quali più di cinquecento poveri

lo piansero alla bara, senza contare quei molti altri nascostamente

beneficati che lui piangevano per le case.[54] Quando nel 1384 si

festeggiava l’avvenimento di Carlo di Napoli alla corona d’Ungheria,

gli Alberti fecero apparato di torneamenti e di giostre che bene

potevasi convenire ad ogni gran principe. Benedetto godeva il favore

che a lui davano le ricchezze, l’autorità delle cose fatte, e certa sua

prudenza facile nei consigli; talchè lo troviamo lodato, sebbene fosse

egli nel 78 primo a chiamare il popolo in Piazza, avesse poi cercata

la morte di Piero degli Albizi, poi fosse ministro a quella di Giorgio

Scali. Un parente suo di nome Cipriano, quando fu tratto Gonfaloniere

se ne adombrarono gli avversari; e s’egli avesse voluto usare il grande

seguito che aveva presso agli artefici, si temette potesse volgere la

Repubblica. Avvenne dipoi l’anno 1387 che essendo uscito gonfaloniere

un Filippo Magalotti, il quale aveva per moglie una figliuola di

Benedetto, ma non arrivava ai 45 anni, età voluta pe’ gonfalonieri,

fu al Magalotti vietato pigliare l’ufficio e invece sua tratto Bardo

Mancini. Di che fu tumulto e creata una Balìa, nella quale entrava

lo stesso Benedetto per essere uno dei gonfalonieri di compagnia. Pur

nonostante quella Balìa privava d’ogni ufficio tutta la famiglia degli

Alberti, eccetto pochi ch’ebbero grazia, e confinava Benedetto fuori

delle cento miglia.[55] Questi esulò in Genova; poi andato a visitare

il Santo Sepolcro, nella tornata moriva in Rodi, d’onde il corpo suo

portato in Firenze ebbe solenni esequie in Santa Croce. Così fino

all’ultimo il nome suo rimase in pregio, per quale merito non sappiamo.

Così avendosi d’in su gli occhi levato quell’uomo e abbassata quella

schiatta di cui potessero più temere, confinarono oltre quell’Adimari

che assai co’ Ciompi se la intendeva, taluni del popolo più minuto;

e per sempre posero a sedere intere famiglie, tra le quali erano gli

Scali, i Covoni, i Mannelli, i Rinuccini. Il dì medesimo vennero alla

Piazza molti di case possenti con fanti armati, e domandavano che altri

fossero levati di Firenze come fautori degli ammoniti, dei fuorusciti

e dei ghibellini; al che i Signori, armati anch’essi in quel frattempo

di gente a piedi ed a cavallo, non consentirono; ma questo si ottenne,

che tutti coloro i quali avessero nell’85 vinto il partito, entrassero

senza altra solennità nelle borse; talchè v’entrarono più di trecento

uomini e molti garzoni e fanciulli: cotesto era vizio da più anni

usato, che i reggitori vi mettessero dei figli loro e discendenti che

non giungevano all’adolescenza, ed allo squittinio venivano nomi di

tali che erano nelle fasce.[56] Deliberarono che le minori Arti, le

quali avevano prima il terzo nel priorato ed in altri uffici, avessero

il quarto, e salvo alcuna particella, la quale era data ai grandi,

tutto il resto alle sette maggiori; e a queste le grosse potesterie

ed i vicariati: imposero pene gravissime ai forestieri se accettassero

alcuno ufficio della città. Da ultimo fecero anche una borsa separata

dei più confidenti a quello Stato così ristretto, dei quali almeno in

ogni priorato ne fossero due; gli chiamavano i Priori del Borsellino,

dappoichè il popolo di Firenze pareva oramai ridotto a quel solo usato

sfogo del motteggiare. Il Gonfaloniere che tante cose aveva fatte,

ebbe in dono un cavallo coverto con le armi della Parte guelfa ed altre

nobili onoranze.[57]

CAPITOLO III.

NIMISTÀ E GUERRE CON GIOVAN GALEAZZO VISCONTI. COSTITUZIONE D’UN

GOVERNO D’OTTIMATI. [AN. 1387-1402.]

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 5 / 51 段