bisognoso, mantenere la fiducia di sè medesimo ch’è principio come di
forza, di libertà cui fanno guerra fiera e continua le paure: quanti
più sieno i partecipi, tanti più sorgono gli avversari. Accade sovente
nelle intestine divisioni, che mentre a una parte di quei che furono
vincitori non sembra d’avere mai fatto abbastanza per la oppressione
dei contrarii, ad altri il fatto riesca troppo e sieno pronti a
rinunziare, per desiderio della pace, alla vittoria conseguita; perchè
alla fine tutti abbiamo bisogno di tutti, e questo che spesso diventa
lievito di discordia nelle umane società, è pure vincolo che non si
disfacciano. Qui era un popolo di artefici, ed i mestieri più penuriosi
facevano guerra alle officine che gli adoprano, e al capitale,
strumento primo alla produzione del lavoro, ed ai commerci che lo
alimentano; così i braccianti, per ottenere a forza mercedi più eque,
veniano a perdere il lavoro. Oltre ai mercanti fatti ribelli e a quelli
che aveano per arte o paura cessato le industrie e a quelli che dentro
contrariavano lo Stato, aveva il popolo degli artefici respinto da sè
anche una parte di sè medesimo; e i più forti per audacia, ribelli
anch’essi, ora si accostavano a quelli che innanzi avean chiamato
tiranni loro e facean causa con gli spossessati. Nei primi tempi della
Repubblica le Arti maggiori facilmente dominavano con la potenza e col
senno il nuovo popolo che sorgeva, ma tuttavia disciplinato dall’antica
suggezione; ora ambe le parti, fatte procaci ed intemperanti ciascuna
per sè, non avean modo a ricomporsi. Nel breve governo delle Arti
minori vedremo continue da una parte le congiure, dall’altra i
sospetti, le esorbitanze, ed il sangue versato a spegnere i sospetti;
nei quali conati vedremo la vita di questo popolo consumarsi,
imperocchè il popolo quando una volta abbia assaggiato il governarsi
tutto da sè, riesce più agevole a lasciarsi governare, quasi egli sia
fatto a somiglianza di certe piante le quali come hanno portato il
fiore periscono: ma benchè il popolo qui perdesse la vita politica,
Firenze fu sempre città popolana sotto ogni forma di reggimento.
Nei primi anni, quando ebbe avuto più fermo assetto questa Repubblica,
ci occorse notare come al promuovere la potenza, al fare le imprese e
a tutto insomma il governo dello Stato, sembrasse tutta partecipare
la comunanza dei cittadini, essendo tra molti divisa l’autorità, nè
per il corso di molti anni alcun nome ricordandosi che sopra agli
altri si elevasse. Ma col procedere dei tempi troviamo il contrario,
e già cominciano pochi nomi a farsi innanzi e a tirare quasi dietro sè
tutta la narrazione, ch’è primo indizio al disfacimento, quando anche
lento, delle repubbliche. Avea bisogno la moltitudine di capi esperti
che la guidassero, e gli ambiziosi di lei facevano strumento abile ai
disegni loro. Conducevano lo Stato coloro medesimi ch’aveano condotta
e preparata la mutazione; Giorgio Scali che fra tutti ebbe più audaci
pensieri, Tommaso Strozzi della famiglia stessa ond’era Carlo che fu
tra’ sommi sul magistrato di Parte guelfa, Benedetto degli Alberti che
fra tutti era il più veramente popolare; e accanto ad essi alcuni altri
sorti di plebe, e posti in alto dai moti recenti, per indi sparire
senza ricordo nelle istorie. Salvestro de’ Medici, quale se ne fosse
la cagione, figurò poco nel nuovo Stato; Michele di Lando, o fosse in
lui necessità o senno, rimase in disparte: ma quegli antichi Otto che
aveano fatto la guerra col Papa e avuta gran mano nel sovvertimento
dello Stato, rimasero quindi a parte di esso e n’ebbero beneficii: uno
di loro, Andrea Salviati, fu il secondo Gonfaloniere dopo Michele di
Lando; allora la volta del supremo magistrato dovendo tornare alle Arti
maggiori, secondo gli ordini nuovamente posti.
Furono quegli anni senza guerra fuori, ma le congiure dentro lo Stato
mai non cessavano, gli sbanditi essendo uomini dei più facoltosi e di
maggiore autorità, che non tenevano il confine; ma forti ancora delle
aderenze le quali avevano per l’Italia, di continuo praticavano tornare
in patria nell’antico grado, ed ogni giorno se lo credevano: v’erano
i Ciompi, rimasti fuori, che aizzavano quei di dentro. Già nei primi
mesi, avuto sentore di certe pratiche o congiure, altri settantasei
cittadini ebbero bando, e a due fu tagliato il capo. Molti più erano
gli indiziati; ma per non fare troppo gran fascio, il processo fu
abbuiato; e i nuovi Signori attesero invece a riunire la città per
via di nuove imborsazioni, rendendo più eguale fra tutte le Arti la
distribuzione degli ufficii, e per le inferiori o Arti più minute
scemando il numero degli imborsati; massimamente togliendo via quei
molti fattori o discepoli o compagni, che prima tenevano il luogo dei
maestri, e dove stava il maggior male. Cercarono anche di rinnovare
le antiche leggi contro a’ forestieri, facendo che niuno il quale non
fosse della città o del contado avesse ufficii; ma era legge odiosa
troppo, che parve come un ammonire, e andò a terra con poco effetto.
Nè la concordia fu durevole, e poco dipoi venne scoperta un’altra
congiura, per la quale furono decapitati sette cittadini, altri
essendosi posti in salvo; tra’ quali uno Strozzi ch’era Priore di San
Lorenzo, e quel Guerriante Marignolli che noi vedemmo, quando era della
Signoria, male tenere il grado suo. Venne la volta poi di Giannozzo
Sacchetti, fratello al Novelliere, ed egli medesimo autore di laudi e
d’altre pie composizioni; onde fu chi tenne con plausibili argomenti
falsa l’accusa per cui Giannozzo perdè la vita.[38]
Era disceso in Italia dall’Ungheria Carlo di Durazzo di Casa d’Angiò
a cacciare la regina Giovanna di Napoli: appena era egli giunto
in Padova, si misero attorno a lui con Lapo da Castiglionchio i
fuorusciti; ed al Re pareva meglio potersi assicurare dei Fiorentini,
se la Repubblica tornasse in mano dei vecchi amici di parte guelfa,
usi al governo e di più credito nelle Corti. Troviamo essere in
quegli anni dalla popolare diffidenza aggiunti nelle ambascerie ai
chiari uomini bassi artefici; mistura da essere gradita poco a quei
Principi ai quali andavano: per queste cose avevano favore appresso
a Carlo i fuorusciti. Intanto i Ciompi fuggiti a Siena ed a Bologna
s’intendevano con quei di dentro: era in Firenze grande bisbiglio e
avvisi di trame che s’ordissero dentro e fuori; scriveano pei canti
i nomi sospetti; chi accusava i magistrati di connivenza, chi voler
far morire gente per nimicizie private, chi l’una cosa e chi l’altra.
E già una mano di sbanditi da Siena pel Chianti aveano tentato di
sorprendere Figline. Furono creati nuovi Otto di guardia, tra’ quali
troviamo Michele di Lando stovigliaio (il mestiere della madre); e
guardia si faceva molto diligente nella città e nei dintorni; dove
sulla fine del 1379, senza averne prima sospetto, trovarono Piero degli
Albizzi; intantochè altri ribelli di minor nota ma che erano stati dei
maggiori della città, in altri luoghi furono presi, e tosto dati al
Capitano che gli condannasse. Negava questi; essendo allora coscienza
dei giudici non proferire condanne senza la confessione dell’accusato,
ma poi tenere per buona quella che fosse cavata di bocca per forza di
prolungati tormenti. Intorno al Palagio tumultuava la moltitudine, e
la città era sotto l’arme; Benedetto degli Alberti salì al Capitano,
e disse che il popolo voleva la morte dei prigionieri. Allora Piero,
con forte animo volto ai compagni, mostrò il pericolo che ne anderebbe
alle famiglie loro, e che essi in niun modo non camperebbero ma
sarieno tagliati a pezzi come cani: mandarono al Giudice dicesse
loro quel che dovessero confessare, e ch’erano presti. Quegli rispose
che ne lasciava il pensiero a loro: deliberati morire, lo pregarono
onestasse la condannagione il più che potesse, e confessarono chi una
cosa e chi l’altra; tantochè il Capitano diede loro (come dicevano)
il comandamento dell’anima; e cinque ch’erano stati dei primarii
cittadini di Firenze, tra’ quali Bartolo Siminetti e uno Strozzi, e
con essi altri di oscuro nome, perirono insieme a Piero degli Albizzi.
Di lui si narra che facendo egli pochi anni prima un grande convito,
gli fu presentata una scatola di confetti sotto ai quali era nascosto
un chiodo; fu interpretato che dovesse conficcare la ruota della
fortuna, della quale era egli sul colmo. Ed un altro cittadino di
molta stima e non ignoto ai nostri lettori, perdeva la vita nei giorni
medesimi: questi fu Donato Barbadori che, solito andare nelle maggiori
ambascerie, stava in Padova appresso a Carlo, dov’ebbe accusa d’avere
cenato con gli sbanditi; il che bastò perchè gli fosse tagliato il
capo. Continuarono però sempre le trame, o vere o sospettate, e ne
seguirono altre morti.[39]
A questi tempi un fatto nuovo s’era in Italia manifestato. Le Compagnie
d’oltramontani, che a noi recarono tanti mali, già si andavano
consumando, senza che altre sopravvenissero; e noi vedemmo Compagnie
minori di gente nostrale vaganti ai soldi delle città; quando un
gentiluomo lombardo, Alberico da Barbiano dipoi Conte di Belgioioso,
ne formava una che sotto nome di Compagnia di San Giorgio divenne
celebre, e fu educatrice prima delle armi Italiane, tali quali erano
a quel tempo. Del resto, quei nuovi condottieri di milizie anch’essi
non ebbero nè fede nè patria che le armi loro giustificassero, non
erano meno rapaci e crudeli di quel che fossero gli stranieri, e qual
pro ne avesse l’Italia non so; quel che a lei fecero noi vedremo.
Nella primavera del 1380 la Compagnia di San Giorgio era venuta su
quel di Siena, dove si erano riparati in grande numero fuorusciti
delle principali case di Firenze, e molti dei Ciompi che ivi erano
iti a lavorare, Siena reggendosi in quelli anni a governo popolare.
Costoro persuasero agevolmente la Compagnia, che non aveva che fare,
a muovere contro allo Stato di Firenze: discese pertanto nella Val
di Pesa; ma poichè in Firenze non avvenne alcun movimento come gli
usciti speravano, passò in Val d’Elsa, e indi sulle terre dei Pisani e
dei Lucchesi, pure aspettando buona occasione: ma poi che udirono che
in Firenze aveano chiamato Giovanni Aguto, ed i Capitani della Parte
si profferivano di condurre genti d’arme a loro spese; la Compagnia
per Maremma si condusse a Roma. Ivi papa Urbano aveva sollecitato
Carlo di Durazzo perchè scendesse contro alla regina Giovanna, che
molto favoriva l’Antipapa; e Carlo essendo venuto a Rimini e di là in
Toscana, ebbe Arezzo in signoria per fatto d’alcune possenti famiglie;
dove mentre egli dimorava, i Fiorentini gli mandarono ambasciatori;
uno dei quali, Giovanni di Mone, quel popolano che noi vedemmo salito
essere molto in alto, fu ivi ucciso dai fuorusciti. Al che essendosi la
città commossa, crearono nuovi Otto di guerra, e con modo insolito ma
già usato dai Veneziani, altri Otto per la pace; i quali avendo mandati
nuovi ambasciatori, fu stretto accordo pel quale il Re si obbligava
non offendere in modo alcuno i Fiorentini; e questi dal canto loro
promettevano non dare aiuto alla Regina, e imprestare a Carlo quaranta
mila fiorini, da scontare sugli ultimi pagamenti dovuti ad Urbano per
la conclusione della pace. Dopo di che Carlo di Durazzo entrò nel Reame
e n’ebbe la possessione, avendo rinchiusa in carcere la Regina e il
tedesco marito suo.
Ora tornando alle interne cose, mi piacerebbe che tutto il vivere di
questa città in quelli anni di predominio delle Arti potesse scorgersi
a minuto, perchè da un popolo come questo si avrebbe tale insegnamento
che raro incontrasi nelle storie. A riconquistare i diritti loro,
si ponean sopra al diritto altrui; e nel correggere le ingiustizie
e porre un freno alle violenze, violenti erano ed ingiusti. Al che
si aggiungano i viluppi delle private passioni, e più aguzzate le
cupidigie mentre col sovvertimento delle industrie era cresciuta
la povertà; e a trovare ordine che soddisfacesse, conati ognora più
impotenti e più eccessivi ed irragionevoli. Era un continuo ingerirsi
delle Arti minori nelle cose del Palagio a esercitarvi un sindacato,
quanto più incerto di sè medesimo, tanto più ingiusto e diffidente.
Nè bastava loro l’andare in Palagio a imporre le leggi, che ci
volevan anche desinare: contro di che fu ordinato che niuno potesse
desinare co’ Priori, se non ne avesse licenza per partito vinto di
sei fave nere. Sebbene fossero più di mille allo squittinio per la
Signoria (che prima erano soli trecento), e che attorno ai magistrati
fossero sempre dei popolani, qualunque volta uscisse un nome che agli
artefici non soddisfacesse, o pretendevano si stracciasse, o facean
prove di nuovi ordini pe’ quali credessero chiudere ogni adito ai
nemici loro, e a sè pigliare tutto lo Stato. Al che ottenere per vie
pacifiche frequenti erano le consultazioni; parve qualcosa avere fatto
quando venti popolani di chiare famiglie furono messi tra’ grandi, e
trentanove privati d’ufficio, intantochè venti ch’erano tra’ grandi
vennero ammessi dentro al popolo. Contro ai ribelli atroci leggi, gli
odii essendo inveleniti più che mai sempre dai sospetti; voleano tôrre
loro i beni e farli andare in altre mani per creare loro addosso nuovi
nemici: con questo fine avevano formata una balía d’Otto ufficiali a
fare le vendite, designando essi i compratori e a ciò forzandoli quando
non volessero: agli stessi Otto era imposta multa se dall’ufficio si
ritraessero. Da quelle vendite decretarono che dieci mila fiorini
fossero tolti ed assegnati a promuovere la uccisione dei ribelli
_in ogni forma e via e modo che agli Otto paresse_, intantochè erano
posti nuovi rigori contro a chi osasse di richiamarli. Gli ammoniti
erano dei più accesi, e molto potevano tuttavia sempre in quello
Stato, risuscitando essi le passioni che prima s’erano eccitate
quando fu guerra contro alla Chiesa; alla quale perchè era promesso di
restituire i beni venduti, trovarono modo a compensare i compratori
togliendo ai Cherici le prestazioni ad essi dovute per vari titoli
dallo Stato,[40] e privarono del beneficio di riavere le possessioni
quelli ecclesiastici che negassero ai compratori i sacramenti. Anche
cercavano leggi nuove a ordinare le gravezze, cosicchè i poveri se
ne vantaggiassero; ma in quanto ai modi non s’intendevano, ciascuno
volendo tirare l’acqua al suo mulino, come si legge in Marchionne
Stefani, ch’ebbe le mani in quello Stato, e anch’egli aveva il mulino
suo. Posero ancora gravezze nuove, che tosto furono abolite; il nuovo
estimo era fatto, e mai non ebbe esecuzione: ridussero il Monte a quel
solo capitale che fu sborsato dai creditori, togliendo a questi il
beneficio d’essere iscritti per due o tre volte quel ch’era pagato, e
mantenendo l’istesso frutto del cinque per cento in luogo del quindici
che i creditori soleano averne:[41] veniva ad essere spogliazione; e,
come è a credere, durò poco. Oltreciò vollero gli artefici che fosse
disfatta e riformata la moneta spicciola, dal che venisse a scemare
il prezzo del fiorino d’oro; ed era ciò a vantaggio loro, perchè i
mercanti vendeano a fiorini e pagavano le manifatture a soldi:[42] i
lanaioli e tutti quelli che vivevano di rendite perdeano assai nella
differenza. Intanto nelle arti e nel maneggio di esse era ogni cosa
scompaginato: i tintori e quelli altri mestieri tolti alla suggezione
dei lanaioli aveano briga con essi continua; ed i lavori cessavano.
Le famiglie facoltose così vedendosi soverchiate o per sè temendo,
si ritraevano per le ville, tanto che ad esse fu imposta multa se
non tornavano in città. A questo modo le condizioni dei braccianti
peggioravano, ed i guadagni al minuto popolo venendo a perdersi ogni
giorno più, moltiplicavano i provvedimenti pe’ quali il male più si
aggravava, e la miseria cresceva, e il vizio con essa e il gioco e
le usure, e frequenti le uccisioni per odii di parte o per vendette
private,[43] contro alle quali facevano leggi ma tutte inutili e
impotenti.
Erano molti, come si è detto, da prima i capi che avevano insieme
guidato il popolo ad occupare lo Stato; ma perchè ciascuno a fine dei
conti faceva per sè, ben tosto vennero a dividersi, ognuno di essi
pigliando il luogo che a lui davano l’audacia o le forze o la capacità
sua. Tommaso Strozzi e Giorgio Scali si erano spinti più innanzi,
sempre così da essere quasi che principi nello Stato. Tenevano seco
per loro arnesi o ministri o (come gli appellavano) scorridori, molti
artefici minuti, massime delle due Arti nuove, ai quali aveano fatto
dare licenza di portare arme: costoro ad altro non attendevano che
a seminare scandali e a minacciare questo o quello e a fare accusa.
Talchè i buoni uomini e mercanti si cominciarono a destare; e già
Benedetto degli Alberti si era spiccato da quelli altri, biasimando i
modi che a loro vedeva tenere piuttosto tiranneschi che civili. Occorse
ne’ primi dell’anno 1382 che uno degli Scorridori soprannominato
lo Scatizza, uomo di pessima condizione, accusò Giovanni Cambi ed
altri gonfalonieri di Compagnie che più francamente s’erano scoperti,
cercando così farli cacciare dal reggimento. Ma colui fu preso dal
Capitano, ch’era un messer Obizzo degli Alidosi signori d’Imola, e
confessò il falso dell’accusazione. Per quante pratiche si facessero,
il Capitano anzichè liberare lo Scatizza, mostrava intenzione di farlo
morire. Tommaso e Giorgio, bene accorgendosi che per loro ne andava
ogni cosa, di notte con molti assalirono armata mano il palagio del
Capitano; il quale veggendosi così sforzato, andò ai Signori e depose
la bacchetta in segno di volere lasciare l’ufficio: quelli riebbero lo
Scatizza. Il che sentendosi per la terra il seguente giorno, i consoli
delle Arti con molto seguito andarono ai Signori a dolersene e a
confortarli, loro profferendosi ad ogni bisogno; esortarono il Capitano
a ripigliare l’ufficio, esercitandolo francamente, e lo riposero in
palagio: Giovanni Aguto era sulla piazza con trecento armati a cavallo.
Subito allora il Capitano, mandata fuori la sua famiglia, fece pigliare
Giorgio Scali, il quale non s’era voluto fuggire sebbene da molti fosse
avvertito. Era di coloro che stanno col popolo, perchè non vogliono o
non sanno adattarsi con gli eguali, e quello si credono avere strumento
sicuro e valido nelle mani loro. Fidando in sè e nel caldo del favore
che prima godeva, quando fu richiesto per andare dal Capitano, rispose
che anderebbe volentieri: giunto alla piazza, udì molte voci contro lui
gridare giustizia. Era in sul vespro: al far del giorno gli fu tagliata
la testa sopra il muro del cortile; e quivi egli, che era stato il
primo in Firenze, rimase più ore, senza alcuno adornamento e senza
nemmeno avere uno sciugatoio che lo cuoprisse.[44] Tommaso Strozzi,
scampato a Mantova, trapiantava in quella città un ramo della sua
famiglia. Indi un corazzaio, Simone di Biagio, il quale era stato dei
più furiosi in quei tumulti, e seco un figlio ed alcuni altri, furono
morti e strascinati crudelmente per le vie.
Non così tosto le maggiori Arti e tutto il popolo facoltoso viddero
il ceto dei braccianti abbandonare o gastigare egli medesimo i suoi
capi, bene s’accorsero ch’era tempo alla mutazione dello Stato.
La stessa mattina, e fatte appena le esecuzioni, si levò in piazza
grande rumore, ciascuno gridando Vivano i Guelfi: allora sopraggiunse
l’Arte della lana in arme tutta, e di coloro che erano appellati buoni
cittadini e delle maggiori famiglie e quasi d’ogni casa guelfa tanto
gran numero che non vi capivano. Fra loro d’accordo ordinarono una
petizione e la recarono ai Signori, contenente la riforma della città
e il ribandimento degli sbanditi ed altre cose: al che i Signori fecero
suonare a Parlamento per ispazio di due ore, e in questo mezzo innanzi
alla porta del Palagio procederono all’usata ed inevitabile cerimonia
di creare cavalieri circa una ventina dei più grossi popolani. Quando
fu restato di suonare, fatto il Parlamento, si deliberò che i Signori
e Collegi e i due Capitani di Parte, e due della Mercanzia, e due
de’ Dieci di libertà, e due cittadini guelfi per ciascuno dei sedici
gonfaloni, insieme avessero tutta la Balía in nome del popolo e del
Comune di Firenze. Fatto il Parlamento, si levò l’insegna della Parte
che fu data in mano a Giovanni Cambi, colui che per l’accusa avuta
dallo Scatizza diede occasione a tutto quel moto; ed egli con seco il
Capitano e i cavalieri novelli e con la gente dell’arme e molto popolo
cavalcò per la città, gridando tutti: «Vivano i Guelfi e l’Arti.»
L’altro dì quelli della Balía radunati in Palagio deliberarono la
nuova forma di reggimento, i lanaioli e seguaci loro tuttora essendo
in piazza armati: nel priorato sieno quattro delle maggiori Arti e
quattro delle minori, ma il Gonfaloniere, ch’era il nono, sempre sia
tratto delle maggiori; dei sedici Gonfalonieri e dei Dodici buoni
uomini, degli Otto di Guardia e de’ Dieci di Libertà, sempre per le
Arti maggiori uno più della metà; lo stesso pei capitani e priori
della Parte e pel Consiglio del popolo; ma in quello del Comune tra i
due ordini doveva essere parità, i magnati rimanendo quivi nel numero
conosciuto. Inoltre contiene quella provvisione, che gli sbanditi e
carcerati per causa di Stato dopo il 18 giugno 1378 sieno assoluti,
e che riabbiano i beni loro, ma non possano tornare per tutto il mese
prossimo di febbraio: che i fatti grandi dopo quel giorno ed i privati
dell’ufficio o messi a sedere, vengano restituiti e tolto ad essi ogni
divieto; che sieno gli ordini contro ai grandi rimessi come avanti il
78; che le due Arti di nuovo aggiunte sieno annullate, disfatte le case
o residenze loro, con che però dei dieci consoli dell’Arte della lana
due sieno sempre delle Arti soggette, e gli altri otto lanaioli.[45] Il
terzo dì furono arse in Palagio le borse del priorato degli uffici.
Tuttociò andava contro alle quattordici Arti minori, le quali scorgendo
avere annullato le due nuove Arti scemava loro le forze, e dubitando
che il simile non fosse poi fatto a loro, subillate anche dagli smuniti
i quali ad ogni intemperanza tenevano mano, si ragunarono tutti alle
loro residenze con intenzione di venire armati in Piazza co’ gonfaloni,
per farsi forti contro agli avversari loro. Ma non poterono, perchè
avendo ciò presentito l’Arte della lana e l’altre maggiori, con
rinforzo di villani che aveano chiamati, furono in Piazza prima di
loro; cosicchè essendo venuti alcuni delle minori Arti, cioè beccai e
vinattieri, furono cacciati con mal commiato ed alcuni morti. Venivano
su per quei nuovi ordini le famiglie de’ mercanti grossi, odiate dai
grandi per antiche nimicizie: avrebbero questi volentieri dato mano
alla gelosia degli artefici; se non che gli Otto di guardia, i quali
n’ebbero qualche sentore, provviddero che di bel nuovo s’armasse
l’Arte della lana con le altre maggiori e buon numero di cittadini;
e radunatisi in Mercato Nuovo, con bandi e altre dimostrazioni fecero
capire ai grandi e agli artefici che attendessero ai fatti loro. Dopo
di che per alcuni giorni la città fu quieta, essendo venuta novella,
che una compagnia d’Arezzo era entrata nel contado, cacciata ben tosto
e inseguita dall’Aguto.