Ma era impossibile ad uno Stato di troppi ed improvvidi e ciascuno

bisognoso, mantenere la fiducia di sè medesimo ch’è principio come di

forza, di libertà cui fanno guerra fiera e continua le paure: quanti

più sieno i partecipi, tanti più sorgono gli avversari. Accade sovente

nelle intestine divisioni, che mentre a una parte di quei che furono

vincitori non sembra d’avere mai fatto abbastanza per la oppressione

dei contrarii, ad altri il fatto riesca troppo e sieno pronti a

rinunziare, per desiderio della pace, alla vittoria conseguita; perchè

alla fine tutti abbiamo bisogno di tutti, e questo che spesso diventa

lievito di discordia nelle umane società, è pure vincolo che non si

disfacciano. Qui era un popolo di artefici, ed i mestieri più penuriosi

facevano guerra alle officine che gli adoprano, e al capitale,

strumento primo alla produzione del lavoro, ed ai commerci che lo

alimentano; così i braccianti, per ottenere a forza mercedi più eque,

veniano a perdere il lavoro. Oltre ai mercanti fatti ribelli e a quelli

che aveano per arte o paura cessato le industrie e a quelli che dentro

contrariavano lo Stato, aveva il popolo degli artefici respinto da sè

anche una parte di sè medesimo; e i più forti per audacia, ribelli

anch’essi, ora si accostavano a quelli che innanzi avean chiamato

tiranni loro e facean causa con gli spossessati. Nei primi tempi della

Repubblica le Arti maggiori facilmente dominavano con la potenza e col

senno il nuovo popolo che sorgeva, ma tuttavia disciplinato dall’antica

suggezione; ora ambe le parti, fatte procaci ed intemperanti ciascuna

per sè, non avean modo a ricomporsi. Nel breve governo delle Arti

minori vedremo continue da una parte le congiure, dall’altra i

sospetti, le esorbitanze, ed il sangue versato a spegnere i sospetti;

nei quali conati vedremo la vita di questo popolo consumarsi,

imperocchè il popolo quando una volta abbia assaggiato il governarsi

tutto da sè, riesce più agevole a lasciarsi governare, quasi egli sia

fatto a somiglianza di certe piante le quali come hanno portato il

fiore periscono: ma benchè il popolo qui perdesse la vita politica,

Firenze fu sempre città popolana sotto ogni forma di reggimento.

Nei primi anni, quando ebbe avuto più fermo assetto questa Repubblica,

ci occorse notare come al promuovere la potenza, al fare le imprese e

a tutto insomma il governo dello Stato, sembrasse tutta partecipare

la comunanza dei cittadini, essendo tra molti divisa l’autorità, nè

per il corso di molti anni alcun nome ricordandosi che sopra agli

altri si elevasse. Ma col procedere dei tempi troviamo il contrario,

e già cominciano pochi nomi a farsi innanzi e a tirare quasi dietro sè

tutta la narrazione, ch’è primo indizio al disfacimento, quando anche

lento, delle repubbliche. Avea bisogno la moltitudine di capi esperti

che la guidassero, e gli ambiziosi di lei facevano strumento abile ai

disegni loro. Conducevano lo Stato coloro medesimi ch’aveano condotta

e preparata la mutazione; Giorgio Scali che fra tutti ebbe più audaci

pensieri, Tommaso Strozzi della famiglia stessa ond’era Carlo che fu

tra’ sommi sul magistrato di Parte guelfa, Benedetto degli Alberti che

fra tutti era il più veramente popolare; e accanto ad essi alcuni altri

sorti di plebe, e posti in alto dai moti recenti, per indi sparire

senza ricordo nelle istorie. Salvestro de’ Medici, quale se ne fosse

la cagione, figurò poco nel nuovo Stato; Michele di Lando, o fosse in

lui necessità o senno, rimase in disparte: ma quegli antichi Otto che

aveano fatto la guerra col Papa e avuta gran mano nel sovvertimento

dello Stato, rimasero quindi a parte di esso e n’ebbero beneficii: uno

di loro, Andrea Salviati, fu il secondo Gonfaloniere dopo Michele di

Lando; allora la volta del supremo magistrato dovendo tornare alle Arti

maggiori, secondo gli ordini nuovamente posti.

Furono quegli anni senza guerra fuori, ma le congiure dentro lo Stato

mai non cessavano, gli sbanditi essendo uomini dei più facoltosi e di

maggiore autorità, che non tenevano il confine; ma forti ancora delle

aderenze le quali avevano per l’Italia, di continuo praticavano tornare

in patria nell’antico grado, ed ogni giorno se lo credevano: v’erano

i Ciompi, rimasti fuori, che aizzavano quei di dentro. Già nei primi

mesi, avuto sentore di certe pratiche o congiure, altri settantasei

cittadini ebbero bando, e a due fu tagliato il capo. Molti più erano

gli indiziati; ma per non fare troppo gran fascio, il processo fu

abbuiato; e i nuovi Signori attesero invece a riunire la città per

via di nuove imborsazioni, rendendo più eguale fra tutte le Arti la

distribuzione degli ufficii, e per le inferiori o Arti più minute

scemando il numero degli imborsati; massimamente togliendo via quei

molti fattori o discepoli o compagni, che prima tenevano il luogo dei

maestri, e dove stava il maggior male. Cercarono anche di rinnovare

le antiche leggi contro a’ forestieri, facendo che niuno il quale non

fosse della città o del contado avesse ufficii; ma era legge odiosa

troppo, che parve come un ammonire, e andò a terra con poco effetto.

Nè la concordia fu durevole, e poco dipoi venne scoperta un’altra

congiura, per la quale furono decapitati sette cittadini, altri

essendosi posti in salvo; tra’ quali uno Strozzi ch’era Priore di San

Lorenzo, e quel Guerriante Marignolli che noi vedemmo, quando era della

Signoria, male tenere il grado suo. Venne la volta poi di Giannozzo

Sacchetti, fratello al Novelliere, ed egli medesimo autore di laudi e

d’altre pie composizioni; onde fu chi tenne con plausibili argomenti

falsa l’accusa per cui Giannozzo perdè la vita.[38]

Era disceso in Italia dall’Ungheria Carlo di Durazzo di Casa d’Angiò

a cacciare la regina Giovanna di Napoli: appena era egli giunto

in Padova, si misero attorno a lui con Lapo da Castiglionchio i

fuorusciti; ed al Re pareva meglio potersi assicurare dei Fiorentini,

se la Repubblica tornasse in mano dei vecchi amici di parte guelfa,

usi al governo e di più credito nelle Corti. Troviamo essere in

quegli anni dalla popolare diffidenza aggiunti nelle ambascerie ai

chiari uomini bassi artefici; mistura da essere gradita poco a quei

Principi ai quali andavano: per queste cose avevano favore appresso

a Carlo i fuorusciti. Intanto i Ciompi fuggiti a Siena ed a Bologna

s’intendevano con quei di dentro: era in Firenze grande bisbiglio e

avvisi di trame che s’ordissero dentro e fuori; scriveano pei canti

i nomi sospetti; chi accusava i magistrati di connivenza, chi voler

far morire gente per nimicizie private, chi l’una cosa e chi l’altra.

E già una mano di sbanditi da Siena pel Chianti aveano tentato di

sorprendere Figline. Furono creati nuovi Otto di guardia, tra’ quali

troviamo Michele di Lando stovigliaio (il mestiere della madre); e

guardia si faceva molto diligente nella città e nei dintorni; dove

sulla fine del 1379, senza averne prima sospetto, trovarono Piero degli

Albizzi; intantochè altri ribelli di minor nota ma che erano stati dei

maggiori della città, in altri luoghi furono presi, e tosto dati al

Capitano che gli condannasse. Negava questi; essendo allora coscienza

dei giudici non proferire condanne senza la confessione dell’accusato,

ma poi tenere per buona quella che fosse cavata di bocca per forza di

prolungati tormenti. Intorno al Palagio tumultuava la moltitudine, e

la città era sotto l’arme; Benedetto degli Alberti salì al Capitano,

e disse che il popolo voleva la morte dei prigionieri. Allora Piero,

con forte animo volto ai compagni, mostrò il pericolo che ne anderebbe

alle famiglie loro, e che essi in niun modo non camperebbero ma

sarieno tagliati a pezzi come cani: mandarono al Giudice dicesse

loro quel che dovessero confessare, e ch’erano presti. Quegli rispose

che ne lasciava il pensiero a loro: deliberati morire, lo pregarono

onestasse la condannagione il più che potesse, e confessarono chi una

cosa e chi l’altra; tantochè il Capitano diede loro (come dicevano)

il comandamento dell’anima; e cinque ch’erano stati dei primarii

cittadini di Firenze, tra’ quali Bartolo Siminetti e uno Strozzi, e

con essi altri di oscuro nome, perirono insieme a Piero degli Albizzi.

Di lui si narra che facendo egli pochi anni prima un grande convito,

gli fu presentata una scatola di confetti sotto ai quali era nascosto

un chiodo; fu interpretato che dovesse conficcare la ruota della

fortuna, della quale era egli sul colmo. Ed un altro cittadino di

molta stima e non ignoto ai nostri lettori, perdeva la vita nei giorni

medesimi: questi fu Donato Barbadori che, solito andare nelle maggiori

ambascerie, stava in Padova appresso a Carlo, dov’ebbe accusa d’avere

cenato con gli sbanditi; il che bastò perchè gli fosse tagliato il

capo. Continuarono però sempre le trame, o vere o sospettate, e ne

seguirono altre morti.[39]

A questi tempi un fatto nuovo s’era in Italia manifestato. Le Compagnie

d’oltramontani, che a noi recarono tanti mali, già si andavano

consumando, senza che altre sopravvenissero; e noi vedemmo Compagnie

minori di gente nostrale vaganti ai soldi delle città; quando un

gentiluomo lombardo, Alberico da Barbiano dipoi Conte di Belgioioso,

ne formava una che sotto nome di Compagnia di San Giorgio divenne

celebre, e fu educatrice prima delle armi Italiane, tali quali erano

a quel tempo. Del resto, quei nuovi condottieri di milizie anch’essi

non ebbero nè fede nè patria che le armi loro giustificassero, non

erano meno rapaci e crudeli di quel che fossero gli stranieri, e qual

pro ne avesse l’Italia non so; quel che a lei fecero noi vedremo.

Nella primavera del 1380 la Compagnia di San Giorgio era venuta su

quel di Siena, dove si erano riparati in grande numero fuorusciti

delle principali case di Firenze, e molti dei Ciompi che ivi erano

iti a lavorare, Siena reggendosi in quelli anni a governo popolare.

Costoro persuasero agevolmente la Compagnia, che non aveva che fare,

a muovere contro allo Stato di Firenze: discese pertanto nella Val

di Pesa; ma poichè in Firenze non avvenne alcun movimento come gli

usciti speravano, passò in Val d’Elsa, e indi sulle terre dei Pisani e

dei Lucchesi, pure aspettando buona occasione: ma poi che udirono che

in Firenze aveano chiamato Giovanni Aguto, ed i Capitani della Parte

si profferivano di condurre genti d’arme a loro spese; la Compagnia

per Maremma si condusse a Roma. Ivi papa Urbano aveva sollecitato

Carlo di Durazzo perchè scendesse contro alla regina Giovanna, che

molto favoriva l’Antipapa; e Carlo essendo venuto a Rimini e di là in

Toscana, ebbe Arezzo in signoria per fatto d’alcune possenti famiglie;

dove mentre egli dimorava, i Fiorentini gli mandarono ambasciatori;

uno dei quali, Giovanni di Mone, quel popolano che noi vedemmo salito

essere molto in alto, fu ivi ucciso dai fuorusciti. Al che essendosi la

città commossa, crearono nuovi Otto di guerra, e con modo insolito ma

già usato dai Veneziani, altri Otto per la pace; i quali avendo mandati

nuovi ambasciatori, fu stretto accordo pel quale il Re si obbligava

non offendere in modo alcuno i Fiorentini; e questi dal canto loro

promettevano non dare aiuto alla Regina, e imprestare a Carlo quaranta

mila fiorini, da scontare sugli ultimi pagamenti dovuti ad Urbano per

la conclusione della pace. Dopo di che Carlo di Durazzo entrò nel Reame

e n’ebbe la possessione, avendo rinchiusa in carcere la Regina e il

tedesco marito suo.

Ora tornando alle interne cose, mi piacerebbe che tutto il vivere di

questa città in quelli anni di predominio delle Arti potesse scorgersi

a minuto, perchè da un popolo come questo si avrebbe tale insegnamento

che raro incontrasi nelle storie. A riconquistare i diritti loro,

si ponean sopra al diritto altrui; e nel correggere le ingiustizie

e porre un freno alle violenze, violenti erano ed ingiusti. Al che

si aggiungano i viluppi delle private passioni, e più aguzzate le

cupidigie mentre col sovvertimento delle industrie era cresciuta

la povertà; e a trovare ordine che soddisfacesse, conati ognora più

impotenti e più eccessivi ed irragionevoli. Era un continuo ingerirsi

delle Arti minori nelle cose del Palagio a esercitarvi un sindacato,

quanto più incerto di sè medesimo, tanto più ingiusto e diffidente.

Nè bastava loro l’andare in Palagio a imporre le leggi, che ci

volevan anche desinare: contro di che fu ordinato che niuno potesse

desinare co’ Priori, se non ne avesse licenza per partito vinto di

sei fave nere. Sebbene fossero più di mille allo squittinio per la

Signoria (che prima erano soli trecento), e che attorno ai magistrati

fossero sempre dei popolani, qualunque volta uscisse un nome che agli

artefici non soddisfacesse, o pretendevano si stracciasse, o facean

prove di nuovi ordini pe’ quali credessero chiudere ogni adito ai

nemici loro, e a sè pigliare tutto lo Stato. Al che ottenere per vie

pacifiche frequenti erano le consultazioni; parve qualcosa avere fatto

quando venti popolani di chiare famiglie furono messi tra’ grandi, e

trentanove privati d’ufficio, intantochè venti ch’erano tra’ grandi

vennero ammessi dentro al popolo. Contro ai ribelli atroci leggi, gli

odii essendo inveleniti più che mai sempre dai sospetti; voleano tôrre

loro i beni e farli andare in altre mani per creare loro addosso nuovi

nemici: con questo fine avevano formata una balía d’Otto ufficiali a

fare le vendite, designando essi i compratori e a ciò forzandoli quando

non volessero: agli stessi Otto era imposta multa se dall’ufficio si

ritraessero. Da quelle vendite decretarono che dieci mila fiorini

fossero tolti ed assegnati a promuovere la uccisione dei ribelli

_in ogni forma e via e modo che agli Otto paresse_, intantochè erano

posti nuovi rigori contro a chi osasse di richiamarli. Gli ammoniti

erano dei più accesi, e molto potevano tuttavia sempre in quello

Stato, risuscitando essi le passioni che prima s’erano eccitate

quando fu guerra contro alla Chiesa; alla quale perchè era promesso di

restituire i beni venduti, trovarono modo a compensare i compratori

togliendo ai Cherici le prestazioni ad essi dovute per vari titoli

dallo Stato,[40] e privarono del beneficio di riavere le possessioni

quelli ecclesiastici che negassero ai compratori i sacramenti. Anche

cercavano leggi nuove a ordinare le gravezze, cosicchè i poveri se

ne vantaggiassero; ma in quanto ai modi non s’intendevano, ciascuno

volendo tirare l’acqua al suo mulino, come si legge in Marchionne

Stefani, ch’ebbe le mani in quello Stato, e anch’egli aveva il mulino

suo. Posero ancora gravezze nuove, che tosto furono abolite; il nuovo

estimo era fatto, e mai non ebbe esecuzione: ridussero il Monte a quel

solo capitale che fu sborsato dai creditori, togliendo a questi il

beneficio d’essere iscritti per due o tre volte quel ch’era pagato, e

mantenendo l’istesso frutto del cinque per cento in luogo del quindici

che i creditori soleano averne:[41] veniva ad essere spogliazione; e,

come è a credere, durò poco. Oltreciò vollero gli artefici che fosse

disfatta e riformata la moneta spicciola, dal che venisse a scemare

il prezzo del fiorino d’oro; ed era ciò a vantaggio loro, perchè i

mercanti vendeano a fiorini e pagavano le manifatture a soldi:[42] i

lanaioli e tutti quelli che vivevano di rendite perdeano assai nella

differenza. Intanto nelle arti e nel maneggio di esse era ogni cosa

scompaginato: i tintori e quelli altri mestieri tolti alla suggezione

dei lanaioli aveano briga con essi continua; ed i lavori cessavano.

Le famiglie facoltose così vedendosi soverchiate o per sè temendo,

si ritraevano per le ville, tanto che ad esse fu imposta multa se

non tornavano in città. A questo modo le condizioni dei braccianti

peggioravano, ed i guadagni al minuto popolo venendo a perdersi ogni

giorno più, moltiplicavano i provvedimenti pe’ quali il male più si

aggravava, e la miseria cresceva, e il vizio con essa e il gioco e

le usure, e frequenti le uccisioni per odii di parte o per vendette

private,[43] contro alle quali facevano leggi ma tutte inutili e

impotenti.

Erano molti, come si è detto, da prima i capi che avevano insieme

guidato il popolo ad occupare lo Stato; ma perchè ciascuno a fine dei

conti faceva per sè, ben tosto vennero a dividersi, ognuno di essi

pigliando il luogo che a lui davano l’audacia o le forze o la capacità

sua. Tommaso Strozzi e Giorgio Scali si erano spinti più innanzi,

sempre così da essere quasi che principi nello Stato. Tenevano seco

per loro arnesi o ministri o (come gli appellavano) scorridori, molti

artefici minuti, massime delle due Arti nuove, ai quali aveano fatto

dare licenza di portare arme: costoro ad altro non attendevano che

a seminare scandali e a minacciare questo o quello e a fare accusa.

Talchè i buoni uomini e mercanti si cominciarono a destare; e già

Benedetto degli Alberti si era spiccato da quelli altri, biasimando i

modi che a loro vedeva tenere piuttosto tiranneschi che civili. Occorse

ne’ primi dell’anno 1382 che uno degli Scorridori soprannominato

lo Scatizza, uomo di pessima condizione, accusò Giovanni Cambi ed

altri gonfalonieri di Compagnie che più francamente s’erano scoperti,

cercando così farli cacciare dal reggimento. Ma colui fu preso dal

Capitano, ch’era un messer Obizzo degli Alidosi signori d’Imola, e

confessò il falso dell’accusazione. Per quante pratiche si facessero,

il Capitano anzichè liberare lo Scatizza, mostrava intenzione di farlo

morire. Tommaso e Giorgio, bene accorgendosi che per loro ne andava

ogni cosa, di notte con molti assalirono armata mano il palagio del

Capitano; il quale veggendosi così sforzato, andò ai Signori e depose

la bacchetta in segno di volere lasciare l’ufficio: quelli riebbero lo

Scatizza. Il che sentendosi per la terra il seguente giorno, i consoli

delle Arti con molto seguito andarono ai Signori a dolersene e a

confortarli, loro profferendosi ad ogni bisogno; esortarono il Capitano

a ripigliare l’ufficio, esercitandolo francamente, e lo riposero in

palagio: Giovanni Aguto era sulla piazza con trecento armati a cavallo.

Subito allora il Capitano, mandata fuori la sua famiglia, fece pigliare

Giorgio Scali, il quale non s’era voluto fuggire sebbene da molti fosse

avvertito. Era di coloro che stanno col popolo, perchè non vogliono o

non sanno adattarsi con gli eguali, e quello si credono avere strumento

sicuro e valido nelle mani loro. Fidando in sè e nel caldo del favore

che prima godeva, quando fu richiesto per andare dal Capitano, rispose

che anderebbe volentieri: giunto alla piazza, udì molte voci contro lui

gridare giustizia. Era in sul vespro: al far del giorno gli fu tagliata

la testa sopra il muro del cortile; e quivi egli, che era stato il

primo in Firenze, rimase più ore, senza alcuno adornamento e senza

nemmeno avere uno sciugatoio che lo cuoprisse.[44] Tommaso Strozzi,

scampato a Mantova, trapiantava in quella città un ramo della sua

famiglia. Indi un corazzaio, Simone di Biagio, il quale era stato dei

più furiosi in quei tumulti, e seco un figlio ed alcuni altri, furono

morti e strascinati crudelmente per le vie.

Non così tosto le maggiori Arti e tutto il popolo facoltoso viddero

il ceto dei braccianti abbandonare o gastigare egli medesimo i suoi

capi, bene s’accorsero ch’era tempo alla mutazione dello Stato.

La stessa mattina, e fatte appena le esecuzioni, si levò in piazza

grande rumore, ciascuno gridando Vivano i Guelfi: allora sopraggiunse

l’Arte della lana in arme tutta, e di coloro che erano appellati buoni

cittadini e delle maggiori famiglie e quasi d’ogni casa guelfa tanto

gran numero che non vi capivano. Fra loro d’accordo ordinarono una

petizione e la recarono ai Signori, contenente la riforma della città

e il ribandimento degli sbanditi ed altre cose: al che i Signori fecero

suonare a Parlamento per ispazio di due ore, e in questo mezzo innanzi

alla porta del Palagio procederono all’usata ed inevitabile cerimonia

di creare cavalieri circa una ventina dei più grossi popolani. Quando

fu restato di suonare, fatto il Parlamento, si deliberò che i Signori

e Collegi e i due Capitani di Parte, e due della Mercanzia, e due

de’ Dieci di libertà, e due cittadini guelfi per ciascuno dei sedici

gonfaloni, insieme avessero tutta la Balía in nome del popolo e del

Comune di Firenze. Fatto il Parlamento, si levò l’insegna della Parte

che fu data in mano a Giovanni Cambi, colui che per l’accusa avuta

dallo Scatizza diede occasione a tutto quel moto; ed egli con seco il

Capitano e i cavalieri novelli e con la gente dell’arme e molto popolo

cavalcò per la città, gridando tutti: «Vivano i Guelfi e l’Arti.»

L’altro dì quelli della Balía radunati in Palagio deliberarono la

nuova forma di reggimento, i lanaioli e seguaci loro tuttora essendo

in piazza armati: nel priorato sieno quattro delle maggiori Arti e

quattro delle minori, ma il Gonfaloniere, ch’era il nono, sempre sia

tratto delle maggiori; dei sedici Gonfalonieri e dei Dodici buoni

uomini, degli Otto di Guardia e de’ Dieci di Libertà, sempre per le

Arti maggiori uno più della metà; lo stesso pei capitani e priori

della Parte e pel Consiglio del popolo; ma in quello del Comune tra i

due ordini doveva essere parità, i magnati rimanendo quivi nel numero

conosciuto. Inoltre contiene quella provvisione, che gli sbanditi e

carcerati per causa di Stato dopo il 18 giugno 1378 sieno assoluti,

e che riabbiano i beni loro, ma non possano tornare per tutto il mese

prossimo di febbraio: che i fatti grandi dopo quel giorno ed i privati

dell’ufficio o messi a sedere, vengano restituiti e tolto ad essi ogni

divieto; che sieno gli ordini contro ai grandi rimessi come avanti il

78; che le due Arti di nuovo aggiunte sieno annullate, disfatte le case

o residenze loro, con che però dei dieci consoli dell’Arte della lana

due sieno sempre delle Arti soggette, e gli altri otto lanaioli.[45] Il

terzo dì furono arse in Palagio le borse del priorato degli uffici.

Tuttociò andava contro alle quattordici Arti minori, le quali scorgendo

avere annullato le due nuove Arti scemava loro le forze, e dubitando

che il simile non fosse poi fatto a loro, subillate anche dagli smuniti

i quali ad ogni intemperanza tenevano mano, si ragunarono tutti alle

loro residenze con intenzione di venire armati in Piazza co’ gonfaloni,

per farsi forti contro agli avversari loro. Ma non poterono, perchè

avendo ciò presentito l’Arte della lana e l’altre maggiori, con

rinforzo di villani che aveano chiamati, furono in Piazza prima di

loro; cosicchè essendo venuti alcuni delle minori Arti, cioè beccai e

vinattieri, furono cacciati con mal commiato ed alcuni morti. Venivano

su per quei nuovi ordini le famiglie de’ mercanti grossi, odiate dai

grandi per antiche nimicizie: avrebbero questi volentieri dato mano

alla gelosia degli artefici; se non che gli Otto di guardia, i quali

n’ebbero qualche sentore, provviddero che di bel nuovo s’armasse

l’Arte della lana con le altre maggiori e buon numero di cittadini;

e radunatisi in Mercato Nuovo, con bandi e altre dimostrazioni fecero

capire ai grandi e agli artefici che attendessero ai fatti loro. Dopo

di che per alcuni giorni la città fu quieta, essendo venuta novella,

che una compagnia d’Arezzo era entrata nel contado, cacciata ben tosto

e inseguita dall’Aguto.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 4 / 51 段