Quel che importassero tali petizioni, ciascuno sel vede. Avute le

quali, subito i Signori fecero radunare i Collegi ed il Consiglio

del popolo; ai quali essendo presentate, furono vinte senza alcuna

diminuzione o mutazione.[23] I gonfaloni delle Arti e il popolo degli

artefici tutti armati erano sulla piazza, le grida andavano fino al

cielo; e perchè si penò un poco a radunare il Consiglio, si mossero

a furia e andarono oltr’Arno per ardere le case di due de’ Priori;

e così avrebbono fatto, se non che innanzi che le affuocassino fu

loro venuto a dire che le petizioni erano vinte. Venuta la notte, si

ridussero nel palagio del Potestà, quanti ve ne potè capire: già nella

sera, quando i fanti dei Signori tornavano da serrare le porte della

città, il popolo minuto si fece loro innanzi e tolse le chiavi: il

che fecero perchè avevano sentito dire che i Signori facevano venire

fanti forestieri in loro soccorso. Il dì seguente, che fu giovedì 22

luglio, suonò la mattina a Consiglio di Comune: i Gonfalonieri delle

Arti e il Gonfalone di giustizia ed il popolo minuto vennero in piazza;

il rumore tale che nulla s’udiva quando le petizioni si leggevano a’

consiglieri: furono vinte senza indugio, e il Consiglio licenziato.

Ma quelli montati allora per questo in maggior furore, gridavano che

volevano entrare in Palagio, e che i Signori se ne uscissero. Uno di

questi, Guerriante Marignolli, già si era partito d’allato i compagni

dicendo voleva scendere giù a guardare che il popolo non entrasse; ma

presa la porta, difilato uscì di Palagio. Quando il popolo e le Arti

viddero che Guerriante se ne andava a casa, cominciarono a gridare:

Scendanne tutti, noi non vogliamo che siano più Signori. Allora venne

Tommaso Strozzi nell’Udienza, e disse come Guerriante se n’era ito a

casa sua; per questo il popolo e Arti al tutto vogliono che voi altri

Signori tutti ve n’andiate a casa. I Signori smarriti deliberarono

significare ciò ai Collegi e agli Otto a fine d’intendere la loro

volontà. Quivi essendo tutti a cerchio, fu da uno di loro esposto il

caso; niuno sapeva pigliare partito, ed i Collegi piangevano, chi si

torceva le mani, chi si batteva il viso; gli Otto si mostravano tristi

e dolenti: fuori gridavano, che i Signori se ne andassero e gli Otto

rimanessero in Palagio, altrimenti che la città andrebbe a fuoco ed a

sacco; e che se di subito non ne uscissero, piglierebbono le loro mogli

e i loro figliuoli, e in loro presenza gli ucciderebbono: tutte queste

minaccie usavano come era loro insegnato dire. Benedetto Alberti,

venuto alla Signoria, propose che due del popolo delle Arti venissero

su a risiedere come Priori insieme con loro; il che essendo facilmente

consentito, egli e Tommaso andarono giù a trattare col popolo; il quale

non volle, dicendo: noi abbiamo fatto tante offese a questi Signori,

che noi non ci potremo mai più fidare di loro. I Signori guardavano

pure che un qualche accordo si facesse, che rimanessero in Palagio

con amore e volontà del popolo e delle Arti. Ma gli Otto e i Collegi

consigliarono che per manco male se ne andassero: dei Signori due,

Alamanno Acciaiuoli e Niccolò del Nero Canacci, dissero che per loro

non intendevano eglino uscire, e chi voleva andare se ne andasse;

il Gonfaloniere piangeva la moglie ed i figliuoli; gli altri Signori

stavano che parevano tutti morti. Non era persona che gli confortasse

nè che a loro si profferisse; ed anzi molti di quei che erano giù nella

Corte, venivano su e supplicavano se ne andassero: così era abbandonata

quella Signoria. La famiglia del Palagio si era nascosta nelle camere

degli Otto, ed i fanti venuti a richiesta della Signoria stavanle

contro; e già buona parte del popolo minuto era entrato nel Palagio. Il

Gonfaloniere, partitosi da’ compagni, se ne andò a Tommaso Strozzi e

a lui si raccomandò; Tommaso il prese e trasselo di Palagio e lo menò

a casa sua. Gli altri Priori e i Gonfalonieri e i Dodici anch’essi

se ne andarono. L’Acciaiuoli e Manetto Davanzati venuti nell’Udienza,

come viddero essere quivi soli, si tennero morti; e infine avviatisi

anch’essi giù per le scale, fecero dare al Proposto delle Arti le

chiavi della porta; la quale fu aperta, e il popolo irruppe ed entrò in

Palagio.

A tutti innanzi era un pettinatore di lana chiamato Michele di Lando,

e la sua madre vendeva stoviglie;[24] egli in pianelle o scarpette e

senza calze, portando in mano il gonfalone. Salite le scale si fermò

ritto a mezzo la scala dell’Udienza dei Signori, e qui fu gridato a

voce di popolo Gonfaloniere di giustizia: rispose voleva; e volle, e

tosto pigliò animo dal magistrato, con grande ardire e intendimento,

essendo quel giorno egli solo come signore della città, e tenne il

Palagio, e scrisse lettere e comandamenti. Il seguente dì fatto suonare

a pubblico Parlamento, fu in piazza confermato Gonfaloniere fino a

tutto agosto, e data balía a lui ed agli Otto ed ai sindachi delle

Arti, quanta ne avesse tutto il popolo, di riformare la città e di fare

nuovi Priori e i dodici Buonuomini e i Gonfalonieri delle compagnie.

I quali essendo messi in ufficio con le solennità consuete, insieme

agli altri della Balía ed a Salvestro de’ Medici e a Benedetto degli

Alberti, crearono subito tre nuove arti e consolati, la prima de’

sarti, farsettai e cimatori e barbieri, la seconda de’ cardatori e

tintori, la terza dei Ciompi o popolo minuto; il che fu segno ad altri

mestieri, che erano sudditi delle principali Arti, di levarsi contro

a’ maggiori loro, e ai discepoli contro ai maestri; che fu cagione

di fieri scandali. Aveano da prima, col consiglio di ambasciatori

venuti da Perugia e da Bologna, voluto alle Arti maggiori mantenere la

preminenza; ma di ciò il popolo non si contentava: e quindi provviddero

che la Signoria fosse divisa per terzo sì che nel priorato fossero tre

delle Arti maggiori, tre delle minori, tre delle nuove Arti aggiunte,

avendo ognuno di questi tre ordini alla sua volta il Gonfaloniere

della giustizia. Credevansi gli Otto rimasti in Palagio d’aver essi

la balía di fare ogni cosa, e che potessono eleggere i Signori a mano;

tanto che avevano già mandato a dire a messer Giorgio Scali ch’egli era

fatto de’ Priori e che venisse in Palagio: ma quando il popolo l’udì

nominare, disse non lo voleano, e che voleano essere Signori loro: egli

si tornò a casa.[25] La plebe che aveva il suo Michele di Lando, poteva

far senza il nobile Giorgio Scali; nè fu bastevole questo disinganno

all’ambizione di Giorgio, che ebbe indi a porvi anche la vita. Costui

d’antica famiglia de’ grandi, ma fatto di popolo, fu di sottile ingegno

e di gran vedere, ardito e molto intramettente nelle cose dello

Stato; ammonito l’anno 1375, la città se ne turbò. Egli, quand’era

Gonfaloniere l’anno 1374, aveva posta una legge per la quale i grandi

non potessero avere tenuta o possessione che avesse fedeli e vassalli,

ma che fossero costretti di farne vendita al Comune dentro certo tempo:

la quale legge fu rivocata.[26]

Correva frattanto il mese d’agosto, a fine del quale doveasi eleggere

nuova Signoria da cominciare al tempo usato. Per questa fecersi gli

squittinii; ai quali intervennero, oltre ai già detti, i Dieci di

libertà ed i nuovi Capitani della parte e gli Otto della Mercanzia,

di questi essendosi accresciuto il numero, sì che ne fossero sempre

due delle Arti minori: ma in quello squittinio prevalsero le Arti di

nuovo aggiunte ed il popolo minuto, gli altri tenendosi in disparte

per tema o disdegno, o a bello studio allontanati. Gli Otto frattanto

e i sindachi delle Arti, e gli altri che avevano in mano lo Stato

si cercavano perpetuarlo, e a sè arrogavano preminenza del portare

armi, ed onori, e salari ed uffici dentro e fuori, tra loro stretti in

consorteria fin da principio di quei tumulti,[27] e volendo che nessuna

riformagione valesse, se prima non fosse dai sindaci deliberata. Il

povero popolo era arrabbiato di fame, perchè le botteghe quasi stavano

serrate, e se stavan aperte non lavoravano; onde a chetarlo si prese

modo di dare uno staio di grano per bocca a chi ne volesse, e si

diedero a far venire biade in città: posero prestanze ai cittadini

di quaranta mila fiorini, poi di venticinque mila, com’era voluto

nelle petizioni di sopra esposte; levarono l’interesse ai capitali del

Monte, e che d’ora in poi nessun Monte si facesse, ma che si facesse un

estimo a tutti i cittadini; mandarono uomini pel contado a confortare

i contadini, ad essi scemando le stime il terzo, e ne assoldarono dalle

tre miglia in qua. Confinarono per le città d’Italia trentuno dei capi

del vecchio Stato; ch’era vendetta e sicurezza, ed era anche modo di

far danari da compire le prestanze, per le multe che ogni tratto i

confinati pagavano, costretti ogni dì presentarsi all’ufficiale della

terra dove risiedevano: per il che erano di continuo trovati in fallo e

condannati.[28]

Più altre provvisioni si fecero tutto quel mese di agosto: prima

ordinarono mille balestrieri per la difesa della città; se nascesse

qualche rumore, vietarono mostrarvisi in arme e persino lo sparlare

contro allo Stato e contro al popolo minuto: si adoperarono a

recuperare ovunque i danari del Comune o le poste debite, rimettendo

però le penali, e a tenere la città provvista; concessero agli antichi

sbanditi qualche giorno di stare in città e farsi togliere il bando:

le signorie private di luoghi forti nel contado sottoposero alla

ubbidienza del Comune: cercavano insomma quella violenza di cose

comporre a stato fermo e regolare sotto a nuove leggi, per fare andare

come la forza anche il diritto in mano al popolo degli artefici.[29]

Quello che impedisce cotesti governi popolari, è il non potergli fare

tanto larghi che sempre non sieno monchi e imperfetti: popolo siamo noi

tutti, ma pure in ogni popolo vi è una parte il cui diritto consiste

nell’essere quanto è possibile governata bene, perchè se vi ponga le

mani da sè, costretta accorgersi di non saper fare altro che male, si

spinge innanzi in quello che sa, ch’è la sola opera del disfare. Non

era in Firenze via da contentare i più feroci e infatuati: radunatisi

di loro circa due mila in San Marco nei giorni ultimi d’agosto, vennero

alla Piazza de’ Signori, e con essi alcuni d’ogni Arte co’ gonfaloni

loro, quali appiccarono alla ringhiera, eccetto quello del minuto

popolo che sempre era portato attorno. La turba empieva tutta la Piazza

e la ringhiera de’ Signori, sopra la quale si affaccendava a scrivere

petizioni, ch’erano leggi da presentare immantinente alla Signoria.

L’uno diceva al giovine del notaro: Scrivi, Gasparre, io voglio

così; l’altro gli ponea la spada alla gola e stracciava la scritta, e

ponevangli un foglio in mano e diceva: Scrivi; e l’altro vi fregava

su le dita e diceva: Vuole star così. Chi domandava che i libri del

Monte si ardessono; chi gridava «Viva il popolo!» e chi «Siano morti

i sindachi!» ed il rumore ed il parlare loro parea un inferno:[30]

così ne uscirono certe leggi, le quali furono il giorno dopo vinte ne’

Collegi. Contenevano, che i sindachi delle Arti (autori primi di quel

rivolgimento) fossero cassi e tolta loro ogni provvisione; che niun

cavaliere (e pure i novellamente fatti) fossero abili agli uffici; che

a Salvestro dei Medici fossero tolte le botteghe del Ponte Vecchio, ed

a Giovanni di Mone la Piazza di Mercato; che di maleficio fatto insino

a quel dì non si conoscesse, nè di potere essere costretti per alcun

debito, tanti anni, nè in persona nè in avere.

In tale scompiglio e a questo levarsi dell’ultima plebe avrebbero avuto

bel gioco e comoda occasione gli antichi grandi; e convien dire fossero

discesi a estrema bassezza, poichè nessun moto si trova facessero a

loro pro; dove se ne tragga il fatto oscuro di un solo, che fu Luca

de’ Firidolfi da Panzane, del ceppo dal quale si erano divisi quelli da

Ricasoli. Costui narra di sè stesso, come egli cercasse pertinacemente

la vendetta contro uno de’ Gherardini che gli aveva ucciso un parente,

e poi la compiesse per via di un assalto al campanile della chiesa

di Santa Margherita a Montici, dove lungamente si era difeso il

misero Gherardini. Bene cotesto Luca dovette essere dei più malvagi

ed avventati; e come colui che adoperato dalla Repubblica in cose

di guerra aveva ottenuto essere fatto di popolo e cavaliere, stava

sulla Piazza seguito da quasi tutti gli sbanditi ribanditi; quivi

si fece tôrre la cavalleria che aveva dapprima, tagliare li sproni,

e rifare cavaliere del minuto popolo che da lui, come anche nelle

scritture pubbliche, si trova chiamato Popolo di Dio, ed alle volte

Popolo Santo.[31] Poi liberarono due prigioni di recente fatti e gli

menarono a baciare sulla piazza l’insegna dell’Agnolo; dicendo all’uno

«ringrazia Dio ed il popolo di Dio che t’ha liberato,» e che facesse

fare una bottega d’arte di lana di fiorini tremila: disse farla di sei

mila, e tutti a grido: «questi è buon uomo, però volevangli fare male.»

Condusse a casa tutta la ciurma, ed aprì la cella e gli fece bere, che

il caldo era grande; egli entrò in casa e dietro se ne uscì, che a lui

parve mill’anni. Poi Luca ne andò con tutta la ciurma al palagio della

Parte, e volle tôrre il gonfalone; ma quando al popolo ch’era sulla

piazza fu ciò rapportato, nacque rumore che s’egli avesse levato su

altro gonfalone, il loro Agnolo non sarebbe nulla, e che à loro non

dovea bisognare gonfalone de’ Guelfi, chè ’l popolo era tutto guelfo.

Gridarono: s’egli ce lo reca, sia tagliato a pezzi. I suoi, lasciando

Luca, ne andarono sulla piazza; ed egli co’ suoi novelli sproni dorati

si dileguò; chè se lo trovavano, male sarebbe egli capitato.

La sera andarono a Santa Maria Novella e chiesero quivi luogo dove

stare; fu loro assegnata la grande Cappella nel secondo chiostro.

Rimasti la notte, dissero al Priore desse loro certi buoni frati che

avessero a consolarli per l’anima e per il corpo: rispose il Priore,

che non aveva frati da ciò, se eglino dapprima non consolassero sè

medesimi; ed altre buone parole. Le quali udite, si strinsero insieme,

e chiesero a lui frati onesti e di buona vita, che gli ammaestrassero

ed insegnassero fare cose utili e buone. Alcuni n’ebbero, e praticando

co’ frati dei modi, l’uno diceva, l’altro si levava, l’altro

interrompeva; e, secondo disse chi fu ad intenderli, «peggio era che la

zolfa degli Armeni.» In questo cercare pietosi conforti, pochi erano

gli ipocriti: i molti credevano col vendicare le ingiustizie usare un

diritto; a loro dicevano essere negate le giuste mercedi, e grossi

guadagni dati a quei pochi fortunati che pure ambivano di chiamarsi

popolo. Nelle arti è viva sempre la guerra pei salari, e quindi viziato

in sè medesimo un governo fondato sulle arti. Marchionne Stefani,

sebbene tenesse parte popolare, aggrava i Ciompi, mostrando credere

a chi disse: volere essi correre la terra, rubarla e uccidere tutti i

vecchi e buoni uomini, e tôrsi la roba loro; quindi murate e steccate

le bocche delle vie, ridurre la città a piccolo compreso, ed ivi

farsi forti, poi vendere la città; chi disse al Marchese di Ferrara,

e chi ad un Bartolommeo Smeducci da Sanseverino, il quale trovavasi

allora in Firenze per cose di guerra; essi con la roba andarsene a

Siena.[32] Nè forse mancarono di tali disegni in taluno dei più tristi.

Ma nell’effetto (come apparve anche dal processo che loro poi si fece

addosso) era solo questo: aveano creati già prima otto ufficiali loro,

due per Quartiere, chiamati gli Otto di Balía di Santa Maria Novella,

con mero e misto impero; e sedici altri pure del popolo minuto, ogni

Gonfalone uno, i quali fossero il Consiglio loro. Questi ed altri

che si eleggessero successivamente di priorato in priorato, volevano

stessero in Palagio, e niuna cosa che toccasse alla città, senza di

loro potesse farsi; e quando fosse deliberata da essi oltre che dai

Priori, potesse andare ai Collegi ed ai Consigli. Pensarono altri

provvedimenti di questa sorta, nei quali non era altro vizio se non

quello di rendere al tutto impraticabile il governo, e guerra mettere

nel Palagio.

Aveano gli Otto mandato ad ogni Arte inviassero loro due consoli o

artefici, co’ quali voleano trattare del modo del reggimento della

città. Ai quali poi fecero alcune proposte, non in forma di consiglio,

ma dicendo: così ci pare e vogliamo; e quelli uditele, si ritrassero.

Sentendo poi gli Otto suonare a Consiglio, vennero alla piazza con

grande moltitudine di popolo minuto in arme, e con gran rumore dicendo:

noi vogliamo sapere chi è tratto de’ Priori. Qualunque era tratto, si

mandava a domandare se piaceva loro o no; e quelli gridare: straccia,

straccia; ovvero: buono, buono. Feciono stracciare cui loro parve,

e però la tratta si penò a fare sino a sera. Volle anche il popolo

ammonire, serbando pur sempre le antiche forme della Repubblica; ma

questo modo così tirannico del fare la tratta dispiacque eziandio a

qualunque del popolo minuto che avesse sentimento. Dipoi mandarono

gli Otto in Palagio certe petizioni, con ordine ai Priori di tosto

riceverle, e sonare a Parlamento perchè venissero confermate: risposero

questi, che il mercoledì, primo settembre, dovendosi fare Parlamento

per l’entrata de’ nuovi Priori confermerebbero ogni loro ordine

compiutamente; e fatto venire il frate col messale, giurarono. Tra gli

altri ordini era questo: che potessero i consoli delle Arti co’ loro

consigli privare degli uffici del Comune chiunque volessero; ed è da

notare che nei consolati e nei consigli delle Arti quasi non erano che

discepoli, essendo i maestri tolti via quando furono arse e rinnovate

le borse. Vi era di mezzo altra circostanza che più toccava nel vivo;

questa cioè, che gli uomini della Balía passata si avevano fatto

assegnare doni e onorificenze, chi l’una cosa chi l’altra: Michele

di Lando, la potesteria di Barberino e cento fiorini per un cavallo e

pennone e targa. Si trova[33] che avesse Michele mandato a praticare

con loro perchè gli lasciassero o i doni o l’ufficio, e che infine

si arrecasse al solo pennone, così promettendo fare ogni cosa a modo

loro. Mi duole ciò fosse di lui creduto; ma non poteva egli oramai

più stare a bottega di scardassiere, ed era la chiesta di una tra

le potesterie minori, piccola cosa; ed il porre innanzi gli onori al

guadagno è prova d’animo dignitoso. Egli con l’avere fermato l’impeto

popolare e ricondotta la quiete in città, ardito nei fatti, grazioso

ne’ modi, avea gran seguito e favore presso ad ogni maniera di gente.

La mattina dell’ultimo dì d’agosto gli Otto di Santa Maria Novella

mandarono in Palagio due di loro, e tosto fecero rassegnare innanzi

a sè i Priori nuovi e vecchi, perchè giurassero; e se al primo cenno

non rispondevano, subito «ove sei?» con tanta arroganza che parevano

Signori. Allora Michele, ricordandosi ch’egli era Gonfaloniere da usare

le mani, andò a pigliare una spada, e con quella gridando raggiunse

uno degli Otto e gli diede in sulla testa, poi lo inseguì giù per la

scala dandogli sempre; e questi nel cadere trovò un frate di quei del

Palagio, che saliva recando del vino, cosicchè all’urto il povero frate

andò col capo all’indietro e morì. Michele percosse l’altro degli Otto

con lo stocco, i due rincorrendo fino ad una sala, che si chiamava

dei Grandi; appena lo poterono raffrenare che non gli uccidesse; i due

furono presi e custoditi in Palagio sotto alla scala.

Intanto la piazza s’empiva di gente. Aveva dapprima invaso il terrore

gli animi de’ mercatanti; chi si fuggiva in contado, chi nelle

castella o città vicine, sgombrando le robe: se non che i Signori la

notte aveano dato ordine che la mattina seguente le Arti traessero

in arme alla piazza co’ gonfaloni loro, e fatto venire fanti dal

contado e richiamato i fuggenti. Benedetto Alberti stava co’ Signori,

e Giorgio Scali aveva la guardia della torre del Palagio; Salvestro

dei Medici non trovo allora che si mostrasse. Ma già suonavano le

campane di quelle parrocchie dove abitavano i Ciompi che ultimamente si

raccolsero a San Frediano. E la campana dei Signori suonava a martello,

chiamando le Arti che già traevano alla piazza. Michele di Lando

uscito in questo dal Palagio montò a cavallo, avendo seco Benedetto

da Carlona pianellaio; e dalla Piazza con molto seguito, e facendosi

portare innanzi il Gonfalone della giustizia, andò a Santa Maria

Novella, dov’egli credeva trovare i Ciompi: questi con la loro insegna

dell’Agnolo erano intanto venuti in Piazza ed assediavano il Palagio,

mentre da più lati giugnevano le Arti, e già tenevano le bocche di

tutte le vie. Allora soppraggiunse Michele di Lando, che aveva percorsa

gran parte della città gridando: «Vivano le Arti e il Popolo, e

muoiano i traditori che volevano recare a Signore il reggimento della

città.» Tornava alla Piazza con molta più gente che non si partì.

Allora i Signori mandarono a dire a tutte le Arti dessero le insegne,

chè le voleano in sul Palagio: le Arti, come fu ordinato, subito le

mandarono; ed i Priori le misero onoratamente alle finestre della Sala

del Consiglio: negarono i Ciompi dare quella dell’Agnolo; e mentre

i Signori con la loro gente cercavano torla, s’appiccò zuffa; dalle

finestre gettavano pietre addosso ai Ciompi ch’erano sulla ringhiera,

l’urto del popolo gli premeva; questi allora cominciarono ad arretrarsi

per la via de’ Magalotti, dove sopraggiunti da un’altra compagnia che

gli feriva di costa, andarono in rotta: pochi ne morirono, a chi non

si difese non fu detto nulla. La sera e la notte le Arti vittoriose

andavano per Camaldoli e per i borghi della città; ma i Ciompi s’erano

dileguati chi per le case, chi nel contado, e chi per Arno usciti

fuori nei campi. I pochi e deboli alle volte fanno breve sorpresa ad

una città, perchè la stessa miseria loro incute negli altri qualche

rispetto; guardagli in faccia e’ si dispergono, frustrati ancora delle

giustizie per cui levaronsi da principio.

La mattina del primo settembre i nuovi Signori presero l’ufficio senza

le solennità usate, ma con la guardia delle sedici Compagnie, ch’erano

in Piazza grande brigata, e di cento lance di gente d’arme che allora

erano in Firenze. Michele di Lando non volle uscire alla ringhiera

nel consueto luogo, ma nella Sala d’udienza diede il Gonfalone in mano

al nuovo eletto ch’era dei Ciompi; ed egli co’ suoi compagni andarono

a casa privatamente: ebbe Michele l’onorificenza del pennone e della

targa ed a lui fu confermata la potesteria che gli era assegnata, e

i doni e gli uffici a qualcun altro de’ suoi[34] che avesse dato mano

alla vittoria contro alla setta di quei di Santa Maria Novella. Ma i

nuovi Signori la stessa mattina assieme ai Collegi ed alle Capitudini

delle Arti, e al grido di quelli ch’erano in piazza, deliberarono: che

l’Arte dei Ciompi, ultima aggiunta, fosse abolita; che il Gonfaloniere

e un altro Priore i quali erano del minuto popolo, chiamati uno il Tira

l’altro il Baroccio, fossero cassi; che rimanessero le due altre Arti

di nuovo create, sicchè le minori fossero sedici, rimanendo le maggiori

sette; che dei Priori fossero quattro delle maggiori Arti e cinque

delle minori, le quali avessero nella stessa proporzione la maggioranza

nei Collegi, e che dei due ordini ciascuno avesse alternamente il

Gonfaloniere. Poi consigliatisi con alcuni savi e discreti cittadini

a questo effetto richiesti in Palagio, annullarono le esenzioni del

portare armi ed il respiro di due anni dato ai debiti sotto una certa

data somma; renderono a favore dei creditori del Monte il pagamento

dell’interesse, dal che i danari del Monte i quali valevano tredici

per centinaio, salirono in pochi giorni a ventiquattro. Fecero

eletta di sessantaquattro ufficiali a fare l’estimo degli averi di

ciascun cittadino; rinnovarono la taglia di mille fiorini posta a

Lapo da Castiglionchio, chi lo desse morto o vivo; conservarono a

Salvestro de’ Medici l’entrata sulle botteghe del Ponte Vecchio, ed

a Giovanni di Mone quella del Mercato. Crearono Otto per la guardia

della città, ma senza balía, e che esercitassero la vigilanza su’

forestieri. Riformarono il Consiglio del popolo in quaranta cittadini

per quartiere, e in simile numero il Consiglio del Comune, con più

dieci grandi per ogni Quartiere; con che in ciascuno dei Consigli

le Arti maggiori e le minori avessero parte eguale. Ordinarono che

in avvenire i Capitani di parte guelfa fossero undici, due magnati,

quattro delle Arti maggiori, e cinque delle minori, dividendosi con

la stessa proporzione gli uffici e collegi e consigli della Parte.[35]

Annullarono le cavallerie date in mezzo al tumulto; ma resero il grado

nell’usato modo a trentun cittadini per lo più delle maggiori case, i

quali prestarono il solito giuramento,[36] e cavalcarono per la terra

con popolare solennità. Sostituirono al Gonfaloniere levato d’ufficio

un rigattiere, e Giorgio Scali entrò nel numero dei Priori. Resero

alle Arti i gonfaloni che per sospetto si tenevano appiccati alle

finestre del Palagio, e le Arti vennero e se li portarono con grande

festa ed allegrezza. Gli Otto che avevano governata la guerra col Papa

lasciarono alla fine, dopo tre anni, l’ufficio. I due di quelli altri

Otto di Santa Maria Novella, che furono presi poichè Michele di Lando

gli ebbe feriti, andarono a morte per sentenza pronunciata contro gli

autori dell’ultima sedizione; dei quali furono condannati nella persona

e negli averi una trentina ch’erano contumaci. Coteste giustizie

facevansi in nome d’un governo d’artigiani: il popolo, come in Firenze

natural signore, non volle sapere di feccia plebea; ed io non so

quale altro popolo al pari di questo valesse a reggere sè medesimo,

qualora avesse trovato forme a ciò adatte, e fosse stata vera e sincera

l’egualità su cui fondavasi la Repubblica.[37]

CAPITOLO II.

GOVERNO DELLE ARTI MINORI, CHE INDI PASSA NELLE MAGGIORI. RACQUISTO

D’AREZZO. [AN. 1378-1387.]

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 3 / 51 段