Odiosi com’erano i Capitani di Parte guelfa, gradiva però a molto

numero dei popolani avergli seco a terminare la guerra col Papa:

cessata questa, parve il campo farsi più sgombro ai dissidii antichi ed

ai pensieri di libertà. Contro al palagio della Parte stava il palagio

della Signoria, dove erano però sempre molti devoti alla setta la quale

stringeva con mano valida e impediva l’intera macchina dello Stato: ma

era setta, e fuori stava a dir così tutta la Repubblica; una tratta di

Signori ed una legge che si vincesse contraria agli ordini della Parte

guelfa, bastavano a rompere tutta quell’opera faticosa, congegno di

pochi ma senza solido fondamento. Il primo di maggio 1378 si prevedeva

che uscirebbe Gonfaloniere di giustizia Salvestro dei Medici: quale si

fosse cotesto uomo, io non lo so; con l’iniziare il sovvertimento dello

Stato fu primo autore alla grandezza di sua famiglia, ma bene io credo

che in lui non fosse valore pari a quelli effetti che da lui nacquero:

grande non era, nè affermerei che fosse egli buono e schietto; quello

che appare in lui d’incerto serve (cred’io) a definirlo. I Capitani,

a premunirsi da un cosiffatto Gonfaloniere, nè arrischiandosi

d’ammonirlo, da prima cercarono, perch’egli avesse divieto, che uno

de’ suoi congiunti sortisse ufficio minore, usando a tal fine il gioco

facile delle borse. Dipoi sventata cotesta trama, ed egli essendo

entrato Gonfaloniere, vennero seco alle agevolezze, promettendo che

nessuno sarebbe ammonito il quale non fosse veramente ghibellino; e per

la conferma delle ammonizioni, più di tre volte non si potesse girare

il partito: di tali promesse nè il popolo si appagava, nè i governatori

della Parte aveano in animo mantenerle. Quindi nei segreti consigli

loro altro macchinavano, e in ciò convenivano, che fosse con le armi da

occupare il Palagio, e col mezzo solito delle balíe fermare lo Stato in

mano agli uomini della Parte guelfa. Ma sul tempo discordavano, essendo

consiglio di Lapo da Castiglionchio troncare gli indugi: prevalse la

sentenza di Piero degli Albizzi, il quale voleva si aspettasse il San

Giovanni, quando gli uomini del contado venivano a folla nella città;

ed essendo costumanza della Signoria andare a vedere il palio nelle

case degli Alessandri, ch’erano parte di quelle degli Albizzi,[17]

il Palagio rimaneva quasi vuoto, sicch’era facile occuparlo: in

Firenze, chi aveva il Palagio aveva lo Stato. Già era vicino il dì

dell’esecuzione: le parti si fanno sicure le cose, e i Capitani più

inalberati aspettandosi che un Giraldi e un altro a loro male accetto

sarebbero tratti a sedere nel collegio, deliberarono ammonirli. Tra

loro passò, ma poi recato ai Ventiquattro non si vinceva, sebbene

fosse girato più volte: e già era mezza notte e alcuno faceva cenno

di partirsi, quando Bettino da Ricasoli, che presiedeva ai Capitani,

s’alzò, andò all’uscio e quello serrato tolse le chiavi e vi si pose a

sedere sopra, con un gran giuro affermando che si vincerebbe: così alla

fine per istanchezza passò il partito, dopo essere girato più di venti

volte. Furono gli ultimi ammoniti.

Già si appressava il termine della Signoria nella quale era

Gonfaloniere di giustizia Salvestro de’ Medici. A lui dicevano: Tu

volesti medicare il male, e hai dato il lustro alla Parte; ed egli:

Noi l’acconceremo il giorno in cui sarò proposto. S’intese con molti

ragguardevoli cittadini, e ragunatisi in segreto deliberarono una

Petizione perchè fossero riposti gli Ordini della giustizia contro a’

grandi: da questa vollero cominciare per assaggiare, e per vedere se

quei della Parte facessero movimento, e perchè quasi tutti i grandi

abbracciando l’occasione si erano dati all’ammonire. Saputo in città

che nuove cose si preparavano, quando fu dato nella campana, subito i

Capitani furono alla Parte; dove, richiesti, andarono molti grandi e

popolani dei loro, con panziere e stocchi celati sotto alle vesti: ma

poi che udirono che la petizione non toccava altro, parve la meglio

lasciar fare per allora, sebbene taluni proponessero di trarre fuori

il gonfalone della Parte e così armati farsi innanzi. In questo però,

la petizione messa a partito non si vinceva nei Collegi pei molti amici

che avea la setta, e cinque n’erano de’ Priori: il perchè Salvestro per

venire alla intenzione sua, fingendo che fosse per una sua comodità,

uscì dall’udienza, e andato nella sala dove il Consiglio del popolo era

già tutto radunato ed aspettava, cominciò a dire: «Savi del Consiglio,

io voleva questo dì sanicare questa città dalle malvage tirannie de’

grandi e possenti uomini, e non sono lasciato fare, chè i miei compagni

e Collegi non lo consentono; poichè veggo che al ben fare non sono

creduto nè ubbidito come Gonfaloniere di giustizia, io me ne voglio

andare a casa mia: fate un altro Gonfaloniere in mio luogo, e fatevi

con Dio.[18]» A queste parole tutti quelli del Consiglio si levarono

ritti romoreggiando; ed egli uscito dalla sala andava giù per la scala,

ma lo ritennero, e non fu lasciato andare. Grande era il rumore;

ed un calzolaio pigliò per il petto Carlo degli Strozzi, che dopo

l’Albizzi ed il Castiglionchio primeggiava nella Parte, dicendogli:

«Carlo, Carlo, le cose anderanno altrimenti che tu non ti pensi, e le

vostre maggioranze al tutto conviene che si spengano.» In questo punto

Benedetto degli Alberti fece il mal passo e dalla finestra cominciò

a gridare: «Viva il Popolo!» ed a quelli ch’erano in piazza: «Gridate

tutti, Viva il Popolo!» Il perchè di subito il romore si levò per la

città, serraronsi le botteghe e stettero chiuse tutto il dì vegnente;

la gente s’armava, e stavano guardie tutta la notte per la città.

Il giorno di poi tutte le Arti si ragunarono, ciascuna nelle botteghe

sue, e tra loro elessero certi sindachi, i quali andarono in Palagio

a praticare co’ Priori e co’ Collegi; ma nulla si fece, chè non

erano d’accordo. Il martedì, ch’era l’antivigilia di San Giovanni,

le insegne delle Arti a gonfaloni spiegati cominciarono a venire in

piazza com’era ordinato, gridando _Viva il Popolo e Libertà_. Quei

del Palagio diedero allora balìa generale ai Priori ed ai Collegi, e

a’ Capitani di parte, a’ Dieci di libertà e agli Otto di guardia e ai

predetti sindachi, di riformare la terra, levando via gli ordini di cui

munivasi Parte guelfa. Ma intanto che ciò si faceva, e che nella piazza

già erano molti gonfaloni delle Arti; muoverne uno e dietro altri,

e andare alle case di messer Lapo da Castiglionchio presso al ponte

Rubaconte: vi misero fuoco, ma rubarle non poterono perch’egli aveva

la notte sgombrato ogni cosa,[19] e fuggitosi in Santa Croce, vestito

da frate, riuscì a scampare in Casentino: di lì andò a Padova, indi a

Roma, dove fu uomo di grande affare presso al Papa ed al Re di Puglia.

Dipoi stando tutto il giorno in quell’esercizio, arsero le case di

Piero degli Albizzi e de’ suoi nipoti e quelle di Carlo degli Strozzi

e dei Cavicciuli e dei Siminetti e di Migliore Guadagni, ed il palagio

dei Pazzi e la loggia e le case dei Buondelmonti, e Oltrarno quelle

dei Canigiani e dei Soderini e dei Serragli: ruppero dipoi tutte le

carceri del Comune e fuori trassero i prigioni. In quel medesimo dì uno

di plebe minuta, posto un cappello sopra una lancia, seguito da molti

andava per la città facendo danni e ruberie; cui altri s’aggiunsero con

l’insegna della libertà, e tutti insieme entrati a forza nel convento

dei Romiti degli Angeli, dove molti cittadini avean sgombrato le loro

sostanze, vi rubarono danari e gioielli e robe, stimati centomila

fiorini; e due frati vi morirono. Similmente alcuni del quartiere di

Camaldoli e di San Frediano, andati al convento di Santo Spirito a

rubare, avrebbero fatto qui danno grave; ma uno dei Priori, Piero di

Fronte, lanaiolo, armato a cavallo gli sopraggiunse in sulla piazza: il

quale salvava con molta sua lode anche la Camera del Comune, che certi

ribaldi volevano ardere. Infine i Signori, udito che alcuni Fiamminghi

tessitori voleano muoversi per rubare, avendo mandato per la città i

gonfaloni delle Compagnie in arme, quattro ne fecero impiccare, uno per

quartiere, in cui s’abbatterono; e così cessarono le ruberie venendo la

notte.

Il primo di luglio entrava in ufficio la nuova Signoria, nella quale

fu Gonfaloniere Luigi Guicciardini: non si osservarono quella volta

le solennità usate del suonare le campane e del sermonare in sulla

ringhiera, ma tutto si fece nella sala del Consiglio; ed il Palagio

stette serrato con gente d’arme, e guardia in sulla piazza. Salvestro

de’ Medici fu a casa accompagnato con grande onore, e correvano le

vie di gente che fargli volea riverenza. Avevano quelli della passata

balìa avviata l’opera dello smunire (come dicevano) gli ammoniti, e

dichiarare ribelli e fare dei grandi; tra’ quali fu Piero degli Albizzi

confinato a trenta miglia dalla città. Le quali cose furono quietamente

per alcuni dì continuate dai nuovi, e questi e quelli a sè dando

privilegi principalmente del portare arme, talchè in Firenze oltre a

cinquecento cittadini portavano l’arme. Nè per tuttociò le Arti minute

si contentarono; e fecero sindachi, due per Arte a comune difensione,

volendo godessero quelle medesime preminenze ch’erano date alla balìa:

convenivano segretamente nelle botteghe adunando armi, guardie si

facevano dalle due parti nella città. Ad attizzare viepiù l’incendio

si aggiungevano gli smuniti, i quali dovevano stare tre anni fuori

d’ufficio, e quelli che ancora smuniti non erano; tutti questi faceano

insieme da centottanta tra cittadini e famiglie di cittadini. Quindi

ottennero che le ammonizioni a un tratto fossero tolte via, e che

gli uffici della Parte fossero tutti mutati e le borse rinnovate. Più

giorni trattaronsi coteste cose in Palagio coi sindachi delle Arti, ed

a mala pena si vincevano avendo contrari il maggior numero nei Collegi,

intantochè tali che in palese facevano contro alle petizioni degli

artefici, gli confortavano sottovoce viepiù animandoli all’impresa.

Il giorno 18 dello stesso luglio fu senza gran festa pubblicata la

pace col Papa; ma ciò nonostante gli Otto erano tuttavia rimasti in

Palagio (sebbene avessero fatto mostra di volere lasciare l’ufficio)

e soffiavano in quell’incendio, usando il destro che avevano dal

magistrato, ma non palesi come altri capi della parte popolare: a tutti

innanzi andavano gli ammoniti non per ancora riabilitati, che tanto

erano Ghibellini, quanto odiavano Parte guelfa, oramai fatta comodo

arnese di cui si valevano gli ottimati. Quindi promossa dai popolani

la guerra col Papa; e noi vedemmo all’apparire del grande dissidio che

era nel seno della Repubblica, favoreggiato il riconoscimento della

imperiale supremazia dai più amatori del viver libero. Oggi volevano

restaurare l’egualità come nel 43, quando il popolo si levò d’addosso

una tirannide forestiera e la molestia dei grandi; al quale effetto

contrapponevano le Arti minute alle maggiori, affinchè il numero

prevalesse. Ma quando tu chiami la forza del popolo a fare impeto nelle

vie, il vero popolo non risponde; e vedi uscire una moltitudine cui si

pertiene diverso nome, la quale non puoi nè dirigere, nè contenere, e

che travalica ogni tuo disegno. Avevano da principio chiamato le Arti,

ma dietro a queste venne la turba di coloro che non hanno (come in

Firenze diciamo) nè arte nè parte, e quella plebe di mal vissuti che

sempre abbondano in città opulente, anche più astiosi che affamati.

Costoro avevano già tentato fare tumulti e ruberie alla cacciata dei

grandi, ma erano soli a quella mossa, allora essendo bene uniti il

grosso popolo ed il mezzano; ora il mezzano ed il minuto levati insieme

veniano a dare come un titolo ed una scusa a quei più infimi, che pur

vogliono innanzi a sè una idea che gli rinnalzi o che gli assolva, e

cui si credano ministrare. Non mai le sêtte, comunque sieno forti di

numero e d’audacia, hanno potere per sè medesime, se non si annestino

a un’idea comune ch’esse intervengono a guastare; nè la plebe di

per sè piglierebbe animo alle ribellioni, se non avesse fuori di lei

un vessillo da seguire, che a lei ne desse autorità. Le Arti minute

chiamate in piazza aveano fatto un mese innanzi quel dato numero di

arsioni che prima erano designate; e gli stessi rubatori che la virtù

di Piero di Fronte avea riuscito a contenere, troviamo ch’ebbero una

insegna da mano ignota d’uomo possente,[20] e diceano fare vendetta

pubblica. Ora, non pochi tra’ primi autori di quei tumulti tardi

cercavano un qualche modo alla composizione e pacificare la città; ma

gli uomini delle più minute Arti erano mal soddisfatti, e peggio d’essi

gli ammoniti, e gli strumenti dei mali fatti, a sè temevano il gastigo

che sopra i deboli suol cadere: sapevano essere armi in Palagio ed un

Bargello di rinomata ferocità, e che soldati si radunavano.

Quindi avevano cominciato tra loro ad intendersi i fattori (oggi

diremmo braccianti) delle Arti minori e molti delle maggiori, e quelli

che arte per sè non facevano, e tutto quel fondo che sopra dicemmo

di minuto popolazzo: audaci pel numero e pronti a ogni cosa erano gli

uomini di quei mestieri, i quali viveano soggetti al collegio dell’Arte

della lana: a questi aveva il Duca d’Atene dato consoli ed un’insegna,

dov’era un Angiolo dipinto, e si chiamavano i Ciompi; nome corrotto,

secondo trovo, da quel di _Compare_ che ad essi davano francescamente i

famigliari del Duca. Furono insieme fuori la porta San Pier Gattolino

in certo luogo detto il Ronco, e fecero loro sindachi o caporali a

comune difensione, con gran sacramenta legandosi ad essere gli uni con

gli altri alla vita ed alla morte; e si baciarono in bocca, inviando

alle case dei loro pari a dare il giuramento ed a ricevere promissioni.

Di questo i Signori ch’erano in Palagio non avevano sentore infino

a’ 19 luglio; quando per avviso ad essi recato che il dì seguente la

terra si doveva levare a rumore e che facessero tosto, avendo mandato

a pigliare un Simoncino dalla porta di San Pier Gattolino, detto

Bugigatto; come lo ebbero in Palagio, il Proposto se ne andò con lui

nella cappella dinanzi all’altare, e lo interrogò di quel trattato.

Simoncino disse: Signor mio, ieri io con altri, in tutto dodici,

ragunati nello Spedale dei preti di via San Gallo, e avendo fatti

venire altri minuti artefici, si determinò che domani sulla terza si

dovesse levare il rumore, com’era dato ordine per certi sindachi che

noi facemmo più dì sono. E sappiate, signor mio, che noi siamo infiniti

congiunti insieme, ed evvi fra noi degli artefici bene assai, e de’

buoni; ed ancora ci è grandissima parte degli ammoniti, i quali si sono

molto profferti. Domandò il Proposto: anche che questa gente si levi,

che voglion’eglino dalla Signoria? Vogliono, continuava Simoncino, che

i mestieri soggetti all’Arte della lana abbiano consoli e collegi loro,

nè riconoscano l’ufficiale che per piccola cosa li tormenta, nè aver a

fare co’ maestri lanaioli, che molto male li pagano e del lavorío che

vale dodici ne danno otto. Ed anche vogliono avere parte nel reggimento

della città, e che d’ogni arsione e ruberia fatta non si possa contro

essi conoscere in alcun tempo. Domandò il Proposto se alcun cittadino

popolano o grande fosse loro capo; nominò alcuni; chiesto poi d’altri,

non volle dire. Il Proposto allora fattolo bene guardare, ragunò i

compagni e narrò il fatto: era dopo cena ed insieme presero partito

di chiamare i Gonfalonieri delle compagnie, i quali innanzi che si

potessero avere era già notte. E di presente consultandosi co’ Dodici e

con gli Otto della guerra e co’ sindachi delle Arti ch’erano in Palagio

a trattare co’ Signori, deliberarono di mandare pe’ Consoli delle

Arti; i quali venuti, consigliarono che si facesse venire in piazza

le genti dell’armi, e che vi fossero in sul dì; e che i Gonfalonieri

andati a casa facessero armare tutti quelli del gonfalone, ognuno il

suo, e anch’essi venissero in piazza armati co’ gonfaloni spiegati. E

intanto aveano mandato lettere alle leghe e comunanze per il contado,

e a’ conti Guidi, nell’Alpe ed in altri luoghi, perchè mandassero

con prestezza genti il più che potessero. Parve altresì di mettere

Simoncino nelle forze del Capitano, e che fosse tanto martoriato

ch’egli dicesse tutto il vero: posto sulla corda, confermò il detto,

aggiugnendo che Salvestro dei Medici era capo e guida di questo

trattato; e diede i nomi di due suoi compagni che ne sapevano più di

lui: questi, pigliati la notte stessa, confermarono di tutto punto la

confessione del primo, e che ogni cosa nella città era già in ordine

alla esecuzione per la mattina seguente a terza.

Accadde che un Niccolò degli Orivoli essendo in Palagio a racconciare

l’orologio, s’accorse ai gridi che Simoncino era tormentato; di

che subito se ne andò a casa sua da San Frediano, e armossi e uscì

gridando: _Levatevi, i Signori fanno carne_. Un di Camaldoli cominciò

a dare nella campana del Carmine, e la gente di là armatasi conveniva

dov’era prima dato l’ordine; in un subito, e di campana in campana,

tutta Firenze suonava a stormo. Primi quelli da San Pier Maggiore, poi

altra brigata giù per Vacchereccia vennero in piazza, dove erano forse

ottanta lance di gente dell’arme discesi a piedi e con le barbute in

testa; ma non si mossero, e dicevano: dateci delle vostre insegne e

de’ vostri cittadini, ed aiuteremo quando il popolo sia con noi: dei

Gonfalonieri nessuno veniva in soccorso dei Signori, com’era ordinato.

Ben v’era taluni che sarebbono voluti andare e s’erano mossi; ma

Tommaso Strozzi e Giorgio Scali gli rattennero, e ad uno che disse

com’egli voleva per sè andare ad ogni modo, gli volsero contro la furia

del popolo: due soli più tardi vennero in sulla Piazza con Giovenco

della Stufa e Giovanni Cambi; ma nulla poterono. Avevano i Signori

la notte mandato per Salvestro dei Medici e dettogli come fosse egli

infamato d’essere capo alla congiura; del che Salvestro si scusava,

bensì confessando che lo avevano ricercato. Poi quando la gente in

Piazza ingrossava, gridando gli fosse renduto Simoncino e gli altri

prigioni, sebbene taluno dicesse «Rendiamoli sì ma in due pezzi;» il

Gonfaloniere volle che fossero lasciati andare. E quei del Palagio

mandarono lo stesso Salvestro e Benedetto degli Alberti, Benedetto di

Carlone pianellaio e Calcagnino tavernaio a intendere quello che il

minuto popolo si volesse; e vi andò uno anche dei Signori, Guerriante

Marignolli. Usciti, viddero che i più ardenti si avevano tolto il

Gonfalone dal palazzo dell’Esecutore, e con esso innanzi facevano

arsioni e danni e mali, consentendo quelli ch’erano stati mandati fuori

ad acquietare il tumulto, ma viepiù lo raccendevano: ed ai Signori

venivano e rapportavano, che costoro voleano purgare il peccato delle

ammonizioni; ma, fatto un poco, resterebbero.[21] Imperocchè arsero

prima la casa del Gonfaloniere Luigi Guicciardini, poi d’un altro

Albizzi e di quel Simone Peruzzi che abbiamo noi più volte ricordato,

e di ser Piero delle Riformagioni e d’un Ugolino lanaiolo e di due

Ridolfi e d’un Castellani e di un Corsini e d’altri; altre disfecero,

per non appiccare il fuoco a’ vicini: e poi andarono e misero fuoco

al palagio dell’Arte della lana, e ne cacciarono l’ufficiale. Ma

perchè pure non si dicesse questa volta che andavano rubando, avevano

uomini preposti a badare che ogni cosa fino alle più preziose fosse

gettata nel fuoco; e narra lo Stefani avere veduto dare d’una lancia

nelle spalle a tale che aveva rubato un pezzo di carne salata e nol

voleva gettare. Molti seguivano per paura, siccome avviene, quelli

che ardevano; e ciò faceano per non essere arsi, perchè bastava che

uno gridasse: A casa il tale, e subito era fatto. Ora ecco uno strano

capriccio di popolo: pigliavano cittadini, chi per amore e chi per

forza, e gli armavano cavalieri; il popolo aveva diritto a ciò fare,

ed era usanza, cerimonia molto solenne nella città: primi Salvestro de’

Medici e Tommaso Strozzi, e Benedetto ed un altro degli Alberti, e gli

Otto della guerra e Giorgio Scali ed altri assai, fra tutti sessanta:

due ve n’era delle Arti minori, che uno scardassiere e un fornaio. Il

popolo vago di novità, correndo qua e là, menava taluni e levavagli

a dignità di cavalleria, dei quali prima era stata arsa la casa o

ardeva in quel tempo, siccome avvenne al gonfaloniere Guicciardini: chi

aveva paura di essere arso mandava in piazza chi gridasse, Facciamolo

cavaliere: muovevansi al grido, e andavano per lui e lo portavano di

peso: era il più strano viluppo che mai si vedesse.

Speravano molti che nella festa e nell’allegrezza del fare cavalieri

il popolo si quietasse, ma non avvenne: e sulla sera più migliaia

di gente minuta accampati da San Barnaba mandarono alle Arti perchè

venissero ordinati sotto a’ gonfaloni loro a formare certe petizioni

da portare alla Signoria. Quelli delle Arti che mossi gli avevano, si

cominciavano a pentire, perchè tutti i loro fattori s’eran messi nella

turma, e tardi s’avviddero che male avean fatto; chi v’andò e chi vi

mandò, per tema i più, e tale gonfalone non era seguito da più di sei

uomini. Gli artefici e il popolo a fatica s’accordavano sulla materia

delle petizioni; infine convennero che delle due parti ciascuna desse

la sua, e insieme armati le presentassero. Avevano anche mandato la

notte in Santa Croce per la cassa delle imborsazioni, che la volevano

ardere; ma i Signori, questo presentendo, l’avevano trafugata. Sul far

del dì venne una piova che tale niuno si ricordava; durò fino a terza

e correva le vie: la gente del popolo battuti dall’acqua, che aveano

vegghiato, si riposavano e pensavano; allora gli astuti guidatori

loro, con la paura dei mali fatti, gli conducevano a far peggio:

venuti in Piazza vi rizzarono le forche, dove appiccarono e sbranarono

crudelmente ser Nuto Bargello: di lì andati al palagio del Potestà, e

combattutolo due ore, l’ebbero a patti; e senza offendere il Potestà,

bruciarono tutte le scritture che trovarono in Palagio e i libri e

statuti dell’Arte della lana, e della Grascia: poi ne andarono a’

Signori con le petizioni, le quali erano a questo modo. Si contentavano

da principio che le arti soggette all’Arte della lana avessero consoli,

e questa più non dovesse avere ufficiale forestiero: volevano ora che

i pettinatori, scardassieri, vergheggiatori e lavatori ed altri che

lavoravano nella lana, e similmente che i tintori, i barbieri, i sarti,

i cimatori, i pettinagnoli, i cappellai avessero consoli e tra loro

due priori, e che le quattordici Arti che prima avevano due priori ne

avessero tre, e così il terzo degli altri uffici di dentro e di fuora.

Appresso volevano che si facesse l’estimo delle possessioni e degli

averi entro sei mesi; che il Monte non rendesse più interesse, ma

solamente il capitale in dodici anni, traendo a sorte i creditori da

rimborsare, cosicchè alla fine dei dodici anni i creditori del Monte

fossero tutti pagati del capitale che v’era iscritto, venendo a perdere

l’interesse. Che non si mettesse più prestanze da indi a sei mesi, e in

quelle che poi si mettessero, chi fosse tassato da quattro fiorini in

giù, pagasse venti soldi di piccioli, e chi da quattro fiorini in su,

mezzo fiorino per ogni fiorino d’oro: il ch’era un principio alla scala

o progressione delle imposte, che indi i Medici praticarono. Appresso,

che niuno di questi minuti potesse nel tempo di due anni essere

condannato per alcun debito da fiorini cinquanta in giù. Che agli

ammoniti si togliesse ogni divieto, e loro fosse agevolato l’essere

smuniti; che gli sbanditi, eccetto i ribelli, fossero ribanditi, e che

si levasse via la pena de’ membri, i condannati pagando la multa senza

condizione. Che d’ogni eccesso fatto e commesso dai 18 giugno fino a

questo dì non si potesse conoscere per alcun rettore sotto gravissime

pene a chi accusasse di queste cose in tempo alcuno, o condannasse. Che

a qualunque fossero state arse e atterrate le case in questi rumori

passati, fosse privato in perpetuo degli uffici, o almeno per dieci

anni (questa era invero bella giustizia, e nuovo titolo di delitto).

Che la piazza di Mercato Vecchio non pagasse più di trecento fiorini

d’oro l’anno, cioè la descheria dei beccai, e quelli andassero a

benefizio di messer Giovanni di Mone biadaiolo che era degli Otto, ed

oggi fatto novello cavaliere. Che Guido Bandiera scardassiere, fatto

cavaliere novello perchè fu uno de’ primi che levò il rumore ed ora

si era portato bene in rubare e ardere, avesse de’ beni de’ rubelli

fiorini due mila d’oro. Che messer Salvestro de’ Medici, per potere

sostentare sua milizia, avesse le pigioni del Ponte Vecchio, che sono

fiorini 600 o più l’anno. Chiedevano per ultimo favori ad altri degli

amici loro, bando ai contrari e pene novelle o aggravamento delle

antiche.[22]

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 2 / 51 段