Contegno di Sisto IV dopo avuta la notizia di quei tristi

STORIA

DELLA

REPUBBLICA DI FIRENZE

DI

GINO CAPPONI.

SECONDA EDIZIONE RIVISTA DALL’AUTORE.

TOMO SECONDO.

FIRENZE,

G. BARBÈRA, EDITORE.

1876.

Depositata al Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio per

godere i diritti accordati dalla legge sulla proprietà letteraria.

G. BARBÈRA.

_Gennaio 1875._

SOMMARI DEL TOMO SECONDO.

LIBRO QUARTO.

_Capitolo_ I. — TUMULTO DE’ CIOMPI. — MICHELE DI LANDO.

[AN. 1378.] Pag. 1

Tirannia del magistrato di Parte guelfa. — Delle prestanze,

e modi creati a ripartirle. — Monte comune, e sue vicende;

giochi di Borsa. — Grasso vivere e scioperato. — Dissidio

tra le Arti maggiori e le minori: Arte della lana. —

Salvestro dei Medici gonfaloniere [1º maggio 1378]. —

Disegni audaci dei Capitani della Parte. Bettino da

Ricasoli. — Benedetto Alberti leva il rumore: le Arti con

le loro insegne vengono in Piazza; arsioni di case; Lapo da

Castiglionchio: ruberie; congiure nella più minuta plebe.

Gli Otto rimasti in ufficio soffiano in quell’incendio.

Rivelazioni d’un congiurato. — La plebe in arme; nuove

arsioni: espugnano il palazzo del Potestà; strage d’un

bargello. — Petizioni sovvertitrici vinte per forza: la

plebe a furia entra in Palagio [22 luglio]. — Michele di

Lando gonfaloniere. — Gli Otto rimasti in Palagio, ne sono

poi cacciati dalla plebe: Giorgio Scali. — Bandi e

provvigioni della nuova Signoria. — L’infima plebe viene in

Piazza [fine d’agosto] e fa eleggere a suo modo la Signoria

nuova. Poi si raduna in Santa Maria Novella, e torna in

Piazza con petizioni che alcuni di loro, salendo le scale,

vogliono imporre alla Signoria. Michele di Lando, presa una

spada, gli assale e persegue giù per la scala. Poi monta a

cavallo, e percorre la città gridando morte ai traditori.

Si combatte intorno al Palagio, ma i Ciompi sono vinti e

dispersi. — Michele di Lando finisce l’ufizio: gastighi ai

Ciompi.

_Capitolo_ II. — GOVERNO DELLE ARTI MINORI, CHE INDI PASSA

NELLE MAGGIORI. — RACQUISTO D’AREZZO. [AN. 1378-1387.] 37

Stato della città. — Congiure, trame, sospetti,

condannagioni: sono tratti a morte Piero degli Albizzi,

Donato Barbadori ed altri chiari cittadini. — Alberico da

Barbiano forma la prima Compagnia Italiana di ventura. —

Carlo di Durazzo piglia la signoria d’Arezzo. —

Provvedimenti e leggi tiranniche in Firenze. — Giorgio

Scali e Tommaso Strozzi, seguiti da minuti artefici, si

pongono sopra alle leggi. — Le Arti si levano, e Giorgio è

preso e decapitato [gennaio 1382]. — L’Arte della lana e le

altre maggiori vengono in Piazza: si fa Parlamento e balìa

numerosa per la riforma dello Stato. — Abolizione delle due

Arti nuovamente aggiunte: le maggiori ottengono il maggior

numero negli uffici: le Arti minute insieme coi Grandi

invano cercano opporsi. — I malcontenti di tutte le parti,

uniti insieme, destano altri tumulti. — Arezzo viene alle

mani d’Alberico da Barbiano, poi di Enguerramo di Coucy

francese che la vende ai Fiorentini; altri acquisti, e

ordinamento del governo in quella Provincia. — Esilio di

Benedetto Alberti, e bando a tutta quella famiglia. — Nuovi

ordinamenti a più ristringere il Governo.

_Capitolo_ III. — NIMISTÀ E GUERRE CON GIOVAN GALEAZZO

VISCONTI. — COSTITUZIONE D’UN GOVERNO D’OTTIMATI.

[AN. 1387-1402.] 62

Giovanni Galeazzo Visconti si fa signore di Milano. —

conquiste oltre Po. — Manda soccorsi ai Senesi, i quali

insieme co’ Perugini erano in guerra con Firenze per le

cose di Val di Chiana. — Dichiara guerra ai Fiorentini, i

quali mandano Giovanni Aguto al soccorso di Bologna e poi

di Padova. L’Aguto si avanza di là fino all’Adda. — Discesa

in Lombardia del Conte d’Armagnac assoldato dai Fiorentini:

questi muore sotto alle mura d’Alessandria, rotto e

disfatto da Iacopo del Verme capitano del Visconti [25

luglio 1391]. — L’Aguto per grande maestria perviene in

Toscana, dov’era già entrato Iacopo del Verme. Dopo lunga

scherma tra’ due eserciti, una pace si conchiude. — Iacopo

d’Appiano uccide Piero Gambacorti e occupa la signoria di

Pisa. — 1393. Maso degli Albizzi gonfaloniere. — Nuova

riforma in modo più stretto. — Bando a tutta la famiglia

degli Alberti. — Fanti genovesi assoldati e messi a guardia

della Piazza. — Gli artefici fanno capo a Vieri de’ Medici,

il quale rifiuta stare con loro. — Rinaldo Gianfigliazzi

umiliato, Donato Acciaiuoli messo in accusa e sbandito

[1396]. — Due congiure successive per uccidere Maso degli

Albizzi. — Gastighi e molte famiglie battute; finale

proscrizione contro a tutta quella degli Alberti. —

Negoziati con Roma, con Napoli, con Francia e Germania

contro al Duca di Milano. — Roberto re dei Romani scende in

Italia [1401]. — Processioni dei Penitenti bianchi. —

Giovanni Galeazzo per battaglia entra in Bologna e stringe

con le armi da ogni parte la Toscana. — Morte di Giovanni

Galeazzo [3 settembre 1402].

_Capitolo_ IV. — ACQUISTO DI PISA. [AN. 1402-1406] 92

Morto Giovanni Galeazzo, lo Stato di Milano viene a disfarsi.

— Gabriele Maria, figlio non legittimo, ha in eredità Pisa,

ma costretto mettersi in protezione dei Francesi che erano

in Genova. — Vari negoziati del Maresciallo di Bouciquaut

governatore di questa città co’ Fiorentini per la signoria

di Pisa. — Questi poi l’hanno in vendita dal Visconti; ma i

Pisani si levano e cacciano i Francesi, dopo di che il

Maresciallo cede la Cittadella ai Fiorentini. — Tosto il

popolo di Pisa invade anche questa, e vi si rafforza:

comincia la guerra tra Pisa e Firenze in più luoghi

combattuta con grande passione: virtù di Sforza Attendolo,

condottiero che stava coi Fiorentini. — Questi cercano

avere Pisa per fame. — I Pisani si danno al Duca di

Borgogna, ma non perciò hanno soccorso dai Francesi. —

Giovanni Gambacorti, che era come signore in Pisa, ottiene

accordo a lui molto largo: i Fiorentini, a’ 9 d’ottobre

1406, entrano nella città affamata e ne pigliano la

possessione. — Diceria di Gino Capponi ai notabili di Pisa.

— Allegrezza e feste a Firenze, dove portano il volume

delle Pandette. — Crudeli provvedimenti per vuotare Pisa

d’abitatori. — Condizione disperata di quella città. —

Effetti venuti da quell’acquisto alla Repubblica di

Firenze.

_Capitolo_ V. — CONCILIO DI PISA. — GUERRA CON LADISLAO RE DI

NAPOLI. — ACQUISTO DI CORTONA E DI LIVORNO.

[AN. 1407-1421.] 120

Ladislao re di Napoli invade le terre della Chiesa. — Piglia

in protezione Gregorio XII, nuovo papa, contro all’antipapa

Benedetto XIII. — I Fiorentini inimicati con Gregorio

consentono alla riunione in Pisa d’un Concilio per

terminare lo scisma. — Il Concilio, deposti i due papi,

n’elegge un terzo, Alessandro V [giugno 1409]: questi

essendo morto l’anno seguente in Bologna, a lui succede

Baldassarre Cossa col nome di Giovanni XXIII. — Ostilità

tra Ladislao e i Fiorentini. — Discesa in Italia di Luigi

d’Angiò. Ladislao cede ai Fiorentini Cortona; poi nuova

guerra e minaccia grande contro allo Stato di Firenze;

Ladislao muore a’ 6 agosto 1414. — Viene a Firenze Filippo

Scolari fiorentino, detto Pippo Spano, gran personaggio

presso a Sigismondo in Ungheria. — Sigismondo, fatto

imperatore, promuove il Concilio che s’adunò in Costanza

l’an. 1414. — Deposti i tre Papi contendenti, viene eletto

pontefice Martino V, di casa Colonna, il quale piglia

dimora in Firenze. — Male contento dei Fiorentini, si parte

[1420] dopo avere quivi ricevuto l’ubbidienza di Giovanni

XXIII; morte di questo e sue relazioni co’ principali di

Firenze. — Felice stato della città. L’Arte della seta

arriva qui a uno splendore altrove ignoto. — Cercavano

farsi potenti sul mare, al che i Veneziani si

contrapponevano. Galere mandate in Egitto e in altri

luoghi. Trattati per causa di traffici co’ Grimaldi di

Monaco e con altre famiglie Genovesi. — 1421. La Repubblica

di Firenze compra Livorno da quella di Genova. — Grandi

spese fatte, mantenendo alto il credito dei Libri del

Monte. — Fondazione dello Spedale degli Innocenti. —

Riforma degli Statuti per opera del giureconsulto Paolo da

Castro.

_Capitolo_ VI. — GUERRA CON FILIPPO MARIA VISCONTI. — NICCOLÒ

DA UZZANO, GIOVANNI DE’ MEDICI, RINALDO

DEGLI ALBIZZI. [AN. 1422-1428.] 146

Qualità di quello Stato: persecuzione contro la famiglia

degli Alberti. — Arti per mantenere lo Stato piuttosto con

la virtù degli uomini che delle leggi. — Venezia ad essi

era esemplare, ma non potevano agguagliarlo. — Maso degli

Albizzi. — Niccolò da Uzzano. — Giovanni de’ Medici. —

Lagnanze, accuse. — Creazione del Consiglio dei Dugento. —

Filippo Maria Visconti signore in Milano. — Trattato da lui

proposto ai Fiorentini. — Questi per accomandigie e

protezioni tengono la media Italia. — Entrano in guerra col

Visconti e sono rotti a Zagonara [1424, 24 luglio]. —

Grande malcontento per le gravezze. — Fanno chiudere le

Confraternite, nelle quali erano spiriti popolari. —

Radunanza in Santo Stefano; discorso attribuito a Rinaldo

degli Albizzi. — La parte dei Medici comincia a mostrarsi;

consigli di Niccolò da Uzzano. — Altre sciagure in Romagna.

— Pratiche in Italia; circospezione dei Veneziani; Lorenzo

Ridolfi. — Grande Lega contro al Visconti [27 gennaio

1426]. — Firenze soccorre i fuorusciti Genovesi; virtù di

Tommaso Frescobaldi. — Fatti gloriosi del Carmagnola per i

Veneziani in Lombardia. Battaglia di Maclodio, dove le armi

del Duca sono rotte dai Veneziani e Fiorentini. — Pace

conchiusa [18 aprile 1428]. Venezia distende il suo dominio

fino all’Adda.

_Capitolo_ VII. — CATASTO. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — GUERRA

DI LUCCA. [AN. 1427-1433.] 178

Formazione del Catasto [1427]; come fosse popolarmente

chiesto, come passasse nei Consigli. — Regole minute per

fare il Catasto. — I Volterrani, come distrettuali, negano

esservi assoggettati. — Durezze dei Fiorentini; ribellione

di Volterra presto gastigata. — Niccolò Fortebracci

promuove le occasioni ad una guerra contro Paolo Guinigi

signore di Lucca. — Morte di Giovanni de’ Medici. — Neri

Capponi, poi l’Albizzi e tutta la parte dei Medici stanno

per quella guerra. — Rinaldo, che era uno dei Commissari,

per disgusti avuti si parte dal campo [18 marzo 1429]. —

Disegno del Brunelleschi per allagare Lucca, male riuscito.

— Antonio Petrucci senese, restaura la difesa di Lucca. —

Francesco Sforza, entrato in Lucca, s’impadronisce della

persona di Paolo Guinigi e delle ricchezze, mandatolo a

morire prigione in Pavia. — Niccolò Piccinino viene in

soccorso dei Lucchesi; assale il campo Fiorentino, che è

messo in rotta [2 dicembre 1430]. — Congiura in Pisa d’un

Gualandi. — I Fiorentini fanno intorno a Lucca grande

difesa contro al Piccinino, il quale, scorrendo la Toscana,

reca ad essi grandi mali; guerra mossa contro al Duca dai

Veneziani e Fiorentini. — Battaglia navale a Portofino;

prodezza di Raimondo Mannelli: fatti di arme in Lombardia.

— Battaglia di Maclodio; Niccolò da Tolentino sostiene la

guerra pei Fiorentini felicemente. — Passaggio per la

Toscana dell’Imperatore Sigismondo. — Pace col Visconti

[10 maggio 1433].

_Capitolo_ VIII. — ESILIO E RITORNO DI COSIMO DE’ MEDICI.

[AN. 1433-1434.] 202

Popolarità di Cosimo dei Medici. — Parti e opinioni diverse

nella Repubblica; parere attribuito a Niccolò da Uzzano. —

Rinaldo degli Albizzi, Neri Capponi, Legge degli

Scandalosi. — Contegno di Cosimo. Questi, chiamato in

Palagio, è chiuso in carcere [7 settembre 1433]. —

Parlamento, Balìa, nuove leggi, sentenza contro a Cosimo

e Averardo de’ Medici. — Cosimo, dopo un mese di prigionia,

è mandato a Padova in confine. — Acquista dall’esiglio

maggiore favore, ed è onorato come principe dai Veneziani.

— Guerra in Romagna. — Signoria amica ai Medici, cita a

comparire [26 settembre] l’Albizzi ed altri. Questi si

arma; dubbi consigli degli uomini principali. — Era in

Firenze Eugenio IV, che s’intromette per un accordo.

Rinaldo degli Albizzi, in quello fidatosi, licenzia gli

armati per lui. — 29 settembre. Parlamento e Balìa che

richiama il Medici e bandisce Rinaldo e pochi altri. —

Cosimo e il fratello, prima fermatisi in Ferrara ed

accompagnati sino ai confini da gente del Duca, rientrano

in Firenze a dì 6 ottobre 1434.

_Capitolo_ IX. — GLI STUDI CLASSICI IN FIRENZE; GRANDE

INCREMENTO DELLE BELLE ARTI. [AN. 1378-1434.] 227

Decadenza sollecita delle latine lettere: abbandono degli

studi classici. — Primo il Petrarca diede moto alla ricerca

degli antichi scrittori: promosse lo studio anche del

greco, e seco il Boccaccio. Istituzione in Firenze l’anno

1360 d’una cattedra di greco, prima in Occidente. —

Coluccio Salutati e sua grande fama. — La lingua volgare fu

allora trascurata dai letterati, ma progrediva nell’uso

dello scrivere familiare. — Franco Sacchetti e sue Novelle.

— Il Pecorone di ser Giovanni Fiorentino. — Cronisti:

Marchionne Stefani, Piero Minerbetti, Gino e Neri Capponi,

Iacopo Salviati, due Buoninsegni, Giovanni Morelli, Goro

Dati, Bonaccorso Pitti. — Scrittori ascetici e morali:

frate Giovanni Dominici. — Leonardo Aretino: sua Istoria di

Firenze, suoi Commentarii e traduzioni di autori greci. —

Studio fiorentino: Emanuele Crisolora v’insegna il greco,

an. 1396: Lorenzo Ridolfi e Marcello Strozzi spiegano

leggi; Paolo Minucci insegna il diritto feudale; Paolo

Castro fu ordinatore dello Statuto fiorentino; il cardinale

Francesco Zabarella e Fra Leonardo Dati maestri in

teologia; Filippo Villani e Giovanni da Ravenna tennero la

cattedra per l’illustrazione della Divina Commedia. — Cessò

lo Studio l’anno 1421. — Niccolò da Uzzano aveva lasciato

l’eredità sua per un Collegio di cinquanta alunni, ma il

testamento non fu eseguito. — Molti uomini ricchi

s’adopravano a cercare e a fare copiare libri latini e

greci, fra tutti insigne Palla Strozzi: Ambrogio

Traversari, monaco autorevole per dottrina, tradusse dal

greco autori antichi. — Niccolò Niccoli e sua famosa

biblioteca. — Poggio Bracciolini da Terranova, cercatore

indefesso e soprattutti fortunato di libri classici: sua

Istoria fiorentina, trattati latini e lettere. — Nei

letterati era corruttela; migliori gli artisti, ed il

secolo non tutto guasto. — Masaccio e frate Giovanni

Angelico pittori. — Luca della Robbia e sua famiglia, loro

bassorilievi di plastica verniciata. — Filippo

Brunelleschi, Cupola del Duomo, chiese di Santo Spirito e

di San Lorenzo, Palazzo dei Pitti. — Donatello e sue opere

di scultura. — Lorenzo Ghiberti: porta maggiore di San

Giovanni ed altre sue opere in bronzo e orificerie.

LIBRO QUINTO.

_Capitolo_ I. — LA REPUBBLICA SOTTO A COSIMO DE’ MEDICI. —

ALTRA GUERRA CONTRO LUCCA. — CONCILIO DI FIRENZE. — NICCOLÒ

PICCININO IN TOSCANA. — ACQUISTO DI BORGO SAN SEPOLCRO E

DEL CASENTINO. [AN. 1434-1441.] 245

Nuovo indirizzo dato al Governo. — Grande numero di sbanditi:

Palla Strozzi. — Arte usata da Cosimo. — Congiure,

condanne. — Guerre intorno a Roma e nella Marca. Pace col

Visconti. — I Genovesi in battaglia di mare fanno prigione

il re Alfonso d’Aragona: poi scosso il giogo del Visconti,

hanno soccorsi dai Fiorentini. — Eugenio IV prima di

lasciare Firenze consacra la nuova chiesa di Santa Maria

del Fiore. — Niccolò Piccinino entra in Toscana mandato dal

Duca; pei Fiorentini vi entra Francesco Sforza: la guerra

si rompe di nuovo in Lombardia: i Fiorentini assaltano

Lucca e acquistano Montecarlo. — Viluppi della politica

italiana: i Fiorentini costretti fare pace con Lucca. — An.

1439, Concilio in Firenze per l’unione tra la Chiesa Greca

e la Latina. — Arti di Filippo e del Piccinino. Lo Sforza

mandato dai Fiorentini al soccorso dei Veneziani. Guerra

tra’ due grandi condottieri. Il Piccinino accompagnato dai

fuorusciti fiorentini passa in Toscana. — Sua grave rotta

sotto Anghiari [29 giugno 1440]: egli e i fuorusciti

abbandonano la Toscana. — Morte di Rinaldo degli Albizzi. —

I Fiorentini acquistano Borgo San Sepolcro e il Casentino

cacciandone la famiglia dei conti Guidi. — 1441. Pace col

Visconti.

_Capitolo_ II. — INTERNE COSE DELLA REPUBBLICA. — BALÌA DEL

1444. — GUERRA DEL RE ALFONSO IN TOSCANA. — GUERRE IN

LOMBARDIA. [AN. 1441-1450.] 275

Uccisione di Baldaccio d’Anghiari. — Cosimo de’ Medici e Neri

Capponi. — Sono rifatte le Borse nelle quali entrano nuovi

uomini. Famiglie di Grandi riammesse agli uffici ma poche

per volta. — Al Catasto abolito viene sostituita una Decima

Scalata, per la quale un maggiore aggravio cadesse su’

ricchi. Frequente ripetizione di quella gravezza. Arbitrio

nell’imporla: modi per impoverire gli avversari ed

arricchire alcuni amici: Monte delle Doti. — Lagnanze ed

accuse contro a quello Stato. — Nuova Balía, nuovo

squittinio, famiglie escluse dagli uffici, revisione delle

antiche leggi. — Guerre tosto riaccese nella Marca. —

Francesco Sforza diviene genero del duca Filippo. — Fine di

Niccolò Piccinino. — Alfonso d’Aragona entrato in Toscana

combatte Piombino, poi ritiene Castiglione della Pescaia. —

Niccolò V si fa mediatore di una pace che si trattò in

Ferrara. — 1447. Morte di Filippo Maria Visconti. — Milano

costituitosi in Repubblica e per vari inganni ora difeso e

ora oppugnato dai Veneziani e da Francesco Sforza, cede

infine a questo che l’anno 1450 si fa proclamare duca di

Milano.

_Capitolo_ III. — AMICIZIA CON FRANCESCO SFORZA DUCA DI

MILANO. — NUOVA BALÌA E NUOVO CATASTO. — VECCHIEZZA E MORTE

DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1450-1464.] 297

Cosimo dei Medici si era tenuto sempre amico Francesco

Sforza. Motivi personali che egli ne aveva e motivi

pubblici. Pericoli dalle ambizioni dei Veneziani ed ora da

quelle del re Alfonso d’Aragona. — Sovvenzioni allo Sforza

col danaro della Repubblica. — Difficoltà incontrate da

Cosimo nei Consigli e nella opinione popolare. — Arti usate

da lui e dalla sua parte: magistrati fatti a mano. — I

Bolognesi chiamano un giovane del Casentino a governare la

città loro col nome di Santi Bentivoglio. — Si rompe la

guerra dai Veneziani e dal re Alfonso contro al nuovo Duca

di Milano ed ai Fiorentini. — 1452. Viene in Firenze

Federico imperatore. — Ferdinando figlio del re Alfonso

scende in Toscana, ma per breve tempo. — Guerra in

Lombardia. — I Fiorentini chiamano Renato d’Angiò

all’impresa di Napoli: questi, senza aver fatto cosa di

conto, torna in Francia. — Costantinopoli è preso dai

Turchi, 1453. — Pace di Lodi, 1454. — Morte del re Alfonso.

— Ingiustizia in Firenze delle tasse: Giannozzo Manetti. —

Arti di Cosimo per nascondere la sua potenza. — 1457.

Morte di Neri Capponi. — Grande e terribile uragano. —

1458. Rinnovazione del Catasto. Nuova forma che piglia la

guerra tra’ pochi e i molti. Condanne. — Abbassamento del

Potestà, gli onori di Capo dello Stato essendo attribuiti

al Gonfaloniere. — Potenza e vanità di Luca Pitti:

accorgimento del vecchio Cosimo. — Pio II in Firenze. —

Grandi feste. — Morte dell’arcivescovo Sant’Antonino. —

1464. Pio II muore in Ancona, dove aveva chiamato una

grande Crociata contro ai Turchi. — 1º agosto. Morte di

Cosimo dei Medici. Sue qualità, sue ricchezze, magnificenza

di edifizi, servigi resi da lui alle lettere ed alle arti.

_Capitolo_ IV. — PIERO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1464-1469.] 331

I principali di quello Stato, ma ciascuno con diversi

pensieri, cercano abbassare la potenza di Piero dei Medici:

i Magistrati tornano ad essere tratti a sorte. — 1466. Per

la morte di Francesco Sforza le due parti vengono a guerra

scoperta, gli avversari di Piero de’ Medici negando

sovvenire con danari alle necessità del nuovo duca Galeazzo

Maria, e ciascuna armandosi dentro la città e avendo

aderenti fuori. La vita di Piero è insidiata, ma questi poi

col tirare a sè Luca Pitti, ripiglia lo Stato con l’esilio

dei suoi nemici. — I Veneziani muovono contro alla Toscana,

ma segretamente, il vecchio capitano Bartolommeo Colleoni

insieme co’ fuorusciti di Firenze. Viene con esso a

battaglia Federigo conte di Urbino, Capitano della Lega.

Scontri per terra e per mare: parole del Duca di Milano:

infine, 1468, Paolo II fattosi arbitro della pace, la

impone a tutti gli Stati d’Italia. — Acquisto di Sarzana. —

Grandezza principesca della Casa Medici: educazione di

Lorenzo: sue visite alle Corti d’Italia, e fama ch’egli si

acquistava: suo matrimonio. — 3 dicembre 1469. Morte di

Piero de’ Medici.

_Capitolo_ V. — GIOVINEZZA DI LORENZO E DI GIULIANO DE’

MEDICI. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — CONGIURA DE’ PAZZI;

MORTE DI GIULIANO. [AN. 1469-1478.] 353

Lorenzo capo effettivo dello Stato. — Venuta in Firenze del

Duca di Milano: grandi sontuosità, grandi feste. — Consigli

del Popolo e del Comune aboliti. Consiglio dei Cento, nel

quale entravano i più fidati: pure difficoltà grandi a far

passare le nuove leggi, a scemare il numero delle Arti, a

vendere i beni della parte Guelfa che diventò Magistrato

per la cura delle opere pubbliche. Fiducia riposta da Casa

Medici negli Accoppiatori che presiedevano alle tratte.

Bargello per il contado con uomini armati. — Ribellione dei

Volterrani offesi da Lorenzo per un suo privato interesse:

grande radunamento di forze contro a quella città che si

rende a patti, violati crudelmente dai vincitori. — 1471.

Sisto IV nuovo papa, e sua famiglia. — Pratiche per fare

Giuliano cardinale: sua giostra. — Nuovi ordini a vie più

stringere il governo: cessa il Capitano del Popolo,

l’Esecutore degli Ordini di Giustizia ridotto a Bargello,

imposte al Potestà le sentenze ch’egli deve pronunziare. —

Uccisione di Galeazzo duca di Milano, 26 dicembre 1476. —

Sisto IV. Girolamo Riario. Francesco dei Pazzi. Offese di

Lorenzo contro alla famiglia dei Pazzi. — Francesco

Salviati arcivescovo di Pisa. — Iacopo dei Pazzi capo di

questa famiglia. — Francesco s’intende in Roma con Girolamo

Riario, ed essi fanno il Papa consentire alle pratiche per

una mutazione di Stato in Firenze. — Apparecchi alla

esecuzione della congiura. Venuta in Firenze del giovane

cardinale Raffaele Riario. I congiurati si fermano nel

pensiero d’uccidere i due fratelli in Duomo la domenica 26

aprile 1478. — Francesco dei Pazzi trafigge a morte

Giuliano: Lorenzo da due altri congiurati ferito nel collo,

si rifugia in sagrestia. — L’arcivescovo Salviati con altri

va in Palagio per occuparlo; Iacopo de’ Pazzi con una

frotta di armati viene in Piazza, ma niuno lo segue; molto

popolo amico ai Medici accorre. Dentro al Palagio i

congiurati sono presi; l’Arcivescovo con altri appiccato

alle finestre, dalle quali è il rimanente gettato in

Piazza. Lorenzo dalle finestre di casa sua si mostra al

popolo. La plebe infuria. Francesco dei Pazzi colto nel

letto suo è condotto in Palagio ed appiccato con gli altri;

quanti dei Pazzi trovarono, tutti uccisi. Il vecchio Iacopo

de’ Pazzi, colto nella fuga, è portato ad appiccare

anch’egli in Palagio: la plebe fa del suo cadavere nefando

ludibrio. — Condanne contro alla famiglia dei Pazzi. — Di

Giuliano dei Medici nacque un figlio che divenne poi

Clemente VII.

_Capitolo_ VI. — GUERRA CON SISTO IV. — LORENZO DE’ MEDICI A

NAPOLI. [AN. 1478-1480.] 380

Contegno di Sisto IV dopo avuta la notizia di quei tristi

fatti: più tardi le ire si accendono in Roma e in Firenze.

Breve di scomunica e di persecuzione contro a Lorenzo dei

Medici; la città è interdetta: richiami e scritture contro

al Breve; Lorenzo invoca soccorso dai Principi della

cristianità. — Cominciano le ostilità: Breve del Papa, a

cui risponde pubblicamente Lorenzo in Palagio. Gli è data

una guardia di dodici armati. — Guerra in Toscana. —

Proposta del Papa rigettata. Favore di Luigi XI per

Lorenzo: negoziati in Italia e fuori. — Diviene la guerra

sempre più difficile: la città stracca, minaccia voltarsi

contro a Lorenzo. Questi, mancandogli alleati certi,

delibera arditamente di gettarsi in braccio al re Ferrando

suo nemico. — 6 dicembre 1479. Espone in Pratica ristretta

il suo consiglio e parte per Napoli: varie impressioni di

questo fatto nella città, che rimane quieta. — Lorenzo in

Napoli si guadagna favore in Corte e nella città. Lunghezze

del Re; partenza improvvisa di Lorenzo, alla quale tiene

dietro il trattato della pace. Letizia in Firenze. — Il

Duca di Calabria venuto a Siena fa mostra di volerne

occupare la signoria. — I Turchi in Otranto; al che Alfonso

lascia la Toscana, andato a combatterli con sua molta

gloria. — I Fiorentini mandano a chiedere assoluzione, la

quale il Papa solennemente concede.

_Capitolo_ VII. — GOVERNO DI LORENZO. — MOTI DIVERSI E INDI

PACE UNIVERSALE. — MORTE DI LORENZO. [AN. 1480-1492.] 403

Balía eletta senza le forme consuete di Parlamento.

Formazione di un Consiglio Maggiore con autorità sovrana. A

questo o a parte di esso appartenga la scelta dei minori

uffici. — Ordine dei Settanta, anch’esso permanente e da

rinnovarsi dentro sè stesso: aveva le attribuzioni d’un

Senato da stare a fianco della Signoria: da questo dovevano

uscire gli uffici più rilevanti. — Riforma del

ridotto a imposizione progressiva. — Provvedimenti circa al

Monte Comune e a quello delle Doti, nei quali il servirsene

che i Medici facevano di continuo aveva condotto grandi

disordini. — Liberazione d’Otranto. — Guerre del Papa e dei

Veneziani contro Ferrara, e del Duca di Calabria unito a

Lodovico Sforza e ai Fiorentini nel Patrimonio e nella

Romagna e in Lombardia. — Pratiche per la convocazione di

un Concilio. — Pace separata di Sisto IV. — Dieta in

Cremona dei collegati contro a’ Veneziani, dove andò

Lorenzo dei Medici. — Pace di Bagnolo. Morte di Sisto IV,

1484. — Mutazioni in Siena col favore di Lorenzo. — Guerra

co’ Genovesi per Sarzana e acquisto di Pietrasanta. —

Congiura in Puglia dei Baroni, e guerra intorno a Roma;

indi pace. — Sarzana riacquistata: Lorenzo de’ Medici in

campo. — Uccisione di Girolamo Riario; moti nella Romagna.

— Grande favore di cui godeva in Roma Lorenzo: maritaggio

d’una sua figlia con Franceschetto Cibo. Giovanni de’

Medici fatto Cardinale. — Pace universale in Italia. —

Grandezza e fama di Lorenzo. — Sua famiglia. — Sue arti di

Governo. — Come si giovasse del denaro pubblico; cerca di

rinnalzare Pisa. — Di quante cose fosse centro la Casa

Medici, e quali uomini vi convenissero. — Malattia e morte

di Lorenzo. Parvero con lui avere termine le felicità

d’Italia.

_Capitolo_ VIII. — SCIENZE, LETTERE ED ARTI SOTTO IL GOVERNO

REPUBBLICANO DI CASA MEDICI. [AN. 1434-1494.] — LA LINGUA

TOSCANA DIVIENE ITALIANA. 430

Ampliazione degli studi. I Greci in Firenze: Accademia

Platonica iniziata nei tempi di Cosimo. — Marsilio Ficino.

— Francesco da Diacceto continuatore della sua scuola. —

Cristoforo Landino: suoi libri latini. — Leone Battista

Alberti scrittore ed artista. — Sant’Antonino. — Giannozzo

Manetti dotto in ebraico. — Segretari della Repubblica,

Matteo Palmieri, due Marsuppini, Bartolomeo Scala, due

Accolti. — Filippo Bonaccorsi, Paolo Cortese. — San

Bernardino da Siena predicatore popolare. — Enea Silvio

Piccolomini, papa col nome di Pio II; suo vario ingegno e

sue opere. — Paolo Toscanelli consultato dal Colombo; suo

gnomone. — Cenni sopra Leonardo da Vinci, Fra Luca Pacioli.

— La pittura dopo Giotto. — I Ghirlandai, i due Lippi,

Benozzo Gozzoli, Sandro Botticelli. — Andrea del

Verrocchio: Mino da Fiesole e altri scarpellini che

divennero scultori. I due da San Gallo, il Sansovino e il

Cronaca, architetti. — Un poco più tardi. Fra Bartolommeo

da San Marco e Andrea Del Sarto segnano il colmo

nell’antica scuola della pittura fiorentina. — Maso

Finiguerra, il Botticelli e Antonio Pollaiolo incisori in

rame. Oreficeria, miniature in cartapecora. — Poesia sul

finire del quattrocento. Feo Belcari, il Burchiello. Il

_Morgante_ di Luigi Pulci. — Angelo Poliziano. Girolamo

Benivieni. — Lorenzo de’ Medici.

I letterati del quattrocento poco stimavano il volgare e poco

l’usavano. Nemmeno ai sommi del secolo precedente facevano

grazia: scrivevano latino o latineggiavano l’italiano. — La

lingua nell’uso familiare progrediva, nell’uso dei dotti si

era impoverita. — Non era il toscano mai stato parlato in

modo solenne così da rendersi autorevole a tutta l’Italia:

quindi nei libri mancò il magistero che viene ad essi dalla

parola viva; e mancò a questa l’autorità e quella maggiore

cultura che viene dai libri. — La sola Toscana ebbe cultura

che bastasse fin dal principio della lingua a svolgerla in

tutta l’ampiezza sua: nelle altre provincie più era da

fare, e quello che si fece rimase dialetto. I dialetti

grecizzanti delle provincie meridionali si discostavano dal

toscano meno di quelli nei quali era mistura celtica. —

Alla fine del quattrocento era già nata la stampa, che fu

nuovo organo alla diffusione della parola: si fecero in

varie città d’Italia edizioni dei sommi toscani. — Da

questa provincia uscivano intanto libri atti a farsi

popolari, come il Morgante e i libri italiani del Landino.

Allora si cominciò a scrivere per tutta Italia in lingua

toscana: questa deve tra i non Toscani all’Ariosto l’essere

divenuta universale alla nazione. — Niccolò Machiavelli e

Francesco Berni scrittori sommi. — Ma subito dopo l’Italia

decadde; il nostro livello tra le altre nazioni discese ad

un tratto: il popolo di Toscana meno operando, inventava

meno; mancò la fiducia, mancò lo stimolo alle volontà;

v’era in Italia poco da fare. — Mancò nei libri quello che

si impara fuori dei libri; vennero i letterati, sparve il

cittadino. — La lingua toscana non tenne mai signoria vera.

Quello era il tempo dei grammatici che sono i fisiologi

della lingua, come i fisiologi sono i grammatici della

vita: viveano le lettere di basse facezie e nobiltà false.

— Più tardi la scuola di Galileo rialzò la Toscana per

oltre un secolo. — Ma quando in Italia si cercò l’unione

anche nel fatto della lingua, apparve in questa la

mancanza d’un’autorità sovrana ed egualmente da tutti

ubbidita. — La lingua in Italia sarà quello che sapranno

essere gli Italiani.

APPENDICE DI DOCUMENTI.

I. Provvisione del 21 luglio 1378, approvata nei consueti

Consigli a’ 21 e 22 471

Altra Provvisione dell’11 settembre 1378, approvata

c. s. a’ dì 11 e 12 476

Altra del 28 settembre 1378, approvata il 28 e 29 480

II. Provvisione del 21 gennaio 1381 dall’Incarnazione 487

Altra Provvisione dello stesso giorno 488

Altra Provvisione come sopra 490

Altra Provvisione come sopra ivi

Provvisione del 22 gennaio 1381 dall’Incarnazione 492

Altra Provvisione de’ 23 gennaio 1381 come sopra 496

Altra del 24 gennaio ivi

Provvisione del 27 febbraio 1381 come sopra 499

Provvisione del 15 marzo 1381 dall’Incarnazione

approvata negli opportuni Consigli a’ dì detto

e a’ dì 16 502

III. Parlamento generale del 19 ottobre 1393 504

Provvisioni della Balìa, creata nel suddetto Parlamento,

de’ 20 ottobre 1393 507

Altre Provvisioni della Balìa, come sopra, de’ 21 ottobre 514

IV. Lettere della Signoria concernenti all’acquisto e

alla conservazione di Pisa. 1402-1407 518

V. Ordine degli Uffici della Repubblica di Firenze 524

Descrizione delle feste di San Giovanni 531

VI. Elenco delle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi

per il Comune di Firenze 535

VII. Tre lettere della Signoria di Firenze a Neri Capponi,

oratore a Siena, per il caso di Brolio. Ottobre 1434 542

VIII. Istruzione di Sisto IV a messer Antonio Crivelli

mandato suo al re Ferrando. Risguarda le cose di Città di

Castello, tenuta da Niccolò Vitelli 544

IX. _Confessione_ di Giovan Batista da Montesecco relativa

alla Congiura de’ Pazzi 547

X. Istruzione di Sisto IV a messer Antonio Crivelli

mandato suo al re Ferrando; scritta mentre Lorenzo era

tuttora a Napoli e il Re si vedeva già inclinato ad

accordarsi con lui. Febbraio 1480 559

XI. Lettera contenente le istruzioni e consigli di Lorenzo

de’ Medici al figlio Giovanni, quando fatto Cardinale,

andava a Roma nel marzo 1492 564

STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.

LIBRO QUARTO.

CAPITOLO I.

TUMULTO DE’ CIOMPI. — MICHELE DI LANDO. [AN. 1378.]

Abbiamo sul fine del precedente Libro, dov’è rimasta la narrazione

dei fatti civili, mostrato come le due contrarie parti andassero

innanzi ciascuna per sè, fatte all’ultimo più temerarie, e dividessero

la Repubblica. Mentre era delitto parlare d’accordi e osservare

l’Interdetto, dal canto loro i Capitani della Parte guelfa nei due

mesi di settembre e ottobre 1377 più infierivano nelle ammonizioni, le

quali ruppero ogni freno quando la parte che voleva la guerra col Papa

non valse a reggere nel proposito: da quel tempo fino a luglio 1378

leggo essere state ottantasette le ammonizioni, che spesso colpivano

intere famiglie.[1] Aveano trovato i Capitani un cotal modo pel quale

venivano a rimanere in ufficio durante un anno, essi o i più stretti

aderenti loro; quel fare le borse donde traevansi gli uffici, e poi

sovente nemmeno starsene alla sorte, facilitava gli arbitrii: uno era

tratto dei Ventiquattro, dai quali secondo la Riforma del 66 dovevano

essere approvate le sentenze, e se non piaceva, levarsi una voce tra i

preposti allo squittinio: «Io l’ho veduto andare in villa:» la polizza

era rimessa dentro; e così via via, finchè non uscisse tale che fosse a

grado loro. Guidava la Parte una consorteria di pochi, dei quali i nomi

si trovano registrati: Lapo da Castiglionchio, anima e capo di tutta la

setta. Avevano anche fatto un Gonfalone con l’antica arme del re Carlo,

ed a portarlo un Gonfaloniere che fu Benghi Bondelmonti; ripigliavano

le antiche forme che inaugurarono la Repubblica, quasichè volessero

tutta ora metterla nella Parte. Le sentenze pronunziavano di notte,

o fosse per ischifare tumulti, o ad accrescere il terrore pigliando

sembianza di segreto tribunale. Nessuno poteva tenersi sicuro, e non

bastava essere guelfo (come dicevano) più di Carlomagno; ai caporali

quando passavano, ed ai cagnotti o _aguzzetti_ loro, un trar di

berretta più che alla Signoria: gli impauriti cercavano riscattarsi o

per moneta o per favore, e facendo parentadi o disfacendoli, per avere

scampo a sè stessi o protezione.

A chi legga queste cose ed i cronisti generalmente abominare la _furia

dell’ammonire_ come una proscrizione che desse nel sangue, potrebbe

sembrare che un divieto di quella sorta non fosse cosa pari al terrore

ch’ella ispirava, ed agli effetti che ne seguirono. Ma era entrata la

vita pubblica in questo popolo così addentro, che a non avere parte

allo Stato pareva essere come nulla.[2] Inoltre le leggi non avevano

imparato per anche a difendere l’universale dei cittadini e fare a

tutti le parti eguali: tenere lo Stato importava pagar meno; ed era

mestieri procacciarsi l’amicizia d’un qualche possente a fine di avere

sorte più equa nella distribuzione di quelle gravezze, le quali erano

personali.[3] Invano più volte si aveva cercato formare una Tavola o

Catasto delle possessioni per via di portate che ognuno facesse dei

propri suoi beni, ma fu attraversato dai più ricchi perch’erano sempre

i più favoriti; e ad ogni passo nacquero tali difficoltà, che il

provvedimento buono fu abbandonato come impossibile. Infino dal secolo

XIII era stato tentato l’Estimo degli immobili, o almeno comandato;

ed una prova ne venne fatta l’anno 1355, la quale al solito riuscì

male.[4] Aveva anche il Duca di Calabria nel 1326 ordinato stimare

l’entrata che avesse ciascuno così degli stabili come dei mobili e

guadagni; ma pur questa diede luogo a grandi lagnanze, nè in tale modo

fu ritentata.[5] Vedremo or ora intorno a ciò una petizione, la quale

però aspettò ancora una cinquantina d’anni prima di avere adempimento.

Era l’entrata della Repubblica, siccome vedemmo, trecento migliaia

di fiorini d’oro all’anno: le spese ordinarie, quaranta migliaia di

fiorini, senza contare la spesa dei soldati e le opere pubbliche: ma

non bastava l’avanzo alle imprese del Comune, dove andavano quelle

ingenti somme, le quali ci è occorso in più luoghi di notare: a queste

era molto frequente necessità sopperire per via di prestanze e imposte

sopra alle ricchezze dei mercanti o di altri singoli cittadini. Aveano

cercato modi, a dir vero, non male acconci per l’assegnazione della

somma che ognuno dovesse pagare secondo le facoltà sue. Partivano

in quattro ciascun Quartiere della città, come era per le Compagnie,

nominando per ciascuna divisione sette _settine_ di probi uomini, le

quali dovessero ognuna da sè determinare la somma che fosse da imporre,

a loro giudizio, per ogni capo di cittadino. Le liste venivano dipoi

trasmesse ai frati Romitani di Santa Maria degli Angeli o ad altri

frati, i quali dovevano da ogni _settina_ togliere via le due maggiori

e le due minori tassazioni, pigliando il medio che resultasse dalle

tre altre, e il medio poi di tutte le _settine_ a questo modo insieme

sommate; questa era la quota di che ciascuno venìa gravato.[6] Si trova

che il primo debito della Repubblica fosse creato inverso gli anni

1222-26 a tempo dei Consoli, e quando era tuttavia sotto l’Imperiale

soggezione; ma questo debito, che avea d’interesse venticinque per

cento all’anno, pare che fosse mano a mano diminuito ed in quarant’anni

estinto. Ma era contuttociò impossibile che non v’entrasse l’arbitrio,

e ai renitenti veniva fatta intimazione a pagare, andando per ultimo

fino a guastare le case: al che non si venne per avere fatte condizioni

da tirare co’ larghi profitti la cupidigia dei prestatori. Chi dava

cento aveane merito un danaio al mese, che è il frutto del cinque;

ma per ogni cento scrivevano altre due centinaia in assegnazioni

sulle gabelle, talchè la rendita annuale veniva nel fatto a essere

del quindici. Fecero insino dal 1345 un libro dov’erano descritti per

alfabeto i nomi de’ cittadini ch’aveano prestato; gli chiamarono i

Libri del Monte, nel quale vennero a purgarsi i debiti vecchi ch’avea

la Repubblica: montava la somma a fiorini 503,864.[7] Provvidero

anche alla diminuzione successiva dei debiti del Monte, formando

con certe assegnazioni di gabelle sulla farina e sul pane quella che

ora si chiama Cassa d’ammortizzazione, la quale si vede ch’esisteva

già nell’anno 1369; nel quale tempo furono tratti da quella i danari

che si doveano pagare all’imperatore Carlo IV, con che però fossero

immediatamente rimborsati. E nell’anno 1371, elessero Quattro ufficiali

deputati alla sopraindicata _diminuzione dei debiti del Monte_, i

quali avessero facoltà di comprare cartelle o titoli di credito da chi

volesse farne la vendita, prescrivendo le condizioni ed il modo.[8]

Ordinarono che i danari del Monte fossero esenti da ogni condannagione

nè potessero per alcun titolo essere staggiti, nemmeno per dote, nè far

si potesse contro a quelli esecuzione: ma le vendite o le trasmutazioni

dei crediti iscritti sul Monte fossero libere a ciascuno per semplice

carta di notaio, e gli scrivani del Monte ponendo sul libro il nome

del nuovo creditore sottentrato alle medesime condizioni. Frequenti

erano tali vendite, variando il prezzo come variavano i mercati;

e l’interesse del danaro pe’ grossi guadagni che si avevano dal

trafficare tenendosi alto infino al venti per cento e più:[9] sembra le

vendite dei capitali iscritti sul Monte ordinariamente si facessero in

tal modo, che il cento di capitale si avesse per trenta, scendendo il

prezzo fino al venticinque; e nei peggiori momenti, fino al quindici

e al disotto. Ma qui è da notare che il primo sovventore avea dalla

Repubblica triplicato il capitale e l’interesse; il che avvenne a

questo modo. Sul Monte erano danari dal tempo del Duca di Calabria

(1327) a ragione di cinque per cento l’anno; ed era pena la testa chi

desse o pigliasse più di cinque per cento l’anno, ed era pena la testa

chiunque parlasse, proponesse o mettesse partito di muovere o mutare

l’interesse o il capitale del Monte. Poi alla guerra de’ Pisani l’anno

1362 non si trovava chi volesse prestare a cinque per cento, e chi era

sforzato se ne teneva gravato forte; ma danari bisognavano: laonde ser

Piero di ser Grifo notaio delle Riformagioni, che era uomo molto saputo

in tali cose, trovò questo modo; che a chi prestasse cento fiorini ne

fosse scritti trecento, cosicchè di cento avesse quindici di frutto: fu

chiamato il Monte dell’uno tre.[10] In tanto variarsi del privato e del

pubblico capitale non vuolsi tacere come avessero inventato gli ingegni

sottili dei Fiorentini quello che oggi suole appellarsi Gioco di Borsa:

compravano il titolo com’era sul libro a un dato prezzo da pagarsi in

capo ad un anno; poi voltatolo il compratore in testa sua, più volte

vendeva o ricomperava nel corso dell’anno, secondo che il prezzo dei

crediti sul Monte o rincarasse o rinvilisse: talchè la Repubblica,

cercando frenare (com’io credo) il tristo gioco, pose gabella due per

cento ad ogni permutazione.[11] A Firenze era usuale vizio l’usura

vorace, ch’è fomite alle civili guerre, e a quella andavano molti

capitali tolti alle arti e alla mercatura.

Così erano cause potentissime di turbazioni a questo popolo di Firenze,

oltre all’arbitrio esercitato dai pochi su’ molti nel distribuire le

gravezze, il troppo grasso e la smodata cupidità di ricchezze, e per

gli ingordi guadagni e il largo vivere, agitato incessantemente questo

popolo sin giù nel fondo dai molti e rapidi rivolgimenti della fortuna.

Pei quali in breve non si trovavano più famiglie di anticata ricchezza,

e il terzo erede non possedeva i beni lasciati dall’avolo suo;[12] gli

antichi grandi ridotti a vivere della cultura del suolo e il maggior

numero poveramente in contado, ruinati essi ed i contadini dalle guerre

e dalle gravezze.[13] Ma in Firenze le calamità pareano crescere

questo popolo, tirando in su la più bassa plebe ai godimenti e alle

ambizioni di città libera e opulente. Quindi negli antichi e maggiori

cittadini era un continuo temere la plebe, e in questa un levarsi su

su da cento anni, bramosa d’invadere ed agguagliare ogni cosa e di

occupare i primi luoghi. Abbiamo già scritto come la peste del 1348

avendo fatto che i superstiti si ritrovassero ad un tratto ricchi, i

lavoranti cessassero dagli usati mestieri o rincarassero le mercedi,

volendo per l’abbondanza dei guadagni per sè ogni più cara e delicata

cosa, con generale irrequietezza e disordine nel comun vivere. Il quale

durava, per testimonianza di Matteo Villani, tuttora nel 1362; nulla

potendo le leggi che ad ogni tratto si rinnovavano, sempre inutili a

contenere le spese dei mortori e delle nozze e gli abbigliamenti delle

donne; continuando quel grasso vivere, sebbene in quegli anni fosse una

grande carestia, in mezzo alla quale «festeggiava e vestiva e convitava

il minuto popolo come se fossero in somma dovizia e abbondanza d’ogni

bene.[14]» E nonostante che i rettori con le gabelle ed i cari prezzi

ai quali avean fatto salire ogni cosa s’ingegnassero di porre un

freno in bocca al popolo, questi non se ne curava, portando le spese

allegramente e andando innanzi in quel suo vivere scioperato. Lo stesso

Matteo, comunque fosse buon popolano, si lascia andare a molto dure

parole quando scrive, che a frenare l’ingrato e sconoscente popolo più

utile era la carestia che la dovizia. Tanto era in quelli anni accesa

la guerra tra ’l grasso popolo e il minuto.

Ma gravissimo dissidio sotto altri nomi divideva le Arti minori dalle

maggiori, mentre che insieme queste e quelle partecipavano al governo.

Avevano queste per sè la potenza del capitale e del sapere, quelle

il numero ed il lavoro de’ vari mestieri nelle piccole botteghe.

Delle sette Arti maggiori la prima era dei giudici e notai, alunni

di scuole dove regnava l’autorità; con l’Arte dei medici andavano gli

speziali, mercanti grossi di droghe e di spezierie venute dall’Asia;

e un’altra ve n’era pel commercio delle pelli: nell’Arte del cambio

gli uomini danarosi, possenti all’estero e di grande accesso nelle

cose degli Stati non che nella corte del Papa ed in quelle di Francia

e d’Inghilterra e di Polonia, e d’Ungheria, e nell’Oriente in molti

luoghi. A quei tempi l’Arte della seta non era per anche salita

al colmo; e decadeva quella appellata di Calimala, che riduceva

a perfezione i panni francesi. Teneva fra tutte le altre il sommo

luogo l’Arte della lana, che noi troviamo esercitare nella città un

primato d’autorità e di fiducia; e basti dire che fu commesso a lei

soprintendere alla edificazione del Duomo. Firenze è piena tuttavia

delle insegne di quell’Arte, poste sopra a case dove erano i suoi

lavorii o godeva essa dei privilegi. Sola tra le Arti aveva un giudice

forestiero, di cui non andava la giurisdizione infino al sangue nè

alla corda, ma con facoltà di porre in carcere ed in ceppi.[15] Grande

potenza veniva poi a cotesta Arte dall’avere essa a lei soggetto un

grande numero d’arti minori e di mestieri, da quei che servivano alle

prime conciature della lana infino alle ultime finiture. Cotesti non

erano in proprio nome rappresentati, o i loro collegi dipendevano

da quello della principale Arte, che adoprava quei mestieri avendo

in mano tutto lo spaccio della mercanzia, e regolando i salari e le

condizioni del lavoro con grande arbitrio su’ lavoranti. Le ventuna

Arti generalmente esercitavano la tutela di altre più minute, le quali

aveano loro collegi ma soggetti a quello della principale Arte che

alle inferiori dava il nome: nel 1300 però vedemmo che settantadue

mestieri aveano consoli chiamati a dar voto in caso grave, le Arti

essendosi divise a quel modo perchè più espresso fosse il parere della

città. Di quei mestieri il maggior numero andava con l’Arte della lana,

che n’ebbe infino a venticinque; e questi, per la moltitudine degli

artefici e per avere occasioni continue di lagni da’ grossi mercanti,

troviamo essere del minuto popolo la parte più viva e alla Repubblica

minacciosa. A tutti costoro il Duca d’Atene avea dato consoli e

rettori; i quali diritti subito perderono alla cacciata del Duca: e noi

vedemmo nel 1345 i pettinatori e scardassieri mettersi a capo d’una

congiura per l’accrescimento dei salari;[16] questi medesimi vedremo

ora destare un tumulto e farsi autori d’un rivolgimento pel quale

rimane fino a’ dì nostri celebre il nome degli scardassieri fiorentini.

Storia della Repubblica di Firenze v. 2/3 · 第 1 / 51 段