Amico mio.[3]

— M'è di grande consolazione il poter tornare a te in questi giorni

d'amarezza e di prova, ne' quali anch'io, come Colui che portò tutti

i nostri dolori, posso quasi dire: L'anima mia è trista fino alla

morte!...

Io vivea qui dimenticato, e non potei dimenticare. Le passioni degli

uomini tornarono a visitarmi nella solitudine, ed io ascoltai quelle

voci che altre volte avevano conturbata la mia giovinezza: ed un

affetto ch'emunge le forze dello spirito e rimpicciolisce le idee

dell'umanità e dell'infinito si risvegliò nel mio cuore, ove forse

non ancora spento del tutto consumava non veduto le più pure sorgenti

della vita, siccome fuoco che vive addormentato sotto la cenere. A

tanto mio dolore s'aggiunse una piaga novella, il rimorso: poichè io

sono ancora talvolta il trastullo d'una fuggitiva larva di bellezza;

e mi trovo così debole e vile in faccia di me stesso che parmi nessun

sagrificio esser poco, per ricompormi quest'avvenire ch'io voglio e non

so disprezzare, che fugge sempre più da me lontano, e si porta con sè a

brano a brano la mia vita.

Tu sai la compassionevole vicenda che mi persuase di rinunziare alle

facili glorie concesse dal mondo a chi appena sappia lusingar le inezie

del suo tempo, e farsi campione del vizio imbellettato di virtù.. Io

volli sposar la parte di coloro che patiscono; e nato povero e nudo,

morrò povero e nudo.

Perocchè non per nulla avrò detto addio alle splendide fantasie

dell'arte, alle severe meditazioni della scienza, a' giorni tempestosi

e ardenti della gioventù, alle grandi speranze dell'uom pellegrino

in cerca della verità, a tutto quello che formò la poetica visione

de' miei vent'anni.... Amore, amicizia, patria, sapienza, gloria, non

bastano per legarmi a questa vita; più non sono per me altro che il

primo batter d'ale che fa l'anima nostra verso l'infinito, il simbolo

della virtù eterna, di quel bene che non alligna in terra, perchè la

terra ritornerà nel suo nulla, e il bene è immortale.

. . . . . . .

Amico!

— V'ha qualche ora nella quale credo che Dio non abbia accolto il

suo servo: e parmi ch'egli maledica come opera di superbia, ovvero di

disperazione questo sacro e terribil dovere ch'io m'assunsi (io così

pieno ancora di ribelle volontà, di mortali odii, d'inutili speranze)

d'annunziare agli uomini la sua verità, il giorno del suo regno. Allora

lo spavento e l'angoscia incurvano la mia fronte; io vo' cercando i

luoghi più solinghi e dirupati di quest'Alpi selvagge; io piango senza

trovar sollievo dal piangere, e dico nel mio cuore: O Signore! come,

potrò recar la tua pace agli uomini, io che non ebbi mai pace per

me!...

In tali giorni d'abbandono e di miseria morale, ben io tento di

temperar l'interno patimento colle dolci distrazioni della lettura

e dello studio, tornando ad evocar le belle imagini della poesia,

le grandi ombre di coloro che parlano il vero e furono infelici, e

infelici ben più ch'io non sia!

Ma anche la poesia è morta nel mio cuore...

. . . . . . .

— Io aveva fermo nell'animo di non tornar mai più agli antichi

prediletti studi della poesia; io voleva darmi tutto alle austere

contemplazioni della sacra scienza, che sola ormai può consolarmi de'

tanti disinganni provati, delle stolte speranze umane, delle menzognere

imagini evocate dall'inquieta fantasia che vuol levarsi nella regione

dell'impossibile... Eppure, in questi dì, tornai alla poesia, al culto

di quell'arte che mi rende ancora così belli gli anni giovenili.

Rovistando fra vecchie carte, rinvenni abbozzi di novelle poetiche, di

poemetti, di canzoni, di tragedie; sorrisi di me stesso e de' sogni

miei, rileggendo que' miseri brani. Mi sembravano come le macerie

d'un edifizio caduto in rovina prima che di poche braccia sorgesse

dal terreno. Mi provai a scrivere; ma sarà in vano. La letteratura

del nostro tempo, se ne togli pochi i quali temono di mostrarsi fra

gli altri per la coscienza di una virtù intemerata, ma pur tremante e

sdegnosa, è fatta per tutt'altro che per educare il cuore ed innalzar

la mente alla vera grandezza. È una letteratura smascolinata, come

quell'arcigno del Baretti direbbe, una letteratura da canapè, buona

tutt'al più per i gabinetti delle damine svenevoli e profumate.

Nondimeno scrissi anch'io: ho gittato giù l'abbozzo di due tragedie.

Nell'una il Buondelmonte, vorrei dipingere, a diversità degli altri che

tentarono lo stesso tema, l'origine della fiorentina repubblica, e il

fiero carattere del Mosca,

«Che disse: Lasso! capo ha cosa fatta.»

Nell'altra, il Procida, vorrei mostrare quanto possa amor di patria

in lotta coll'amicizia e coll'amor paterno. Ma le mie forze non

basteranno, lo temo, all'altezza del concetto.

. . . . . . .

Quando nè lo studio nè la contemplazione della natura valgono a tormi

dal cuore il peso che vi sta sopra da lungo tempo, allora prendo la

penna per scrivere a te, amico mio, a te che sai la storia della mia

vita, e solo fra tutti puoi compatire al solitario prete, all'uomo

il quale nulla più domanda su questa terra tranne di vivere nella

memoria onesta de' pochi montanari che fanno la sua famiglia. Allorchè

seppi rinunziare alle illusioni della mente superba d'aver vestita

di novelle forme la vecchia filosofia del dubbio, quando parlai agli

uomini di quella religione di fratellanza e d'amore che sola può

apparecchiar l'avvenire, coloro che stavano in alto gittarono la

vergogna e il disprezzo sopra di me. Avrebbero voluto che la mia fede

si facesse serva delle imposture mondane e delle rugginose pretensioni

della forza: io cercava d'abbracciare il povero e l'oppresso, che al

par di me pativano e pregavano; ed essi mi rinfacciarono la ferrea

legge del fatto, mi presentarono agli occhi de' miei fratelli come un

sognatore irrequieto, come un uomo perduto dietro i delirii dell'umano

pensiero, dietro le novità della filosofia e della religione. E i miei

fratelli risero di me. Allora io non poteva più ritornar fanciullo e

raccogliermi nell'innocenza della vita e della speranza; e sapendo già,

per averne fatto duro saggio, quel che fosse il mondo, sentii tutta

l'amarezza d'una vita inutile e tormentosa. Ma al tempo stesso una

grande e nuova luce d'amore s'era fatta dentro di me, nel profondo: e

in questa si rintegrò la mia fede a poco a poco; e, divenuta matura, la

ragione unì i pochi e deboli suoi sforzi a quelli di tanti e tanti che

combattono quaggiù per la causa dell'onestà e della giustizia.

I miei mali cominciarono a parermi ben picciola cosa al paragone de'

molti e grandissimi che aggravano l'umanità, e fui persuaso da quel

momento che ognuno il quale cammini con semplicità per la via su cui

la Provvidenza lo mise, nè mai rinneghi sè stesso, nè venga a patto

con la propria coscienza, potrà dire un giorno: O Signore, anch'io

feci la mia parte di bene, e vissi sempre nella fede, nella speranza, e

nell'amore! — Perdonai da quel momento all'uomo che col suo tradimento

m'aveva ferito nella più viva parte del cuore: mi gittai nelle tue

braccia, t'apersi tutt'i miei segreti; e tu mi donasti il coraggio di

vivere e d'operare. Gli uomini mi calunniavano ed io li amai; essi mi

respinsero; e chinai la testa; poi venni a nascondere in questa povera

valle il mio oscuro ma innocente apostolato.

E oggi anch'io ripeto a te le dolorose parole che un moribondo amico

mandava a me lontano: Fra me e te esiste un legame che la morte non

rompe!..

. . . . . . .

Mio buon padre.

Nel mio romitaggio, sento il bisogno di tornare a voi, di venir

col pensiero all'umile casa ove nacqui, a quel paradiso de' miei

anni infantili che si specchia nell'acque purissime del lago. Io

veggo, padre mio, il vostro incredulo sogghigno a queste poetiche

ricordanze; ma se vi dirò che la nostra casetta, dove abita mia madre,

dove, nascosta come la rosa silvestre, si fa bella e grande la buona

Angioletta, è il più sacro, il più desiderato angolo della terra per me

che pur vidi molto e molto conobbi, forse non sorriderete più così, e

darete un pensiero anche voi, un pensiero di compassione alla tristezza

che bene spesso viene a tenermi compagnia.

Non è già ch'io mi lagni della mia condizione, e del trovarmi qui

solo, in povera e lontana contrada, dopo che i primi augurii della

vita m'avevano promesso ben diverso avvenire. Sulla via ch'io tentai

d'aprirmi, ardente qual fui di volere e di fiducia, ma scarso pur

troppo di virtù, non trovai altro che spine; e m'avvidi che nell'ampio

teatro del mondo il poco ch'io poteva fare m'avrebbe alla fine

guadagnato le ire e le maligne persecuzioni di chi s'adombra d'ogni

franca e generosa parola, di chi suol chiamar delitto il coraggio

d'alzar la testa contro le prepotenze umane e quelle della fortuna.

Per questo, benedissi come venuta dal cielo l'inspirazione che mi

condusse qui, fra i poveri e i semplici, qui dove soffrono e aspettano,

come la più gran parte degli uomini, tante creature per le quali morì

sulla croce Colui che aveva pur detto a tutti: _Io sono la via, la

verità e la vita!_... Vi ricordate? la prima volta ch'io ho voluto

parlar da un pulpito, con nuovo ardimento, di certe grandi verità delle

quali non sarà mai strappata la radice della terra, delle mie parole

si prevalse il fanatismo, le condannò il fariseo e ne fu scandolezzata

la debole virtù. Così sempre avviene; ed io non voleva chiamar sulla

casa di mio padre, sui vostri bianchi capegli il turbine che di subito

sorse a minacciarmi; pensai a mia madre, a mia sorella, e obbediente a

chi mi percoteva, rinunziai ad ogni gloria e mi tenni abbastanza felice

di questa parte che Dio m'aveva ancora serbata. Qui i buoni alpigiani

mi conoscono e mi riveriscono come padre, m'ascoltano e mi amano come

fratello; qui m'è consolazione il pensiero di quel filosofo: _Se utile

non è quel che facciamo, stolta è la gloria_.

Ma non più di questo....

. . . . . . .

Ringrazierete per me l'Angioletta di quella cassettina contenente

poche cipolle de' panporcini de' nostri monti, ch'essa mi mandò per il

Bernardo l'ultima volta che capitò al paese. Direte a lei e alla mamma

che non si scordino di me nelle loro orazioni grate al Signore; io non

n'ebbi mai tanto bisogno come in questo momento.

Se mai tornasse a vedervi l'amico mio P*** e vi domandasse di me,

ditegli che i poveri miei nervi risentono ancora a quando a quando

le fiere commozioni patite, e che la mia testa qualche volta non è a

segno del tutto; ch'egli stesso mi scriva se le lunghe peregrinazioni

ch'io vo facendo ogni dì per questi monti, possano o no di soverchio

abbattere le mie forze e fare in me effetto contrario a quello ch'io

m'era promesso.

Un'altra cosa vi commetto per la mia cara sorella. Ella sa dove stanno

i pochi libri che innanzi partire lasciai, fra l'altre cose mie, in

quella che fu la mia povera e beata cella. Nello scaffaletto a manca

dello scrittoio, vicino alla finestra, troverà alcuni vecchi volumi

giallognoli e mezzo rosi dal tarlo: sono i cari e preziosi amici della

mia passata gioventù. Fra essi v'hanno due libri rilegati in carta

pecora e intitolati l'uno: I soliloqii di sant'Agostino, e l'altro La

Citta' di Dio. Nell'armadio situato nell'angolo dov'era il mio letto,

ne troverà pure alcuni altri più vecchi ancora, fra cui un volume delle

Opere di san Tommaso ed uno di quelle di Sant'Ambrogio; e un altro più

piccolo, al quale manca il frontispizio; è il Trionfo della Croce di

fra Girolamo Savonarola: quest'ultimo lo conoscerà dal mio nome scritto

di mia mano sull'ultima pagina, sotto ad un braccio che tiene impugnata

una spada e che vi disegnai quand'ero chierico ancora. Se l'Angiola

riesce a raccozzare quel piccol mucchio di libri, ne' quali pongo

tutta la mia speranza per quest'inverno, voi, mio buon padre, farete di

trovar modo a spedirmeli al più presto nel modo che vi par meglio; io

ne pagherò lo spendio all'uomo che me li porterà.

. . . . . . .

Mio padre.

Vi raccomando quel che già vi scrissi nell'altra, di tener sempre

presso di voi le lettere che per me venissero alla posta di Como,

e di non darle in mano di nessuno, fuorchè del Bernardo che verrà a

pigliarle alla fin del mese a mio nome. Se ve'n fosse alcuna pressante,

questa potrete consegnarla all'amico mio P*** che sa il come mandarla a

questo mio nido di montagna.

Dite a mia madre, che al tornar della primavera ho speranza di venire

a casa per qualche dì: che veggo il momento di sedermi ancora, come

quand'ero fanciullo, vicino a lei sugli scalini della nostra porta: e

che le farò raccontare un'altra volta la storia de' poveri morti di

Torno. Oh! quante memorie leggiere, fuggitive, tessute, come tutte

le cose della nostra vita, di piccole gioie e di grandi dolori, mi

rifanno dinanzi al pensiero tutta l'età passata, e mi sforzano a

piangere un'altra volta!... Perchè non sono io nato che per invocar la

benedizione del Signore sopra coloro che denno trovare ogni lor bene

nel patimento mitigato dalla speranza?... Io la sentiva nel mio cuore

una fiamma più ardente, l'alito della fede, il coraggio di morire per i

miei fratelli!....

Angiola Maria: Storia domestica · 第 92 / 105 题