— M'è di grande consolazione il poter tornare a te in questi giorni
d'amarezza e di prova, ne' quali anch'io, come Colui che portò tutti
i nostri dolori, posso quasi dire: L'anima mia è trista fino alla
morte!...
Io vivea qui dimenticato, e non potei dimenticare. Le passioni degli
uomini tornarono a visitarmi nella solitudine, ed io ascoltai quelle
voci che altre volte avevano conturbata la mia giovinezza: ed un
affetto ch'emunge le forze dello spirito e rimpicciolisce le idee
dell'umanità e dell'infinito si risvegliò nel mio cuore, ove forse
non ancora spento del tutto consumava non veduto le più pure sorgenti
della vita, siccome fuoco che vive addormentato sotto la cenere. A
tanto mio dolore s'aggiunse una piaga novella, il rimorso: poichè io
sono ancora talvolta il trastullo d'una fuggitiva larva di bellezza;
e mi trovo così debole e vile in faccia di me stesso che parmi nessun
sagrificio esser poco, per ricompormi quest'avvenire ch'io voglio e non
so disprezzare, che fugge sempre più da me lontano, e si porta con sè a
brano a brano la mia vita.
Tu sai la compassionevole vicenda che mi persuase di rinunziare alle
facili glorie concesse dal mondo a chi appena sappia lusingar le inezie
del suo tempo, e farsi campione del vizio imbellettato di virtù.. Io
volli sposar la parte di coloro che patiscono; e nato povero e nudo,
morrò povero e nudo.
Perocchè non per nulla avrò detto addio alle splendide fantasie
dell'arte, alle severe meditazioni della scienza, a' giorni tempestosi
e ardenti della gioventù, alle grandi speranze dell'uom pellegrino
in cerca della verità, a tutto quello che formò la poetica visione
de' miei vent'anni.... Amore, amicizia, patria, sapienza, gloria, non
bastano per legarmi a questa vita; più non sono per me altro che il
primo batter d'ale che fa l'anima nostra verso l'infinito, il simbolo
della virtù eterna, di quel bene che non alligna in terra, perchè la
terra ritornerà nel suo nulla, e il bene è immortale.
. . . . . . .
Amico!
— V'ha qualche ora nella quale credo che Dio non abbia accolto il
suo servo: e parmi ch'egli maledica come opera di superbia, ovvero di
disperazione questo sacro e terribil dovere ch'io m'assunsi (io così
pieno ancora di ribelle volontà, di mortali odii, d'inutili speranze)
d'annunziare agli uomini la sua verità, il giorno del suo regno. Allora
lo spavento e l'angoscia incurvano la mia fronte; io vo' cercando i
luoghi più solinghi e dirupati di quest'Alpi selvagge; io piango senza
trovar sollievo dal piangere, e dico nel mio cuore: O Signore! come,
potrò recar la tua pace agli uomini, io che non ebbi mai pace per
me!...
In tali giorni d'abbandono e di miseria morale, ben io tento di
temperar l'interno patimento colle dolci distrazioni della lettura
e dello studio, tornando ad evocar le belle imagini della poesia,
le grandi ombre di coloro che parlano il vero e furono infelici, e
infelici ben più ch'io non sia!
Ma anche la poesia è morta nel mio cuore...
. . . . . . .
— Io aveva fermo nell'animo di non tornar mai più agli antichi
prediletti studi della poesia; io voleva darmi tutto alle austere
contemplazioni della sacra scienza, che sola ormai può consolarmi de'
tanti disinganni provati, delle stolte speranze umane, delle menzognere
imagini evocate dall'inquieta fantasia che vuol levarsi nella regione
dell'impossibile... Eppure, in questi dì, tornai alla poesia, al culto
di quell'arte che mi rende ancora così belli gli anni giovenili.
Rovistando fra vecchie carte, rinvenni abbozzi di novelle poetiche, di
poemetti, di canzoni, di tragedie; sorrisi di me stesso e de' sogni
miei, rileggendo que' miseri brani. Mi sembravano come le macerie
d'un edifizio caduto in rovina prima che di poche braccia sorgesse
dal terreno. Mi provai a scrivere; ma sarà in vano. La letteratura
del nostro tempo, se ne togli pochi i quali temono di mostrarsi fra
gli altri per la coscienza di una virtù intemerata, ma pur tremante e
sdegnosa, è fatta per tutt'altro che per educare il cuore ed innalzar
la mente alla vera grandezza. È una letteratura smascolinata, come
quell'arcigno del Baretti direbbe, una letteratura da canapè, buona
tutt'al più per i gabinetti delle damine svenevoli e profumate.
Nondimeno scrissi anch'io: ho gittato giù l'abbozzo di due tragedie.
Nell'una il Buondelmonte, vorrei dipingere, a diversità degli altri che
tentarono lo stesso tema, l'origine della fiorentina repubblica, e il
fiero carattere del Mosca,
«Che disse: Lasso! capo ha cosa fatta.»
Nell'altra, il Procida, vorrei mostrare quanto possa amor di patria
in lotta coll'amicizia e coll'amor paterno. Ma le mie forze non
basteranno, lo temo, all'altezza del concetto.
. . . . . . .
Quando nè lo studio nè la contemplazione della natura valgono a tormi
dal cuore il peso che vi sta sopra da lungo tempo, allora prendo la
penna per scrivere a te, amico mio, a te che sai la storia della mia
vita, e solo fra tutti puoi compatire al solitario prete, all'uomo
il quale nulla più domanda su questa terra tranne di vivere nella
memoria onesta de' pochi montanari che fanno la sua famiglia. Allorchè
seppi rinunziare alle illusioni della mente superba d'aver vestita
di novelle forme la vecchia filosofia del dubbio, quando parlai agli
uomini di quella religione di fratellanza e d'amore che sola può
apparecchiar l'avvenire, coloro che stavano in alto gittarono la
vergogna e il disprezzo sopra di me. Avrebbero voluto che la mia fede
si facesse serva delle imposture mondane e delle rugginose pretensioni
della forza: io cercava d'abbracciare il povero e l'oppresso, che al
par di me pativano e pregavano; ed essi mi rinfacciarono la ferrea
legge del fatto, mi presentarono agli occhi de' miei fratelli come un
sognatore irrequieto, come un uomo perduto dietro i delirii dell'umano
pensiero, dietro le novità della filosofia e della religione. E i miei
fratelli risero di me. Allora io non poteva più ritornar fanciullo e
raccogliermi nell'innocenza della vita e della speranza; e sapendo già,
per averne fatto duro saggio, quel che fosse il mondo, sentii tutta
l'amarezza d'una vita inutile e tormentosa. Ma al tempo stesso una
grande e nuova luce d'amore s'era fatta dentro di me, nel profondo: e
in questa si rintegrò la mia fede a poco a poco; e, divenuta matura, la
ragione unì i pochi e deboli suoi sforzi a quelli di tanti e tanti che
combattono quaggiù per la causa dell'onestà e della giustizia.
I miei mali cominciarono a parermi ben picciola cosa al paragone de'
molti e grandissimi che aggravano l'umanità, e fui persuaso da quel
momento che ognuno il quale cammini con semplicità per la via su cui
la Provvidenza lo mise, nè mai rinneghi sè stesso, nè venga a patto
con la propria coscienza, potrà dire un giorno: O Signore, anch'io
feci la mia parte di bene, e vissi sempre nella fede, nella speranza, e
nell'amore! — Perdonai da quel momento all'uomo che col suo tradimento
m'aveva ferito nella più viva parte del cuore: mi gittai nelle tue
braccia, t'apersi tutt'i miei segreti; e tu mi donasti il coraggio di
vivere e d'operare. Gli uomini mi calunniavano ed io li amai; essi mi
respinsero; e chinai la testa; poi venni a nascondere in questa povera
valle il mio oscuro ma innocente apostolato.
E oggi anch'io ripeto a te le dolorose parole che un moribondo amico
mandava a me lontano: Fra me e te esiste un legame che la morte non
rompe!..
. . . . . . .
Mio buon padre.
Nel mio romitaggio, sento il bisogno di tornare a voi, di venir
col pensiero all'umile casa ove nacqui, a quel paradiso de' miei
anni infantili che si specchia nell'acque purissime del lago. Io
veggo, padre mio, il vostro incredulo sogghigno a queste poetiche
ricordanze; ma se vi dirò che la nostra casetta, dove abita mia madre,
dove, nascosta come la rosa silvestre, si fa bella e grande la buona
Angioletta, è il più sacro, il più desiderato angolo della terra per me
che pur vidi molto e molto conobbi, forse non sorriderete più così, e
darete un pensiero anche voi, un pensiero di compassione alla tristezza
che bene spesso viene a tenermi compagnia.
Non è già ch'io mi lagni della mia condizione, e del trovarmi qui
solo, in povera e lontana contrada, dopo che i primi augurii della
vita m'avevano promesso ben diverso avvenire. Sulla via ch'io tentai
d'aprirmi, ardente qual fui di volere e di fiducia, ma scarso pur
troppo di virtù, non trovai altro che spine; e m'avvidi che nell'ampio
teatro del mondo il poco ch'io poteva fare m'avrebbe alla fine
guadagnato le ire e le maligne persecuzioni di chi s'adombra d'ogni
franca e generosa parola, di chi suol chiamar delitto il coraggio
d'alzar la testa contro le prepotenze umane e quelle della fortuna.
Per questo, benedissi come venuta dal cielo l'inspirazione che mi
condusse qui, fra i poveri e i semplici, qui dove soffrono e aspettano,
come la più gran parte degli uomini, tante creature per le quali morì
sulla croce Colui che aveva pur detto a tutti: _Io sono la via, la
verità e la vita!_... Vi ricordate? la prima volta ch'io ho voluto
parlar da un pulpito, con nuovo ardimento, di certe grandi verità delle
quali non sarà mai strappata la radice della terra, delle mie parole
si prevalse il fanatismo, le condannò il fariseo e ne fu scandolezzata
la debole virtù. Così sempre avviene; ed io non voleva chiamar sulla
casa di mio padre, sui vostri bianchi capegli il turbine che di subito
sorse a minacciarmi; pensai a mia madre, a mia sorella, e obbediente a
chi mi percoteva, rinunziai ad ogni gloria e mi tenni abbastanza felice
di questa parte che Dio m'aveva ancora serbata. Qui i buoni alpigiani
mi conoscono e mi riveriscono come padre, m'ascoltano e mi amano come
fratello; qui m'è consolazione il pensiero di quel filosofo: _Se utile
non è quel che facciamo, stolta è la gloria_.
Ma non più di questo....
. . . . . . .
Ringrazierete per me l'Angioletta di quella cassettina contenente
poche cipolle de' panporcini de' nostri monti, ch'essa mi mandò per il
Bernardo l'ultima volta che capitò al paese. Direte a lei e alla mamma
che non si scordino di me nelle loro orazioni grate al Signore; io non
n'ebbi mai tanto bisogno come in questo momento.
Se mai tornasse a vedervi l'amico mio P*** e vi domandasse di me,
ditegli che i poveri miei nervi risentono ancora a quando a quando
le fiere commozioni patite, e che la mia testa qualche volta non è a
segno del tutto; ch'egli stesso mi scriva se le lunghe peregrinazioni
ch'io vo facendo ogni dì per questi monti, possano o no di soverchio
abbattere le mie forze e fare in me effetto contrario a quello ch'io
m'era promesso.
Un'altra cosa vi commetto per la mia cara sorella. Ella sa dove stanno
i pochi libri che innanzi partire lasciai, fra l'altre cose mie, in
quella che fu la mia povera e beata cella. Nello scaffaletto a manca
dello scrittoio, vicino alla finestra, troverà alcuni vecchi volumi
giallognoli e mezzo rosi dal tarlo: sono i cari e preziosi amici della
mia passata gioventù. Fra essi v'hanno due libri rilegati in carta
pecora e intitolati l'uno: I soliloqii di sant'Agostino, e l'altro La
Citta' di Dio. Nell'armadio situato nell'angolo dov'era il mio letto,
ne troverà pure alcuni altri più vecchi ancora, fra cui un volume delle
Opere di san Tommaso ed uno di quelle di Sant'Ambrogio; e un altro più
piccolo, al quale manca il frontispizio; è il Trionfo della Croce di
fra Girolamo Savonarola: quest'ultimo lo conoscerà dal mio nome scritto
di mia mano sull'ultima pagina, sotto ad un braccio che tiene impugnata
una spada e che vi disegnai quand'ero chierico ancora. Se l'Angiola
riesce a raccozzare quel piccol mucchio di libri, ne' quali pongo
tutta la mia speranza per quest'inverno, voi, mio buon padre, farete di
trovar modo a spedirmeli al più presto nel modo che vi par meglio; io
ne pagherò lo spendio all'uomo che me li porterà.
. . . . . . .
Mio padre.
Vi raccomando quel che già vi scrissi nell'altra, di tener sempre
presso di voi le lettere che per me venissero alla posta di Como,
e di non darle in mano di nessuno, fuorchè del Bernardo che verrà a
pigliarle alla fin del mese a mio nome. Se ve'n fosse alcuna pressante,
questa potrete consegnarla all'amico mio P*** che sa il come mandarla a
questo mio nido di montagna.
Dite a mia madre, che al tornar della primavera ho speranza di venire
a casa per qualche dì: che veggo il momento di sedermi ancora, come
quand'ero fanciullo, vicino a lei sugli scalini della nostra porta: e
che le farò raccontare un'altra volta la storia de' poveri morti di
Torno. Oh! quante memorie leggiere, fuggitive, tessute, come tutte
le cose della nostra vita, di piccole gioie e di grandi dolori, mi
rifanno dinanzi al pensiero tutta l'età passata, e mi sforzano a
piangere un'altra volta!... Perchè non sono io nato che per invocar la
benedizione del Signore sopra coloro che denno trovare ogni lor bene
nel patimento mitigato dalla speranza?... Io la sentiva nel mio cuore
una fiamma più ardente, l'alito della fede, il coraggio di morire per i
miei fratelli!....