Ho riveduto il solo amico che mi rimase della mia giovinezza, l'uomo
ch'io amo e onoro come padre e fratello, quell'amico a cui la sorte,
o per dir più vero la provvidenza di Colui che scruta i cuori, parve
volesse congiungere per sempre la mia vita con quella catena di
gratitudine ch'è più forte della vita stessa. E l'averlo riveduto una
volta dopo lunghi mesi, e per solo un giorno, mi fece sentir ben più
doloroso e vivo quel bisogno di fratellanza e d'amore che fu il primo
tormento dell'anima mia.
Con lui, coll'uomo il più modesto, il più degno di fede ch'io m'abbia
conosciuto, parlai di quel tempo che non tornerà più per noi; e sentii
riaprirsi una dopo l'altra tutte le mie ferite. Ed ora ch'egli se n'è
ito e ch'io mi trovo nel mio romitorio, solo ancora, al cospetto delle
grandi e severe ombre de' tempi andati, sento in me medesimo vergogna
e dolore d'aver rimpianto un'altra volta con l'amico le mie giovanili
vicende; e mi pesa, direi quasi, d'essermi abbandonato così ad una
soverchia ed intempestiva effusione del cuore. Ecco qual povera cosa
siam noi! Io stimava d'aver domo e vinto per sempre il mio passato, mi
credevo forte, impassibile, e tetragono, come dice il poeta, a' colpi
della sciagura. E invece, poche parole di malinconici ricordi e poche
lagrime versate in un momento d'abbandono e di fralezza, mi rapirono il
frutto di tanto volere e di tanto sacrifizio.
Che avrà detto, o pensato di me l'amico mio?... Egli, forse, mi trovò
ben mutato da quel che fui; o forse più non mi stima che un cuor
debole, inetto alle grandi prove dell'esistenza, un povero illuso, un
fanciullo!
Ma se all'opposto fosse tutto amor proprio, fosse superbia che
m'accieca questa brama di comparire agli occhi dell'amico altro da quel
che sono? Non fu egli che m'aperse il cuor suo e la sua casa, che mi
prodigò tutto quanto la santa amicizia può dare, che mi restituì il
coraggio di vivere, e mi strappò alle braccia di morte che mi voleva
far suo?... Egli sedè le intere notti al mio capezzale, allorchè
lottando col male e venuto quasi all'agonia io delirava e diceva
parole di furore e di pianto alle mie fatali speranze, alla tradita
mia giovinezza, alle mille ombre che dì e notte m'assediavano. Egli
stesso con occhio sapiente studiava intanto il lampo del mio sguardo e
il pallor del mio viso; con la mano pietosa premeva la mia, contava i
bàttiti delle mie arterie e i pochi minuti di posa che la febbre e il
dolore concedevano allo strazio de' nervi e allo spavento dell'anima. —
Io era solo, povero, lontano da' miei, calpestato da' potenti, umiliato
dagli amici, e languente in un letto non mio, sospiravo di finire
una volta: ed egli fratello, amico, medico, benefattore, mi fece dono
d'una vita perchè tornassi non indegnamente a respirar fra gli umani;
egli rimise in pace l'animo mio, e mi rese quasi altero delle sofferte
nemiche fortune. Su quel desco, ove con esempio raro di vera grandezza
quell'uom saggio e buono aveva con me spartito il suo pane e profferta
la metà della sua tazza, io scrissi le pagine consacrate alla gloria
d'un Grande che non è più; e a quelle pagine io poneva in fronte il
nome dell'amico venerato e caro. Nullo di più m'era concesso. Ma questo
nome che i piccoli e i buoni conoscono, questo nome che l'orfanello e
la povera femminella impararono da tanto tempo a benedire, era per me
il solo degno d'unirsi a quello del sommo genio italiano, per il quale
fu rinnovata l'arcana scienza della natura e il nome della mia patria
non morrà mai[2].
Così, io non vendei la memoria intemerata della sapienza all'oscuro
dovizioso o all'indegno possente; non infransi l'aureo simulacro della
gloria, per fonderne la corona all'infamia: ma di quel nome altissimo
io feci l'umile ghirlanda della gratitudine al beneficio.
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