21 di novembre.

Ho riveduto il solo amico che mi rimase della mia giovinezza, l'uomo

ch'io amo e onoro come padre e fratello, quell'amico a cui la sorte,

o per dir più vero la provvidenza di Colui che scruta i cuori, parve

volesse congiungere per sempre la mia vita con quella catena di

gratitudine ch'è più forte della vita stessa. E l'averlo riveduto una

volta dopo lunghi mesi, e per solo un giorno, mi fece sentir ben più

doloroso e vivo quel bisogno di fratellanza e d'amore che fu il primo

tormento dell'anima mia.

Con lui, coll'uomo il più modesto, il più degno di fede ch'io m'abbia

conosciuto, parlai di quel tempo che non tornerà più per noi; e sentii

riaprirsi una dopo l'altra tutte le mie ferite. Ed ora ch'egli se n'è

ito e ch'io mi trovo nel mio romitorio, solo ancora, al cospetto delle

grandi e severe ombre de' tempi andati, sento in me medesimo vergogna

e dolore d'aver rimpianto un'altra volta con l'amico le mie giovanili

vicende; e mi pesa, direi quasi, d'essermi abbandonato così ad una

soverchia ed intempestiva effusione del cuore. Ecco qual povera cosa

siam noi! Io stimava d'aver domo e vinto per sempre il mio passato, mi

credevo forte, impassibile, e tetragono, come dice il poeta, a' colpi

della sciagura. E invece, poche parole di malinconici ricordi e poche

lagrime versate in un momento d'abbandono e di fralezza, mi rapirono il

frutto di tanto volere e di tanto sacrifizio.

Che avrà detto, o pensato di me l'amico mio?... Egli, forse, mi trovò

ben mutato da quel che fui; o forse più non mi stima che un cuor

debole, inetto alle grandi prove dell'esistenza, un povero illuso, un

fanciullo!

Ma se all'opposto fosse tutto amor proprio, fosse superbia che

m'accieca questa brama di comparire agli occhi dell'amico altro da quel

che sono? Non fu egli che m'aperse il cuor suo e la sua casa, che mi

prodigò tutto quanto la santa amicizia può dare, che mi restituì il

coraggio di vivere, e mi strappò alle braccia di morte che mi voleva

far suo?... Egli sedè le intere notti al mio capezzale, allorchè

lottando col male e venuto quasi all'agonia io delirava e diceva

parole di furore e di pianto alle mie fatali speranze, alla tradita

mia giovinezza, alle mille ombre che dì e notte m'assediavano. Egli

stesso con occhio sapiente studiava intanto il lampo del mio sguardo e

il pallor del mio viso; con la mano pietosa premeva la mia, contava i

bàttiti delle mie arterie e i pochi minuti di posa che la febbre e il

dolore concedevano allo strazio de' nervi e allo spavento dell'anima. —

Io era solo, povero, lontano da' miei, calpestato da' potenti, umiliato

dagli amici, e languente in un letto non mio, sospiravo di finire

una volta: ed egli fratello, amico, medico, benefattore, mi fece dono

d'una vita perchè tornassi non indegnamente a respirar fra gli umani;

egli rimise in pace l'animo mio, e mi rese quasi altero delle sofferte

nemiche fortune. Su quel desco, ove con esempio raro di vera grandezza

quell'uom saggio e buono aveva con me spartito il suo pane e profferta

la metà della sua tazza, io scrissi le pagine consacrate alla gloria

d'un Grande che non è più; e a quelle pagine io poneva in fronte il

nome dell'amico venerato e caro. Nullo di più m'era concesso. Ma questo

nome che i piccoli e i buoni conoscono, questo nome che l'orfanello e

la povera femminella impararono da tanto tempo a benedire, era per me

il solo degno d'unirsi a quello del sommo genio italiano, per il quale

fu rinnovata l'arcana scienza della natura e il nome della mia patria

non morrà mai[2].

Così, io non vendei la memoria intemerata della sapienza all'oscuro

dovizioso o all'indegno possente; non infransi l'aureo simulacro della

gloria, per fonderne la corona all'infamia: ma di quel nome altissimo

io feci l'umile ghirlanda della gratitudine al beneficio.

. . . . . . .

Angiola Maria: Storia domestica · 第 91 / 105 题