I pochi, i quali han fatto di me quella vana e volgar conoscenza che
suolsi troppo presto chiamar amicizia, mi credevano misantropo, o
forse orgoglioso; molti mi davan taccia d'uomo irrequieto, bollente,
pericoloso, mi chiamavano una testa falsa e matta; i più mi avevano un
po' di compassione, trattandomi da sognatore, da utopista, da uomo nato
fuor del tempo suo.
Ed io che, dopo tanta guerra di dubbj e di terrori, non perdei quella
calda volontà di bene, la quale fu l'alito primo della mia vita, io
che potei credere e riposare nella verità promessa da Colui che da una
croce annunziò a tutti gli uomini ch'eran fratelli, doveva io forse
mettermi alla tremenda prova di disperare un'altra volta, di lottare
ogni dì a faccia a faccia col disinganno, di rinunziare a quel solo
amore che può vivere eterno, e senza del quale non è fede?... No!
Sieno grazie alla Provvidenza che mi tolse di mezzo a coloro ch'io
voleva poter amare come fratelli, e che invece mi attraversarono la via
come nemici, e m'insidiarono come lupi bramosi. Ora io li abbandonai,
forse per sempre; ma non pagai offesa con offesa, nè sola una stilla
dell'odio loro è caduta nel mio cuore.
Ben so che per guadagnarmi i loro preziosi favori, le bugiarde loro
carezze bastavami soffocar nel mio petto le ardenti speranze, i forti
augurii di virtù e di giustizia ch'io non temeva far manifesti a
qualunque si fosse con la sincerità dell'uomo giovine e credente; che
bastavami chinar la fronte a ogni loro detto, mentire a me stesso,
rinnegar la voce dell'anima con un servile ossequio; e farmi stromento
della loro potenza, o almeno tacere.... Ah no! no! mai! Codesta non fu,
non sarà la parte mia sopra la terra; e il campo seminato dal male non
può fruttar la verità.
Abbandoniamo queste amare ricordanze. Vi fu un tempo, nel quale le
poetiche immagini della prima età potevano consolarmi delle traversie
sopravvenute.
Allora io scriveva:
— «Nacqui in riva del Lario: a me fu cuna
Il battello sull'onde, ed infantile
Trastullo il remo e la paterna rete;
E fanciullo scherzai con la riflessa
Imago del fanciul che si specchiava
Prono nell'acque. — In quell'etade appresi
D'ogni riva, d'ogni antro e d'ogni rupe
I varii nomi, i tramandati casi;
E men fe' dono la verace bocca
D'antico pescator; perchè nell'ora
Ch'egli gittava insidïando l'amo
All'ondivago pesce, ad ascoltarlo
Cheto io sedessi del battello in seno.» —
O mio lago, o splendida gemma della Lombardia! tu fosti il mio primo
amore. Oh! perchè non nacqui più povero ancora di quel ch'io sono!
Se mio padre, anzichè essere l'agente di nobile e ricco signore, non
avesse avuto al mondo che il suo navicello e la sua rete, forse io pure
non sarei stato che un umil pescatore; e non uscito mai dalla cerchia
de' miei monti, altro non avrei imparato ad amare che la pace e la
tempesta del lago. — Le memorie del passato mi ripiombano sul cuore.
Chi m'avrebbe detto, allorchè adolescente appena io contemplava rapito
da una fiera gioja di libertà le procelle e i fulmini che scrosciavano
sul mio Lario, oh! chi m'avrebbe detto che assai più tremende, dovevano
essere le tempeste dell'anima mia!