dappoco, negletto dagli editori e dal pubblico, inetto a concepire
ed a produrre delle opere attraenti, epperò nemico giurato di chi
fa, di chi riesce coll'ingegno e collo studio ad
elevarsi--_Critico musicale_ è quasi sempre un musicista abortito,
il quale, dopo aver pubblicato una dozzina di _polke_ pel consumo
dei salumieri, od aver prodotta un'_opera_ altrettanto elaborata
che stucchevole, pretende erigersi a maestro dei maestri, o
avventandosi a quanti ottengono dei luminosi successi, crede
rivendicare, col disprezzo di ciò che è buono e generalmente
lodato, la propria impotenza e le sconfitte obbrobriose--_Critico
d'arte_ è sovente un pittore reietto dalle Accademie e obliato dai
committenti, i cui quadri, venduti sulle pubbliche aste e passati
dall'uno all'altro rigattiere, vanno poi ad affumicarsi sulle
ignobili pareti di qualche osteria da villaggio.
«Non avvi idiota, il quale non sia in grado, al più o meno peggio,
di esercitare il mestiere del critico. È tanto facile stampare su
un quadrato di carta: Manzoni è un gramo poeta, Verdi fa della
musica intollerabile. Vela è uno scrittore mediocre; ma non è dato
che agli artisti di genio scrivere il _Cinque maggio_, fare
un'opera come il _Rigoletto_ e trarre dal marmo uno _Spartaco_.
[11] Questo, e l'epigramma che segue, han preso argomento da un
libro di Cesare Tronconi apparso col titolo: _Passione
maledetta_. La pubblicazione di quel romanzo sviluppò delle
polemiche vivaci. Tutti gridarono allo scandalo, e la moltiplicità
dei gridi giovò naturalmente allo spaccio della edizione. Non
voglio farmi giudice della morale altrui; ciascuno ha la sua, e ci
tiene. Ho però notato che in tali casi non sono sempre gli uomini
di fama più intemerata e di vita più irriprovevole quelli che
gridano più forte. Nel romanzo del signor Tronconi è narrato di
una Clara, la quale violentemente incitata dall'ardente
temperamento alle ebbrezze della voluttà, diviene una moglie
onesta per aver sposato un giovane e robusto marito abbastanza
valido per appagarla. In questo episodio nulla io trovo di
immorale; ma ritengo che ogni marito sfibrato si guarderà bene dal
permettere alla sua giovane moglie una lettura di tal genere. La
denigrazione di certi libri non è il più delle volte che un
risentimento dell'egoismo individuale. Ed ecco perchè avviene che
il vero apparisca sovente immoralissimo anche ai più liberi
pensatori, scevri da ogni pregiudizio.
[12] Un disgraziato poetastro, autore di romanzi non letti e di
pessimi melodrammi, in più occasioni, mutando pseudonimi ed
iniziali per non darsi a conoscere, scrisse di me e di alcuni miei
libretti d'opera tutto il peggio che la sua bile potesse
suggerirgli. Egli offerse _gratis_ e ottenne di veder stampati i
suoi articoli ipocondriaci in parecchi giornali. Io lo riconobbi
alla punta degli orecchi e rido ancora di lui.
[13] Questo _Epigramma_ lo scrissi o pubblicai nell'anno 1870,
allorquando Prussiani e Francesi si trucidavano per una
obbrobriosa questione di supremazia. Victor Hugo, nel suo
splendido discorso recitato a Parigi in commemorazione di
Voltaire, espresse presso a poco il medesimo concetto con queste
parole: «Il diritto _ora_ ha trovato la sua formola: la forza vien
chiamata violenza e comincia ad essere giudicata; la guerra è
messa in stato di accusa. La civiltà istruisce il processo.... _In
molti_ _casi l'eroe è una varietà dell'assassino_. I popoli
cominciano a comprendere che la grandiosità di un delitto non può
essere una attenuante; rubare è un vitupero; invadere non può
essere una gloria... No! la gloria sanguinosa non esiste!»
[14] La fecondità musicale dell'Italia è dimostrata dal copioso
elenco delle nuove opere che vien pubblicato ogni anno dalla
_Gazzetta musicale_. Non si produsse mai tanto in fatto di musica
teatrale, nè mai sì numerosi e chiassosi i successi. Dal 1870 al
1878 apparvero più di 250 opere nuove di zecca. E quante apoteosi
di genii! Quanti banchetti d'onore, quanti maestri accompagnati
trionfalmente per le vie con fiaccole; a suono di fanfare! quanti
nomi levati a cielo, e subito scomparsi nelle nuvole! Delle 250
opere nuove a mala pena ne sorvissero due o tre di maestri già
noti in precedenza; dell'altre non si parla più. E mentre nessuno
vuol saperne di veder riprodotti i sublimi aborti della _grande
arte_ moderna, il buon repertorio di Rossini, di Bellini, di
Donizetti, di Verdi, di Mercadante, si va necessariamente
assottigliando per mancanza di cantanti idonei e di maestri
direttori che comprendano e facciano cristianamente eseguire la
musica non ostrogota.
[15] Questo epigramma somiglia nel concetto ad un altro famoso, che
viene attribuito ad Ugo Foscolo. I tempi non sono cambiati. Anche
oggi in Italia
Suonatori di corni e di tromboni,
Comici, cavadenti, parrucchieri,
Birri, gendarmi, sindaci, lenoni,
Si chiamano per burla cavalieri.
(Vedi _Caos italiano_).
[16] La pederastia è vizio da preti, da sagrestani e da paolotti. I
pellegrini cattolici, accorsi a Roma dal 1872 al 1876 per
ossequiare Pio IX, non sempre seppero contenersi dal dimostrare le
loro inclinazioni anormali. Il vecchio partito legittimista,
composto di clericali ammorbati di lussuria, celebrava
recentemente in Parigi delle orgie nefande, parodiando i sacri
riti. I semi del brutto vizio si spargono nel mondo da un luogo
che appunto per questo fu denominato seminario. Pedagoghi o
cappellani lo insinuano nelle grandi famiglie che patteggiano per
la monarchia di diritto divino. Non è delicato metter in luce tali
brutture, ma è peggio commetterle.
[17] I telegrammi spediti dal Re Guglielmo a sua moglie duraste la
guerra _Franco-Prussiana_, hanno fatto stupire il mondo. Non mai
l'egoismo di un potente si mostrò sotto forme più ingenue. Ho
tradotto in brevi versi qualcuno di quei piccoli capolavori; ma
raccoglierli tutti, e pubblicarli testualmente nella prosa
originale, sarebbe un utile ammonimento ai popoli che spendono
bestialmente il loro sangue pel capriccio dei despoti.
[18] Mio padre era un ex-militare del primo impero. Egli nutrì fino
all'ultimo de' suoi giorni una specie di culto per Napoleone;
tanto, che alla vigilia della sua morte (parlo di mio padre) ho
veduto delinearsi un sorriso sulle sue labbra avendogli io
ricordato che l'indomani porterebbe la data del cinque maggio.
Figlio di un bonapartista, io ho nel sangue la simpatia pei
napoleonidi, e non ho mai cessato dal professare la più viva
riconoscenza per l'uomo che nel 1859 mi ha fatto palpitare di
entusiasmo col suo _Proclama agli Italiani_. Ho scritto un
opuscolo in favore di Napoleone III, quand'era prigioniero in
Inghilterra. Compiangetemi! Dai possenti caduti c'è poco da
sperare--meglio mi avrebbe giovato far l'apoteosi dell'Imperatore
dì Germania!
[19] Nulla meglio di una grossa frase poetica per sconfiggere il
senso comune. Victor Hugo ne ha sparato una molto grossa dopo la
battaglia di Sèdan, quando disse che alla Repubblica Francese
sarebbe bastato un _soffio_ per disperdere le armate prussiane.
[20] Un buon fattore campagnolo recandosi al municipio per votare la
scelta del deputato, venne interpellato da un elettore novizzo:
--A chi date il vostro voto?
--Diamine! al vecchio... a quello che è già stato alla Camera gli
anni passati.
--Non sarebbe meglio mandare al Parlamento degli uomini nuovi? Mi
han detto che i vecchi hanno divorato per dritto e per
traverso....
--Ed è appunto per questo che dobbiamo preferirli. Se han
mangiato, debbon essere satolli; mentre questi altri che sono
ancora a digiuno....
--Perdio! non ci aveva pensato--» E tutti due fecero opera
prudente e patriottica, votando per l'antico deputato.
[21] Allorquando, nel 1876, andò al potere la sinistra, il nuovo
Ministero si chiamò _Governo di riparazione_. Non è bene fidarsi
troppo nelle riparazioni che un ministro può promettere. Se avete
freddo, riparatevi ad ogni buon conto colla flanella, o se piove,
coll'ombrello.
[22] L'opinione, accreditata dai pedanti, che la vitalità dì un
lavoro letterario dipenda più che altro dalle bellezze dello
stile, non trova appoggio nei fatti. Le commedie del Goldoni,
scritte in lingua negletta, sopravvissero a quelle del Nota
forbitissime. Si leggono con diletto le tragedie di Shakespeare
tradotte in prosa non sempre elettissima dal Rusconi, non quelle
di molti poeti italiani irriprovevoli per la sonorità del verso e
per altri pregi dì forma. Autori encomiatissimi per la forbitezza
dello scrivere, quali il Caro, il Giordani, il Tommaseo, ecc.
ecc., trovano oggidì pochi lettori, mentre il Bandello ed altri
novellieri antichi, non hanno cessato di dilettare col semplice
prestìgio della originalità e della naturalezza sbadata. Si può
essere teste da rapani e far dei libri raccomandabili come testi
di lingua.
[23] I giornali milanesi, nell'anno 1877, quando Adelina Patti cantò
alla Scala, non la chiamavano altrimenti che col titolo di _Diva_.
L'incenso delle adulazioni e delle iperboli ammirative fu
lautamente pagato dai preti-appaltatori, che lucravano sull'idolo,
Non apparvero mai, sotto forma di giudizii critici, le più scempie
ampollosità. La Patti è una brava cantante. L'ho udita nella
_Aida_; mi parve insuperabile nella espressione plastica del
personaggio; non ugualmente atta, per insufficienza di energia
vocale, a tradurre tutti gli accenti della musica. L'ambiente
della Scala mi parve troppo vasto per una _Diva_ nella quale il
talento soverchia troppo spesso la voce. Ho udito, ne' miei giovani
anni, quando in Italia l'arte del canto fioriva, non meno di venti
prime donne superiori o pari di merito alla Patti. Non si
chiamavano _Dive_; per udirle alla Scala si pagavano tre lire
austriache, e talvolta cantavano alle panche. Non si conosceva
ancora in Italia l'arte della gran _blague_ americana, e il
pubblico era avezzo a sentir cantar bene. Una cantante che sappia
ancora esprimere correttamente un periodo di musica senza
guastarlo di gargarismi, di singulti, di ventosità tracheali,
oggidì può passare per un miracolo.
POESIE SATIRICHE
AL DOTTOR L. V.
Epistola in versi
Voi franco mi garrite, altri mi mormora
Dietro le spalle perchè sol di futili
Novellette, di ciancie e di bazzecole
O di lesti epigrammi io colmo il mignolo[1]
Giornaluccio; nè mai d'Europa ai tumidi
Fati consento qualche breve pagina,
Nè mi invischio gracchiando alla polemica
Che oggidì più che mai ferve in Italia
Fra chi in alto è salito e chi si arrampica.
«Passò quel tempo.» Anch'io nelle effemeridi
Da un soldo strimpellai guerra e politica,
E logoro il cervello e guasto il fegato
Mi ho nel vano armeggío. Non trova grazia
Lo schietto vero. Parteggiare, fremere,
Al suon della gran cassa ampolle vacue
Lanciare al vento; reboänti e rancide
Frasi accozzando, inacidir la cronaca
Di sospetti, di oltraggi e di calunnie,
Diluïr telegrammi, imbrattar storie....
Avventarsi.... strisciar.... leccare.... mordere...
Tale è il mestier--Direte: è mestier facile....
Pur (vedete, dottor, com'io fui tanghero!)
Nulla azzeccato ho mai--Italia, patria,
Ordine, libertà, fede ai principii,
Democrazia--palle di gomma elastica
Pel cerretano giocator di bossolo--Serie
cose io credea. Modesto e ingenuo
Esposi il pensier mio; però dai circoli
Dei pusilli gaudenti ove si biascica
La nenia eterna del quïeto vivere,
Nè dai cupi, frementi conciliaboli
Ove ringhian tribuni e arruffapopoli,
Il verbo io presi mai. Prostrarmi agli idoli
Non sèppi. Liberal, volli esser libero[2];
E sì libero fui, che al breve svolgersi
Di quattro o cinque mesi, in abbominio
Venni ai rossi ed ai bianchi, e fu miracolo
Se n'uscii vivo--Bah! quelli gridavano:
Ei s'è fatto codino! alla politica
Di Cavour tien bordone--E questi: «o scandalo!
Ei plaude a Garibaldi ed osa irridere
Qualche _nostra_ Eccellenza!»--Mo! vedetelo!
Ripiglian quelli: il rattoppato e logoro
Abito ha smesso, ed anco ieri il rancio
Pagò al trattor: _fondi segreti_--«Ei bazzica
Cogli scavezzacolli democratici,
Notan gli altri: badate! di repubblica
E socialismo puzzan le parentesi
Del testo scapigliato--Esser veridico
E leal che mi valse?--Dai sinedrii
Onnipotenti fui reietto; incomodo
Collega a tutti, quei la man ritrassero
Dalla mia dubitosi; mi guardarono
Biechi gli altri ringhiando: al mercenario
Scriba il gibbetto! Intanto si sciupavano
Per me gli anni più baldi in acri e sterili
Guerriglie di parole. Addio, fantastiche
Scorrerie del pensier! Gli estri languirono,
Morì la celia, ogni gentil tripudio
Cessò. Giocondo novellier nei circoli
Più non mi assisi; si converse in rantolo
La gaia nota, e dentro l'interlinea
In gerghi irosi si disciolse il fegato.
Un dì, allo specchio mi guardai; di nivei
Peli la barba, di due solchi lividi
Deforme il volto mi apparì. All'occipite
Stesi la mano, e delle dita il brivido
Intonsurata mi annunziò la cherica.
Gran che! «Alla fibra macerata i redditi
Del prostituto inchiostro un di fien lauto
Compenso, e all'ossa dispolpate l'adipe
Rifiorirà.» Quei che così ringhiavano
Al mio garretto, oggi, impinguati e tronfii
Di ricchezze e poter, dall'alto irridono
La nostra grulleria. Nè a torto ridono....
Ben io, pensando quali a me sovvennero
Fondi segreti, oggi crisparsi i visceri
Mi sento ancora. Le ipoteche rosero
Fin la casuccia ov'io sperava gli ultimi
Miei giorni ricovrar..,. Narri il tipografo
La tetra istoria; questo sol rammemoro
Che la stoltezza di parlare e scrivere
L'abbominato vero, un dì sul lastrico
Mi gettò inebetito.--Eppur: che valsemi
Vender case e poderi? Mi investirono
Con briaco furor mastini e botoli
Di fronte e a tergo; più rabbiosi a mordermi
Ruffiani, spie e ciurmadori in maschera
Da Catoni o da Bruti, che vedevansi
Poi, nelle agapi oscene e nei postriboli,
I dì e le notti gavazzar coll'obolo
Smunto ai citrulli. Oggi, i citrulli godano
Le ben compre lautezze, e prestin gli omeri
Ai nuovi furbi che salir domandano
L'albero di cuccagna! Alla politica
Ho detto addio. Merlo spennato, ai liberi
Miei monti ricovrai; di nuovo ossigene
Il polmon ritemprato, oggi dal vertice
Alla bassa cloäca io guardo, e zuffolo
Allegramente. Che mi cal se chiaminsi
Sella, Minghetti, Visconti o Nicòtera
I rettori d'Italia? O se alla greppia
Dello Stato oggi rumini l'apostata
Che or fan sei mesi ancor fremea repubblica!
Se il giocoliere, rimestando il bossolo,
La rubra palla destramente in lattea
Ciambella tramutò, non io sorprendermi
Oggi potrei. Plauda chi vuole o strepiti
Di rabbiose invettive, io so qual termine
Avrà la farsa. Al _sine cura_, al ciondolo,
Al lauto appalto, al grasso impiego mirano
Quei che belan sommessi e quei che latrano.
Gli schietti e i buoni dalla mischia ignobile
Si ritraggon sdegnosi; e solitario
Quegli ascende la balza e canta ai vertici
Le divine utopie; questi le libere
Idee fischiate dall'ottuso secolo
Fida nell'orto alle cipolle e ai rapani.
È il partito più saggio. Italia novera
Settemila giornali ove colluviano
L'oscena feccia, il brago, ogni putredine
Della Reggia e del trivio. Ivi si abbeveri
E diguazzi a suo prò chi vuol nei colici
Flussi l'alma stemprarsi, o d'itterizia
Morir consunto.--Dismorbiamo l'aëre.
Caro dottore, e intorno a noi si dissipi
Il reo miäsma che ne investe! Giovani
Ci rifarem. Schiudiam la casa ai lepidi
Amici; suoni di festose musiche
11 salottino, e più chiassosi irrompano
I repressi cachinni. Ospite assidua
Fra noi respiri la gajezza; scoppino
Gli epigrammi, i bei motti, le facezie,
Gli aneddoti giocondi--e in noi riflettasi
L'ilarità di tutti. Sulle pagine
Non ammorbate dalla rea politica
Gli odii e i rancor svaniscono, si appianano
I più tetri cipigli, e dell'innocuo
Lepor le donne amabilmente ridono.
SCUOLA MODERNA[3]
--Al diavolo l'estetica,
La logica, il buon senso,
E l'_idëal_ melenso!
Poichè l'arte pöetica
Dai vecchi impacci è sciolta,
Farò il comodo mio....
E spero questa volta
Coi famosi del secolo
Salire agli astri anch'io.
--Il verno io canto, il verno,
La stagione crudele--
Stanotte il Padre Eterno
In cima alla montagna
Ha fatto il lattemiele....
E gli Aquiloni batton la campagna.
--Al piè del Resegone
Ve'! come il lago fuma
Immoto, senza schiuma!...
Visto dal mio balcone
Il gelido cratère
Sembra la catinella d'un barbiere
A cui mancò il sapone.
--Dalle nuvole rotte
Il sole ad intervalli
In berretta da notte
Mette fuori la faccia stralunata,
Sbadigliando di noja--
E frattanto, di neve disgelata
Sgocciola la tettoia,
Come il nasuccio d'uno scolaretto
Che smarrì il fazzoletto.
--Al margine del fosso
Sulla morta natura
Squittisce un pettirosso,
Coll'aria d'un becchino,
Che d'una vergin sulla sepoltura
Legga ghignando un romanzo di Dròz,
O si sfiati a trillar sull'ottavino
Un tema di Berliòz.
--Se scendo all'orticello,
Cui bieco irride il sole,
Le assiderate aiuole
Mi chieggono un mantello....
Gli alberi incappucciati
Come convalescenti
Ringhiano da dannati:
Dio! che dolor di denti!
--Pur, dai gracili steli
Una pallida rosa piccioletta
In bianca parrucchetta
Sfida il rigor dei geli;
Tanto bella e gentil, che la diresti
Ai languidi colori, ai tratti mesti,
La crèola di Balzac,
Una smilza figura
Di Dorè, di Kaulbach,
Una giovin marchesa in miniatura.
Se non temessi offenderti,
Piccola Pompadour,
Vorrei offrirti un cigaro Cavour!
--Là, sulla opposta riva,
Poderosa, anelante,
Una locomotiva
Fra i gioghi si allontana,
Come un tetro elefante
Che sbuffi il fumo d'un superbo avana.
E dietro a quella sfilano schierati
Dieci vagoni in sembianza di abati
Che vanno al Giubileo
Grugnendo il _Laus Deo!_
--Sull'ultimo vagone
Gaia e modesta ascendi,
O mia nuova Canzone;
E nella letteraria sinagoga
Se mai, per caso, apprendi
Che oggigiorno hanno voga
Dei carmi così fatti,
Raccomanda a chi studia pöesia
Di andare a scuola all'ospedal dei matti.
L'UOMO-PALETOT
Questi, che vedi muoversi
Se per le vie ti inoltri,
Son uomini o soprabiti?
Son soprabiti o coltri?
Uomini son, dal lùgubre
Saio così sformati,
Che, a vederli, ti paiono
Armadii impelliciati.
Un dì, se più farnetichi
Della moda il capriccio,
Costor vedrem per tunica
Vestire un pagliericcio.
E son gli elegantissimi....
Sono i _liòns_ dei corsi!
Eh! via! ribattezzatevi
Ippopotami od orsi!
Se d'uomo qualche pallida
Sembianza ancor serbate,
In voi tre tipi adunansi:
Birro, bromista e frate.
Taluni, poi, che il bàvero
Sovrappongono e il fiocco,
Dite un po': non vi porgono
L'effigie di San Rocco?
Cotanta mole d'abiti
È lusso od è miseria?
O forse che in Italia
Fa il gel della Siberia?
Il Buon Dio, che dei tangheri
Talor si piglia scherno,
Quest'anno per deridervi
Quasi abolì l'inverno;
E in gennaio, investendovi
Coll'afa della state,
Gridò dal cielo: «bestie,
Mo', adesso.... soffocate!»
Buon Dio, la è troppa grazia
Se ridi e non ti sdegni;
Qual gente mai, quai popoli
Dell'ira tua più degni?
Nè stupirei che all'impeto
Dei gelidi aquiloni,
Un dì per noi mutassero
Il clima e le stagioni;
Per noi, che nati ai limpidi
Raggi d'un ciel clemente,
In grembo a questa Italica
Terra di fior ridente,
Invidïam, per stolida
Moda o per goffa insania,
I ghiacci alla Siberia,
Le nebbie alla Germania.
E già di nebbia nordica
L'Italia è tutta piena,
Nè i carmi un raggio vibrano
Di poesia serena;
Nè più dall'aspre musiche,
Gonfie di spurie note,
Esce il sussulto e il fremito
Che l'anima ti scuote.
Divina Arte, che in Grecia
Ignuda eri sì bella,
Smetti tu almen fra gli itali
La nordica gonnella;
Cinta d'un vel diafano,
Sciolta la chioma ai venti,
Delle tue forme vergini
Esci a bear le genti.--
Ti acclamerem qual nunzia
D'una invocata aurora,
E direm che l'Italia
Del sol la terra è ancora.
VOLERE È POTERE[4]
Novella.
Un tal Stucchi Tommaso
Del päesel di Arona
Avea letto per caso
Un libro del Lessona,
Dove, con molti esempi
Dei vecchi e nuovi tempi,
Chiaro si fa vedere
Che _volere è potere_.
--«_Volere!_.... è presto fatto....
Se tanto il voler giova,
Converrebbe esser matto
Per non tentar la prova....
Io non domando onori,
Non titoli o favori,
Di gloria io non mi picco,
Ma.... _voglio_ farmi ricco.
Or più non mi imbarazza
La scelta del mestiere,
Apro uno studio in piazza,
Mi intitolo banchiere;
Se ad iniziar la banca
Il capital mi manca,
Poichè basta _volerlo_,
Sò come _posso_ averlo.
Ciò detto, il buon Tommaso
Si recò da un notaro,
Franco gli espose il caso,
Gli domandò il denaro;
Ma quei, con faccia bieca;
«Che mi da in ipoteca?
--Nulla--Nulla!.... ho capito
Non _posso!_.... affar finito.»
--Non _può?_.... Lei mi canzona!
Tal scusa più non va:
Non ha letto il Lessona?
Lo _voglia_ e lo _potrà_»
L'altro lo guarda in viso
Con cinico sorriso,
E per uscir di imbroglio,
Conclude: ebben, non _voglio!_
Ricorse l'indomani
Agli amici, ai parenti;
N'ebbe discorsi vani,
Promesse, complimenti,
Consigli che mordevano,
Sorrisi che parevano
Dirgli: qui tutto avrete
Fuor quello che _volete_.
E sorse un dubbio in lui:
«Che della vita al gioco
Anche il volere altrui
Debba contare un poco?
Dalle prove che ho fatto
Parrebbe.... Eh! via!.... son matto!
Che colpa ci ha il Lessona
S'io son nato ad Arona?
«Nei piccoli paësi
Piccole le risorse....
Qui gli uomini scortesi,
Qui stitiche le borse;
E poi, _nemo propheta
In patria_--è storia vieta;
Per ritentar le prove
Convien ch'io vada altrove.
Solo, a piedi, di notte,
Partì senza un quattrino,
E colle scarpe rotte
Un giorno entrò in Torino
Sclamando: «qui ho _voluto_
Venire, ed ho _potuto_;
_Volendolo_, mi pare,
Ora _potrò_ mangiare.»
Infatti, appena scorta
L'insegna di un trattore,
Maso varcò la porta
Con passo da signore;
Sedette, fu servito,
E sazio l'appetito,
Pensò: _volevo_ un pranzo,
L'ottenni, e n'ho d'avanzo.
Ma quando il cameriere
Venne a portargli il conto,
Gli parve che al _volere_
Fosse il _poter_ men pronto--
Il garzonetto attese
Alquanto, e poi gli chiese:
Vuol altro?--Ora, mio caro,
Vorrei....--Cosa?--Il denaro.
--Denaro!--Certamente....
Tu sai che le parole
Oggi non valgon niente,
E per pagar ci vuole
Denaro; or, come averlo
_Potrei_ senza _volerlo?_....
--Mi paghi, faccia presto!
--_Voglio_ il denar per questo!
Ed ecco, mentre dura
La strana discussione,
Due guardie di questura
Si avanzan col padrone
--Sentiamo!.... cos'è stato?....
Tommaso in tuon pacato
Risponde: «del diverbio
Fu origine un.... proverbio.»
«Tutto si _può, volendo_,
Lo dice il testo, ed io
Agli altri esempi intendo
Unir l'esempio mio--
Venir _volli_ a Torino
E feci a piè il cammino,
Qui _volli_ entrar, entrai;
_Volli_ pranzar, pranzai.»
--Ed ora?--Or non avendo
Denaro.... è naturale....
Ch'io _voglia_....--Intendo! intendo!
Ci segua!.... Al Criminale
Verrà stanotte a cena;
La casa è tutta piena
Di gente che ha _voluto_
E mai non ha _potuto_.
In carcere il tapino
Fu trattenuto un mese;
Quindi, lasciò Torino,
Tornò nel suo paëse,
Dove il volere altrui
Fu tanto avverso a lui,
Che, stanco di soffrire,
Gridò: _voglio_ morire!
Ai gridi disperati
Fortuna non è sorda;
Tra ferri e cenci usati
Trovò un chiodo e una corda:
Confisse a un muro il chiodo,
Fece alla corda un nodo,
Pose nel cappio il collo.
E diè l'estremo crollo.
Così dal mondo è uscito
Il povero Tommaso;
E forse egli è partito
Convinto e persuäso
Che quand'un, per disfarsi
Dai guai, _vuole_ appiccarsi,
Non sempre, ma però
Qualche volta lo _può_.
NOTE ALLE POESIE SATIRICHE
[1] Questi versi furono stampati nel _Giornale Capriccio_.
[2] Dovranno correre ancora molti anni prima che
in Italia si comprenda che cosa significhi _Libertà_,
quali diritti essa accordi, e quali doveri imponga ai
singoli cittadini. Un saggio del come si intendano e si
esercitino i diritti liberali nel nostro paese io l'ho dato
anni sono nel breve scritto che amo qui riprodurre.
LAMENTAZIONE
DI UN LIBERO CITTADINO
Il cielo era folto di nuvole.
La pioggia cadeva a torrenti....
E in quella giornata (non ricordo se fosse di giugno o di luglio)
sfolgorava, per la prima volta sulle pianure di Lombardia il sole
della libertà.