6 M Davanti a lui
7 M e disse al Saracin. Ma questo è il discorso del saracino a
Liombruno, tant'è vero che subito segue la risposta di Liombruno
(XXXV 1): "E Liombrun disse:--Volentieri"
XXXV, 8 M a colpi.
XXXVI, 3 M dette ciascheduno (12 sillabe)
8 M (E) giú
XXXVII, 7 combattere
XXXVIII, 6 Ciò (che) vi piace. Per la soppressione del relativo,
cfr. piú sopra l'ott. XXII, 3
XXXIX, 6 che[d] a noi
XL, 4 [ne] provi
XLI, 4 M chi genta il sparviero
8 Liombruno poi fu (13 sillabe)
XLII, 1 [vi]
XLIII, 2 Re [ed] io
4 M presta
XLIV, 6 M (ri-) piena
8 M (Ed) ei
XLV, 3 quando lo re
7 Et disse Liombruno
XLVII, 1 M da lei. Ma non giá da Aquilina prende commiato Liombruno,
sí bene dal re di Granata
6 M ben mincr.; ma Aquilina sdegnata deve dire il contrario, cioè
di essere indifferente alla morte dell'amante
XLVIII, 2 [ne] fu.
CANTARE II:
III, 8 M edua par di stivali. Quattro stivali per due piedi son troppi!
IV, 4 M si hebbono a crucciare
7 il chiamoe
V, 2 habbi
VII, 1 Disse Liombr.: Io nol crederia
8 a[d] uno
VIII, 1 Se[d]
3 el piú
8 ninna
X, 1 (la) scusa
XI, 1 questi
4 si [n'] ebbono
8 restar
XII, 3 di vedere, ripetizione del v. precedente
XIII, 2 Che [presso] a un'osteria [ne] fu
7 (che) fece L.
XV, 4 M all'hor, inutile ripetizione dell'"allora si ebbe parlato" del v. 3
5 voi [che] cercate
7 dimmi
XVI, 3 menzonare
6 (di) piú [che] qualche mese
XVII, 1 M E Liombr. disse e nissun
3 [Ed] il piú antico
XVIII, 3 M se non un romito
4 M el qual da venti
6 Dio [ne] gli ha ordinato
XIX, 6 "uso" per "oso": ardito
XX, 2 E (quando) Liombr. da costor si
XXI, 1 quegli stivali
3 giunse in parti tali
5 doppo alla cella del romito soli. L'ottava è guasta, come mostra
la falsa rima del v. 5, e deve essere stata cosí raffazzonata in
un tempo in cui il popolo non sapeva piú che cosa fossero gli
"usatti", che formano la rima del v. 1, e conseguentemente dei
vv. 3 e 5. Nel ricondurre il testo alla lezione primitiva mi valgo
della stampa descritta al n. 20
XXII, 8 M sentendo chiamare
XXV, 4 M non ò da narrare. La stampa 20 riprodotta dall'Imbriani: "non
udí nominare". Il testo in origine doveva recare "non odi", donde
è uscito lo spropositato "non ò da" di M, e "nomare", dal quale
venne da un lato il "narrare" di M e dall'altro il "nominare"
della stampa 20, che rende ipermetro il verso
XXVI, 2 tornan (a) uno
8 M e da parte di Cristo domandava. Ma non si sa di che cosa
domandasse; l'interrogazione rimane vuota
XXVII, 3-6 vento Levante poi subitamente | che fece al mondo al furor
tapino | vento maestro venne similmente | e vento Greco e 'l buon
vento Marino. Ho invertito i vv., perché Levante non è un vento
maligno, ma è "furente" invece il Maestrale: perciò ho disposto i
vv. in questo ordine: 2, 3, 6, 5, 4. Ho mutato "fece" (v. 4) in
"face", perché gli effetti del Maestrale si fanno sentire tuttora,
e "al furor" in "al suo furor" per la misura del verso. "Al suo
furor" significa "col suo furore" perché nei testi antichi "a"
spesso ha il significato di "con"
XXVIII, 1 [ch'è]
XXX, 8 quando sarai per voler camminare. Il verso deve essere stato
mutato, quando dal primitivo "cominciare" si trasse un arbitrario
"camminare" e si ebbe la ripetizione di "cammino" e "camminare"
XXXI, 2 per venire
XXXII, 4 M Con Liombruno il romito partia. Ma quello che segue mostra
che il verso è stato rovesciato, perché colui che non si vuol
trarre gli usatti è Liombruno e non l'eremita 7 'l vento ['l]
chiamasse
XXXIII, 7 Ve' (di)
XXXIV, 1 trahendo
4 vento [e] messesi
La rima dei vv. 7-8 è fiorentinescamente "arriv_oe_-aspett_oe_",
ma il tronco "arrivò-aspettò" mi pare renda assai meglio la
prodigiosa rapiditá del volo
XXXV, 5 lunga vedi tu. Ma è facile correggere, ricorrendo all'analogia
di XXXIII, 7: Ve' quella montagna lungi?
6 M te ne convien gire
XXXVII, 4 sei ['l] miglior
7 via se n'andava
XXXVIII, 1 dimostrato
6 Aq. vuol mangiare
XXXIX, 4 che gli bisogna
XL, 3 cuor[e] disse (questo) è segnale
XLI, 2 nol vedieno l'ardito
5 [Ed] egli
XLIII, 3 con effetto
8 il soperrò
XLIV, 3 Liombruno
XLV, 2 vidde
3 questo
6 Io sì l'ho sognato
XLVII, 1 E quella donna. Ristabilisco costantemente i nomi propri in
luogo dei generici
3 strinse. Ma avremmo la medesima parola in rima ai vv. 3 e 5
7 Si adopra. Anche qui è sottinteso il relativo "che adoperi" come
in XXII, 3 del primo cantare
XLVIII, 4 Anche qui è sottinteso il relativo "che": cfr. XLVII, 7
XLIX, 8 M onore.
IV
Dell'_Istoria di tre giovani_, della quale non si conoscono manoscritti,
queste sono le edizioni a me note:
1. _Historia di tre giovani disperati e di tre fate_, s. n. t. n.
a. (circa il 1530), in-4° fig. È posseduta dalla Bibl. di Lucca.
2. Historia di tre Giovani disperati | e di tre fate (gotico). Poi un
intaglio in legno: a sinistra i tre giovani che dormono all'ombra
degli alberi, a destra le tre fate. Quindi le prime 4 stanze; inc.:
"Colui ch'da Giovañi hebe 'l batesmo"; fin.: "a lei rimase duo palmi
di coda". Stampato in Firenze nel MDLXVII. In-4°, caratt. rom. con
segn. e cust. senza num., 6 ff., 114 ott.--È nella Biblioteca di
Wolfenbüttel, n. XXVIII della miscell. citata.
3. Historia di tre giovani disperati | & di tre fate (gotico). La
solita xilografia, poi 4 ott.; inc.: "Colui che da Giovanni ebe 'l
battesmo" fin.: "a lei rimase duo palmi di coda". Stampato in Fiorenza
nel MDLXX.--In-4°, caratt. rom., con segn. e cust. senza num., 144
ott., 6 ff.--Se ne conoscono due esemplari, uno a Wolfenbüttel
(n. LXXXVII) e uno nella Melziana di Milano.
4. Historia di tre giovani | disperati et di tre fate. | S. d., ma
della fine del sec. XVI o del principio del XVII; in-4°, di cc. 6
n. n. reg. A-Aiij, a 2 coll. di carattere tondo con lettere maiuscole
ai capoversi. Fra il titolo e l'inizio del poemetto una xilografia (a
destra le tre fate e a sinistra i tre disperati); inc.: "Colui che da
Giovanni ebbe il battesmo" fin.: "A lei rimase tre palmi di coda". È
nella Bibl. Palatina (Naz.) di Firenze [E. 6- 7- 55, cart. 2^a,
n. XXVI].
5. Historia di tre Giovani | disperati et di tre fate.--Una
xilogr. rappr. un bosco: a destra tre giovani addormentati, a sinistra
tre donne: la prima regge un tappeto, la seconda suona un corno, la
terza ha la borsa incantata. A due coll., 10 ottave per pag., 5
cc. n. n., s. l. n. a. (Firenze, sec. XVI ex.). È nella Nazion. di
Firenze, Magliabech. M. 981, n. 12.
6. Historia di tre giovani | disperati e di tre fate. La stessa
xilografia rovesciata. A due coll., 10 ott. per pagina, 6 cc. n. n.,
s. 1. n. a. (Firenze, sec. XVI ex.). Bibl. Naz. di Firenze, Palatina
[E. 6. 7. 42].
7. _Historia di tre giovani disperati e di tre fate_. In Pistoja,
appresso il Fortunati, in-8°, s. a., ma dei primi del sec. XVII; c.,
20 n. n., reg. A--A10, car. tondo. Al principio la solita incisione.
8. Li tre | compagni | li quali si diedero la fede di andare per il |
mondo cercando la lor ventura, e come | la trovorno.--Cosa | bella | e
| da | ridere. In Lucca, 1823, presso Francesco Bertini, con
approvazione.--Di pp. 32 e 111 ott. Inc.: "O musa se io d'Ascrea
adesso al fonte" fin.: "Sol le rimaser due palmi di coda".
Ho tenuto sottocchio, durante l'edizione dell'_Istoria_, le tre stampe
fiorentine 4-5-6, le quali non presentano notevoli varietá se non
nella prima ottava, che in 4 e 5 è cosí:
Giove, sia quel che sia, in me medemo
e' mi conceda grazia in ogni lato
ch'i' possa raccontar quanto vedemo
e d'udito c'è stato ragguagliato, ecc.
Il testo di queste stampe è assai guasto ed ha richiesto molti e
pazienti restauri. Citerò un solo caso. Dopo la guarigione delle
damigelle, la principessa, dicono le stampe, fece dare a Biagio "anche
cento ducati". Con questi cento Biagio ne rende quattrocento dei
cinquecento promessi al medico, che gli aveva data la zimarra
(cant. II, ott. XXXII, i) e poi 50 per i servi (XXXIII, 6)! Dunque è
evidente che non "anche cento" si debba leggere, ma "seicento":
basterebbero per il computo nostro anche cinquecento, ma questa cifra
ha una sillaba di piú, per la misura del verso.
Il libercoletto n. 6 è molto piú scorretto del n. 5 e deriva da esso,
come dimostra il fatto che la xilografia, che è al principio,
riproduce quella del n. 5 rovesciata.
È inutile ch'io riferisca le numerosissime varianti della mia edizione
rispetto a quelle popolari. Quasi in ogni verso ho dovuto restituire
le sillabe mancanti o potare senza misericordia zeppe ed esuberanze
infinite. Ho creduto opportuno di dividere il poema in due cantári,
perché non è possibile che la recitazione potesse durare cosí a lungo
e l'attenzione del pubblico sostenersi per piú di cento ottave. Nel
dividere i cantári, ho seguito la partizione stessa della materia,
sicché la spezzatura non è arbitraria, ma logica e quasi organica
nello svolgimento dell'azione. Il primo cantare comprende la perdita
della borsa, del corno e del tappeto; il secondo il riacquisto dei tre
oggetti miracolosi mediante i fichi buoni e i fichi malvagi recati
alla corte della principessa scaltra.
V
_La donna del Vergiú_ fu pubblicata da Salvatore Bongi nell'opuscolo:
_La Storia | della | donna del Verziere | e di messer Guglielmo_ |
Tratta da un codice riccardiano del secolo XV | Lucca, Per
B. Canovetti, 1861 (in-8°, pp. 32). Ediz. di cento esemplari. Il
codice riccardiano, annunciato nel titolo, è il 2733 "scritto, da un
cosí bestiale copista, che, non contento di vituperarla [la Storia]
con ogni sorta di errori ortografici, l'avea a tal ridotta, che spesso
mancava il numero del verso, il senso e la rima. Onde in varie ottave
ha bisognato usare qualche arbitrio e correggere assai, perché il
discorso e il metro corressero". Il Bongi era uomo di gusto assai
fine, e perciò le sue correzioni hanno sempre qualcosa di seducente e
di aggraziato; ma sono cosí numerose e cosí profonde, che si può dire
che il testo del cantare pubblicato non ha piú nulla a che fare con
quello originario. Sopra settanta ottave, quindici sono interamente
rifatte a capriccio dell'editore: la povera _Donna del Vergiú_, tra le
"bestialitá" dell'antico copista e gli accorgimenti del moderno
editore, ne uscí tutta impiastricciata e camuffata come di
carnevale. Per conseguenza tutte le citazioni, che sono state fatte da
questo testo, sono sbagliate e tutte le illazioni storiche e
filologiche, che se ne sono tratte, non hanno nessun valore e poggiano
sul vuoto.
I manoscritti del cantare della _Donna del Vergiú_ sono tre: quello
conosciuto dal Bongi e altri due.
_D_.--Codice Riccard. 2733. È un grosso volume cartaceo (di 176
carte), scritto sul principio a due colonne, poi a pagina intera, con
iniziali rosse e azzurre, sempre dalla stessa mane Lo scrittore cosí
si rivela al principio del libro: "Xpo (Cristo) M. cccc.°
lxxxj.°. Questo libro si è di Fruosino di Lodovicho di Cecie da
Verazzano, el quale è ttitolato _La Storia d'Arcita e Palamone_
chomposta in versy pello famosissimo poeta messere Giovanni Boccacci
fiorentino; e di poi ci è scritto altre dilettevole storie e chantary
in versi, chomposti da ppiú persone valentissimi; el quale libro si
scrisse per me Fruosino detto, l'anno 1481, del mese di luglio e
d'aghosto, sendo chastellano del Palazotto di Pisa, per piacere. Addio
sia gratia".--Alla fine (c. 176 B) abbiamo un'altra nota di Fruosino:
"Chompiessi di scrivere questo testo di questo libro per me Fruosino
di Lodovicho di Cece da Verazano, questo di XXVIIII° di agosto 1481,
nel Palazotto di Pisa, sendo castellano".
Il cantare comincia a c. 112, con questo titolo: _Chomincia la storia
della Donna del Vergú et di messer Guglielmo, piacevolissima choxa_, e
finisce dopo dieci carte (c. 122) coll'"_explicit_": "Finita è la
storia della donna del vergú". Il Bongi ha chiamato "bestiale" la
copia di Fruosino da Verazzano, e non a torto. È una ridda di
sfarfalloni comicissimi: "dir loro" per "dirlo" (IV, 7), "latrova" per
"latrava" (IX, 7), "tita" per "cita" (V. 1), "mostrerotoli" per
"mostrerolti" (XLIII, 8), "nemica" per "una mica" (LIII, 6), "Didio"
per "Dido" (LX, 6), "si vera" per "chi vi era" (LXIV), "chuore" per
"errore" (LXVII, 6;, ecc. Moltissime volte i versi sono disposti in
ordine inverso e tutti frammescolati per entro le ottave, come scossi
da un terremoto. Né si contano i versi manchevoli di una, due o tre
sillabe, o gli endecasillabi di 12, 13, 14, 15, persino 16 sillabe! Un
esempio per tutti (XI, 6-7):
diciendo se altro non a interviene preghiamo iddio
che questo dilettoso tempo basti.
_E_.--Codice Bigazzi 213 della Biblioteca Moreniana (proprietá della
prov. di Firenze)--È un ms. cartaceo della fine del sec. XV o dei
primi anni del sec. XVI, legato tra due assicelle di legno, di cc. 150
nuovamente numerate, piú VII in fine. Non v'è dubbio che fu scritto
nel territorio pisano-lucchese, come dimostra lo scambio costante
dello "z" e dell'"s", in "sita" (zita), "sambra" (zambra), "caressa"
(carezza), "letisia" (letizia), ecc, e per contro "mizura" (misura),
"tezoro" (tesoro), "chazo" (caso), "uziate" (usiate), "Luzingnacha"
(Lusignacca). A Pisa ci richiama anche il poemetto del _Giuoco del
Mazza scudo_ (cc. 82-89), e la nota che vi si riferisce alla fine
della c. 82 B: "Inchomincia il giocho del massa schudo lo quale si
solea fare im-Pisa, restossi di giochare in del m. cccc°. vij". Il
cantare della _Donna del Vergiú_ comincia a c. 20 e segue fino a
c. 31, a tre ottave per pagina, ed è cosí intitolato: "qui inchomincia
la donna del verzú". Il cantare conta 68 ottave: mancano le ott. 67 e
68 della mia edizione e vi è in piú un'ottava [64 bis], di cui parlerò
piú innanzi. Il testo è molto piú corretto di quello riccardiano, ma è
pur sempre ben lontano dall'originale. Non vi si contano i versi
ipermetri, non giá per errore del poeta, ma per sciatteria del
copista. Nell'ottava 19 i vv. 4 e 6 sono fuori di posto; nell'ott. 35
un verso è interamente rifatto, e ne vien meno la rima ("usa":
"mizura"); nell'ott. 38 in luogo del "fiume" di luce del paradiso,
abbiamo un "lume" di luce rilucente, e poi "chostui" (XXXVIII, 6) per
"chostume" in rima; "duchera" (XLI, 6) per il "duca ch'era a tavola",
ecc.
È curioso il fatto che di un cantare, che ebbe una cosí larga
celebritá nel Trecento, non possediamo se non due soli manoscritti; e
questi sono tutti due pisani. Fruosino da Verazzano è veramente
fiorentino; ma la _Donna del Vergiú_ la trascriveva a Pisa nel luglio
del 1481, essendo castellano del Palazzotto, come abbiamo udito da lui
medesimo. Perché poi la mia pellegrina rondinella leggendaria si sia
annidata a Pisa, non saprei dire davvero.
_F_.--Questo è un codice che io non ho visto e non so dove sia. Ne
parla il Passano: "Il r. p. Sante Mattei carmelitano conserva un
frammento di manoscritto contenente questa novella, col quale in piú
luoghi si potrebbe emendare la stampa. V'ha pure un'ottava di piú [che
non ho riprodotta nella mia ediz., perché la giudico un'inutile
aggiunta, sebbene sia riferita anche da _E_] ed è la seguente:
[64]
dicendo tutti sien per simil crimine
colla francesca di paol darimine.
[64 bis]
El duca avea di quella morte colpa
del barone et della Dama felice
ondegli per tristitia si discolpa
come q_ue_sta leggienda conta et dice.
Ella duchessa fortemente _in_colpa
chiamandola malvagia moritrice.
Et pentesi che gliele avea contato
et lui che gliele avea rimproverato.
Della mia ricostruzione critica ecco le varianti principali dei mss. D
(riccard.) ed E (moreniano):
I, 1 E e verg. domzella
2 E vostra gr. adom.
3 D prima;
E per versi
5 E di nobile
7-8 D morine: seguine
II, 1 E un gran
3 D appellato
4 D molto prodo e di gran baronia
5 E di verita quant'omo dir porria.
8 E poderosi
III, 1 E chui amava
3 E prode e gient.
5 D di giente et di tenere;
E argiente posissione
6 E del chorpo franco nobil bacciellieri
7 D piú che allora; E quanto a quel tempo
8 D feciesi
IV, 1 E poderoso
2 D altra
3 E valoroso
4 E nessun fior
6 D correva
7 D dir loro;
E o a schudiera
8 E duna c. faciea.
V, 1 D tita nonché piú bella; E sita nonche
2 E non si trovava cristiana
D allor si era
3 D verzella;
E verzú
4 E ch'era piú bella che stella
5 D el padre suo nobile barone fue e ella
6 D ella sua madre figliuol di reina;
E e la m. f. di redina
7 D sechulo trapassarono;
E di questo secol
8 D lasciarono;
E lassorli un grande e un ricco tezoro
VI, 1 E Ma ella l'amava cho maggiore
3 E e non avea
4 D essi chollui stava;
E e si cielata stava
5 E ciaschedun
VII, 2 D tanto che in vista;
E che per cenni e per sem.
4 E non se ne pote achorgiere homo
5 E avrieno
6 E prima ciascun ch'averlo
8 D savi... tenieno
VIII, 1 D la donna;
E la bella
5 D messere G. si n'andava
6 D [ed]
7 D se esso avea compagnia;
E segl'era achompagnato ella latria
8 E si dipartia
IX, 2 E cucciola
3 E imantenente
5 D esse alcuno... giardino;
E sol per verder se nel g.
6 D o che lui;
E fusse nessuno o che mirasse
7 D ella la trova
8 D ella chucciolina tornava
X, 1 E se non trovava niuno
2 D giva;
E challa
3 E spirito avea sicome
4 E cenno... l'anchina
5 E dama in chui amor sovente (si intenda: la donna--come sovente
Amore suggerisce--trova l'accorgimento della cagnolina)
6 E catellina
8 E giva al verzieri chola cucciola
XI, 1 D quegli a. pieni di
2 D chongiungniono chon tutto elloro
5 E v'avea dovizia
6 E ciascun dicendo: Io non chiegio altro a Dio;
D dicendo se altro non interviene
7 E se non chel
8 E si guasti
XII, 1 D erano; E tempo
2 E e si partia la dama el barone
3 E paura
5 E e la m. quando eran
6 E a c.;
D incontro
7 E altri segni
8 E che verun non ne
XIII, 1 D [che] ello core spronava;
E chel core spirava
2 D e facea l'amadori pien
3 D ma quella;
E la damigella
4 E viso li fioria la bellezza
6 E chom larghezza
7 E chegli era
8 E chui
XIV, 2 E che la donna
3 D altra
5 E faccia per lo suo amore tal festa e gioia
6 D mostrasse
7 E e ched e' fusse del suo bel piacere
8 E a tutto il suo p.
XV, 1 E ela avea
3 D sicché el disio che dolore amore prieme;
E el dizio dolce nel chor li prieme
6 E sovente
7 E dicendo
XVI, 1 D suoi
3 D solo chollui
6 D ridendo
7 E ne l'assentia;
D enogliele neghava enogliele acchonsentiva
XVII, 2 D e cavalcato aveva auno nobile palazzo;
E [suo]
3 E alcun difetto;
D ignuno s.
5 D chamera
XVIII, 1 D ebbono
2 E che si strugie e cola;
D ella d. comamore sovente
3 E avete voi
4 E giá lungo tempo di trovarmi sola
7 E egli
XIX, 1 E Ela stringendolo dice
4 E Bel dolce amico mio pri[ma] muoia
6 E che voi prendiate medio diletto e gioia
XX, 1 E Disse M. G.
4 D al mio
5 D questa vergogna
6 E imprima
7 D vi prego
8 E uziate
XXI, 1 E tennesi la d. ivi schernita;
D scornata
4 D [e]
D morire; E a gran
7 E la mia persona a destrieri mai non monta
8 E di sifatta
XXII, 1 E Era quel cavalier
5 D quindi era gramo
6 D tale
7-8 E che 'n tal maniera mai non l'amerà
ella rimase ed egli uscí di camera
XXIII, 2 manca in D
4 E raccontolle
6 E ella pose
7 E com'elli
8 E ed ella disse
XXIV, 1 E La donzella di ciò fecie gram risa
4 D vuoi
5 E qui
6 E morte innaverata;
D i fia anghonsciata
XXV, 2 E mezo;
D ritorna... punto dalla
3 D el duca con la s. compagna
4 D egli smontò;
E dismonto al palagio
5 E questo giunse
6 E ci fe'
7 E viso
8 D signore.
XXVI, 1 D turbato
2 D cosí
3 E diciegli dolce anima
4 E di che fai tu si gram
5 E Ati oltraggiato verun
7 E t'abbi
8 E a lui onte e dannaggio;
DE [l']onta... ['l] dannaggio
XXVII, 4 D [e]
XXVIII, 1 E mi fecie
3 DE [egli]
6 DE s'io
7 D e farne fare;
E farne quarti a quattro
8 E per infino
XXIX, 1 E el
2 D dal nero
3 E gliel crede
7 E che del baron ne fi'
XXX, 1 E Alora la d.
5 E (e) l'ond. si mi da
6 E fede ben
7 E di non p. mai.
XXXI, 1 E duca alor dal parlamento
2 D la leggienda
4 ED assai
D loffenda
6 D (dasse) contende;
E lo contende
7 E over che la D.;
E cio[è] che la D.
XXXII, 1 E Volsesi com el c. langue;
D et chon molto caldo langue
2 E rosso avea
3 E La s. f. p. t. l.
5 manca in D
8 E pensando nel gran chazo ch'era
XXXIII, 1 E Disse el d. a un suo caro s.
3 E quando
4 E disse 'l duca: Baron
5 E racchontolle
5 E e la d. fecie il gran c.
7 E d'amor l'avea
XXXIV, 1 E Disse messer Guiglielmo: Duca e Sire
2 E chom f.
3 E certo;
D che[d]
5 D e non sono chavaliere
6 E pur dir
7 D in sul chapo;
E essi al campo
8 E ricred.
XXXV, 1 E se non vi b.
3 E 'm altra bella donna il mio chor uza
4 E nobile e bella e d'ogni buom
5 E le sue belle sono oltra mizura
6 D e a lanima mia el corpo;
E è 'n suo
8 E Figliuola di reina
XXXVI, 1 D [allora];
E Disse el duca al barone
3 E testa
4 E voi mi sgomberiate
5 D intende
6 E se prima non mi fate chiaro
7 E in cui avete ogni speranza
XXXVII, 1 D allora;
E dal
2 D meno
3 D maninconoso (ripetiz. del v. 1); E doglioso
5 D cuore; E entro se stesso dicieva: Ho fresco
6 E Donzella 'l nostro;
ED amore
XXXVIII, 1 D Lo stare
2 D potere menare;
E rechar... a tal
D e tal
3 D [s]io
4 E dove di gloria rilucente ha lume
6 E ogni buon chostui
XXXIX, 2 E ben lascerò il
6 E traditori som messo
7 E no mi parto... iscopra
D amore noischo
8 E e giamai chotal fallo non ricuopro
XL, 2 E bem pareva D dolore
4 E ed era giá
5 E in questo si gli
6 E prestamente senza far
7 E personalmente
8 E dove il sir
XLI, 1 E e quel baron
2 E gia
D pelle scale
4 E et il viso;
D in sul viso
5 D crucciata
6 E duchera
7 E chol'altra
D ella sua
XLII, 2 E Dise 'l duca: Barone, or ti c.;
D [co]sí (ri]conf.
4 E se tu m'avessi;
D se[ben] ttu
5 E Or... io ti
6 E anima mia
7 E è la d. che si ti t.
XLIII, 1 E cavalieri... partiti;
D cha due partiti
3 D diventogli le sensa sbigottiti;
E diventoli i sensi
4 E el suo fresco cholor divenne burbo;
D dubio
5 E chon suo membri uniti;
D come e' morti ignudi
7 E da lingua i denti
8 E disse sire;
D [disse] mostrerotoli
XLIV, 2 E pare el sire el
5 E segreto;
D baron(e);
E donna per amor col cavalieri
7 D fuora giardino;
E e di
8 E sotto un ciesto doppo una
XLV, 1 E Essendo il baron solo nel
2 E fene la cucciola
3 D fiori
4 E chiamò
6 E cercò
7 E tutto d'intorno
8 E se veruno
XLVI, 1 E ben cerco; D ben cercato
2 E ella n'andò nella z. amorosa
6 E'l duca dentro
7 E misel sotto
8 E una sponda
XLVII, 1 E E in quel mezzo avea fatta la chuma
D In questo mezzo avia fatto laghuzza
2 E la gientil damigella; D gia quella
3 D e perciò stante allei fa venuta; E al giardin
4 DE volea
5 E ella non pensava esser tradita
7 D del traditore
8 E col drudo suo prese
XLVIII, 1 E E quel barom
2 E tener nol puote al tutto
3 E di lista
5 D Voi mi mostrate
7 D Mancherebevegli;
E Mancherebevi eli
8 E che vi sia in talento
XLIX, 2 E contaminato lo chor
3 E la qual mi fa
5 E segli è
7 E saccumiataro
8 E mille volle si baciaro
L, 1 E Poi se ne;
D dama
2 E chola
3 E verzieri
4 E se ne gì
5 E diciendo
6 D et in d.
6 D sembianti
LI, 1 D istesa
3 E Quando fu a letto
4 E Levossi e voleasi rivestire
5 E giurando di non mai
6 E se prima non volesse far
7 E che li fece
8 E e allui volle far onta ed.
LII, 1 D El d. irato disse
2 E (si) un gram
4 E ha il suo amore a tal donna donato
5 E piú bell'è di te
7 D a quella e come el modo tiene a gire a ella;
E e il modo che tiene quando uza con quella
8 E sole hovero stella
LIII, 1 E E q. il duca
3 E artatamente
4 E che;
D Iddio
5 E qual è
6 DE nimica
7 E Amor mio b.
8 E io non
LIV, 5 E e contolle l'affare oltra misura
6 D chome per messaggio avieno;
E la c.
7 E li vide sciender
8 D tennono
LV, 1 E Ma
2 E che la
3 E avea giá il giorno
4 D [fuor];
E quand'ella uscí
6 E sembiansa
LVI, 1 E in quel punto
2 E ghai
4 E guiza d. dama
5 E Ella rispuose
7 D rispuose alpresera
8 D mestiera
LVII, 2 E e aver
4 E allegrezza
6 D [che] chon
7 E e la donzella udendo;
D la fantina
8 E non risp.
LVIII, 1 E gissene nella sua sambra
2 E come colei che per dolor
4 E e preg.
5 E siccom'edelerita
8 D Bellitie;
E Bellisse
LIX, 1 D spada igniuda
4 E (che)
7 E de la mia morte sará testimoni;
D e di mia morte tussia
8 E davanti al duca e a tutte persone
LX, 1 E poggiò
2 E il suo cuor poggio;
D e achonciossi il chore per me' la punta
4 D sono io oggi
8 E spinse giuso la spada e misesela al cuore
LXI, 1 E ch'udito avea
2 E quivi dall'uscio il pianto e 'l lagrimare
4 D aggire;
E entrare
5 E quando sentí il sospiro del gran tormento
6 D quand'(ella);
E ella venne al passare
7 E dentro entro... finita
8 E a sé toglie
LXII, 1 E tutte
2 E truvorom finita la luciente
4 D da
7 D prima
8 E oimè
LXIII, 1 DE [E]
3 E Il duca chiamò;
D e chiamando
4 E ch'io merito morir
5 E in ogni
6 E l'apresso
8 D del cuore;
E per morte
LXIV, 3 E amendue
4 E ne
5 E ne
7 EF fim di simile crimine
8 EF colla Francesca di Pagolo da Rimine
LXV, 2 E im p. come ho
3 E alpestra
7 D pella sua difetta
8 D e di quello fecie el duca giustitia dritta
LXVI, 2 D ballava
3 E sambra
4 D ballava
6 E e fu punita allor della ria fama
7 E tagliolle
LXVII, 2 D fecie soppellire e chorpi
4 D facieba [tutta]
6 D chuore
LXVIII, 3 D e[d]
8 D [re]stando
LXIX, t D (che) avete
2 E che fu quel di costor per la malisia.
In E i vv. 5-8 sono cosí:
E doppo questo andò in pellegrinaggio
per merito di chotanta nequisia
e poi andò a far ghuerra ai saracini.
Dio ci conduca tutti a buon confini.
VI