Quanto alla metrica, ho tolto le ipermetrie dovute alla scrittura

antica, che rispettava le vocali finali soppresse nel verso, e alle

rappezzature dei copisti; ma ho serbato in molti luoghi la dialefe,

specialmente dopo le parole tronche, perché essa è un vezzo costante

della poesia popolare e, d'altra parte, si trova qualche volta anche

nella poesia d'arte e nelle scritture solenni dei primi secoli. Per

la grafia, mi sono attenuto ai criteri di questa raccolta: ho quindi

tolti i raddoppiamenti iniziali toscani ("cheppiú", "affare",

"addire", ecc), scritto "e" o "ed" e "a" o "ad" (i mss. hanno

costantemente "et", "ad") a seconda delle esigenze del verso, e via

discorrendo. Qua e lá ho soppresso o aggiunto qualche parola o

sillaba, come specificherò nelle note che seguono. Nelle quali renderò

conto anche delle varianti non meramente formali¹. Purtroppo esse sono

moltissime; ma di ciò non stupirá chi pensi che questi cantári, in

luogo di avere una tradizione tranquilla di famiglie di mss., erano

affidati al capriccio e alla memoria dei cantastorie. Si aggiunga che

essi non lasciavano inerte (come un libro dottrinale) la fantasia dei

copisti. Ogni copista, poiché scriveva per sé e non per gli altri, si

tramutava volentieri da trascrittore in rifacitore. E spesso le

varianti, che siamo costretti a respingere perché appartenenti a

codd. piú incerti e malfidi, sono belle e ingegnose al pari e piú

delle legittime.

¹ Racchiudo tra parentesi quadre le sillabe e le parole aggiunte

da me, tra parentesi tonde quelle soppresse.

I

Il _Bel Gherardino_ si legge in due mss.:

[_A_]. Cod. Magliabechiano, VIII, 1272. Dopo una storia in prosa di

Apollonio di Tiro, scritta in grossi e pesanti caratteri da un certo

Poccio di Benino, segue questa nota: "Questo cantare d'Apolonio è

finito allo vostro onore, e 'l secondo è al cominciante, dello

_Gherardino_; e questo libro è di Davançino di Giovanni". Piú sotto,

un altro scrittore postillò: "Questo libro è di Davanzino, lo piú

tristo garzone, e fassi ispacciare molto volentieri". Nella pagina

seguente incomincia il cantare, il quale occupa cinque carte scritte a

due colonne (cc. 33-37). Il copista trascrive le ottave senza

interruzione o distinzione di versi, come se esse fossero prosa:

soltanto ha cura di andare a capo alla fine d'ogni ottava. I nomi

propri sono resi con semplici sigle (G.=Gherardino; M.=Marco), i

numeri con cifre romane, le parole sono abbreviate bizzarramente e

smozzicate; sicché, diceva un critico, il codice appare "dei piú

difficultosi del mondo, scritto che par raspatura di gallina, e

diluviano i malintesi".

[_B_]. Bibl. Naz. di Firenze, cod. II. IV. 163, miscell, del sec.

XIV. Le ultime tre carte (95-97) contengono il _Bel Gher_. su due

colonne; ma disgraziatamente il testo rimane interrotto all'ott.

XXVIII del primo cantare.

_B_ rimase finora sconosciuto; _A_ fu pubblicato da F. Zambrini nel

1867: _Cantare del bel Gherardino, Novella cavalleresca, in ottava

rima, del sec. XIV, non mai fin qui stampata_, Bologna, 1867 (16°, di

pp. 56). È un'edizioncina di 120 copie, formicolante di spropositi

d'ogni maniera. La critica le fece un'accoglienza cosí ostile e

severa, che lo Zambrini fu obbligato, poco dopo, a rinnovarla e a

correggerla nell'opera: _Cantare del Bel Gherardino, Novella

cavalleresca, in ottava rima, del sec. XIV, non mai fin qui stampata_,

Bologna, 1867 [la data è falsa: si legga 1871], che costituisce la

disp. LXXIX della _Scelta di curiosità letterarie_. Questa seconda

ediz. del 1871 fu di soli 82 esemplari, i quali furono numerati

progressivamente in continuazione dei precedenti 120 del 1867, e

formarono con essi come una sola ediz. di 202 copie, recando tutti nel

frontespizio la medesima data del 1867. Ai sottoscrittori della

_Scelta di curiositá letter._ furono distribuiti indifferentemente

esemplari della prima e della seconda edizione, sicché essi ben presto

si confusero e si scambiarono facilmente. Anche cosí rabberciata,

l'edizione dello Zambrini è una delle piú sciagurate, sia per la

superficiale coltura filologica dell'editore, sia per le difficoltá

presentate dall'unico codice allora conosciuto [_A_], scritto, come

diceva il Piccini, "da un solenne ignorante", anzi "da uno dei piú

grossi idioti, che, come suol dirsi, sien andati mai sui picciuoli".

Basti dire che quattro ott. (I, II, XII, XIV) sono di sei versi; dal

che lo Zambrini deduceva che il cantare deve essere dei piú antichi,

perché l'ottava non è "ancora ridotta alla sua perfezione"!

Naturalmente quelle lacune si devono a un'omissione di _A_, che io ho

potuto colmare col sussidio di _B_. Sebbene piú compiuta in quelle

famose ottave mutile, la lezione di _B_ non reca grande utilitá nella

ricostruzione del testo del _Bel Gherardino_. La differenza piú

notevole, che presenti rispetto ad _A_, è il costante scioglimento dei

nessi sintattici, con l'abolizione di ogni particella relativa e

consecutiva. È chiaro che, mentre il copista di _A_ amava raccostare

il poemetto alla coerenza e al legamento proprio delle opere destinate

alla lettura, quello di _B_ aveva invece l'animo rivolto al fare

sciolto e disordinato dei cantori all'improvviso. Se ne dovrebbe

desumere che _B_ è piú vicino all'originale; ma questa conclusione,

data la scarsitá delle notizie e l'incompiutezza del cod., è

pericolosa. Per questo, piuttosto che dare nelle prime 28 ottave

(riferite da tutti due i mss.) un testo diverso dalle altre, e

conferire al cantare una veste arlecchinesca e bizzarramente

rappezzata, ho preferito di partire sempre da _A_, modificandolo solo

nei tratti dove appariva evidentemente guasto, come qui sotto si

vedrá:

CANTARE PRIMO:

I, 3-4 mancano in A e nell'ed. Z.

4 B se[d]... fusse f.

8 B per cortesia ciaschehuom la 'ntenda

II, 1 A parlare

2 A primai, missi

3 B farò

5 B O buona gente che state a 'scoltare

7 B Se d'ascoltare avarete memoria

8 B io vi dirò d'una

III, 4 B come diciasonglio

5 B voglio tornare et dirvi el convenente

IV, 1 B questo signor venne

3 B reggiar

4 B sillacomando

5 A e que fu quegli

6 A fu chiamato

V, 3 B e lo piú forte di lor

7 B poi gli

VI, 1 B se manteneva

3 B collui son bracchi et virtuosi

4 A e caval

5 B con molti

6 B convita cav.

8 B si si ragiona

VII, 1 A tantonto

2 B potia

3 B venie

4 B li suoi serventi

7 B si che fr.;

A cogli suo

VIII, 1 A E un donzel

2 A Di tristizia e di dolor;

B ch'egli avia

4 A Per esser fuor di

5 A E quel donzel

A e tratterotti

IX, 1 A E quel donzel

2 B sol per la v. che a lui servire

3 A e di pres.

4 B con teco voglio

8 B De la citá esciron

X, 3 B et in tal loco furon

4 B che casa non ci avia dove

6 B restavan

7 A venne in su l'albor del giorno

8 B pose mente

XI, 1 B Ebbe sguardata una lunga p.

2 A Ebbe veduto un

4 B in questo modo non è

i vv. 5-6 mancano in A

6 B e[sso]

7 A e entro;

B un nobil

8 A Ciascun cavalca la

XII, 1 A E cavalcando per quella

i vv. 5-6 mancano in A

8 B mise

XIII, 7 A Inpero che colá dove il serpen' toccava

8 A alie

XIV, 2 B perché lo s. li mova

3 A uno colpo li die' nel

i vv. 5-6 mancano in A

7 B elli mise

XV, 3 B a Marco

5 A Gherardin che in prima lo previde

6 A in ver li

7 B quando

XVI, 2 A giamai

4 B fal cadere

6 A E egli chiamando forte

7 B Non mi lassar cosí impedimentire

XVII, 1 B non tardò neente

2 A colla spada tagliente senza far

3 A in ver' dell'orso;

B feriva l'orso si neq.

4 A uno colpo ch'egli de'

5 A che l'ebbe fesso

6 A Bello ne

7 A cader che fece;

B in nel ferir dixe l'orso: O damigello

8 B di quel

XVIII, 1 A morto le bestie;

B la fiera

2 B si meraviglia

3 B e nella mente

4 B ver' del castello prese a cavalcare

5 B ma quando fûr davanti

6 B bussare

8 A chi se l'aprisson non viddon neente

1 A E scavalcar e montano suppe' le scale

2 B pur che l'un

5 B lo freddo era grande che 'l tempo non cala

6 A e in fralloro insieme

7 B E cosí ragionando in per poco

XX, 1-2 B Ben chi 'l facesse non potian vedere. E guardaron dintorno

a basse ciglia

6 A avessomo

7 A Questa sarebbe maggior meraviglia!

XXI, 3 B eran

4 B fûr di molti

5 A e le lumiere v'eran

6 B E' cavalieri furono

7 A e po' cc'a tavola fûr gli b.

8 A furono recate

XXII, 1 B assai fûr

2 B non ci vedian ragazzo né

3 B et dimorando in sí facta

4 B sopra di lor avien

5-6 B E l'un co l'altro insieme si dolea: Ma i' non fu uso in cosí

facto ostieri

7 B Ma poi ch'ebon

XXIII, 1 B Ma poi che venne l'otta del d.

2 B in una z.;

A ne furor menati

3 B con un doppier dinanzi, a lo ver dire

4 B in una zambra fu Gherardin menato

5 B a lui con gran disire

6 B davanti a Gherardin si fu spogliata

7 A pavento

XXIV, 7 B Bel Gher. intende

3 B et quella donna fra le braccia el prende

5 B si 'l sostenne

7 A come il libro dimostra

8 B fecion d'amor

XXV, 4 B d'una gran quantità

XXVI, 1 B Ma poi ch'ebbe asaggiato

2 B e l'un dell'altro prese a lor dimino

3 A E la donzella

4 B le rispose: El nome è G.

5 B si le dicia a lei perché

7 A tutto ciò ched egli aveva

8 A egli aveva speso in cortesia

XXVII, 1 B quella donpna

2 A [egli]

3 B accende

4 B trovava loco

5 B Bel Gher.

XXVIII, 1 B Quando... comincia l'albore

2 A e la donzella si si fu

3 B di fino colore

4 B davanti a G.

5 E a Marco Bel ch'era suo

6 B l'á donata

XXIX, 6 A presente

XXX, 3 e[d]

4 trovarono

7 a destra e a sinistra

XXXII, 2 A allegrezza ettade

5 A e que' che quella pena sostene

6 e non vedea

XXXIV, 4 A lei si parte

XXXV, 2 [tu] comanda

5 o[ver]

XXXVII, 4 A cavallo si montarono

XL, 1 A l[o]

5 e[d]

XLI, 1 A Con grande onore ne la cittá entrava

XLV, 1 A In un ronzino ciaschedun sbigottito.

CANTARE SECONDO:

I, 6 A bello sia esto secondo

III, 8 A v'intendo trarre malinconia

VII, 5 A che[lla]

VIII, 5 A uscí [fuori] ed entrò

X, 2 A gran(de)

XI, 2 A donzel(lo)

7 [d]entro

XIII, 4 A e dice: Or [donna mia] ti

8 a(d)

XIV, 6 A Parecchie volte

XVI, 3 A la [d]ove

5 A e non vedea

8 A si [egli] era

XX, 5 A ella [lo] veggendo(lo) (co)tanto

XXII, 2 A (co)tal

4 se (tu) non

XXVI, 7 A datemi [la] parola

XXVII, 4 A S'io [ne]

XXIX, 6 Questo verso manca nel ms.; è aggiunto dallo Z.

XXXIII, 2 A che quel soldan facea sí malamente

XXXIV, 2 A fe[ce]... cadere

4 me[glio]

XXXV, 5 A dicea(no)

XXXVII, 1 A E lo Bel Gherardino molto sdegnosse

2 A veggendo che 'l soldan

XXXVIII, 5 A cuor(e)

XXXIX, 4 A assodotte

5 A [ha] vinto

XLI, 3 A a il cerchiovito

XLIII, 2 A avanza[va]

3 A altro

XLIV, 6 A omai per niente

XLV, 5 A ismon[tando].

II

I due cantári di Pulzella gaia si leggono in un cod. del sec. XV,

appartenuto giá alla biblioteca Saibante di Verona, e poi posseduto

dal marchese Girolamo d'Adda di Milano [_C_]. I cantári sono dati dal

ms. in una forma assai diversa da quella che qui si riproduce, e cioè

"vestiti per metá alla veneta". Il Rajna, che li scoprí, sostiene che

la forma originaria fosse toscana, e a questa li ricondusse

nell'edizione che ne diede nel 1893: _Pulzella gaia, cantare

cavalleresco_, Per nozze Cassin-D'Ancona, 21- 22 gennaio 1893, in-8,

pp. 44 (Firenze, tip. Bencini).

Per dare un saggio della lezione del codice, riproduco di sulla copia,

che mi ha comunicato il Rajna, le prime quattro ottave del primo

cantare:

1

Ora me intendeti, bona zente, tuti quanti

in chortexia et in bona ventura:

dire ve volio de li chavalieri aranti,

ch'al tenpo antigo andava a la ventura.

In chorte de lo re Artus li sedeva davanti,

segondo come parla la scritura,

in schomenziamento de miser Troiano,

che feze avanto con miser Galvano.

2

Miser Troiano sí disse:--Ho chompagnone

con tieco e' volio inpignar la testa,

chi dirano piú bela chazaxone

de nulo chavalier di nostra jesta.--

Quando eli fezeno la inpromisione,

alo re e ala rajna feze richiesta;

e zaschaduno la testa si inpignava

chi piú bela chazaxone si aprexentava.

3

Intradi sono j chavalierj a quele jnprexe,

inverso lo bosco prexeno lor chamino.

Miser Troiano una zerva si prexe

che jerano piú bianca de un armeljno;

e tuta vja lo la menava palexe,

che veder la podea grandi e picholino.

Davanti lo re Artus saluta e inchina,

poi l'aprexentò a Zenevre la rezjna.

4

Miser Galvano chavalchano ala boscaja;

alo levar del sole l'ebeno trovato.

Una serpe, che lo rechiexe de bataja;

sopra lo schudo quela j s'ave zitato.

Lui mese mano ala spada che ben taja,

cretela avere ferjta nel costato.

La serpa, che sapeva ben scremjre,

Miser Galvano non la pote ferire.

Come si vede, dalla revisione del Rajna il poema è uscito

compiutamente trasfigurato. Nel testo originario, avverte il R., i

versi "in gran parte non tornano"; e la malattia era cosí profonda,

che non è interamente guarita neppure dopo le cure d'un medico cosí

delicato e sapiente. Dovunque smozzicature o enfiagioni; e parecchi

tratti in tal modo zoppicanti, che anch' io ho dovuto offrir loro, di

mio, le stampelle, perché si reggessero in piedi. Ecco, ad es.,

qualche correzione:

XXI, 1, corr. "si li si fu" in "si li fu";

XX, 2 "con penne": "con [le] penne";

XXXII, 6 "gentil": "gentil[e];

XLII, 7 [ne] raccomando;--liv, 8 "niun[o]";

LXXII, 5 "altra cosa che a te sia grata": "che [ben] ti sia grata";

ecc. ecc.

Nel testo del Rajna sono omesse quattro ottave (XCVI-XCIX), che paiono

spurie. Le riproduco qui dalla copia del codice D'Adda, che il R. mi

ha comunicato:

[96]

Leta la letera, lo bon miser Galvano

el fato li consonò e molto li piaze.

A vui dico, signori, a chi altro leto non ano,

di questo parentado ve dirò veraze,

di queste do sorele che mentoano

lo autore nostro, che fo tanto audace;

fiole bastarde de lo re Apandragone,

di queste do sorele fo la condizione.

[97]

Pandragone de lo alto re Artus fo pare,

come dize l'instoria e 'l vero chanto;

queste duo fie naque d'un'altra mare

in modo de avolterio in quelo canto,

sorele de re Artus fo, zò mi pare,

per padre ve dicho solamente tanto;

la Dama di lo lago fo chiamata,

Lanziloto costei ebeno nodrigata.

[98]

El savio Merlino costei feze morire,

la qual lei chiuxe dentro al molimento

esendo vivo, la sua instoria áno a dire,

de la sua fine non sepe veder lo partimento.

Innamorato di 'sta dama era quel sire,

ma a lei lo suo amore non li fo in talento.

Costei era savia e gran incantatrice;

vivo nel molimento serò Merlin, zò se dize.

[99]

De la fada Mongana costei fo serore

d'un padre e madre nate veramente;

lo suo parentado vi ò dito in 'st'ore;

ritorno a l'instoria di presente.

Miser Galvano stava di buon cuore,

leta la letera, che fo tanto sazente;

amaistrato da la Ponzela gaia,

hobedire la vuole e piú non abaia.

III

Del cantare di _Liombruno_ non si conoscono manoscritti, ma

moltissime stampe antiche e preziose:

1. HISTORIA DI LEON BRUNO--6 cc. a caratteri gotici, s. n.; reg.:

Ai--Aiii.--Incom.:

Omnipotente dio che nel cielo sei

padre celeste salvator beato

che cu_m_ tua mano tuto el mondo fei

el tuo saper rege i_n_ ogni lato.

Finisce (c. 6 b):

al nostro fin dio ce dia gloria

al vostro ho_n_ore he dita questa istoria.

LAUS DEO

S. a., ma del sec. XV; appartiene alla Biblioteca Melziana di Milano.

2. LA HISTORIA DELLIOMBRUNO--In-4°, caratteri rotondi, sei carte a due

colonne di 40 ll., della fine del sec. XV. È cosí descritta nel

catalogo Libri del 1847 [n. IIII], e dal Brunet (_Manuel_, II 590): ha

due figure in legno.

3. HISTORIA DI LIONBRUNO--s. l. n. a. (ma ed. a Roma, Eucharius

Silber, c. 1485). In-4°, 4 ff.; reg. A--Aii, a due colonne di 52 l.,

caratteri semigotici. Dopo il titolo (c. 1 A) in caratteri maiuscoli:

"Historia di Liombruno", segue una xilografia e poi la prima ott.:

[o]nnipotente Dio che nel ciel stai

padre celeste salvator beato.

Fin. a c. 4 B, col. 2^a: "FINIS".--È posseduta dalla Biblioteca

Trivulziana di Milano, Miscell. vol. V, n. 6;

cfr. D. REICHLING, _Appendices_, n. 1754.

4. HISTORIA DI LIONBRUNO--s. l. n. a. (ed. a Roma, Joanne Besicken et

Sigism. Mayer, c. 1495). In-4°, caratteri semigotici, di sei ff. non

num.; reg. aii-aiii. 2 coll. di quattro ottave e mezza. Inc. (I A) "La

historia de Lionbruno" e, dopo una xilogr., l'ott.:

[o]Mnipotente dio che nel cielo sei

padre celeste e salvator beato

che con tua mano tutto el mondo fei

el tuo saper regi in ogni lato

o tu che sei chiamato Re di rei

concedi gratia a me padre onorato

che possa dir un bel cantar in rima

che a ciascun piacza dal piede alla cima.

Fin. (c. 6 B col. 2^a), dopo tre ott.: "FINIS". È posseduta dalla

Biblioteca Casanatense di Roma; cfr. REICHLING, _Appendices_, n. 940.

5. LA HISTORIA DI LIONBRUNO--s. a. Cosí descritta dallo Hain

[_Repertorium_, 10114] "_Praeced. fig. xilogr.; est poëmation 98

octavis constans; 6 ff.; sequitur_ La Sala di Malagigi".

6. LA HISTORIA DI LIOMBRUNO ET UN | CAPITOLO DI PAMPHI- | LO SAXO.--In

fine: In Siena, Per Francescho di Simeone adistantia di Giovanni

d'Ali- | sandro Libraro, 1550 A di | 10 giugno.--È posseduta dalla

Bibl. Marciana (miscell. 1945-43 a), ed è cosí descritta dal

Segarizzi: "Il tit. è a c. 1 a. A c. 3 b una xilogr. rappr. il re in

trono circondato da due soldati. Inc. c. 1 A, col. 1^a: 'Omnipotente

Dio che nel ciel stai' Fin. (ott. 97) col. 2, v. 32: 'al vostro onore

ditta è questa storia'. EL FINE. Segue (c. 6 B col. 1): | Uno de

capitoli di Pamphilo | SAXO, d'uno che si lamen- | ta del suo

amante. 'Fera la stella sotto la qual nacque'. Fin. (terz. 23 -|-

v. 1) c. 6 B, col. 2, v. 31: 'Non messer della morte almen

villano'. Mis. mm. 186x125, cc. [6] col. 2 p. p., vv. 40 per col.,

segn. A--Aiii. s. rich.".

7. [L]A STORIA DI | LIOMBRUNO | IL QUALE FU LASCIATO DAL PADRE PER

|. Povertá in preda del Diavolo, e scampando fu portato da una donna

in | forma d'Aquila in una Cittá, e facendo egli dipoi varii viaggi,

ru- | bò à certi malandrini un Mantello, e un paio di Stivali, | con i

quali andò invisibile, e vinse il vento, | Con un capitolo di Panfilo

| _Sasso Nuovamente Ristampata. In fine: In Firenze, Alle Scalee di

Badia_.--S. a. (ma del sec. XVI ex.) di cc. [6]. Reg. A--Aiii a 2

coll. di 5 ott. ciascuna, carattere rotondo con due xilogr. Fin. (c. 6

a): "al vostro honore finita è questa storia. Il fine della historia

di Liombruno. Seguita un bellissimo Capitolo di Panfilo Sasso".--C. 6

B: Uno de' capitoli di Panfilo Sasso | d'una che si lamenta del | suo

amante: "Era la stella sotto la qual nacque". Fin.: "Non m'esser della

morte almen villano. IL FINE".--È posseduta dalla Biblioteca

Magliabechiana, n. 981-15. Conta 97 ottave.

8. LA HISTORIA DI LIOMBRUNO (got.) | Il quale fu lasciato dal padre

per povertá in preda del Diavolo, et | come fu portato da una donna in

forma d'Aquila in una | Citta; et facendo egli dapoi varii viaggi,

rubò a certi | malandrini un Mantello, et un par di stivali, con li

quali andava invisibile, e corre | -va piú che non il vento.--"Poscia

un intaglio in legno: nel fondo montagne con una cittá; dinanzi

dell'acqua con due battelli pescherecci e un pescatore, al quale il

diavolo presenta un pesce". Indi le tre prime strofe. Inc.:

"omnipotente Dio che nel ciel stai". Fin., c. 6 A, l. 32: "al vostro

honor finita è questa historia". IL FINE DELL HISTORIA DI LIOMBRUNO |

Seguita un capitolo di | Pamphilo Sasso. Fol. 6 B a.: Uno de capitoli

di Pamphilo | Sasso d'una che si lamen- | ta del suo amante || FEra la

stella sotto la qual nacque. Fin. c. 6 B b 1. 37: Non m'esser della

morte almen villano || IL FINE. Stampata in Firenze l'anno MDLXX.--La

storia ha 98 ottave, il capitolo 23 terzine. In-4, car. rom. con

segn. e cust. senza num., 6 fogli con fig. xil.--È compreso nel

celebre volume miscellaneo della Bibl. di Wolfenbüttel, descritto da

G. Milchsack ed A. D'Ancona nel 1882, n. XXIV.

9. LA HISTORIA DI LIOMBRUNO. Con un capitolo di Panfilo Sasso,

nuovamente ristampata. In Firenze, per Stefano Fantucci Tosi alle

Scalee di Badia, s. a. (sec. XVI ex.?), in-40, cc. [6] con incisione

in legno.--Un esemplare era nella Biblioteca dei marchesi D'Adda di

Milano, un altro è nella Melziana pure di Milano.

10. LA STORIA DI LIOMBRUNO con un capitolo di Panfilo Sasso. Firenze,

Girolamo Cavaiè, s. a. (ma della fine del sec. XVI), in 4°, fig.

cc. [6] a 2 coll.--È citata nel catalogo Libri del 1847 [n. 1112]

11. LA HISTORIA DI LIOMBRUNO. Bologna, per il Sarti sotto alle Scuole

alla Rosa, con licenza de' Superiori, s. a. (ma del sec. XVII), in-4°,

cc. [4] a due coll.--Un esemplare è nella Biblioteca D'Adda, un altro

nella Melziana.

12. LA HISTORIA DI LIOMBRUNO. In Bologna et in Pistoja presso il

Fortunati, s. a. (sec. XVII). Il titolo è a c. 1 A, segue la solita

xilogr., poi C. 1 A col. 1^a: "Omnipotente Dio che nel ciel

stai". Fin. (ottava 96) c. 4 B col. 2, v. 52: "Al vostro honor è detta

questa historia". Mis. mm. 175x125, cc. [4], col. 2 p. p., v. 52

p. col., segn. A-A 2 s. rich.--È compresa nel catalogo Libri del 1847

[n. 1113]. Un esemplare è alla Marciana, Misc. 1016-20 (Segarizzi,

_Bibl. delle stampe pop. della B. Marciana_, n. 103).

13. LA HISTORIA DI LIOMBRUNO. Bologna, 1647, in-4°.

14. LA HISTORIA DI LEOMBRUNO. Palermo, Per il Coppola, 1650, con

licenza de' superiori, in-4° gr., a 2 coll, di pp. 8.--È cit. dal

Pitré, _Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani_, Palermo, 1875,

1, 280.

15. LA HISTORIA DI LEOMBRUNO. In Napoli, per il Pittante, 1701, in-4°,

a 2 coll., con una tavola. Citata dal PITRÉ, l. c.

16. _Bellissima Istoria di Liombruno_. Dove s'intende che fu venduto

da un (= suo?) padre ecc. In Bologna, Alla Colomba, 1808, in-18°.

Cit. dal PITRÉ, op. e loc. cit. Credo che le indicazioni date dal

P. siano inesatte e che l'opuscolo sia quello stesso in-12°, giá

posseduto da Emilio Teza e da lui inviato a R. Köhler [n. 17].

17. _Bellissima Istoria di Liombruno_. Dove s'intende che fu

venduto da suo Padre. E come fu liberato: ed altre cose bellissime,

come leggendo intenderete. In Bologna, 1808, Alla Colomba,

con Approv., in-12°.

18. _Bellissima | istoria | di | Liombruno_ | dove s'intende, che fu

venduto | da suo Padre al Demonio, | E come fu liberato, | E altre

cose bellissime, come | leggendo intenderete.--Firenze | Presso

Francesco Spiombi | Con Approvazione, s. a. (sec. XIX), di

pp. 24.--Sono ott. 91.

19. _Bellissima Storia | di | Liombruno_ | Lucca | con permesso.

Di pp. 24. "Benché porti la data di Lucca, mi pare piuttosto

stampata a Todi. Sul frontespizio una rozza stampa che rappresenta

uno portato via da un'aquila e una donna in atto di maraviglia.

È diviso in 2 cantári; e in tutto sono ott. 95" (D'ANCONA).

In una miscell., di _Storie e canti popolari d'Italia_, posseduta dal

Libri, era compreso un libretto in-12°, ed. a Todi, int.: _Bellissima

istoria di Liombruno_. Credo che il D'Ancona voglia accennare a

questo.

Molte altre stampe moderne (perché il cantare si ristampa o si

ristampava fino a pochi anni fa) vanno sui muricciuoli: l'Imbriani

cita, senza indicarne la provenienza e l'anno, una:

20. _Bellissima Istoria di Liombruno, dove s'intende che fu venduto

da suo padre e come fu liberato, ed altre cose bellissime, come

leggendo intenderete_, che potrebbe essere una di quelle indicate

ai num. 16-17-18-19 o qualche riproduzione fedele di esse.

_La storia di Liombruno_ doveva pubblicarsi nel 1866 in edizione

critica per cura del D'Ancona, in un volume della _Collezione di

antiche scritture italiane_ inedite o rare, dall'editore Nistri di

Pisa; ma purtroppo quel disegno non fu piú eseguito. Pochi anni

dopo,l'Imbriani, senza intento né apparato erudito, dava alla buona un

testo di _Liombruno_, riproducendo in appendice alla novella

fiorentina in prosa di _Liombruno_, i due cantári, quali erano nelle

stampe 14-20, cioè nei libriccini popolari moderni: _La novellaja

fiorentina_, Livorno, 1877, p. 454 sgg.

Evidentemente noi ci troviamo di fronte a due diverse versioni, l'una

piú antica e piú compiuta, e l'altra raffazzonata e rabberciata; e le

stampe si devono dividere in due famiglie distinte. La prima ha 97

ottave e questo inizio: "Onnipotente Dio che nel ciel stai". La

seconda ha 91 ott. e l'inizio: "Dammi aiuto, ché puoi, musa

divina". Alla prima famiglia appartengono le stampe indicate ai numeri

1-2-3-4-5-6-7-8-9-12; alla seconda i nn. 18-20 e forse i nn. 16-17-19.

Tener presenti tutte le edizioni sarebbe stato un lavoro immane ed

inutile, perché le stampe popolari si riproducono meccanicamente le

une dalle altre; perciò ne ho trascelto dal primo gruppo una sola,

l'Ediz. magliab. descritta al n. 7 [M.], col sussidio della quale ho

ricostituito il testo che ora do in luce. Ed ecco l'elenco delle

correzioni da me apportate allo scorrettissimo testo:

CANTARE I:

II, 6 M uom

III, 2 M d'andava

6 M havea

IV, 6 M gran[de]

VI, 7 [se]

VII, 6 M figliuoli

IX, 3 M gran-[de]

6 M nessun[o]

X, 3 [vi]

8 trarre

XIII, 1 [E] poscia

5 M che riceveva

XIV, 7 son [colei] che si [in] alto

8 M diavol

XVI, 3 e[d] a giostrare

5 M nessun

XVII, 6 M al tutto piacciati

XVIII, 2 [Cosí] cortesemente (si)

7 M El nome; il v. 8, che manca in M, è tratto dalla stampa n. 20

XIX, 2 M fe ei per suo

3 [gl'] era

XX, 1 (E) Liombruno

XXII, 3 M Che al termin. L'editore ha frainteso il passo, fuorviato

dall'inversione: "prometti di ritornare al termine ti darò". Il

pronome relativo si omette frequentemente nei testi antichi

(cfr. il secondo cantare, XLVII, 7)

XXIV, 3 [ch'ei]

5 [l']

XXV, 7 La sera (che) Liombrun

XXVI, 2 Liombr. all'hora si fu

6 [n']ha

XXVII, 2 si [ei ri-]chiese il buon. Senza la correzione, il verso

sarebbe manchevole

XXIX, 7 che[d io] ho fatto

XXX, 2 M facean ciaschedun

XXXI, 1 [n']ho

5 [Sappi]

8 M si de seco venire

XXXII, 1 M Quando L. questo udire udia

6 (E) Liombr.

XXXIII, 4 era (giá)

Fiore di leggende Cantari antichi I - cantari leggendari · 第 14 / 19 段