Amor, da te io non mi posso atare;
Amor, tu m'hai colle tue fiamme acceso;
Amor, tu mi vuoi sempre consumare;
Amor, per quel ch'io ho da te compreso,
Amor, tu vuoi di me gran pruova fare:
i' son contento, e sempre sarò forte
ad ubbidirti infino a la mia morte.
43
E, se ciò non facessi, el piú ingrato
uomo, ch'al mondo sia o fussi mai,
esser potrei da ciaschedun chiamato
a non amar colei, che me ama assai:
ella non m'ama, ch'ella m'ha legato
con forti lacci, ond'io, misero! in guai
i' mi starò in fuoco ardente e in fiamma
fin ch'io arò di mia vita una dramma!--
44
E dubitava assai che qualche iddea
non fussi questa, e venuta soave
appresso a sé ed a la sua galea,
e postasi alla poppa della nave:
onde che Amor sí forte l'accendea,
che non curava le parole grave;
anzi non ode le grida e 'l romore,
ma sempre piú che mai gli cresce el core.
45
E, quasi vòlto alla nave con ira,
disse alla gente con aspre parole:
--I' vo secondo che la ruota gira,
la qual m'ha posto a punto innanzi al sole,
e qui ha messo lo sguardo e la mira,
e parmi che partir mai non si vuole,
fin ch'io non ho colei, che sola bramo
e sopra ogni altra cosa al mondo l'amo.
46
E, perché el guanto testé mi mostrate,
io non ho al presente qui falconi:
dunque contento i' son che vel pigliate,
ch'io farei per costei mille quistioni:
questo è amore, e lui di ciò incolpate.
E perch'io non vi faccia altri sermoni,
ognun di voi da me si scosti e guardi,
che si fará per voi l'esser gagliardi!--
47
E, senz'altro parlare, alla sua gente
si volse e disse:--El vostro grande ardire
mostrate, l'alma e la forza potente.--
Non altro bisognò che questo dire,
ch'essendo in punto ciascun uom valente,
incominciar l'avversario a ferire,
a gittar dardi, frecce e lance e sassi,
che par che 'l cielo e la terra fracassi.
49
Battaglia non fu mai tanto durissima,
che chi vedessi gli parre' impossibile!
L'aria di priete e di dardi pienissima,
che pure a dirlo par quasi incredibile!
La gentil donna, piú ch'altra bellissima,
Cerbin la guarda, e pargli che invisibile
la vegga, e pensa s'egli è desto o sogna;
ma altro che pensar pur gli bisogna!
49
Però ch'e'saracin mai di gittare,
vinti da ira e da sdegno commossi,
non restan dardi e gran sassi lanciare.
Eron giá fatti assai di sangue rossi;
balzano corpi d'ogni parte in mare;
non bisognava mettergli ne' fossi;
e la battaglia sempre rinforzava,
e l'aria tutta quanta s'infuscava.
50
L'aere tutta par si rabbaruffi;
molti corpi di fuor gittavon sangue;
e l'arme in mano a 'gnun non par che muffi,
ma schizza fuor della gran nave el sangue:
e chi è ferito, in mar convien si tuffi,
facendo l'acqua rossa del lor sangue,
chi forato ha le tempie e chi le guance,
e chi ha 'l cor passato da piú lance.
51
Vide Cerbino un saracin villano,
che stava quasi inanzi agli altri tutti,
onde si fece a lui piú prossimano
per dargli de suo' pomi ed aspri frutti,
e, lanciògli una lancia ch'avea in mano,
e posel dove gli altri eron rudutti,
cioè rovescio e morto con dolore,
perché la lancia gli entrò in mezo el core.
52
Ancora un altro, ch'era in su la nave,
ne cadde morto senza batter sensi
per un feroce colpo crudo e grave,
ch'ebbe pur da Cerbin. Ma non si pensi,
per questo, ignun che l'altre gente brave
paura avessin; ma piú inanzi fensi,
gridando:--O traditor, la cruda morte
purgherá tutte le tue opre torte!--
53
Infino al ciel le grida e l'urla andavano;
questa era doppia tempesta di mare!
Ad alta voce e' saracin gridavano:
--Sangue, carne, vendetta vogliam fare!--
Arme, scoppietti e priete rintonavano,
che fanno e' legni in su l'acqua tremare;
e non avanza l'una l'altra parte:
ognuno armato par un nuovo Marte.
54
Durò gran pezzo la battaglia orribile,
né l'un né l'altro non si può abbattere.
Cerbin, valente, famoso e terribile,
veggendo pur durar questo combattere,
diliberossi al tutto esser vincibile;
e, non volendo piú l'arme dibattere,
la nave in altro modo fe' percuotere
tanto, che fece ogni barbero scuotere.
55
Perché Cerbin menato un suo legnetto
aveva, e quivi fece el fuoco accendere,
ed accostossi alla gran nave a petto
tanto, che niun non si può piú difendere,
e, non avendo piú nessun ricetto,
qui sol bisogna o morire od arrendere.
E', conoscendo il loro ultimo giorno,
fecion venire Elena, el viso adorno,
56
qual prima sotto coverta piangeva,
e della nave alla proda menata,
dove Cerbin veder ben la poteva.
Chiamollo Elena, tutta sconsolata,
e, piangendo, merzé per Dio chiedeva,
dicendo:--Questa morte ho guadagnata
per amar te, ben che senza dolore
debbo morire innanzi al mio signore.--
57
Cerbino, udendo le dolci parole,
el cor sentissi in piú parte stiantarsi,
ed alla donna risponder pur vuole,
ma ancor non può pel dolore aiutarsi:
ma alfin rispose, e fe' come chi suole,
con un cangiare di color, scusarsi;
e disse:--O donna, el tuo ultimo punto
una morte in dua alme ará congiunto!--
58
Ma, in questa, e' saracin senza pietá,
non curando el suo dolce lamentare,
anzi tutti pien d'ira e crudeltá,
incominciorno la donna a svenare.
Cerbin, vedendo tanta iniquitá,
grida e combatte e non sa che si fare;
ma innanzi a sé svenar, per piú dolore,
vede sua alma, sua vita e suo core.
59
Ma, poi che in molte parte era tagliata
la bella donna e sentiva mancarsi,
inverso di Cerbin si fu voltata,
e cominciò in tal modo a lamentarsi,
con bassa voce, rotta e sconsolata
dicendo:--E, poi che Morte può vantarsi
d'avermi giunta in su' legni e 'n su l'acque,
non piaccia almeno a te, poi che a lei piacque.
60
L'alma si parte e 'l miser corpo sgombra,
e tu rimani al mondo, o signor mio;
i' mi starò lá giú nella scura ombra;
forse arò altro amore, altro disio,
che d'altra cosa l'anima s'ingombra.
Or i' mi parto, e tu riman' con Dio!--
A pena la parola ebbe finita,
ch'ella passò della presente vita.
61
Poiché fu morta, da un saracino
fu el gentil corpo suo gittato in mare;
e tutti, vòlti poi verso Cerbino,
disson:--Farai quel corpo sotterrare.
Come crudo corsale ed assassino,
t'abbiam voluto al tutto contentare,
che in altro modo non l'hai meritata:
piglia la preda che t'hai guadagnata.--
62
Ma torniamo a Cerbino, el quale, udendo
el dolce dir di quell'alma passata,
brama la morte, e piú si vien dolendo
che non l'ha almen solo un tratto baciata;
onde, per questo piú dolore avendo,
fece alla nave raccostar l'armata,
e per lo scoppio grande e per lo sdegno,
un salto prese e gittossi in sul legno.
63
Or qui comincia la battaglia cruda!
Cerbin dava gran colpi a' saracini;
teneva in man la forte spada ignuda,
tagliando braccia, e fa de' moncherini:
istraccia, squarcia, fende, taglia e suda;
molti feriti in mar caggion, meschini.
E chi non vuole e' sua colpi aspettare,
gettonsi in acqua a 'mparare a notare.
64
Grida Cerbino:--O gente iniqua e fella,
la vostra crudeltà tornerà folle:
picchia e percuote, combatte e martella,
né mai por fine al suo brando non volle,
tagliando braccia, man, teste e cervella.
Era la nave giá di sangue molle,
e non è ignun che possa contastallo;
de' sua gran colpi niun non giugne in fallo.
65
Pare un leon famelico e arrabbiato,
che, quando giugne nella selva folta,
sendo da fame superchia assediato,
prima co' rami sfoga l'ira molta,
ritorte e schegge e traverse ha spezzato;
cosí Cerbin con quella gente stolta
non può sí presto sua ira sfogare,
ma taglia e fende e straccia e getta in mare.
66
Erano e' saracin rimasi pochi
tanto, che piú non posson contrastare;
vedevasi sol sangue ed arme e fuochi;
l'aere è brutta e cosa oscura pare.
Cerbino e gli altri son venuti fiochi
pel combatter, pell'arme e pel gridare:
non si sazia Cerbin, nulla el conforta
ma taglia quella gente cosí morta.
67
E' si vedeva gli uomini a traverso
l'un sopra l'altro nella nave stare,
e qualcun altro dal sangue sommerso;
non bisognava e' corpi sotterrare:
questo fu vento contrario e diverso,
tempesta fu di brando e non di mare:
tanti capi tagliati da le spalle,
pare la nave un'altra Roncisvalle.
68
Ora Cerbin ha avuta la vittoria
(dolente e trista per ciascuno amante)
con gran maninconia e poca gloria:
onde egli scese, el giovane aiutante,
perché la fiamma è grande e la baldoria
(ardeva forte quel legno prestante).
Ma, prima che della nave scendessi,
volle ch'ogni ricchezza si togliessi.
69
Poi la divise e donolla a coloro
ch'erano stati armati sopra all'onde,
per non parere ingrato e per ristoro
delle lor gagliardie alte e gioconde.
E lui niente vòlse; ma il martoro
e la maninconia tanto el confonde,
che brama morte e piú non sa che farsi,
perché gli aiuti sarien vani e scarsi.
70
Ma pure alfin dell'acqua fe' cavare
el corpo morto della giovinetta;
con lungo pianto e con molto baciare
quivi, piangendo, in braccio se l'assetta;
non può saziarsi quel corpo toccare,
ma lagrimando diceva:--O vendetta,
tu non se' stata nulla, al parer mio,
a vendicar questo volto giulío!--
71
Troppo sarebbe lungo a voler dire
le pietose parole di Cerbino
e l'angoscioso pianto e 'l gran martire:
egli è in sul corpo morto a capo chino,
e non resta di piangere e languire;
vorre' morire el giovan peregrino.
Ma, per venire ormai al nostro effetto,
in Sicilia tornossi el giovinetto.
73
Ed in un'isoletta, qual si chiama
Ustica, che a Trapani è al dirimpetto,
quivi fermossi con dolore e brama
che morte venga per piú suo diletto:
non vuole onor o gloria o pompa o fama,
cerca sol noia, tristizia e difetto;
e seppellir fe' il corpo a grande onore
con lungo pianto e lagrime e dolore.
73
Dipoi, un dí, soletto, el bel Cerbino,
per una valle con dolore andando,
dolendosi del suo crudo destino
e di fortuna, che 'l vien seguitando
e sempre il fa piú dolente e meschino,
e' con amor parlava lamentando:
--Resister non può gnuno alle tue posse;
ma fie pietosa in me, dolce Atroposse.--
74
Mentre che andava cosí lacrimando,
arrivò per ventura ad una fonte;
quivi a seder si pose, rinnovando
d'amor le 'ngiurie e' lacci e 'nsidie ed onte;
e con quell'acqua chiara rinfrescando,
ch'era affannato, si lavò la fronte,
po' 'l bel paese d'intorno guardava,
di Fortuna e d'Amor si lamentava.
75
Prima guardava intorno la fontana,
qual tutta di begli alberi è intorniata,
dicendo:--O lassa vita mia villana,
perché se' tu di tal caso occupata?
Oh donna degna, oh alma umile umana,
oh gente maladetta e disperata,
che non guardasti a tanta gentilezza,
né alla sola ed ultima bellezza!--
76
Poi riguardava intorno gli arbucegli
e i lauri e le frondi, e 'l bel cantare
che vi facevan sú diversi uccegli:
questo il facea piú forte lacrimare;
vedeva e' prati rilucenti e begli,
e' fiori in qualche luogo rosseggiare:
qual era azzurro o verde o giallo o bianco,
onde e' sospira e per dolor vien manco,
77
e dice:--Lasso! qual fia 'l mio ricovero
e 'l bel palazzo? Fia l'ombra d'un acero
o d'un albero, un faggio, un mirto o un rovero?
Domo d'amore e stracco e vinto e macero,
di ben privato, e d'ogni speme povero:
e 'l corpo, stanco omai, fragile e lacero,
el suo riposo nell'urna disidera,
e vola, giace, triema, arde ed assidera.
78
Per grotte, selve, boschi, monti e piani
e fiumi ed acqua e terra e rena e sassi,
poggi, piagge, padul, burron, pantani,
balze, campi, caverne, scogli e massi,
luoghi diserti, ombrosi, alpestri e strani,
sugher, castagni, querce, aceri, e a passi
strani e scuri, n'andrò pensoso e vinto,
come in esilio cacciato e sospinto.
79
Oh lasso! che farai? che pensi o guardi?
Oh lasso! el tempo ove è tanto felice?
Oh lasso piú ch'altrui, che triemi ed ardi!
Oh lasso! oh infortunato! oh infelice!
Oh lasso! ch'ogni ben verrebbe tardi.
Oh lasso! presto andrò nell'ombre e 'n Stice.
Oh lasso! ove vedrò la bella fronte?
Oh lasso! forse al fiume d'Acheronte.
80
Oh lasso, ch'io andrò sempre cercando
ogni asprezza crudel, iniqua e acerba;
e 'l miser corpo, affritto tapinando,
tra pruni, scogli, schegge, bronchi ed erba;
e la mia rotta voce, lamentando
d'Amor le reti, a dolersi si serba:
andrò, trafitto da piú d'uno stecco,
chiamando Eléna; e risponderá Eco.
81
Io credo ormai che infino all'ultim'ora,
quando verrá a serrare i miei tristi occhi,
gemerá l'alma come or geme e plora:
ahi miser pensier vano degli sciocchi!
O alma, perché se' del mondo fòra?
Pártiti, corpo mio, prima che tocchi
la morte di coltello e getti sangue:
piacciati l'alma contentar, che langue.
82
Ciò son ben certo, che, se non vorrai,
o Morte, contentarmi di tal cosa,
non curerò tua dolorosi guai:
e se non vieni a me volonterosa,
contro mi ti farò, come vedrai,
e la mia vita, che sempre è penosa,
torrò dal corpo, poi che 'l mio destino
qui m'ha condotto, misero Cerbino!
83
O misero Cerbin! miser, se bene
tu pur sapessi come la fortuna
t'ha forte preso e legato ti tiene,
senza aver mai di te pietá nessuna!
Tu chiami Morte, e la Morte ne viene,
senza che tu la 'nviti in guisa alcuna:
el sangue tuo si dee versare in tutto,
e di coltel sarai morto e distrutto.--
84
Or lascerem Cerbino alla fontana,
e torneremo al vecchio re canuto,
el qual la nuova dolorosa e strana
aveva giá, secondo 'l ver, saputo
della gran rotta e di sua figlia umana:
or s'egli ebbe dolore, el vecchio astuto,
nol può narrar né scriver la mia penna,
che Amor ch'i' lasci el suo pianto m'accenna
85
e ch'io debba la storia seguitare,
per dare esempio a chi seguita Amore,
che viene i mia dolci versi ascoltare.
Egli è giá presso all'ultimo dolore,
ch'a Cerbin debbe sua vita mancare:
or mandò 'l re un suo ambasciadore
al re Guglielmo, a dir che la fé, data
da lui, come non gli è suta osservata.
86
Lo 'mbasciador di nero era vestito,
e l'ambasciata al re Guglielmo fe',
come Cerbin, valoroso ed ardito,
prese la nave e, senza aver merzé,
aveva ogni baron morto e ischernito;
e piú contò della figlia del re
come fu morta e svenata con doglia,
per non saziar di Cerbin la sua voglia.
87
Sentendo el re la dolorosa nuova,
fu piú ch'altr'uomo dal dolor sommerso
e per maninconia luogo non truova;
--e diceva:--O Cerbin crudo e diverso,
presto spenta sará ogni tua pruova!
Tu se' caduto in caso sí perverso,
che dee mancarti l'onore e la fama;
per che giustizia e morte ognun ti chiama.--
88
Poi fece presto prendere el Cerbino.
e fu menato inanzi a sua Corona
dolente, lasso, povero e meschino,
piú che mai fussi forse altra persona.
El re Guglielmo, come un bambolino,
d'urla, di pianto el suo palazzo introna,
e lacrimando disse al suo nipote:
--La Mia Corona campar non ti puote.
89
Tu sai che sempre tua virtude ho amata,
piú che se stato mi fussi figliuolo.
Or la fortuna, qual sempre parata
sta per guastare ogni diletto, solo
volle per te la mia fede mancata:
e cosí questo fia l'ultimo duolo
al fragile mio corpo, a mia vecchiezza:
dunque tua morte fia d'onor salvezza.--
90
Cerbin rispose e disse:--O signor mio,
la morte mi sarà sommo diletto.
Non piangere di quel che non piango io;
ché la fortuna per rimedio eletto
ha questa morte, ch'è nel mio disio,
poi che si spense quel leggiadro aspetto.
e non potresti d'altro contentarmi
che mi piacessi, se non morte darmi!--
91
Queste parole el cor passorno al re,
la piatosa risposta e l'atto umano,
che lacrimando el suo Cerbin gli fe'.
Ogni baron di questo caso strano
gì'incresce e piange, e chieggono merzé
pel bel Cerbino, il giovane sovrano;
ma el re non può, che giustizia 'l molesta;
e condannò el nipote nella testa.
92
Qual non fu mai di vita al mondo privo
tanto infelice e tanto sventurato?
Pianga per lui chi resta al mondo vivo,
pianga chi ha questi carmi ascoltato;
da poi ch'i'piango in mentre ch'i'gli scrivo,
e sempre piangerò quest'almo, ornato,
che si lamenta e plora e geme e langue,
che s'apparecchia versare el suo sangue.
93
Poi ch'ebbe data la cruda sentenzia
el re contro a sua voglia e con tristizia,
volle che in su la sala e in sua presenzia
far sí dovessi la trista giustizia:
Cerbino allor, sanza far resistenzia,
a pianger cominciò, ed a dovizia
le lacrime gli caggion giú pel petto:
cosí, piangendo, mosse questo detto:
94
--O voi, amanti, che Amor seguitate,
venite ora a veder mia cruda morte:
essempro di me misero pigliate,
di mia fortuna e di mia aspra sorte;
e voi, o giovinetti, vi guardate
di non pigliar le vie inique e torte
d'Amor, perché, spietato e sanza fede,
non ha pietà di 'gnun mai né merzede.
95
Amore amaro, oh lasso! i' moro: i' m'ero
el piú felice che mai fussi in terra;
il piú allegro, il piú degno, il piú altèro,
vincente in ogni bellicosa guerra,
eccetto questa d'Amor crudo e fèro:
ogni alma, che la fa seco, dunque erra,
come ho fatto io: ma, se io ho errato,
la morte purgherá tanto peccato!--
96
Poi pose fine all'ultima parola.
El giustiziere un colpo con tempesta
menò inverso Cerbino: el brando vola
e da lo 'mbusto gli levò la testa:
el sangue tutto per la sala cola,
perché d'uscir di quel corpo non resta.
Cosí morí Cerbino, el gentil core,
per seguitar lo iniquo e falso Amore.
97
Elena bella sua superò il mondo
di bellezza, or di vita è trapassata;
termin ha avuto el suo viver giocondo:
cosí ogni cosa è diterminata.
Questi, felici giá, Fortuna al fondo
gli ha messi, come quella che parata
sta e conturba, anzi guasta ogni cosa,
come malvagia sempre ed invidiosa.
98
El re Guglielmo è vecchio e d'anni pieno:
Fortuna inverso lui vòlto ha le ruote.
Benché questo gli sia mortal veleno,
vuole prima restar senza nipote
e seguir la giustizia a punto a pieno,
perché un re, senza fé, regnar non puote.
Basta che piange el suo fiero destino,
e seppellir fe' il corpo di Cerbino.
99
Or te, mio sol conforto all'affritt'alma,
vero sostegno al temerario core,
i' priego ben per la grillanda e palma,
qual si conviene al fedel servidore,
tanta tempesta tu converti in calma.
Come volesti, ho trattato d'amore:
dunque i' ringrazio te, le tue virtute,
che m'han condotto al porto di salute.
NOTA
AVVERTENZA
Siamo dolenti che l'indole della presente raccolta ci abbia costretti
a pubblicare soltanto una parte della lunga e dottissima nota, che ci
aveva inviato l'amico Levi. E purtroppo abbiamo dovuto invitare il
nostro valente collaboratore a dare in altra sede proprio ciò che del
suo studio offriva maggiore interesse, vale a dire una paziente e
acuta indagine circa le fonti, gli autori e le date dei singoli
cantári da lui pubblicati. Il risultato della quale è che _Bel
Gherardino_ fu scritto circa il 1340-50 (è citato nel _Corbaccio_);
_Pulzella gaia_ è di poco posteriore, perché è citata nella _Sala di
Malagigi_; _Liombruno_ fu scritto alla fine del sec. XIV; la _Storia
dei tre giovani_ nel Quattrocento; _La Donna del Vergiú_ nella prima
metá del Trecento, perché è citata nel _Decamerone_ ed è la fonte
indubbia degli affreschi del palazzo Davanzati; _Gibello_ è anteriore
al 1390, probabile data dai _Reali_; i cantári di _Bruto di
Brettagna_, del _Gismirante_, di _Madonna Leonessa_ e della _Regina
d'Oriente_ sono di Antonio Pucci (m. il 1388); il cantare di _Madonna
Elena_ è contemporaneo a quello di _Liombruno_; quello di _Cerbino_ fu
composto probabilmente dall'Altissimo alla fine del secolo XV o ai
primi anni del secolo XVI.
LA DIREZIONE
Si chiamavano "cantári" i poemetti in ottava rima, che nei secoli
XIV-XVI i cantampanca intonavano, alla sera o nel pomeriggio dei
giorni festivi, nelle piazze di Firenze, e specialmente nella
piazzetta di San Martino del Vescovo, presso alle case degli
Alighieri. Moltissimi documenti ci recano notizie di questa pubblica
recitazione: appartiene alla fine del secolo XIV un repertorio
giullaresco, il _Cantare dei cantári_, nel quale sono passati in
rassegna tutti i temi favoriti dai cantori e dal pubblico, e molti
altri accenni alla recitazione popolare in San Martino sono sparsi
nelle opere del Quattrocento, e specialmente nei poemetti
dell'Altissimo, che fu uno di quei dicitori popolari.
Nel riprodurre negli _Scrittori d'Italia_ i numerosissimi cantári che
ci sono restati, credo opportuno, per la grande varietá della loro
materia, di distinguerli in alcune grandi classi:
a) cantári ciclici, cioè quelli che si riallacciano ai cicli di Artú e
di Carlomagno;
b) cantári di argomento classico: _Orfeo, La bellissima storia di
Perseo quando ammazzò Medusa, Giasone e Medea, Piramo e Tisbe_, ecc.
e) cantári di argomento religioso: _La istoria di Susanna, Madonna
Elena imperatrice, La leggenda delle sette dormienti_, ecc.
d) cantári leggendari.
Alcuni dei cantári ciclici furono recentemente raccolti in volume; ma
moltissimi ancora rimangono dispersi nei codici e nelle stampe
popolari, e attendono le cure di un editore coscienzioso. Da parte
mia, ho creduto opportuno cominciare dai cantári di argomento
leggendario, i quali non erano mai stati studiati nel loro insieme, né
pubblicati con un ordine o un criterio qualsiasi. Le edizioni
spicciolate, che di essi vennero in luce dal 1860 al 1880, non avevano
altra pretesa fuor che quella di fornire dei testi di lingua, cioè
semenzai di parole e di frasi del Trecento, ai cruscanti e ai
linguaiuoli: nessuno dei vecchi editori pensava che l'importanza dei
cantári consiste anzitutto nella materia e che, frantumandoli in
infinite edizioni spicciolate, se ne distruggeva tutto il
valore. Raccogliendoli invece insieme, come mi accingo ora a fare, si
rende loro l'originaria coerenza e unitá, e si illuminano di luce
nuovissima, perché essi rappresentano tutto il tesoro di leggende che
il nostro popolo ci ha tramandato.
Se non che una "raccolta" non può essere un fascio disordinato di
opere diverse. Un libro organico richiede un ordine preciso e sicuro;
e quest'ordine i cantári non avevano di certo, racimolati com'erano
dalle miscellanee mss. del Tre e Quattrocento e dalle stampe popolari
del Quattro e Cinquecento. Come ordinare e disciplinare in un libro
quella disordinatissima e indisciplinatissima materia? Poiché l'Italia
non ebbe nel medio evo un libro organico di materia leggendaria, ho
vòlto gli occhi alla Francia, e ho preso come modello l'opera compiuta
alla fine del sec. XII da una affascinante poetessa anglo-normanna,
Maria di Francia. Ai dodici _lais_ di Maria metto di fronte i dodici
cantári di questo volume: al _lais_ di _Lanval_ corrispondono i
cantári del _Bel Gherardino_, della _Pulzella gaia_ e di _Liombruno_;
al _lais_ di _Fraisne_ il cantare di _Gibello_, ecc.
Non tutti i dodici cantári appartengono al medesimo tempo: il primo è
della prima metá del Trecento, l'ultimo forse dei primi decenni del
Cinquecento. Ma, come tutta l'arte primitiva, la poesia dei cantári è
impersonale, sicché tutti ci appaiono quasi della medesima mano e del
medesimo tempo. Forse per questo i critici di qualche tempo fa li
attribuivano tutti quanti ad Antonio Pucci.
I cantári non erano destinati alla lettura individuale, ma alla
recitazione al pubblico. Della recitazione serbano traccia nelle
formole con le quali essi si aprono e si chiudono, che sono sempre
uguali, come uguali sono tanti elementi tradizionali del teatro. Ogni
cantare ha un'ottava al principio e una in fine, nelle quali è
contenuta l'invocazione a Dio e ai santi. Queste invocazioni potevano
mutare, mutando le circostanze della recitazione, sicché è frequente
il caso di cantári con duplice o triplice inizio, oppure di cantári
senza inizio o senza fine. Questo spieghi il fatto che i cantári di
_Bruto_ e di _Gismirante_ hanno la prima ottava comune.
Il titolo del libro mi fu suggerito dall'espressione, con la quale
costantemente i canterini esaltano la bellezza della loro fonte: "un
libro che mi par degli altri il fiore", e da due versi della _Reina
d'Oriente_:
e priego voi che ciaschedun m'intenda,
però che questo è 'l fior della leggenda.
Se non che "fiore" non ha, nel frontespizio del presente volume, il
medesimo significato che nell'ottava, ma quello di "fiorita", di
"scelta", che gli è comune nella letteratura antica, la quale ci ha
dato, ad esempio, il _Fiore dei filosofi_ e i _Fioretti_ di san
Francesco.