Fermata una carrozza da nolo, dissi al cocchiere:
--In via Alessandro Manzoni, al numero quattro, c'è un funerale. Va
laggiù e tienti un po' discosto dalla folla; poi, quando il corteo si
muove mettiti alla coda e seguilo fino al cimitero. Hai capito?--
Il cocchiere affermò colla testa; io entrai nella carrozza, mi cacciai
in un angolo, dopo avere abbassate le tendine, e mentre la vettura
s'incamminava, chiusi gli occhi per non vedere la luce scialba.
Aveva piovuto violentemente quel mattino e il giorno era rimasto
grigio, torpido, stendendo ovunque un'angoscia inesprimibile, una
nausea d'azione. La città sonnacchiosa doveva pullular d'adulterî.
Appena fui accomodato sul sedile, una confusa ribellione mi penetrò
nell'animo. Io non voleva andare laggiù; era inutile e straziante,
superiore all'amara dolcezza di compiere un dovere. Tuttavia, quando
il cavallo partì al trotto cadenzato, il dubbio scomparve e l'energia
ebbe il sopravvento. Bisognava andare e soffrire fino all'ultimo; se
l'anima esisteva, quell'anima aveva d'uopo di non sentirsi dimenticata
per discendere serena nel sepolcro.
Intorno al feretro doveva esservi ben numeroso stuolo di gente; ma chi
aveva palpitato con colei che oggi era morta? chi l'aveva conosciuta
ed amata quanto ella desiderava?... Non sarebbero mancate le persone
che vanno a un funerale per mostrarsi forti di conoscenze cospicue; un
insieme obbrobrioso d'ipocrisie, un finto rimpiangere chi si è
dilaniato fino a ieri, uno sfoggio imbecille di lusso e di fiori e di
cavalli e di carrozze; e in mezzo, il povero e caro corpo, cogli occhi
serrati per sempre, inchiodato in una bara, la quale doveva infracidir
con lui....
Bisognava andare.
Da piazza del duomo a via Alessandro Manzoni, il tragitto non era
lungo, e, dopo alcuni minuti di trotto, il cavallo da nolo rallentò
(un carro attraversava la via), si fermò al luogo indicato.
Sùbito s'udì un brusìo di voci sommesse, che mi fece guardar vivamente
dall'altro lato della strada, per un vetro non difeso dalle tendine,
tra il sedile del cocchiere e lo sportello.
La scena era questa, semplice e spaventosa: davanti alla porta, un
carro funebre, dai cavalli con gualdrappa e pennacchi neri sulla
testa; un po' indietro, sopra una carrozza a quattro posti, scoperta,
infinite corone di fiori freschi, ricche di nastri e di dediche
affettuose; poi tre vetture a due cavalli, nere, dalla sagoma antica e
dal cocchiere in parrucca e in tricorno, quelle tetre vetture con le
molle ondeggianti che tentennano quasi navi in burrasca; poi uno
stuolo d'uomini e donne, ora in gruppo, che al momento opportuno si
sarebbe allungato come un nastro umano; raccolti e silenziosi varî
servi in livrea, portando i ceri; e distanziato da tutti un manipolo
di beghine e di prefiche venute per accattar la candela; in ultimo,
cinque o sei carrozze padronali e una dozzina da nolo....
Risultava da quell'insieme d'uomini e cose un'impressione profonda e
tragica, che mi guidò istintivamente colle mani allo sportello, come
per precipitarmi fuori; dovetti irrigidirmi contro il moto istintivo.
I becchini eran comparsi, fra il silenzio fattosi d'improvviso. Sulle
spalle avevano il feretro, col drappo funerario steso di già, ma
raccolto ai lati fra le mani dei portatori. E passando sull'asse
scorrevole del carro, il feretro diede un suono metallico e vibrante.
L'asse rientrò; il feretro fu accomodato, il drappo steso totalmente.
Alcuni servi porgevano le corone ai becchini: una fu messa alla testa,
coi nastri lunghi che scendevano dietro; altre posate per tutta la
lunghezza della cassa, altre all'intorno insieme a fiori sciolti; ma
rimanendone pur sempre in quantità notevole, anche la vettura da nolo
fu mandata alla coda per seguire il corteo. Quattro signore si
collocarono ai fianchi, i preti si misero innanzi, i dolenti (le donne
prima, gli uomini in séguito) si disposero in colonna e le carrozze
presero il loro posto.
La coorte luttuosa si mosse lentamente.
Il cocchiere seguiva il funerale a giusta distanza perchè la mia
carrozza non fosse notata.
Mi sembrava l'andatura del corteo,--eguale e tarda,--ancor troppo
veloce.... Costoro non sapevano che ad ogni passo la tomba
s'avvicinava? la tomba, la dissoluzione, l'eternità, vaste e
spaventevoli cose per un fragile corpo! Di che stavan per essere
preda, quella bocca, quegli occhi, quelle labbra che il male non aveva
potuto se non render più delicate! Perchè non dare il cadavere al
fuoco, perchè gettarlo nella fossa?
Vi fu un rallentare, poi una fermata. Il corteo era innanzi alla
chiesa parata a drappo nero e oro, con un gran cartello che indicava
un nome e due date. I dolenti entrarono; il feretro fu tolto dal carro
e portato in chiesa.
Lunghissimo tempo durò la funzione sacra.
S'eran fatte le cose con lusso e i curiosi s'urtavano formando ala
presso la porta; alcuni ridevano incoscienti, altri numeravan le
carrozze; parecchi s'eran avvicinati alle corone, e s'arrischiavano a
toccarne o a fiutarne i fiori. Questo mi diceva come insignificante
fosse il cessar d'una vita, nell'insolenza d'altre vite più volgari.
Avevo trasfusa l'anima nello sguardo, con una percezione lucida d'ogni
fatto, la quale pareva giovasse a farmi soffrir di meno.
Fra i primi a uscir dalla chiesa, notai Gian Luigi Sideri,
pallidissimo, coll'occhio smarrito e atono: sembrò cercare qualcuno in
mezzo alla folla, si diresse verso le carrozze da nolo ad interrogare
i cocchieri, e a pochi passi da me, tornò indietro, senza vedermi.
Giorgio Uglio vestito a lutto, impassibile, badava a dare ordini e a
sorvegliare che nulla fosse dimenticato di quanto prescriveva l'uso in
tali circostanze. Angela Tintaro venne poi, maestosa e raccolta, nella
sua andatura di matrona..... Quindi mio suocero, Pietro Folengo,
partito la mattina da Pallanza qualche ora prima di me,--si
pavoneggiava in una solennità retorica, nella quale il sentimento era
muta parola, e aveva composto il viso a una maschera tradizionale....
Ettore Caccianimico, anche lui arrivato con Pietro, passava tra le due
ali del pubblico sbirciandole con disdegno: era una delle poche figure
maschili che svelassero qualche cosa di nobile e di severo... Confuse
poi fra persone sconosciute, vidi la famiglia Cortalancia,--tre
signorine in ordine di statura e d'età--colla madre enorme di
corpulenza; e quella bruna signora, i cui occhi sembravan così teneri
di passione da racchiudere un poema in uno sguardo; giovanotti
eleganti, che avevano sperato di sedurmi Lidia in quindici giorni;
parecchi ufficiali.
Allo scoprirsi dei curiosi, il feretro ricomparve. Mi sembrava
stranamente lungo e sottile, un'orribile scatola adattata al corpo di
Laura teso come una corda dall'ultima febbre.... Quale strana
solennità doveva riflettere ora quel viso ch'io aveva baciato e sul
quale tante espressioni di speranze e di spasimo eran venute
succedendosi!
Le membra già guardate con desiderio, ricoperte di seta, profumate con
sapiente civetteria,--dovevano incutere lo spaventoso rispetto del
mistero cui erano in preda; s'io avessi potuto afferrar quelle braccia
che m'avevano più volte ricinto il collo, le avrei sentite rigide come
spranghe di ferro, gelate per l'inazione del sangue, preste a
chiazzarsi di livide macchie, domani mutate in piaga orrenda,
formicolante di vermi....
A tutto questo il mondo aveva dato il nome di riposo eterno....
Una scossa della carrozza troncò il filo dei pensieri e mi richiamò
all'osservazione fredda.
Il corteo s'era formato di nuovo e riprendeva il passo lento, ormai
senza speranza d'altri indugi prima della tomba.
Ricominciava a piovere; ma non ve n'era bisogno perchè il numero dei
dolenti s'assottigliasse dopo la funzione religiosa; parecchi erano
scomparsi, appunto quelli che l'indomani avrebbero detto di non aver
potuto seguire oltre il funerale, perchè troppo, troppo era stato lo
schianto!
Le tetre vetture a molle dalla sagoma antica ricoveravan diverse
signore; una beghina, rimasta addietro, mi venne presso a recitare il
de profundis, con sì terribile accento cavernoso da produrmi i
brividi. Alzai la tendina a guardarla; era piccola e tutt'avvolta in
uno scialle nero, dal quale spiccava netto un profilo arcigno e lurido
insieme, con enorme naso, con labbra penzoloni, che sovrastavano il
mento secco, breve, angoloso. Pareva fervorosissima; aveva spenta la
candela per rivenderla a miglior prezzo.
La coorte lugubre s'era internata per vie che a stento riconoscevo:
l'abitudine non mi aveva familiarizzato se non colle vie più ricche e
più ilari, e ritrovandomi in quartieri operai, dove diversi erano il
moto, il vociare, l'incrociarsi dei carri, subivo l'impressione d'una
novità spiacevole.
M'accorsi che si accelerava il passo; la pioggia, minacciando di farsi
larga, spingeva quell'accozzaglia di gente, la quale aveva furia di
compiere il pio officio e sbarazzarsi del cadavere increscioso.
Laura avrebbe trovata la terra fradicia; i fiori deposti sulla tomba
si sarebbero sfogliati innanzi tempo.
Allo sportello, d'un tratto, la beghina cessando il mormorio rauco,
gettò un'occhiata innanzi per assicurarsi non la vedessero, e
scomparve dentro una porticina, che menava alla sua soffitta; pratico
espediente, quello di prendere alloggio sulla via del cimitero, per
risparmiare la fatica del ritorno!
Si presentiva dovunque l'avvicinarsi di uno scroscio formidabile
d'acqua; ad ogni poco un carro passava di corsa, romoroso e
traballante; i cocchieri immobili sotto la pioggia masticavano
bestemmie; e lentamente quell'aria pregna d'elettricità mi si
comunicava, producendomi a un tempo una strana sfinitezza di tutto il
corpo, e l'atonia del pensiero, nel quale s'ingrandiva la necessità
assoluta di giungere.
Quanto m'era passato sotto gli occhi fino allora, non m'aveva data
idea alcuna della morte, come se l'esteriorità di quella pompa, la
lentezza di quell'andare, m'avessero diminuita, poi fugata interamente
la sensibilità acuta di cui soffrivo sul primo istante.
La sensibilità rivenne con forza quando m'avvidi ch'eravamo fuori
delle mura e i cavalli non battevano più il selciato ma il terriccio
d'un viale. Guardai dallo sportello.
Il cimitero a marmi di colore alternato, coi pinnacoli, e la strana
forma che pareva stender le braccia verso la città,--era di fronte a
noi.... Sui lati del viale, dei mendichi cenciosi e storpi
continuavano la cantilena delle prefiche; vidi in quell'istante Ettore
Caccianimico fissarne uno curiosamente, da capo a piedi, e negare
l'elemosina che quegli domandava.
La mia carrozza si fermò.
Il convoglio funebre entrava nel cimitero, piegava a destra,
scompariva dietro i primi cipressi.
Allora provai tutta la sensazione smisurata dell'irreparabilità; non
avevo sofferto abbastanza. Volevo vedere il feretro calare nella fossa
urtando le pareti, e ascoltare il romor della terra che vi si gettava
sopra, fino a eguagliare le altre tombe intorno, e la pioggia cadervi,
penetrare sottilmente nelle zolle, anticipare la dissoluzione di Laura
Uglio.
Spalancai lo sportello, entrai nel cimitero, quasi attirato da una
gran vampa giallastra che bruciasse là dove il feretro era scomparso.
L'orizzonte oltre le tombe e i cipressi, era stretto e livido.