XIII.

La regina ascoltò questo racconto dal principio sino alla fine senza

dar segno di emozione; ma quando sir William ebbe terminato, chiese un

bicchier d’acqua.

Andai a prenderglielo io stessa sulla sua toletta, e glielo porsi:

prendendolo dalla mia mano, la sua tremava, e sentiva i suoi denti

battere convulsivamente sull’orlo del bicchiere.

— Vi sentite male, signora? le dissi.

— Difatti, rispose, credo di aver un po’ di febbre; — poi stringendomi

la mano con un certo terrore, — tu passerai la notte vicino a me, non è

vero?

— Che Dio mi guardi di lasciarvi un solo istante; ma bisognerà mandare

per un medico.

— Per far che?

— Perchè temo che siate seriamente indisposta, e che qualche calmante

sarebbe forse sufficiente per distogliervi da una malattia grave.

La regina stette un momento pensosa, si alzò sulle braccia, poi ad un

tratto ricadde sull’origliere.

— Davvero, disse, non mi sento bene, ho un ronzìo nelle orecchie, e

veggo rosso; manda un corriere a Napoli, e scrivi a Domenico Cirillo,

che venga a vedermi dimani mattina più presto che potrà.

— Se Vostra Maestà vuol permettermi di toccarle il polso.... sono un

po’ medico anch’io, disse sir William.

— Toccate, disse la regina, allungando il braccio.

Sir William si levò un guanto, trasse dal taschino l’orologio tenendolo

con una mano mentre toccava coll’altra il polso della regina, e contò

ottantadue pulsazioni al minuto.

— Non basta che il medico venga dimani mattina, signora, deve

venire questa notte, e poichè debbo ritornare a Napoli per la mia

corrispondenza di dimani, sarò io il vostro corriere. Se Cirillo non

fosse in Napoli non saprà a chi rivolgersi; in questo caso vi manderò

Cotugno.

— Mandatemi chi vorrete, cavaliere, purchè non sia un medico inglese.

Io detesto i vostri dispensatori di calomelano; non hanno che un solo

rimedio per tutte le malattie; si direbbe che hanno trovato la panacea

universale.

Sir William prese commiato da noi e partì, pregando la regina che, nel

caso che peggiorasse, non si rivolgesse a qualche medico di villaggio,

come lo poteva far supporre il suo spirito scettico, ma di aspettare

quello che le avrebbe inviato nella notte.

Sir William non si era ingannato; la febbre aumentò rapidamente, e due

ore dopo la sua partenza la regina delirava.

In questo delirio assisteva al supplizio dei tre giovani, e raccontava

tutte le notizie particolari che sir William avea esposto innanzi a

lei.

Verso mezzanotte una carrozza rintronava sotto le vôlte del palazzo; si

sapeva che si doveva aspettare un medico da Napoli, e si vegliava per

farlo salire senza ritardo.

Corsi sul vestibolo della scala. Era il dottor Cotugno, accompagnato

dal segretario di sir William, che mi porse una lettera del cavaliere.

Domenico Cirillo aveva ricusato di venire, dicendo che alle cinque di

sera aveva mandato a palazzo la sua dimissione di medico di corte.

Era un’ora dopo l’esecuzione; l’intenzione era dunque chiara e

positiva, e il motivo della dimissione di Domenico Cirillo non aveva

bisogno di commento.

Sir William, che conosceva le opinioni patriottiche di Cirillo, non si

era maravigliato del suo rifiuto e si rivolse a Cotugno.

Cotugno era venuto senza difficoltà.

Quando lo introdussi dalla regina, essa aveva il viso infocato, la

parola breve, l’occhio febbrile; il polso aveva aumentato di rapidità,

e batteva novanta pulsazioni al minuto.

Cotugno con quella rapidità di decisione che lo distingueva, non diede

che un solo sguardo sull’inferma.

— Ecco, disse, un fisico fortemente scosso dal morale; ora bisogna

influenzare il morale col fisico; e prese il suo astuccio.

Poi, volgendosi verso di me.

— Signora, mi disse, mi aiuterete voi a salassare la regina, o volete

chiamare qualche altra donna?

— Nel caso che vi aiutassi, gli chiesi, sarà difficile quanto dovrò

fare?

— Ah! mio Dio, no, basta solamente che non abbiate a sentirvi male; —

me lo assicurate?

— Oh! sì, signore, ho del coraggio.

— Si ha qualche volta coraggio per sè senza averne per gli altri. Del

resto basta soltanto di tenermi la catinella.

— Contate su di me.

— Allora non perdiamo tempo.

Il dottore fasciò il braccio della regina e senz’altro aiuto che me

sola, praticò alla vena dell’articolazione un abbondante salasso.

Era la prima volta che vedeva colare il sangue, e sangue prezioso di

un’amica coronata; l’impressione fu dunque profonda.

Era in ginocchio innanzi al letto della regina, e teneva la catinella,

in cui il sangue si spandeva in una quantità che mi sembrava

spaventosa. Ignorava ciò che m’insegnò poi sir William, che il corpo

umano contiene da sedici a diciassette libbre di sangue; di modochè a

misura che questo sangue colava, mi sentiva ad oscurare la vista, ed

un sudore freddo mi scorreva dalia fronte; non mi tenni però meno ferma

fino al momento in cui il medico mi disse:

— Potete mettere la catinella a terra, signora, tutto è finito.

Come se difatti avessi esaurito la totalità delle mie forze, e

specialmente della mia volontà nell’aiuto che prestava al dottore,

appena, approfittando del suo permesso, posi a terra la catinella, mi

lasciai andare colla testa appoggiata sul letto della regina.

— Ve lo aveva ben detto, disse Cotugno.

— È nulla, dottore, è nulla, gli risposi, ma le avete levato tanto

sangue!

— Cinque o sei once, ecco tutto; bisogna abbattere la febbre cerebrale;

vi è stata commozione, e bisogna ristabilire l’equilibrio. Se la

febbre, il rossore, e specialmente il delirio continuano, Sua Maestà

metterà i piedi in un bagno di acqua calda quanto la potrà sopportare,

e in cui scioglierete tre o quattr’once di farina di senape; e se ciò

non basta, le metterete dei senapismi in forma di stivaletti; bisogna

assolutamente attirare alle estremità tutto il sangue che affluisce

alla testa.

— Lasciatemelo in iscritto, dottore, gli dissi; ma perchè non restate

qui presso Sua Maestà?

— Bene, e i miei ospedali? chi farà il servizio per me? impossibile,

bella signora, impossibile. Alle due dopo mezzogiorno sarò qui; fate

che Sua Maestà abbia pazienza; secondo ogni probabilità, il delirio si

sarà calmato e la nostra augusta inferma si troverà già in istato di

convalescenza: guardate — ecco che già si riconcilia col sonno.

In questo momento il pendolo suonò.

Alla prima vibrazione del timpano, la regina riaperse gli occhi e parve

ascoltare con ansia.

Io ascoltava pure con pari ansietà, perchè conosceva la causa

dell’attenzione che prestava a quel suono.

Il pendolo suonò le tre.

— Bene, disse la regina, ancora un’ora, — e la sua testa ricadde sul

guanciale.

— Bisognerà impedire che questo pendolo suoni le ore, e specialmente

l’ora che segue.

Il dottore pronunziò queste parole con una tale semplicità, ch’era

impossibile di riconoscere se aveva anche un’altra intenzione oltre

quella d’imporre silenzio al pendolo.

Mi vi accostai e fermai il pendolo.

Cotugno toccò il polso alla regina; era diminuito di una decina di

pulsazioni.

— Va bene, disse il medico, se non accade altro, in tre giorni Sua

Maestà sarà guarita.

Poi colla più gran cura asciugò la lancetta, ne osservò la punta al

lume della candela, la ripose nell’astuccio, che mise in tasca, mi

raccomandò di conservare il sangue per studiare la sua decomposizione,

ed uscì raccomandandomi di prendere un poco di riposo.

Ne aveva un gran bisogno, erano tre notti che non chiudeva occhio, o

che li chiudeva appena. Eccettuato qualche sussulto, il sonno della

regina fu tranquillo; tirai una poltrona vicino al suo letto; presi la

sua mano nella mia per risvegliarmi ad ogni suo minimo movimento, e mi

addormentai anch’io.

Quanto tempo sia durato il mio sonno non lo saprei dire; ma quando

apersi gli occhi, risvegliata dal rumore che si faceva nella camera

vicina, era giorno fatto.

Quel rumore era causato da una persona che diceva con calore:

— Bisogna che vegga la regina, vi dico che bisogna che la vegga.

Mi alzai d’un salto dalla poltrona, e corsi nella camera vicina.

Trovai una signora, dai trenta ai trentacinque anni col viso stravolto

pel dolore.

— Oh! signora! esclamò nel vedermi, fate che possa vedere la regina, ve

ne supplico.

E mi prese per le mani, chinandosi come se fosse per cadere in ginocchi.

— Impossibile, signora, le risposi; la regina è gravemente ammalata;

le hanno fatto un salasso questa notte ed il medico mi ha proibito di

lasciar entrare chiunque da lei.

— Ma io, io, gridava la dama, io non sono chiunque.... io sono.... io

sono.... un’amica della regina.

— Scusatemi, signora, ma io non vi ho mai veduta alla corte.

— E perchè venirci? aveva nulla da fare. Ma guardate, conoscete voi la

scrittura di Sua Maestà? — e tirò dalla sua tasca diverse lettere.

— Osservate, signora, osservate qui: — «Cara principessa» — è bene la

sua scrittura, non è vero?

— Sì, ma voi, voi, dimandai io maravigliata, chi siete dunque?

— Sono.... ed esitava..., sono la principessa Caramanico.

— La moglie di colui! e.... e mi fermai là.

— Sì, riprese la principessa, la moglie di colui che ha tanto amato.

Ebbene, vengo a dirle che colui che ha tanto amato, essa non può

lasciarlo morire.

— Lasciarlo morire! chi dunque? chiese una voce dietro di noi.

Ci volgemmo indietro, la principessa ed io, e mandammo ambedue un

grido; la regina che pure fu svegliata dal rumore, intese una voce di

donna che rispondeva alla mia, si alzò da letto, e coi piedi ignudi,

in camicia, co’ suoi bei capelli sciolti sulle spalle, e macchiata di

sangue stava in piedi sulla soglia della sua camera.

Essa riconobbe la principessa Caramanico, mise anch’essa un grido,

corse da lei, la prese per un braccio, e la trascinò nella sua camera

dicendo:

— Vieni, Emma, vieni.

Seguii la regina e la principessa, e chiusi la porta.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 5/8 · 第 19 / 23 题