La regina ascoltò questo racconto dal principio sino alla fine senza
dar segno di emozione; ma quando sir William ebbe terminato, chiese un
bicchier d’acqua.
Andai a prenderglielo io stessa sulla sua toletta, e glielo porsi:
prendendolo dalla mia mano, la sua tremava, e sentiva i suoi denti
battere convulsivamente sull’orlo del bicchiere.
— Vi sentite male, signora? le dissi.
— Difatti, rispose, credo di aver un po’ di febbre; — poi stringendomi
la mano con un certo terrore, — tu passerai la notte vicino a me, non è
vero?
— Che Dio mi guardi di lasciarvi un solo istante; ma bisognerà mandare
per un medico.
— Per far che?
— Perchè temo che siate seriamente indisposta, e che qualche calmante
sarebbe forse sufficiente per distogliervi da una malattia grave.
La regina stette un momento pensosa, si alzò sulle braccia, poi ad un
tratto ricadde sull’origliere.
— Davvero, disse, non mi sento bene, ho un ronzìo nelle orecchie, e
veggo rosso; manda un corriere a Napoli, e scrivi a Domenico Cirillo,
che venga a vedermi dimani mattina più presto che potrà.
— Se Vostra Maestà vuol permettermi di toccarle il polso.... sono un
po’ medico anch’io, disse sir William.
— Toccate, disse la regina, allungando il braccio.
Sir William si levò un guanto, trasse dal taschino l’orologio tenendolo
con una mano mentre toccava coll’altra il polso della regina, e contò
ottantadue pulsazioni al minuto.
— Non basta che il medico venga dimani mattina, signora, deve
venire questa notte, e poichè debbo ritornare a Napoli per la mia
corrispondenza di dimani, sarò io il vostro corriere. Se Cirillo non
fosse in Napoli non saprà a chi rivolgersi; in questo caso vi manderò
Cotugno.
— Mandatemi chi vorrete, cavaliere, purchè non sia un medico inglese.
Io detesto i vostri dispensatori di calomelano; non hanno che un solo
rimedio per tutte le malattie; si direbbe che hanno trovato la panacea
universale.
Sir William prese commiato da noi e partì, pregando la regina che, nel
caso che peggiorasse, non si rivolgesse a qualche medico di villaggio,
come lo poteva far supporre il suo spirito scettico, ma di aspettare
quello che le avrebbe inviato nella notte.
Sir William non si era ingannato; la febbre aumentò rapidamente, e due
ore dopo la sua partenza la regina delirava.
In questo delirio assisteva al supplizio dei tre giovani, e raccontava
tutte le notizie particolari che sir William avea esposto innanzi a
lei.
Verso mezzanotte una carrozza rintronava sotto le vôlte del palazzo; si
sapeva che si doveva aspettare un medico da Napoli, e si vegliava per
farlo salire senza ritardo.
Corsi sul vestibolo della scala. Era il dottor Cotugno, accompagnato
dal segretario di sir William, che mi porse una lettera del cavaliere.
Domenico Cirillo aveva ricusato di venire, dicendo che alle cinque di
sera aveva mandato a palazzo la sua dimissione di medico di corte.
Era un’ora dopo l’esecuzione; l’intenzione era dunque chiara e
positiva, e il motivo della dimissione di Domenico Cirillo non aveva
bisogno di commento.
Sir William, che conosceva le opinioni patriottiche di Cirillo, non si
era maravigliato del suo rifiuto e si rivolse a Cotugno.
Cotugno era venuto senza difficoltà.
Quando lo introdussi dalla regina, essa aveva il viso infocato, la
parola breve, l’occhio febbrile; il polso aveva aumentato di rapidità,
e batteva novanta pulsazioni al minuto.
Cotugno con quella rapidità di decisione che lo distingueva, non diede
che un solo sguardo sull’inferma.
— Ecco, disse, un fisico fortemente scosso dal morale; ora bisogna
influenzare il morale col fisico; e prese il suo astuccio.
Poi, volgendosi verso di me.
— Signora, mi disse, mi aiuterete voi a salassare la regina, o volete
chiamare qualche altra donna?
— Nel caso che vi aiutassi, gli chiesi, sarà difficile quanto dovrò
fare?
— Ah! mio Dio, no, basta solamente che non abbiate a sentirvi male; —
me lo assicurate?
— Oh! sì, signore, ho del coraggio.
— Si ha qualche volta coraggio per sè senza averne per gli altri. Del
resto basta soltanto di tenermi la catinella.
— Contate su di me.
— Allora non perdiamo tempo.
Il dottore fasciò il braccio della regina e senz’altro aiuto che me
sola, praticò alla vena dell’articolazione un abbondante salasso.
Era la prima volta che vedeva colare il sangue, e sangue prezioso di
un’amica coronata; l’impressione fu dunque profonda.
Era in ginocchio innanzi al letto della regina, e teneva la catinella,
in cui il sangue si spandeva in una quantità che mi sembrava
spaventosa. Ignorava ciò che m’insegnò poi sir William, che il corpo
umano contiene da sedici a diciassette libbre di sangue; di modochè a
misura che questo sangue colava, mi sentiva ad oscurare la vista, ed
un sudore freddo mi scorreva dalia fronte; non mi tenni però meno ferma
fino al momento in cui il medico mi disse:
— Potete mettere la catinella a terra, signora, tutto è finito.
Come se difatti avessi esaurito la totalità delle mie forze, e
specialmente della mia volontà nell’aiuto che prestava al dottore,
appena, approfittando del suo permesso, posi a terra la catinella, mi
lasciai andare colla testa appoggiata sul letto della regina.
— Ve lo aveva ben detto, disse Cotugno.
— È nulla, dottore, è nulla, gli risposi, ma le avete levato tanto
sangue!
— Cinque o sei once, ecco tutto; bisogna abbattere la febbre cerebrale;
vi è stata commozione, e bisogna ristabilire l’equilibrio. Se la
febbre, il rossore, e specialmente il delirio continuano, Sua Maestà
metterà i piedi in un bagno di acqua calda quanto la potrà sopportare,
e in cui scioglierete tre o quattr’once di farina di senape; e se ciò
non basta, le metterete dei senapismi in forma di stivaletti; bisogna
assolutamente attirare alle estremità tutto il sangue che affluisce
alla testa.
— Lasciatemelo in iscritto, dottore, gli dissi; ma perchè non restate
qui presso Sua Maestà?
— Bene, e i miei ospedali? chi farà il servizio per me? impossibile,
bella signora, impossibile. Alle due dopo mezzogiorno sarò qui; fate
che Sua Maestà abbia pazienza; secondo ogni probabilità, il delirio si
sarà calmato e la nostra augusta inferma si troverà già in istato di
convalescenza: guardate — ecco che già si riconcilia col sonno.
In questo momento il pendolo suonò.
Alla prima vibrazione del timpano, la regina riaperse gli occhi e parve
ascoltare con ansia.
Io ascoltava pure con pari ansietà, perchè conosceva la causa
dell’attenzione che prestava a quel suono.
Il pendolo suonò le tre.
— Bene, disse la regina, ancora un’ora, — e la sua testa ricadde sul
guanciale.
— Bisognerà impedire che questo pendolo suoni le ore, e specialmente
l’ora che segue.
Il dottore pronunziò queste parole con una tale semplicità, ch’era
impossibile di riconoscere se aveva anche un’altra intenzione oltre
quella d’imporre silenzio al pendolo.
Mi vi accostai e fermai il pendolo.
Cotugno toccò il polso alla regina; era diminuito di una decina di
pulsazioni.
— Va bene, disse il medico, se non accade altro, in tre giorni Sua
Maestà sarà guarita.
Poi colla più gran cura asciugò la lancetta, ne osservò la punta al
lume della candela, la ripose nell’astuccio, che mise in tasca, mi
raccomandò di conservare il sangue per studiare la sua decomposizione,
ed uscì raccomandandomi di prendere un poco di riposo.
Ne aveva un gran bisogno, erano tre notti che non chiudeva occhio, o
che li chiudeva appena. Eccettuato qualche sussulto, il sonno della
regina fu tranquillo; tirai una poltrona vicino al suo letto; presi la
sua mano nella mia per risvegliarmi ad ogni suo minimo movimento, e mi
addormentai anch’io.
Quanto tempo sia durato il mio sonno non lo saprei dire; ma quando
apersi gli occhi, risvegliata dal rumore che si faceva nella camera
vicina, era giorno fatto.
Quel rumore era causato da una persona che diceva con calore:
— Bisogna che vegga la regina, vi dico che bisogna che la vegga.
Mi alzai d’un salto dalla poltrona, e corsi nella camera vicina.
Trovai una signora, dai trenta ai trentacinque anni col viso stravolto
pel dolore.
— Oh! signora! esclamò nel vedermi, fate che possa vedere la regina, ve
ne supplico.
E mi prese per le mani, chinandosi come se fosse per cadere in ginocchi.
— Impossibile, signora, le risposi; la regina è gravemente ammalata;
le hanno fatto un salasso questa notte ed il medico mi ha proibito di
lasciar entrare chiunque da lei.
— Ma io, io, gridava la dama, io non sono chiunque.... io sono.... io
sono.... un’amica della regina.
— Scusatemi, signora, ma io non vi ho mai veduta alla corte.
— E perchè venirci? aveva nulla da fare. Ma guardate, conoscete voi la
scrittura di Sua Maestà? — e tirò dalla sua tasca diverse lettere.
— Osservate, signora, osservate qui: — «Cara principessa» — è bene la
sua scrittura, non è vero?
— Sì, ma voi, voi, dimandai io maravigliata, chi siete dunque?
— Sono.... ed esitava..., sono la principessa Caramanico.
— La moglie di colui! e.... e mi fermai là.
— Sì, riprese la principessa, la moglie di colui che ha tanto amato.
Ebbene, vengo a dirle che colui che ha tanto amato, essa non può
lasciarlo morire.
— Lasciarlo morire! chi dunque? chiese una voce dietro di noi.
Ci volgemmo indietro, la principessa ed io, e mandammo ambedue un
grido; la regina che pure fu svegliata dal rumore, intese una voce di
donna che rispondeva alla mia, si alzò da letto, e coi piedi ignudi,
in camicia, co’ suoi bei capelli sciolti sulle spalle, e macchiata di
sangue stava in piedi sulla soglia della sua camera.
Essa riconobbe la principessa Caramanico, mise anch’essa un grido,
corse da lei, la prese per un braccio, e la trascinò nella sua camera
dicendo:
— Vieni, Emma, vieni.
Seguii la regina e la principessa, e chiusi la porta.