XIV.

La regina ci guardava tutte e due come chi va cercando qualche cosa;

poi recandosi la mano alla fronte, come per fissarvi la sua memoria e

fissando infine il suo sguardo sulla principessa:

— Ho mal compreso, non è vero? disse; voi non avete detto; la regina

non può lasciarlo morire?

— No, signora, no, esclamò la principessa, voi non lo avete inteso

male; l’ho detto e lo ripeto; no, no, no, la regina non può lasciarlo

morire.

— Ma chi la regina non può lasciar morire? chiese la regina.

— Colui che essa ha tanto amato.

— Il principe di Caramanico?

— Sì.

— È in pericolo di vita?

— Leggete, signora, leggete.

E cadendo in ginocchio, la principessa porse una lettera alla regina.

La regina lesse con una voce interrotta, ed i suoi denti battevano

convulsi ad ogni parola:

«Cara amica.»

E diede alla principessa uno sguardo che mandava lampi.

La regina continuò:

— «Non so che cosa mi abbia da quindici giorni; i miei capelli

sono diventati bianchi a vista d’occhio, i miei denti si distaccano

dalle gengive e cadono.

«Mi sento poi un languore mortale, e credo di avere pochi giorni da

vivere.

«Non posso dirti ciò che io credo; ma tu puoi indovinarlo.

«Non dirle nulla, e soffri tu sola. Fortunatamente non c’è male

senza rimedio.

«Il padre era medico, ed il figlio è stato chimico.

«GIUSEPPE».

La regina mandò un grido, i suoi occhi volevano quasi uscire

dall’orbita.

— È quanto dire, esclamò, che egli sarà avvelenato.

— Ma perchè avvelenarlo, dacchè non lo amava più, o almeno giacchè non

si sapeva che l’amassi ancora?

— Voi sapete bene com’era popolare, signora, disse la principessa; si

parlava del suo ritorno a Napoli, si diceva che — la principessa fece

uno sforzo per pronunziare quel nome, — si diceva che il signor Acton

non godeva più dello stesso favore presso di voi; si diceva infine che

all’avvicinarsi di tempi cattivi, — ed i tempi cattivi s’avvicinano, se

non sono già venuti, — si diceva che era vostra intenzione di nominare

un vero napolitano. Gli stranieri per quanto siano abili sono sempre

cattivi strumenti nei giorni delle rivoluzioni. Queste sono le voci che

correvano, signora, queste voci saranno state ascoltate, e queste voci

l’hanno ucciso.

— Oh! se lo credessi! mormorò la regina mostrando i denti.

— Credetelo signora, credetelo, perchè è la verità, verità fatale,

terribile, implacabile. — Oh! Giuseppe, il nostro Giuseppe muore

avvelenato.

— Quando avete ricevuto questa lettera?

— Questa mattina.

— Da quanti giorni è stata scritta?

— Da quattro giorni. 1º ottobre: egli scrisse nello stesso giorno in

cui è stata data la loro condanna!

— Oh! esclamò contorcendo le braccia, è una punizione del cielo.

La violenza del movimento spostò le fasciature del salasso, e la

puntura non ancora rimarginata si riaperse, e vidi un zampillo di

sangue che usciva dal suo braccio e si spargeva per la camicia.

— Oh! esclamai, vedete, vedete, signora, voi l’uccidete.

E veramente, indebolita dall’emozione e dalla perdita del sangue, la

regina impallidì, mise un debole sospiro e vacillava.

Corsi a tempo per riceverla nelle braccia; era svenuta.

La portammo, la principessa ed io, sul suo letto, compressi la

vena come aveva veduto fare dal medico, misi un poco di filacce

sull’apertura della piaga: poi alla meglio le fasciai il braccio, e

giunsi a fermare il sangue prima che avesse ripreso i sensi; allora

giungendo le mani:

— Vedete, dissi alla principessa, lo stato in cui si trova la regina;

sventuratamente essa non può far nulla per il principe; voi sola,

signora, potete far qualche cosa.

— E che posso io, Dio buono?

— Potete, senza perdere un momento, signora, partire per Palermo col

miglior medico di Napoli, e chiedere alla scienza qual sia il delitto

che ci pone tutte nel lutto.

— Io sperava nella regina, diceva la povera principessa, gettando uno

sguardo su di lei. Mio Dio, mio Dio!

— La regina! e che può farvi la regina, signora, forse a punire il

colpevole, lo sapete anche voi; e poi i colpevoli sono così alto

locati, che il castigo non salirà mai fino a loro; ma ora si tratta

della vita del principe, e non della punizione dei suol assassini;

pensate alla vita del principe, e state tranquilla, se la regina può

punire, punirà!

— Punirà, non è vero? lo credete voi che punirà?

— Sì, ma per punire ha bisogno di tutta la sua ragione, di tutte le sue

forze, di tutta la sua potenza; lasciate calmare il delirio; lasciate

estinguere la febbre: andate ove vi chiamano non soltanto la vostra

tenerezza, ma il vostro dovere; salvate la vita del principe se sarete

in tempo; ricevete il suo ultimo sospiro se è troppo tardi di salvarlo;

siate dolce e misericordiosa nella sua agonia; ditegli, poichè non ha

altra consolazione che voi, bisogna bene che siate voi che gli diciate,

che la regina lo ha sempre amato, ed in realtà non ha mai avuto altro

amico che lui; — voi dovete questa pietà a due cuori che hanno tanto

sofferto, e che non hanno avuto, lo so, che voi sola per intermediaria,

per confidente e per amica.

— Va bene, disse la principessa, farò quanto mi consigliate, signora,

e se può essere salvato dalla scienza di un uomo, e dalle cure di

una donna, lo sarà, — grazie; — ma se muore, dite alla regina, che le

lascio la cura della nostra vendetta.

S’inginocchiò innanzi al letto, baciò le mani della regina, mi mandò un

ultimo addio colle mani e colla bocca, e corse fuori dell’appartamento.

Lo svenimento della regina era un dono della provvidenza; senza quello

svenimento, nella disposizione di animo in cui si trovava, sarebbe

senza dubbio diventata pazza, se fosse stata colpita da qualche

congestione cerebrale.

Uscii dopo la principessa per raccomandare al domestici, nel caso che

fossero interrogati dalla regina, di non far parola della visita della

principessa Caramanico; poi rientrai, non temendo più che la regina

ripigliasse i sensi dopo la partenza della principessa; le bagnai le

tempie con acqua fresca, e le feci odorare dei sali.

Dopo qualche momento riaperse gli occhi, ma la loro espressione era

talmente alterata, che il delirio invece di diminuire era aumentato; ma

nel momento era tutto quanto le poteva accadere di meglio. È vero che

nel suo delirio pronunziò due volte il nome di Giuseppe, ed una quello

del principe Caramanico, ma seguite da parole sconnesse che mi faceva

sperare che, ritornando alla ragione, non avrebbe avuto di quanto era

accaduto se non la memoria di un sogno svanito.

Tirai il campanello delle cameriere; entrarono due donne, e

ricordandomi della prescrizione del medico, cominciammo a far mettere

alla regina i piedi nell’acqua e senape; poi continuando il rossore

della faccia, la febbre ed il delirio, le mettemmo dei senapismi ai

piedi. La cosa fu tanto più facile, perchè in mezzo al suo delirio la

regina mi riconosceva sempre; e affabilissima con me mi lasciava fare

tutto ciò che voleva.

Verso un’ora cadde in uno stato di prostrazione, che faceva uno strano

contrasto collo stato di esaltazione in cui si era trovata.

Alle due precise udii il rumore di una carrozza. Il dottore manteneva

la sua promessa.

Lasciai la regina colle cameriere e gli corsi incontro. Arrivai a tempo

di riceverlo sul vestibolo. Gli dissi in due parole, non già quanto

era accaduto, — io non aveva diritto alcuno sui segreti della regina, —

ma soltanto che l’inferma aveva avuto una viva commozione nella quale

le si era riaperto il salasso, dopo di che era caduta in deliquio;

aggiunsi che avevamo seguito a puntino le sue prescrizioni, e gli

indicai lo stato in cui si trovava la regina.

Cominciò coll’esaminare il sangue, vi riconobbe alcuni segni di forte

infiammazione, ed entrò nella camera.

La regina era immobile, e stava cogli occhi chiusi.

Il dottore le toccò il polso, ascoltò la sua respirazione e le domandò

come si sentiva; ma l’inferma non aperse gli occhi e stette silenziosa.

— Datemi la catinella, chiese il dottore ad una delle cameriere. Sua

Maestà non ha perduto sangue abbastanza, bisogna che gliene levi ancora

due o tre once.

La regina tirò il suo braccio sul petto, — prova che aveva udito quanto

diceva il dottore.

Ma egli finse di non accorgersi del movimento e le prese il braccio.

— Oh! disse l’ammalata, sono già tanto debole, e volete rendermi ancora

più debole. Non saprei collegare due idee insieme.

— Precisamente, disse Cotugno, nello stato in cui si trova Vostra

Maestà, non è necessario che colleghi due idee insieme, ma non deve

nemmeno averne una.

La regina mandò un sospiro; essa non aveva la forza di resistere.

Egli riaperse il salasso, e la regina perdette due altre once di sangue.

Era più di quanto poteva sopportare e svenne.

Cotugno fermò immediatamente il sangue.

— Là, disse il medico, queste donne anderanno, o manderanno dal

farmacista, e faranno preparare le pozioni che ora vi scriverò. Intanto

discorreremo un poco insieme.

Egli scrisse la ricetta, la diede alle cameriere, e le affrettò ad

uscire.

Poi ritornando verso la regina svenuta, le prese la mano.

— Vediamo, disse, coi medici bisogna parlar chiaro, senza di che

s’arrischia, anche senza volerlo, d’ingannarli, ed ingannandoli si

ammazza l’ammalato.

— Dio mio! esclamai, c’è pericolo di morte?

— Vi è sempre pericolo, quando da un lato del letto vi è la malattia,

e d’altra il medico; ma qui o m’inganno di molto, o lo spirito è più

infermo del corpo.

— Lo credo anch’io, dottore, e ammiro la vostra penetrazione.

Cotugno alzò le spalle.

— Non c’è penetrazione qua, la cosa è chiara come il sole. Vi dirò

quanto è accaduto, e se m’inganno mi fermerete, e se indovino mi

lascerete continuare.

— Ma se la regina vi ascolta?

— Non c’è pericolo, ho la mano sul suo polso, e quando ritornerà in sè,

lo saprò un minuto prima. È l’esecuzione d’ieri che ha disturbato la

regina.

— Come fate ad indovinarlo?

— Che bella malizia! prima di tutto ne ha sconcertati molti altri,

tanto più lei che poteva impedirla, e che non ha creduto di farlo.

— Dottore, essa ha loro offerto la grazia, ed hanno ricusato.

— Sì, ho udito a raccontare qualche cosa di simile, ma questo non è

affar mio, io sono medico e null’altro. L’esecuzione ha avuto luogo

ieri alle quattro, ed è ieri alle quattro che la regina si sentì male.

— Chi ve l’ha detto?

— Sir William Hamilton: vedete che non voglio passare per uno stregone;

e quand’anche non me lo avesse detto, questa notte la regina si è

scossa nell’udire a suonare le tre alla pendola, ed ha detto:

«Bene, abbiamo ancora un’ora.»

— Ma non è tutto: questa mattina mi avete detto che ha avuto una

commozione violenta.

— Sì, violentissima.

Egli mi guardò.

— E avrà saputo che il principe Caramanico moriva di veleno.

— Tacete, esclamai, tacete.

— Se vi dico che non mi può intendere.

— Ma come potete saperlo?

— È semplicissimo. La principessa venne da me due ore fa, per chiedermi

se poteva andare con lei a Palermo. Le risposi che mi era impossibile

non potendo abbandonare la regina nello stato in cui si trovava. La

mandai da Cirillo. Ed era giusto perchè ieri egli ha mandato vostro

marito da me. A quest’ora saranno già partiti, e se vi è mezzo di

salvar il principe Cirillo lo salverà. Egli è un bravo uomo. Mentre

io parlava colla principessa il suo domestico faceva conversazione

col mio, e poichè non aveva motivo di farne un mistero, gli disse

che la sua padrona era venuta da Caserta: l’emozione che ne ebbe

la regina, è quella che la pose nello stato in cui ora si trova.

Avrei potuto lasciarvi credere di aver indovinato tutto, ma sarebbe

stato una vera ciarlataneria, e, grazie a Dio.... Gatti.... sì....

ma Cotugno no, non è ciarlatano. Volete che vi dica ora il mio piano

di battaglia contro la malattia della regina? È molto semplice. La

notizia dell’avvelenamento del principe di Caramanico si trova in

lei allo stato di sogno. Ella non sa se ha sognato di aver veduto

la principessa, o se l’ha veramente veduta; ecco le due idee che non

può collegare, e che non deve collegare; ed ecco donde si doleva di

trovarsi troppo debole perchè la indebolissi di più. Sono abbastanza

forte per lottare contro l’esecuzione d’ieri, e contro lo avvelenamento

di oggi, purchè questi fatti siano isolati; ma se le due emozioni si

uniscono, Cotugno è preso fra due fuochi come un generale mal pratico.

Cotugno deve fare come Orazio ferito, deve assalire i Curiazî ad

uno la volta: mi capite, il primo Curiazio è l’esecuzione d’ieri, il

secondo l’avvelenamento d’oggi, ed il terzo poi, il meno pericoloso e

terribile, è la malattia.

— Davvero, signore, gli dissi osservandolo con stupore, siete un uomo

meraviglioso.

— E perchè non più maraviglioso di qualunque altro, ho della pratica

e dell’osservazione, ecco tutto. Intanto ascoltate: il mio piano si

limita ad impedire alla regina di ricordarsi. Se vi riesco, in tre

giorni non avrà più nulla a temere: le darò semplicemente un calmante

che bisogna amministrarle colla più grande precauzione e colla più

scrupolosa regolarità, perchè allora la calmerebbe troppo.

— Dio mio! che cosa le date dunque?

— Non è che della belladonna.

— Ma credeva che la belladonna fosse un veleno.

— È un veleno difatti, ma presa come la prenderà la regina, è un

narcotico, anzi neanche un narcotico, un calmante; le somministrerete

quanto un cucchiaio da caffè ogni ora. Ah! ecco Sua Maestà che ritorna

in sè, non dimenticate che l’esecuzione di quei giovani è stata fatta

già da quindici giorni, e che lo avvelenamento del principe.... di....

è una favola.... silenzio.

La regina spalancò gli occhi e si guardò intorno.

— Là, disse Cotugno alzandosi, ora va bene. Vostra Maestà va

a meraviglia. Non dimenticate di far prendere a Sua Maestà una

cucchiaiata da caffè della pozione che ho testè indicata; quanto più

presto, sarà meglio. Ah! ecco in punto le damigelle, che entrano colla

pozione; datemi un piccolo cucchiaio, Sua Maestà mi farà l’onore di

accettare la prima cucchiaiata dalla mia mano.

E senza dare tempo alla regina di prepararsi, le mise il cucchiaio in

bocca e le fece ingoiare la pozione.

— Dimani, alla stessa ora, ritornerò.

Dieci minuti dopo la sua partenza, la regina dormiva profondamente.

Tutto ciò che aveva predetto il medico avvenne; la regina rimase

assopita per tre giorni in uno stato di sonnolenza che non era nè la

veglia nè il sonno; poi dopo i tre giorni il dottore permise che la

luce penetrasse a poco a poco nel suo animo, e al pallido chiarore di

quella luce rivide quanto era accaduto, ma sotto l’aspetto pallido e

scolorito dei fatti già compiti da molto tempo. Io che non la lasciai

mai un momento sola, fui la confidente di quel suo ritorno alla vita ed

al dolore.

Essa stette tre o quattro giorni senza parlarmi del principe, quando

una mattina dopo una specie di sforzo:

— Ma! chiese la regina, durante il mio delirio, non è venuta la

principessa Caramanico a farmi visita?

— È vero, signora, le dissi, essa aveva saputo che suo marito stava

male, e partendo per Palermo veniva a dimandare a Vostra Maestà se non

avesse qualche comunicazione da fare al vice-re.

La regina che mi teneva per mano, me la strinse con forza, guardandomi

in faccia.

— Emma, mi dimandò, la principessa non è ancora ritornata?

— No, signora.

— E non ha scritto ancora?

— No, signora.

— Date degli ordini perchè al suo ritorno sia introdotta da me subito

quando chiederà di parlarmi.

— E se le sue notizie fossero cattive, Vostra Maestà si crede

abbastanza forte per udirla impunemente?

— Sì, sta tranquilla, colla calma mi è ritornata la forza; però fammi

un piacere.

— Ordini, Vostra Maestà.

— Qui vi è la chiave del mio stipo, ne conosci il segreto?

— Sì, signora.

— Ebbene, va a cercarmi quella mia cara cassettina; ho bisogno di

averla vicina.

— Parto subito.

— Sì, parti e ritorna presto. Se per caso vedi il re e se avesse

la curiosità di sapere mie notizie, digli che sto bene; ma che ho

bisogno di qualche giorno di riposo e di solitudine; mi sarebbe troppo

spiacevole di rivederlo in questo momento.

— Va bene, signora, — osservai il mio orologio, — ora sono le nove, a

mezzo giorno sarò di ritorno.

— Grazie. Non so che sarebbe di me se non ti avessi avuta vicino.

Le presi le mani e gliele baciai.

— Non dimenticarti nell’andare di far prevenire la principessa.

— No, signora, state tranquilla.

— E aggiungi che possono ricaricare il pendolo; ho i nervi abbastanza

sodati per ascoltarlo a suonare, — anche le quattro!

Lasciai la regina, e trasmisi i due ordini che mi aveva incaricato di

dare.

Poi salii in carrozza dando ordine al cocchiere di andare più presto

che potesse, e partii.

A Maddaloni incontrai una carrozza nera col cocchiere e due domestici

in lutto. Ne fui scossa, un presentimento mi diceva che vi era una

vedova in quella carrozza.

Arrivai a Napoli: mi fermai all’ambasciata per dire qualche parola

a sir William, poi andai al palazzo reale per la commissione della

regina, ove, per un caso fortunato, non m’incontrai col re, e per

ritornare di volo a Caserta, aveva dato gli ordini, scendendo di

carrozza, di cambiare i cavalli.

A mezzogiorno meno qualche minuto era di ritorno a Caserta; sotto

il peristilio trovai la carrozza ed i domestici in lutto che aveva

incontrati lungo la strada.

Mettendo il piede sul primo grado della scala, vidi aprirsi la porta

degli appartamenti della regina, e ne usciva una donna avvolta in un

lungo velo crespo; teneva il fazzoletto agli occhi e singhiozzava,

camminando per così dire tastone: mi trassi in disparte, ed essa passò

senza vedermi, benchè la sua veste si fosse ingombrata colla mia.

Ritornò in carrozza e partì.

Entrai dalla regina quando il pendolo suonava mezzogiorno.

— Sei esatta, Emma, mi disse, — vieni qua. Mi avvicinai maravigliata

di non riconoscere alcuna alterazione nella sua voce. Mi aspettava di

trovarla in lagrime e desolata. Mi ingannava, era fredda e risoluta.

Le presentai la cassetta; l’aperse colla chiave che aveva già

preparata, e traendosi dal seno una ciocca di capelli:

— Ecco — disse — tutto quanto rimane di lui, — e l’appoggiò con

vivacità sulle labbra, chiuse nella cassetta questo ricordo di morte

insieme ai suoi ricordi d’amore.

Poi, mettendo la cassetta sul guanciale su cui lasciò ricadere il capo,

chiuse gli occhi mormorando questa frase che aveva già udito uscire

dalla sua bocca:

— È una punizione del cielo!

Memorie di Emma Lyonna, vol. 5/8 · 第 20 / 23 题