Non so come la regina abbia dormito: io feci dei sogni orribili; ma
verso l’albeggiare le visioni che agitavano la mia mente svanirono e
potei godere un po’ di riposo.
La prima cosa che vidi, maravigliandomi, fu la regina in piedi vicino
alla mia finestra, che soffiava su d’un vetro, e sul vapore che vi
lasciava col suo fiato aveva disegnato colla punta del dito una specie
di Calvario con tre croci.
Udendo alzarmi sul letto, prese di fretta il suo fazzoletto dalla tasca
e cancellò tutto.
— Che noia, disse; mi son alzata presto nella speranza di fare una
passeggiata, ed ecco che cade una pioggia minuta che c’impedisce di
uscire per tutta la giornata.
Era una distrazione che le fuggiva.
— Vostra Maestà aspetta forse da tanto tempo? le dimandai.
— La mia Maestà aspetta da un’ora, perchè la Mia Maestà ha dormito
molto male; andiamo, alzati, vediamo di far qualche cosa.
Mi alzai.
— Oh! disse la regina, osservandomi, avrò dunque una volta la
soddisfazione di vedervi meno insolentemente bella come di solito:
siete pallida, avete le occhiaie questa mattina, e vi prevengo di ciò,
mia cara amica.
— Ahimè! signora, le risposi, temo di essere più pallida, e di avere
gli occhi rossi questa sera.
Essa finse di non intendere.
— Non avete dunque invitato sir William a venire con voi a Caserta?
— Difatti, signora; ma è trattenuto a Napoli per gli affari
dell’ambasciata; verrà a raggiungerci questa sera o domani mattina.
— Tanto meglio, disse la regina facendo forza a sè stessa, ci darà
delle notizie.
È inutile dire che la conversazione finì là.
La regina rientrò nella sua camera, ed io mi vestii.
Verso le due la pioggia cessò. Al primo raggio di sole che trasparisse
in mezzo alle nubi si dovea attaccare i cavalli alla carrozza. Si venne
a prevenirci che i cavalli erano attaccati.
Scendemmo, e facemmo una passeggiata nel parco.
Quanto più l’ora si avanzava, una specie di agitazione febbrile
s’impossessava della regina; essa aveva portato la conversazione
sulla prigionia, sulle sofferenze e sulla morte di sua sorella Maria
Antonietta che era stata decapitata l’anno precedente il 16 del mese
appena incominciato. Siccome non sfuggiva nessuno dei suoi pensieri,
compresi che cercava di alleviare i suoi rimorsi, caricando su di
quanto i Francesi avevano fatto soffrire ad una dama, che pel suo rango
doveva essere inviolabile.
Il tempo si oscurò ed il cocchiere credette suo dovere di ritornare al
palazzo. La regina non fece alcuna osservazione, e la carrozza si fermò
a piedi del grande scalone.
La regina cambiò discorso.
— Questo scalone è veramente bellissimo, disse, e se non vi fosse a
Caserta che questo solo scalone basterebbe a fare la riputazione di
Vanvitelli.
E me ne fece osservare tutte le bellezze.
Arrivammo nella sua camera. La regina era in preda ad un’agitazione
nervosa che terminava abitualmente in una crisi; essa cominciava
con passo svelto, e si sarebbe detto che voleva armonizzare tutte le
agitazioni esterne, che loro malgrado tradivano lo stato del suo animo.
Ad un tratto ed al momento in cui rientrava in camera, stette immobile,
collo sguardo fisso sul pendolo.
Il pendolo segnava le quattro.
Nello stesso momento fece sentire quella specie di rumore rotatorio che
precede il suono della batteria; il tempo agitava la sua falce come in
atto di colpire, ed il timpano vibrò quattro volte sotto il martello
d’acciaio.
La precauzione presa dalla regina per fermare il pendolo era stata
inutile, e, cosa strana, quel pendolo, nello stesso momento in cui la
regina entrò nella camera, suonava quell’ora fatale, che aveva cercato
di sospendere sul suo quadrante.
La causa fu che, dopo essere la regina uscita con me per andare in
carrozza, era entrato un usciere, il quale, vedendo il pendolo fermato,
l’aveva caricato e regolato gl’indici. Ecco il miracolo.
Ma prima che la regina se ne fosse data ragione a sè stessa, l’effetto
era già prodotto; e se io non fossi stata là per sostenerla, credo che
sarebbe caduta sul tappeto.
Volli chiamare; ma mi trattenne.
— Oh! no, disse, bisogna che forse sia debole, ma non voglio che ciò si
sappia; Dio però non si sarà divertito, contro ogni probabilità, a fare
un miracolo per questi tre miserabili giacobini. Voglio sapere questo
mistero del pendolo; aiutami a coricarmi sul letto ed informatene.
Condussi la regina fino al suo letto, si coricò vestita, ed io uscii
per interrogare i domestici.
Fu allora che l’usciere mi raccontò, che vedendo il pendolo fermato, e
credendo che si fosse fermato per qualche accidente, aveva creduto suo
dovere di ricaricarlo e di metterlo all’ora.
Entrai, e diedi questa spiegazione alla regina.
Il suo viso al rasserenò, asciugò il sudore che le irrorava la fronte,
e cercò di ridere; ma i muscoli della faccia sembravano induriti,
e rifiutavano di distendersi per dare alla faccia la sua dolce
espressione.
— In fin dei conti, disse, osservando il pendolo, e vedendo che erano
le quattro e mezzo, ora sarà finito tutto, e sarà dato un grande
esempio a Napoli, che ne ha tanto bisogno.
Non feci parola.
— Non sei del mio avviso? disse.
— Ahimè! signora, le risposi, permettetemi che su questo terribile
argomento della vita e della morte io non abbia nessuna opinione;
sono nata troppo lontana da quelli, cui Dio ha dato il diritto di
disporre della vita degli altri, per essermi mai occupata di questa
grave questione. Io non sono che una donna, io, e per conseguenza una
creatura debole e di buon cuore. Avrei piuttosto voluto, lo confesso,
che quel pendolo avesse segnato l’ora della loro grazia invece di
quella del loro supplizio.
— Ma! esclamò la regina con calore, se quel pendolo ha segnato l’ora
del loro supplizio, è colpa loro. Non hai tu fatto, e non m’hai
fatto fare tutto quanto bisognava per salvarli? Anche ieri, dopo
l’insulto che mi hanno fatto, non ho aspettato qualcuno della loro
famiglia, padre, madre, fratello o sorella, che venisse ad implorarmi
grazia per loro? Dopo la tua partenza, rimasta sola, non ho io dato
l’ordine che chiunque mi chiedesse fosse introdotto da me? Ebbene, ho
aspettato inutilmente dalle undici del mattino fino alle sei di sera,
scuotendomi e sperando ad ogni passo che si avvicinava alla mia porta.
Ma che vuoi? Essi sdegnano il mio perdono, sono felici di morire per
la santa causa della libertà, credono che un giorno Napoli innalzerà
loro delle statue; in questa convinzione saranno morti da martiri.
Delle statue a Napoli! — e diede in uno scroscio di risa stridulo e
forzato, — ci fanno un bel calcolo, i popoli sanno distruggere, ma non
sanno edificare; forse si rovescieranno quelle del re, ma non già per
collocare sui loro piedestalli quelle dei giacobini.
Poi cadde in silenzio.
Mi guardai bene di turbare quel silenzio. Tenendo la testa appoggiata
sulla sua mano, contava macchinalmente le pulsazioni del suo polso
febbrile, quando ad un tratto il rumore di una carrozza rintronò sotto
le volte del palazzo.
A quel rumore la regina si alzò.
— Che è? dimandò.
— È probabilmente, risposi, sir William Hamilton, che, secondo la sua
promessa, viene a raggiungerci.
— Fatelo entrare se è lui, disse la regina; ho premura di sapere quanto
è accaduto colà.
Era egli, e portava delle notizie talmente inaspettate, che non aveva
voluto tardare un istante per farcele sapere; grazie ai suoi eccellenti
cavalli era venuto in cinque quarti d’ora.
Ecco quanto accadde, e quanto vide in persona dalla finestra del
banchiere Leigh.
Come al solito, i Bianchi erano andati a prendere i condannati alle
carceri della Vicaria, ed erano usciti a piedi accompagnati da due
compagnie di fanteria e da un distaccamento di cavalleria.
Avevano fatto una prima sosta alla cattedrale, poi continuarono il loro
cammino salendo fino alla strada Toledo, ove arrivarono dall’angolo del
palazzo Maddaloni.
Nella strada Toledo i soldati avevano dovuto aprire un passaggio
al funebre corteo, tanto era ingombra la via; i giovani collocati
ciascuno fra due confratelli, sulle spalle dei quali avevano rifiutato
di appoggiarsi, e preceduti da un sacerdote che di tempo in tempo si
rivolgeva per far loro baciare un crocifisso, atto che essi compivano
con un devoto fervore, camminavano con un passo fermo, salutando nella
moltitudine affollata d’ambi i lati ed alle finestre delle case piene
di gente, le persone di loro conoscenza. Queste persone alla lor volta
rispondevano agitando i loro fazzoletti e gridando: — Addio! addio!
Alle quattro meno un quarto, il corteo arrivò all’angolo della chiesa
di S. Ferdinando, passando innanzi al teatro S. Carlo, ed entrando
nella piazza del Castello, al centro della quale stava eretto il
patibolo, su cui erano collocate tre forche che avevano la forma di un
H maiuscolo, a cui si fosse alzata sino all’estremità superiore l’asta
che l’attraversava.
Vitagliano, il maggiore d’età, che camminava innanzi pel primo, gridò:
— Amici, ecco lo strumento del martirio.
— Che tu sia benedetto, rispose Emanuele de Deo; il martirio conduce a
Dio.
— E la morte alla libertà, soggiunse Gagliani, il più giovine del tre.
Si raccolsero queste parole, e quelli che le avevano udite le fecero
circolare per la folla.
Quella folla era immensa, ed a gran fatica un’ora prima dell’esecuzione
quattrocento uomini di fanteria avevano fatto irruzione sulla piazza e
formarono un quadrato vuoto intorno al patibolo.
Poi alla vista di tutti, e dietro il comando dei loro uffiziali, questi
quattrocento uomini avevano caricato i fucili.
Da un’altra parte si erano veduti degli artiglieri del castel Nuovo
rivolgere la bocca dei loro pezzi verso la piazza del castello, e
vicino ad essi stavano pronti colla miccia accesa per far fuoco, se si
fosse fatto qualche tentativo per venire in aiuto ai condannati.
A queste truppe si aggiunsero quelle che accompagnavano i tre giovani.
Circa ottocento soldati circondavano il patibolo.
Al momento in cui i pazienti entrarono nel recinto fatale, muraglia
di baionette che si frammetteva fra la vita ed essi, una dozzina di
tamburi fecero sentire un rullo sordo e velato, che indicava che quel
lugubre dramma doveva incominciare.
Gagliani, il più giovane del tre, contava diciannove anni appena, come
dissi; salì sulla piattaforma, mentre i suoi due compagni restarono
abbasso. Egli doveva ai suoi diciannove anni il triste favore di morire
pel primo.
Vedendo quella testa così giovane, già destinata al supplizio,
un’immensa commozione si sentì nella folla, ed alcune voci gridarono: —
grazia!
Grazia! — rispose Gagliani, alzando egli stesso la voce, ci fu offerta
in danno del nostro onore, e l’abbiamo ricusata.
Il carnefice era già cavalcone sulla trave orizzontale, gli aiutanti
spinsero Gagliani verso la scala, ed egli salì lentamente i cinque o
sei scalini, ove gli venne posto al collo il nodo corsoio.
— Viva la libertà! ebbe ancor tempo di gridare.
Ma nello stesso tempo, l’aiutante del carnefice rovesciò con un calcio
la scala, il corpo oscillò nello spazio per l’impulso che ricevette,
intanto che il carnefice si lasciò scivolare sulle spalle del paziente,
e l’aiutante gli si aggavignava ai piedi; un gruppo informe, agitato
dai sussulti dell’agonia, spaventò per un momento gli spettatori. Poi
il carnefice saltò a terra, l’aiutante si trasse in disparte, ed il
cadavere del primo martire della libertà, colle vertebre del collo
infrante, rimase immobile penzolone dalla forca.
Toccava ad Emmanuele de Deo.
Costui salì rapidamente i gradini della piattaforma, e parve che
cercasse qualcuno fra la folla.
Allora in mezzo ad un profondo silenzio, una voce si udì, che con un
accento di profondo dolore gridava:
— Sono io colui che tu cerchi; eccomi figlio mio.
E si vide il vecchio padre di Emmanuele de Deo che si alzava sulla
punta de’ piedi in mezzo alla folla, col viso bagnato di lagrime,
agitando il suo fazzoletto, e compiendo senza dubbio una suprema
promessa: era venuto a dar l’ultimo addio al figlio.
— Addio, padre mio! — Addio, ripetè alla sua volta il giovane: io
muoio pel mio paese; possa il mio paese ricordarsi della mia morte e
vendicarla.
E slanciandosi da sè verso la scala, salì rapidamente gli scalini, tese
il collo al nodo fatale, ed il secondo atto del terribile dramma si
compiva.
Nel momento, in cui il carnefice si lasciava scivolare sulle spalle del
paziente, mentre l’aiutante si avvinghiava alle sue gambe, alle grida
di dolore del vecchio che chiamava suo figlio, torcendo le braccia per
la disperazione, si fece sentire un immenso clamore in parte pietà, e
in parte minaccia, e un movimento di oscillazione percorse la folla.
Il comando — _pronti!_ — si fece udire seguito da un confricamento
di ferro, che annunziava la pronta obbedienza di quelli a cui era
stato dato. Una nube di fumo seguita dalla detonazione di un cannone
caricato a polvere apparve alla sommità della torre: il _si salvi chi
può_, napoletano; _fuggiamo, fuggiamo_, fu pronunziato da cento voci.
I ranghi dei soldati furono aperti, non già da quelli che volevano
attaccarli, ma da quelli che speravano di fuggire. Ed il carnefice,
temendo in mezzo a quel tumulto non gli togliessero l’ultima vittima,
e di perdere i dieci ducati che il municipio gli accordava per
l’esecuzione, si precipitò addosso a Vitagliano col coltello in mano e
lo colpì nel cuore.
Vitagliano cadde mortalmente ferito.
E mentre la folla sparsa fuggiva per tutte le vie che mettono al largo
castello, spaventata dal comando, dal tintinnio delle armi, e dal colpo
di cannone, il carnefice ed i suoi aiutanti trasportarono Vitagliano
morente sulla piattaforma, ove spirò, e non potendo far di meglio,
appesero il cadavere invece di un uomo vivo.
Ecco quanto accadde, quanto ci raccontò colla sua esattezza diplomatica
sir William, testimonio oculare di tutta quella scena.