XII.

Non so come la regina abbia dormito: io feci dei sogni orribili; ma

verso l’albeggiare le visioni che agitavano la mia mente svanirono e

potei godere un po’ di riposo.

La prima cosa che vidi, maravigliandomi, fu la regina in piedi vicino

alla mia finestra, che soffiava su d’un vetro, e sul vapore che vi

lasciava col suo fiato aveva disegnato colla punta del dito una specie

di Calvario con tre croci.

Udendo alzarmi sul letto, prese di fretta il suo fazzoletto dalla tasca

e cancellò tutto.

— Che noia, disse; mi son alzata presto nella speranza di fare una

passeggiata, ed ecco che cade una pioggia minuta che c’impedisce di

uscire per tutta la giornata.

Era una distrazione che le fuggiva.

— Vostra Maestà aspetta forse da tanto tempo? le dimandai.

— La mia Maestà aspetta da un’ora, perchè la Mia Maestà ha dormito

molto male; andiamo, alzati, vediamo di far qualche cosa.

Mi alzai.

— Oh! disse la regina, osservandomi, avrò dunque una volta la

soddisfazione di vedervi meno insolentemente bella come di solito:

siete pallida, avete le occhiaie questa mattina, e vi prevengo di ciò,

mia cara amica.

— Ahimè! signora, le risposi, temo di essere più pallida, e di avere

gli occhi rossi questa sera.

Essa finse di non intendere.

— Non avete dunque invitato sir William a venire con voi a Caserta?

— Difatti, signora; ma è trattenuto a Napoli per gli affari

dell’ambasciata; verrà a raggiungerci questa sera o domani mattina.

— Tanto meglio, disse la regina facendo forza a sè stessa, ci darà

delle notizie.

È inutile dire che la conversazione finì là.

La regina rientrò nella sua camera, ed io mi vestii.

Verso le due la pioggia cessò. Al primo raggio di sole che trasparisse

in mezzo alle nubi si dovea attaccare i cavalli alla carrozza. Si venne

a prevenirci che i cavalli erano attaccati.

Scendemmo, e facemmo una passeggiata nel parco.

Quanto più l’ora si avanzava, una specie di agitazione febbrile

s’impossessava della regina; essa aveva portato la conversazione

sulla prigionia, sulle sofferenze e sulla morte di sua sorella Maria

Antonietta che era stata decapitata l’anno precedente il 16 del mese

appena incominciato. Siccome non sfuggiva nessuno dei suoi pensieri,

compresi che cercava di alleviare i suoi rimorsi, caricando su di

quanto i Francesi avevano fatto soffrire ad una dama, che pel suo rango

doveva essere inviolabile.

Il tempo si oscurò ed il cocchiere credette suo dovere di ritornare al

palazzo. La regina non fece alcuna osservazione, e la carrozza si fermò

a piedi del grande scalone.

La regina cambiò discorso.

— Questo scalone è veramente bellissimo, disse, e se non vi fosse a

Caserta che questo solo scalone basterebbe a fare la riputazione di

Vanvitelli.

E me ne fece osservare tutte le bellezze.

Arrivammo nella sua camera. La regina era in preda ad un’agitazione

nervosa che terminava abitualmente in una crisi; essa cominciava

con passo svelto, e si sarebbe detto che voleva armonizzare tutte le

agitazioni esterne, che loro malgrado tradivano lo stato del suo animo.

Ad un tratto ed al momento in cui rientrava in camera, stette immobile,

collo sguardo fisso sul pendolo.

Il pendolo segnava le quattro.

Nello stesso momento fece sentire quella specie di rumore rotatorio che

precede il suono della batteria; il tempo agitava la sua falce come in

atto di colpire, ed il timpano vibrò quattro volte sotto il martello

d’acciaio.

La precauzione presa dalla regina per fermare il pendolo era stata

inutile, e, cosa strana, quel pendolo, nello stesso momento in cui la

regina entrò nella camera, suonava quell’ora fatale, che aveva cercato

di sospendere sul suo quadrante.

La causa fu che, dopo essere la regina uscita con me per andare in

carrozza, era entrato un usciere, il quale, vedendo il pendolo fermato,

l’aveva caricato e regolato gl’indici. Ecco il miracolo.

Ma prima che la regina se ne fosse data ragione a sè stessa, l’effetto

era già prodotto; e se io non fossi stata là per sostenerla, credo che

sarebbe caduta sul tappeto.

Volli chiamare; ma mi trattenne.

— Oh! no, disse, bisogna che forse sia debole, ma non voglio che ciò si

sappia; Dio però non si sarà divertito, contro ogni probabilità, a fare

un miracolo per questi tre miserabili giacobini. Voglio sapere questo

mistero del pendolo; aiutami a coricarmi sul letto ed informatene.

Condussi la regina fino al suo letto, si coricò vestita, ed io uscii

per interrogare i domestici.

Fu allora che l’usciere mi raccontò, che vedendo il pendolo fermato, e

credendo che si fosse fermato per qualche accidente, aveva creduto suo

dovere di ricaricarlo e di metterlo all’ora.

Entrai, e diedi questa spiegazione alla regina.

Il suo viso al rasserenò, asciugò il sudore che le irrorava la fronte,

e cercò di ridere; ma i muscoli della faccia sembravano induriti,

e rifiutavano di distendersi per dare alla faccia la sua dolce

espressione.

— In fin dei conti, disse, osservando il pendolo, e vedendo che erano

le quattro e mezzo, ora sarà finito tutto, e sarà dato un grande

esempio a Napoli, che ne ha tanto bisogno.

Non feci parola.

— Non sei del mio avviso? disse.

— Ahimè! signora, le risposi, permettetemi che su questo terribile

argomento della vita e della morte io non abbia nessuna opinione;

sono nata troppo lontana da quelli, cui Dio ha dato il diritto di

disporre della vita degli altri, per essermi mai occupata di questa

grave questione. Io non sono che una donna, io, e per conseguenza una

creatura debole e di buon cuore. Avrei piuttosto voluto, lo confesso,

che quel pendolo avesse segnato l’ora della loro grazia invece di

quella del loro supplizio.

— Ma! esclamò la regina con calore, se quel pendolo ha segnato l’ora

del loro supplizio, è colpa loro. Non hai tu fatto, e non m’hai

fatto fare tutto quanto bisognava per salvarli? Anche ieri, dopo

l’insulto che mi hanno fatto, non ho aspettato qualcuno della loro

famiglia, padre, madre, fratello o sorella, che venisse ad implorarmi

grazia per loro? Dopo la tua partenza, rimasta sola, non ho io dato

l’ordine che chiunque mi chiedesse fosse introdotto da me? Ebbene, ho

aspettato inutilmente dalle undici del mattino fino alle sei di sera,

scuotendomi e sperando ad ogni passo che si avvicinava alla mia porta.

Ma che vuoi? Essi sdegnano il mio perdono, sono felici di morire per

la santa causa della libertà, credono che un giorno Napoli innalzerà

loro delle statue; in questa convinzione saranno morti da martiri.

Delle statue a Napoli! — e diede in uno scroscio di risa stridulo e

forzato, — ci fanno un bel calcolo, i popoli sanno distruggere, ma non

sanno edificare; forse si rovescieranno quelle del re, ma non già per

collocare sui loro piedestalli quelle dei giacobini.

Poi cadde in silenzio.

Mi guardai bene di turbare quel silenzio. Tenendo la testa appoggiata

sulla sua mano, contava macchinalmente le pulsazioni del suo polso

febbrile, quando ad un tratto il rumore di una carrozza rintronò sotto

le volte del palazzo.

A quel rumore la regina si alzò.

— Che è? dimandò.

— È probabilmente, risposi, sir William Hamilton, che, secondo la sua

promessa, viene a raggiungerci.

— Fatelo entrare se è lui, disse la regina; ho premura di sapere quanto

è accaduto colà.

Era egli, e portava delle notizie talmente inaspettate, che non aveva

voluto tardare un istante per farcele sapere; grazie ai suoi eccellenti

cavalli era venuto in cinque quarti d’ora.

Ecco quanto accadde, e quanto vide in persona dalla finestra del

banchiere Leigh.

Come al solito, i Bianchi erano andati a prendere i condannati alle

carceri della Vicaria, ed erano usciti a piedi accompagnati da due

compagnie di fanteria e da un distaccamento di cavalleria.

Avevano fatto una prima sosta alla cattedrale, poi continuarono il loro

cammino salendo fino alla strada Toledo, ove arrivarono dall’angolo del

palazzo Maddaloni.

Nella strada Toledo i soldati avevano dovuto aprire un passaggio

al funebre corteo, tanto era ingombra la via; i giovani collocati

ciascuno fra due confratelli, sulle spalle dei quali avevano rifiutato

di appoggiarsi, e preceduti da un sacerdote che di tempo in tempo si

rivolgeva per far loro baciare un crocifisso, atto che essi compivano

con un devoto fervore, camminavano con un passo fermo, salutando nella

moltitudine affollata d’ambi i lati ed alle finestre delle case piene

di gente, le persone di loro conoscenza. Queste persone alla lor volta

rispondevano agitando i loro fazzoletti e gridando: — Addio! addio!

Alle quattro meno un quarto, il corteo arrivò all’angolo della chiesa

di S. Ferdinando, passando innanzi al teatro S. Carlo, ed entrando

nella piazza del Castello, al centro della quale stava eretto il

patibolo, su cui erano collocate tre forche che avevano la forma di un

H maiuscolo, a cui si fosse alzata sino all’estremità superiore l’asta

che l’attraversava.

Vitagliano, il maggiore d’età, che camminava innanzi pel primo, gridò:

— Amici, ecco lo strumento del martirio.

— Che tu sia benedetto, rispose Emanuele de Deo; il martirio conduce a

Dio.

— E la morte alla libertà, soggiunse Gagliani, il più giovine del tre.

Si raccolsero queste parole, e quelli che le avevano udite le fecero

circolare per la folla.

Quella folla era immensa, ed a gran fatica un’ora prima dell’esecuzione

quattrocento uomini di fanteria avevano fatto irruzione sulla piazza e

formarono un quadrato vuoto intorno al patibolo.

Poi alla vista di tutti, e dietro il comando dei loro uffiziali, questi

quattrocento uomini avevano caricato i fucili.

Da un’altra parte si erano veduti degli artiglieri del castel Nuovo

rivolgere la bocca dei loro pezzi verso la piazza del castello, e

vicino ad essi stavano pronti colla miccia accesa per far fuoco, se si

fosse fatto qualche tentativo per venire in aiuto ai condannati.

A queste truppe si aggiunsero quelle che accompagnavano i tre giovani.

Circa ottocento soldati circondavano il patibolo.

Al momento in cui i pazienti entrarono nel recinto fatale, muraglia

di baionette che si frammetteva fra la vita ed essi, una dozzina di

tamburi fecero sentire un rullo sordo e velato, che indicava che quel

lugubre dramma doveva incominciare.

Gagliani, il più giovane del tre, contava diciannove anni appena, come

dissi; salì sulla piattaforma, mentre i suoi due compagni restarono

abbasso. Egli doveva ai suoi diciannove anni il triste favore di morire

pel primo.

Vedendo quella testa così giovane, già destinata al supplizio,

un’immensa commozione si sentì nella folla, ed alcune voci gridarono: —

grazia!

Grazia! — rispose Gagliani, alzando egli stesso la voce, ci fu offerta

in danno del nostro onore, e l’abbiamo ricusata.

Il carnefice era già cavalcone sulla trave orizzontale, gli aiutanti

spinsero Gagliani verso la scala, ed egli salì lentamente i cinque o

sei scalini, ove gli venne posto al collo il nodo corsoio.

— Viva la libertà! ebbe ancor tempo di gridare.

Ma nello stesso tempo, l’aiutante del carnefice rovesciò con un calcio

la scala, il corpo oscillò nello spazio per l’impulso che ricevette,

intanto che il carnefice si lasciò scivolare sulle spalle del paziente,

e l’aiutante gli si aggavignava ai piedi; un gruppo informe, agitato

dai sussulti dell’agonia, spaventò per un momento gli spettatori. Poi

il carnefice saltò a terra, l’aiutante si trasse in disparte, ed il

cadavere del primo martire della libertà, colle vertebre del collo

infrante, rimase immobile penzolone dalla forca.

Toccava ad Emmanuele de Deo.

Costui salì rapidamente i gradini della piattaforma, e parve che

cercasse qualcuno fra la folla.

Allora in mezzo ad un profondo silenzio, una voce si udì, che con un

accento di profondo dolore gridava:

— Sono io colui che tu cerchi; eccomi figlio mio.

E si vide il vecchio padre di Emmanuele de Deo che si alzava sulla

punta de’ piedi in mezzo alla folla, col viso bagnato di lagrime,

agitando il suo fazzoletto, e compiendo senza dubbio una suprema

promessa: era venuto a dar l’ultimo addio al figlio.

— Addio, padre mio! — Addio, ripetè alla sua volta il giovane: io

muoio pel mio paese; possa il mio paese ricordarsi della mia morte e

vendicarla.

E slanciandosi da sè verso la scala, salì rapidamente gli scalini, tese

il collo al nodo fatale, ed il secondo atto del terribile dramma si

compiva.

Nel momento, in cui il carnefice si lasciava scivolare sulle spalle del

paziente, mentre l’aiutante si avvinghiava alle sue gambe, alle grida

di dolore del vecchio che chiamava suo figlio, torcendo le braccia per

la disperazione, si fece sentire un immenso clamore in parte pietà, e

in parte minaccia, e un movimento di oscillazione percorse la folla.

Il comando — _pronti!_ — si fece udire seguito da un confricamento

di ferro, che annunziava la pronta obbedienza di quelli a cui era

stato dato. Una nube di fumo seguita dalla detonazione di un cannone

caricato a polvere apparve alla sommità della torre: il _si salvi chi

può_, napoletano; _fuggiamo, fuggiamo_, fu pronunziato da cento voci.

I ranghi dei soldati furono aperti, non già da quelli che volevano

attaccarli, ma da quelli che speravano di fuggire. Ed il carnefice,

temendo in mezzo a quel tumulto non gli togliessero l’ultima vittima,

e di perdere i dieci ducati che il municipio gli accordava per

l’esecuzione, si precipitò addosso a Vitagliano col coltello in mano e

lo colpì nel cuore.

Vitagliano cadde mortalmente ferito.

E mentre la folla sparsa fuggiva per tutte le vie che mettono al largo

castello, spaventata dal comando, dal tintinnio delle armi, e dal colpo

di cannone, il carnefice ed i suoi aiutanti trasportarono Vitagliano

morente sulla piattaforma, ove spirò, e non potendo far di meglio,

appesero il cadavere invece di un uomo vivo.

Ecco quanto accadde, quanto ci raccontò colla sua esattezza diplomatica

sir William, testimonio oculare di tutta quella scena.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 5/8 · 第 18 / 23 题