XI.

Nel ritorno la regina non disse sillaba, e per tutto quel tempo mi

tenne la mano stretta alla sua, ed io sentiva dai suoi movimenti

convulsivi a qual parossismo di collera era giunta.

Arrivando a palazzo, si gettò su di un seggiolone, sempre taciturna ed

agitata.

Poi ad un tratto:

— Come mi odiano questi odiosi napoletani! esclamò; l’hai tu inteso?

ebbene, egli è l’interprete di tutta la generazione. Oh! come sono

contenta d’aver veduto coi miei occhi, e inteso colle mie orecchie ciò

che ho veduto ed inteso — Aveva dei rimorsi, — voleva far grazia, —

grazia! vengano ora a chiedermi grazia; saprò bene cosa rispondere io:

_Avete vissuto puri, morrete puri_. Oh! sì, essi morranno, e con essi

tutti quelli che non piegheranno la testa ed il ginocchio.

Poi dopo un istante di silenzio:

Questa Giunta è assurda — ne nominerò un’altra; le dimandano trenta

teste e ne accorda tre, e vanno propriamente a scegliere i più giovani,

quelli che cadendo produrranno maggior emozione nel pubblico — Ma anzi

tutti non cadranno, no, non avranno l’onore di essere decapitati;

saranno appiccati come assassini di strada. Ah! ho miei uomini

anch’io, e darò a questi miserabili giacobini un tribunale, che non

li risparmierà di certo. Vanni, Castelcicala, Guidobaldi; ecco gli

uomini su di cui posso maggiormente contare. — Castelcicala è principe

e giovane, e non posso far più nulla per lui; ma farò Vanni marchese,

farò Guidobaldi conte, li sazierò di oro, purchè mi rendano satolla di

sangue.

E si alzò come Nemesi, e gridando di rabbia andò a gettarsi sul letto.

Io la seguii, e gittandomi a’ suoi ginocchi.

— Signora, le dissi, per carità, risparmiate voi stessa.

— E non poter nulla contro di loro: ucciderli, ecco tutto. E non hai

veduto che affrontano la morte, che la chieggono ad alta voce, che

vogliono il martirio? — Ma non sarebbe meglio, lo credi anche tu, di

seppellirli nelle fosse di Favignana e di Maretimo?

— Sì, signora, esclamai; è una ispirazione del cielo, avranno il tempo

di pentirsi.

— Pentirsi, coloro, ah! mai; mi odieranno di più. E poi non ci sono

prigioni tanto chiuse dalle quali non possano evadere. Mi hanno

raccontato che un prigioniero francese, chiamato Latude, evase tre

volte dalla Bastiglia. No, non vi ha che la tomba da cui non si esce

più vivi; nulla sarà mutato per loro fuorchè il genere di morte.

— Non temete qualche sommossa, signora?

— Oh! ne vorrei una; vorrei un’occasione di abbruciare Napoli, e di

sterminare un terzo dei suoi abitanti; non v’ha di buono che il popolo,

non v’ha di fedele che i lazzaroni; chiunque veste un abito di panno

è una cangrena, i loro Vico, i loro Genovesi, i loro Beccaria, i loro

Filangieri, i loro Pagano, i loro Conforti. Buono che ha risparmiato il

povero Caramanico, se quel giovane avesse detto di lui ciò che ha detto

di Acton, gli avrei fatto strappare le carni con tenaglie roventi.

Colsi l’occasione che mi offriva ella stessa di dare un altro corso

alle sue idee.

— È molto tempo che non avete ricevuto sue notizie? le chiesi.

— Notizie di chi?

— Del principe Caramanico.

— Oh! da tanto tempo egli non mi scrive più; quando gli scrivo, credo

di avertelo già detto, lo faccio coll’intermediario di sua moglie:

essa gli fa passare le mie lettere credendo che si tratti di affari di

stato; ma egli, sono io la prima a dirgli che non mi dia sue notizie.

Qui non mi fido di nessuno fuorchè di te. Se si credesse che egli pensa

ancora a me, si crederebbe che egli pensi di ritornare primo ministro,

e Dio sa allora cosa succederebbe. Hai fatto bene di parlarmi di lui,

Emma. Sento che ciò mi calma. È per me ch’egli non richiama sua moglie

a Palermo. Io ne era gelosa altra volta; ah! se fosse qui.

E intanto stringeva singhiozzando l’origliere fra le braccia.

— La regina mi vuol permettere che l’aiuti a mettersi a letto, e che le

ponga vicino la cassetta delle lettere e dei mazzolini di fiori?

— Oh! disse, tu sei la mia consolazione, tu conosci la sola cosa che

può rimettermi la calma in cuore. Essi t’insultano pure.

— Non pensate a me, signora. Per me sventuratamente essi hanno ragione,

poichè mi rimproverano nulla che non sia vero; e li ringrazio di essere

rimasti più indietro del vero; non pensate dunque a me, non pensate che

a lui; forse in quest’ora egli pensa a voi.

— Oh, sei pazza; vi sono là delle belle siciliane; io sono vecchia, ho

i miei trentasette anni, ed egli è ancor giovine con quarant’anni; dopo

i trent’anni, gli anni contano per due; lo saprai anche tu un qualche

giorno.

— Silenzio, signora, dissi ridendo, lo so bene, benchè non conosca

precisamente la data della mia nascita, che non è portata come quella

di Vostra Maestà nell’Almanacco di Gotha, — io debbo avere i miei

trentadue anni, o tutto almeno trent’un anno ben maturati.

— Tu, disse la regina, baciandomi gli occhi, tu hai vent’anni, e Dio mi

perdoni, credo che li avrai sempre.

— Vostra Maestà vuol darmi la chiave dello stipo?

— No, no, è inutile, ora vado a letto, sono stanca, tu ti sederai

vicino a me, parleremo di lui; è strano come questo solo pensiero

mi calmi; ah! non so perchè mi rammarico essere stata felice due o

tre anni; e quale è la donna, e specialmente una regina, che può far

calcolo su tre anni di felicità?

Essa era passata dapprima dalla collera all’agitazione, ed ora passava

dall’agitazione alla malinconia; l’aiutai a svestirsi, si mise a letto,

avvicinai una poltrona, e le presi la mano.

— Ed ora, le dissi, parlatemi di lui.

Allora quel cuore si gonfiò, si aperse e si espandeva: per un’ora

intera ripassò uno dopo l’altro nella sua memoria tutti i più

piccoli avvenimenti di questi tre anni di felicità; non le sfuggì

un particolare, e in quell’ora dimenticò tutto, fin quell’insulto

sanguinoso che aveva ricevuto, tanto i ricordi di un primo amore hanno

potere sul cuore di una donna.

Poi a poco a poco la sua voce si faceva sempre più languida, la sua

mano si schiuse, e i suoi occhi si chiusero, ed una respirazione quieta

come quella di un fanciullo usciva dalle sue labbra che appena due ore

prima mandavano ruggiti.

Dormiva.

Supposi che, dopo le emozioni provate, il sonno sarebbe stato lungo e

profondo. Diedi ordine all’anticamera perchè all’indomani mattina nulla

turbasse questo sonno, poi mi ritirai anch’io nella mia camera attigua

alla sua, lasciando aperta la porta di comunicazione.

Alla mattina, o piuttosto nello stesso giorno, 3 ottobre 1794, si

svegliò a dieci ore, e svegliandosi mi chiamò.

Io era alzata da circa venti minuti, e corsi al suo letto.

— Davvero, disse, tu sei la più potente incantatrice che sia esistita;

tu imperi sui cuori e sulle passioni; tu non mi lascerai mai più, non è

vero? tu sei il mio buon genio, — e mi tese le braccia.

Mi chinai verso di essa e le baciai la fronte.

— Dimanda se non è venuto nessuno per me, disse.

Compresi il suo pensiero; ella sperava che malgrado ciò che suo figlio

aveva potuto dirgli, questo padre disperato avrebbe fatto un nuovo

tentativo presso la regina.

Andai io stessa nelle anticamere, ed interrogai non solamente le dame

d’onore, ma gli uscieri — Era venuto nessuno.

Entrai, e le annunziai quest’assenza di visitatori; il suo sopracciglio

si corrugò.

— L’avranno voluto, bisbigliò, così non avrò nulla a rimproverarmi.

Poi volgendosi a me:

— Oggi ti lascio in libertà tutta la giornata, mi disse: ho molte

lettere da scrivere, debbo ricevere molte persone, molti ordini da dare

per dimani; sii qui per le sei, e partiremo questa sera per Caserta.

— E... se il padre venisse... le dissi in atto di preghiera.

— Se il padre venisse, lo vedremo, rispose — ma sta tranquilla — non

verrà.

Uscita di palazzo, m’incamminava dalla parte di S. Ferdinando per

prendere la via di Chiaia. Vidi molta gente affollarsi dalla parte

del castello. Ordinai al domestico d’informarsi d’onde veniva

quell’affluenza; — egli discese, si avvicinò ad un gruppo di gente che

interrogò, indi ritornò subito.

Mi pareva che quegli uomini che componevano quel gruppo mi guardassero

con un fare di minaccia.

— Che è dunque? chiesi al domestico.

— Milady, rispose, pare che dimani vi sia una esecuzione in largo

castello — si pianta la forca.

— A casa, a casa, esclamai, nascondendo la mia faccia nelle mani.

Andai da sir William.

— Sapete che succede? signore, gli chiesi.

— Sì, mi rispose; mi pare che il tribunale abbia condannato a morte tre

giacobini, che saranno appiccati dimani.

— La regina teme che dimani vi sia una sommossa per questa esecuzione,

essa c’invita a passare la giornata a Caserta.

— Andate con lei, — io non posso lasciare Napoli, debbo dare dimani dei

particolari al governo intorno a ciò che potrà accadere: e se fossi a

Caserta non sarei sicuro dell’esattezza dei miei dispacci.

— Ma voi non assisterete all’esecuzione di quei tre infelici, spero.

— Non so, il banchiere inglese Leigh mi ha offerto un posto alle sue

finestre, e siccome egli abita in Largo Castello, forse accetterò.

In ogni caso dimani a sera, o dopodimani al più tardi, vi risponderò

dandovi i particolari di ciò che sarà accaduto.

Abbrividii all’idea di quei particolari che ci prometteva tanto

tranquillamente sir William: egli da parte sua ignorava completamente

quanto era accaduto nella notte precedente, e non comprese nulla della

mia agitazione, ma non avendo egli l’abitudine d’interrogarmi, mi fece

nessuna questione.

All’ora indicata io era dalla regina. Solamente aveva ordinato al

cocchiere di andare dal Chiatamone e Santa Lucia, per evitare la

vicinanza di Largo Castello.

Però nell’andare a Caserta, bisognava passare per Toledo, ma eravamo in

carrozza chiusa, e abbassai le tendine sul vetro passando innanzi a S.

Carlo.

E poichè avevamo una carrozza senza stemma e livrea, passammo in mezzo

alla folla che ingombra sempre Toledo, senza eccitare la curiosità;

però non mi sentii tranquilla se non quando fui fuori di città; potei

abbassare il vetro e respirare l’aria dei campi.

Non ebbi bisogno d’interrogare la regina per sapere se nessuno era

venuto, o se essa avesse voluto accordare o ricusare cosa alcuna.

Arrivammo a Caserta verso le sette e mezza di sera; entrando in quel

pesante e grave edifizio mi sembrava di entrare in una tomba.

Si comprende quanto fu triste per noi quella sera; evidentemente

io e la regina eravamo preoccupate della stessa idea; non potevamo

pensare ad altre cose, e però nè lei nè io volevamo parlare di ciò cui

pensavamo tanto ostinatamente.

In quanto a me aveva continuamente innanzi agli occhi quel tre giovani,

e principalmente quello che avea rappresentato la parte principale in

quella tragedia; — quella testa bruna, quegli occhi eloquenti, la voce

sonora, e il gesto solenne, tutto ciò mi tornava alla memoria con una

verità tale, che se fossi stata sola non avrei resistito al desiderio

di prendere una matita e disegnare tutta quella scena sulla carta.

La regina aveva preso un libro e faceva sembiante di leggere;

dimenticandosi di volgere i fogli, era facile comprendere che non

leggeva.

Alle 10 ore ci si portò una refezione su di un vassoio, ma non

prendemmo che un poco di thè.

Due e tre volte or l’una or l’altra cercammo di avventurare qualche

parola indifferente, a cui in assenza delle grandi preoccupazioni

si appoggiano le conversazioni ordinarie; ma ognuna di queste parole

sembrava una pietra caduta in un abisso, ove andava a morire senz’eco.

Il pendolo che era sul caminetto era di porcellana di Sassonia, e

rappresentava il tempo armato di falce. Mai allegoria fu più di questa

tetra ed eloquente. Il pendolo suonò successivamente le dieci, poi le

undici, e la mezzanotte; coll’ultima vibrazione del metallo, entravamo

nel giorno 4 ottobre, il giorno dell’esecuzione.

La regina si alzò, si avvicinò al caminetto, sollevò il globo della

pendola e ne arrestò il movimento.

Prendeva le sue misure, per impedire che la pendola suonasse le quattro

ore. Essa doveva non già numerare il tempo, ma segnare l’eternità.

Il supplizio dei tre giovani doveva aver luogo alle quattro. Io non

lo sapeva, e noi eravamo tanto preoccupate dello stesso pensiero, che

quando la regina fermò il pendolo, mi sentii i brividi per tutto il

corpo comprendendo la sua intenzione.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 5/8 · 第 17 / 23 题