Nel ritorno la regina non disse sillaba, e per tutto quel tempo mi
tenne la mano stretta alla sua, ed io sentiva dai suoi movimenti
convulsivi a qual parossismo di collera era giunta.
Arrivando a palazzo, si gettò su di un seggiolone, sempre taciturna ed
agitata.
Poi ad un tratto:
— Come mi odiano questi odiosi napoletani! esclamò; l’hai tu inteso?
ebbene, egli è l’interprete di tutta la generazione. Oh! come sono
contenta d’aver veduto coi miei occhi, e inteso colle mie orecchie ciò
che ho veduto ed inteso — Aveva dei rimorsi, — voleva far grazia, —
grazia! vengano ora a chiedermi grazia; saprò bene cosa rispondere io:
_Avete vissuto puri, morrete puri_. Oh! sì, essi morranno, e con essi
tutti quelli che non piegheranno la testa ed il ginocchio.
Poi dopo un istante di silenzio:
Questa Giunta è assurda — ne nominerò un’altra; le dimandano trenta
teste e ne accorda tre, e vanno propriamente a scegliere i più giovani,
quelli che cadendo produrranno maggior emozione nel pubblico — Ma anzi
tutti non cadranno, no, non avranno l’onore di essere decapitati;
saranno appiccati come assassini di strada. Ah! ho miei uomini
anch’io, e darò a questi miserabili giacobini un tribunale, che non
li risparmierà di certo. Vanni, Castelcicala, Guidobaldi; ecco gli
uomini su di cui posso maggiormente contare. — Castelcicala è principe
e giovane, e non posso far più nulla per lui; ma farò Vanni marchese,
farò Guidobaldi conte, li sazierò di oro, purchè mi rendano satolla di
sangue.
E si alzò come Nemesi, e gridando di rabbia andò a gettarsi sul letto.
Io la seguii, e gittandomi a’ suoi ginocchi.
— Signora, le dissi, per carità, risparmiate voi stessa.
— E non poter nulla contro di loro: ucciderli, ecco tutto. E non hai
veduto che affrontano la morte, che la chieggono ad alta voce, che
vogliono il martirio? — Ma non sarebbe meglio, lo credi anche tu, di
seppellirli nelle fosse di Favignana e di Maretimo?
— Sì, signora, esclamai; è una ispirazione del cielo, avranno il tempo
di pentirsi.
— Pentirsi, coloro, ah! mai; mi odieranno di più. E poi non ci sono
prigioni tanto chiuse dalle quali non possano evadere. Mi hanno
raccontato che un prigioniero francese, chiamato Latude, evase tre
volte dalla Bastiglia. No, non vi ha che la tomba da cui non si esce
più vivi; nulla sarà mutato per loro fuorchè il genere di morte.
— Non temete qualche sommossa, signora?
— Oh! ne vorrei una; vorrei un’occasione di abbruciare Napoli, e di
sterminare un terzo dei suoi abitanti; non v’ha di buono che il popolo,
non v’ha di fedele che i lazzaroni; chiunque veste un abito di panno
è una cangrena, i loro Vico, i loro Genovesi, i loro Beccaria, i loro
Filangieri, i loro Pagano, i loro Conforti. Buono che ha risparmiato il
povero Caramanico, se quel giovane avesse detto di lui ciò che ha detto
di Acton, gli avrei fatto strappare le carni con tenaglie roventi.
Colsi l’occasione che mi offriva ella stessa di dare un altro corso
alle sue idee.
— È molto tempo che non avete ricevuto sue notizie? le chiesi.
— Notizie di chi?
— Del principe Caramanico.
— Oh! da tanto tempo egli non mi scrive più; quando gli scrivo, credo
di avertelo già detto, lo faccio coll’intermediario di sua moglie:
essa gli fa passare le mie lettere credendo che si tratti di affari di
stato; ma egli, sono io la prima a dirgli che non mi dia sue notizie.
Qui non mi fido di nessuno fuorchè di te. Se si credesse che egli pensa
ancora a me, si crederebbe che egli pensi di ritornare primo ministro,
e Dio sa allora cosa succederebbe. Hai fatto bene di parlarmi di lui,
Emma. Sento che ciò mi calma. È per me ch’egli non richiama sua moglie
a Palermo. Io ne era gelosa altra volta; ah! se fosse qui.
E intanto stringeva singhiozzando l’origliere fra le braccia.
— La regina mi vuol permettere che l’aiuti a mettersi a letto, e che le
ponga vicino la cassetta delle lettere e dei mazzolini di fiori?
— Oh! disse, tu sei la mia consolazione, tu conosci la sola cosa che
può rimettermi la calma in cuore. Essi t’insultano pure.
— Non pensate a me, signora. Per me sventuratamente essi hanno ragione,
poichè mi rimproverano nulla che non sia vero; e li ringrazio di essere
rimasti più indietro del vero; non pensate dunque a me, non pensate che
a lui; forse in quest’ora egli pensa a voi.
— Oh, sei pazza; vi sono là delle belle siciliane; io sono vecchia, ho
i miei trentasette anni, ed egli è ancor giovine con quarant’anni; dopo
i trent’anni, gli anni contano per due; lo saprai anche tu un qualche
giorno.
— Silenzio, signora, dissi ridendo, lo so bene, benchè non conosca
precisamente la data della mia nascita, che non è portata come quella
di Vostra Maestà nell’Almanacco di Gotha, — io debbo avere i miei
trentadue anni, o tutto almeno trent’un anno ben maturati.
— Tu, disse la regina, baciandomi gli occhi, tu hai vent’anni, e Dio mi
perdoni, credo che li avrai sempre.
— Vostra Maestà vuol darmi la chiave dello stipo?
— No, no, è inutile, ora vado a letto, sono stanca, tu ti sederai
vicino a me, parleremo di lui; è strano come questo solo pensiero
mi calmi; ah! non so perchè mi rammarico essere stata felice due o
tre anni; e quale è la donna, e specialmente una regina, che può far
calcolo su tre anni di felicità?
Essa era passata dapprima dalla collera all’agitazione, ed ora passava
dall’agitazione alla malinconia; l’aiutai a svestirsi, si mise a letto,
avvicinai una poltrona, e le presi la mano.
— Ed ora, le dissi, parlatemi di lui.
Allora quel cuore si gonfiò, si aperse e si espandeva: per un’ora
intera ripassò uno dopo l’altro nella sua memoria tutti i più
piccoli avvenimenti di questi tre anni di felicità; non le sfuggì
un particolare, e in quell’ora dimenticò tutto, fin quell’insulto
sanguinoso che aveva ricevuto, tanto i ricordi di un primo amore hanno
potere sul cuore di una donna.
Poi a poco a poco la sua voce si faceva sempre più languida, la sua
mano si schiuse, e i suoi occhi si chiusero, ed una respirazione quieta
come quella di un fanciullo usciva dalle sue labbra che appena due ore
prima mandavano ruggiti.
Dormiva.
Supposi che, dopo le emozioni provate, il sonno sarebbe stato lungo e
profondo. Diedi ordine all’anticamera perchè all’indomani mattina nulla
turbasse questo sonno, poi mi ritirai anch’io nella mia camera attigua
alla sua, lasciando aperta la porta di comunicazione.
Alla mattina, o piuttosto nello stesso giorno, 3 ottobre 1794, si
svegliò a dieci ore, e svegliandosi mi chiamò.
Io era alzata da circa venti minuti, e corsi al suo letto.
— Davvero, disse, tu sei la più potente incantatrice che sia esistita;
tu imperi sui cuori e sulle passioni; tu non mi lascerai mai più, non è
vero? tu sei il mio buon genio, — e mi tese le braccia.
Mi chinai verso di essa e le baciai la fronte.
— Dimanda se non è venuto nessuno per me, disse.
Compresi il suo pensiero; ella sperava che malgrado ciò che suo figlio
aveva potuto dirgli, questo padre disperato avrebbe fatto un nuovo
tentativo presso la regina.
Andai io stessa nelle anticamere, ed interrogai non solamente le dame
d’onore, ma gli uscieri — Era venuto nessuno.
Entrai, e le annunziai quest’assenza di visitatori; il suo sopracciglio
si corrugò.
— L’avranno voluto, bisbigliò, così non avrò nulla a rimproverarmi.
Poi volgendosi a me:
— Oggi ti lascio in libertà tutta la giornata, mi disse: ho molte
lettere da scrivere, debbo ricevere molte persone, molti ordini da dare
per dimani; sii qui per le sei, e partiremo questa sera per Caserta.
— E... se il padre venisse... le dissi in atto di preghiera.
— Se il padre venisse, lo vedremo, rispose — ma sta tranquilla — non
verrà.
Uscita di palazzo, m’incamminava dalla parte di S. Ferdinando per
prendere la via di Chiaia. Vidi molta gente affollarsi dalla parte
del castello. Ordinai al domestico d’informarsi d’onde veniva
quell’affluenza; — egli discese, si avvicinò ad un gruppo di gente che
interrogò, indi ritornò subito.
Mi pareva che quegli uomini che componevano quel gruppo mi guardassero
con un fare di minaccia.
— Che è dunque? chiesi al domestico.
— Milady, rispose, pare che dimani vi sia una esecuzione in largo
castello — si pianta la forca.
— A casa, a casa, esclamai, nascondendo la mia faccia nelle mani.
Andai da sir William.
— Sapete che succede? signore, gli chiesi.
— Sì, mi rispose; mi pare che il tribunale abbia condannato a morte tre
giacobini, che saranno appiccati dimani.
— La regina teme che dimani vi sia una sommossa per questa esecuzione,
essa c’invita a passare la giornata a Caserta.
— Andate con lei, — io non posso lasciare Napoli, debbo dare dimani dei
particolari al governo intorno a ciò che potrà accadere: e se fossi a
Caserta non sarei sicuro dell’esattezza dei miei dispacci.
— Ma voi non assisterete all’esecuzione di quei tre infelici, spero.
— Non so, il banchiere inglese Leigh mi ha offerto un posto alle sue
finestre, e siccome egli abita in Largo Castello, forse accetterò.
In ogni caso dimani a sera, o dopodimani al più tardi, vi risponderò
dandovi i particolari di ciò che sarà accaduto.
Abbrividii all’idea di quei particolari che ci prometteva tanto
tranquillamente sir William: egli da parte sua ignorava completamente
quanto era accaduto nella notte precedente, e non comprese nulla della
mia agitazione, ma non avendo egli l’abitudine d’interrogarmi, mi fece
nessuna questione.
All’ora indicata io era dalla regina. Solamente aveva ordinato al
cocchiere di andare dal Chiatamone e Santa Lucia, per evitare la
vicinanza di Largo Castello.
Però nell’andare a Caserta, bisognava passare per Toledo, ma eravamo in
carrozza chiusa, e abbassai le tendine sul vetro passando innanzi a S.
Carlo.
E poichè avevamo una carrozza senza stemma e livrea, passammo in mezzo
alla folla che ingombra sempre Toledo, senza eccitare la curiosità;
però non mi sentii tranquilla se non quando fui fuori di città; potei
abbassare il vetro e respirare l’aria dei campi.
Non ebbi bisogno d’interrogare la regina per sapere se nessuno era
venuto, o se essa avesse voluto accordare o ricusare cosa alcuna.
Arrivammo a Caserta verso le sette e mezza di sera; entrando in quel
pesante e grave edifizio mi sembrava di entrare in una tomba.
Si comprende quanto fu triste per noi quella sera; evidentemente
io e la regina eravamo preoccupate della stessa idea; non potevamo
pensare ad altre cose, e però nè lei nè io volevamo parlare di ciò cui
pensavamo tanto ostinatamente.
In quanto a me aveva continuamente innanzi agli occhi quel tre giovani,
e principalmente quello che avea rappresentato la parte principale in
quella tragedia; — quella testa bruna, quegli occhi eloquenti, la voce
sonora, e il gesto solenne, tutto ciò mi tornava alla memoria con una
verità tale, che se fossi stata sola non avrei resistito al desiderio
di prendere una matita e disegnare tutta quella scena sulla carta.
La regina aveva preso un libro e faceva sembiante di leggere;
dimenticandosi di volgere i fogli, era facile comprendere che non
leggeva.
Alle 10 ore ci si portò una refezione su di un vassoio, ma non
prendemmo che un poco di thè.
Due e tre volte or l’una or l’altra cercammo di avventurare qualche
parola indifferente, a cui in assenza delle grandi preoccupazioni
si appoggiano le conversazioni ordinarie; ma ognuna di queste parole
sembrava una pietra caduta in un abisso, ove andava a morire senz’eco.
Il pendolo che era sul caminetto era di porcellana di Sassonia, e
rappresentava il tempo armato di falce. Mai allegoria fu più di questa
tetra ed eloquente. Il pendolo suonò successivamente le dieci, poi le
undici, e la mezzanotte; coll’ultima vibrazione del metallo, entravamo
nel giorno 4 ottobre, il giorno dell’esecuzione.
La regina si alzò, si avvicinò al caminetto, sollevò il globo della
pendola e ne arrestò il movimento.
Prendeva le sue misure, per impedire che la pendola suonasse le quattro
ore. Essa doveva non già numerare il tempo, ma segnare l’eternità.
Il supplizio dei tre giovani doveva aver luogo alle quattro. Io non
lo sapeva, e noi eravamo tanto preoccupate dello stesso pensiero, che
quando la regina fermò il pendolo, mi sentii i brividi per tutto il
corpo comprendendo la sua intenzione.