Nel momento in cui entrammo, udimmo come una dolce melodia, e riconobbi
alla misura dei versi, alla loro forma energica, che il giovine
napolitano recitava senza dubbio versi di Dante.
Siccome il nostro arrivo si fece silenziosamente, ed i prigionieri non
potevano supporre che erano veduti ed ascoltati, egli continuava.
Ho detto l’impressione che mi fece quando i miei sguardi si fermarono
su di lui per non più lasciarlo; ho detto, che, seduto com’era
appoggiato su di una mano, e coll’altra levata al cielo quanto glielo
permetteva la lunghezza della catena, aveva la posa di Socrate e
l’ispirazione di un profeta.
Senza dubbio aveva pensato che i suoi due amici avevano bisogno di
essere confortati ed incoraggiati, perchè recitava loro il canto XIV
del Paradiso, ove Dante condotto da Beatrice, sale fino al cielo di
Marte, ove trova le anime di quelli che hanno combattuto per la vera
fede, che sotto la forma di lingue di fuoco circondano la croce,
glorificano il Crocifisso.
La vera fede, agli occhi di questo giovane entusiasta, era la
libertà per la quale egli moriva, e la sua speranza, che cercava di
far partecipare ai suoi compagni, era di essere un giorno una delle
melodiose lingue di fuoco.
Ora, dopo aver detto ciò che vedemmo, diremo quanto sentimmo.
Quando la voce giunse distinta al mio orecchio, aveva recitato già
quasi tre quarti del canto, e con voce sonora, e coll’occhio fisso come
a qualche cosa d’ignoto, era a questo verso:
«Qui vince la memoria mia lo ingegno».
I suoi amici l’ascoltavano colla bocca aperta e sorridente; si sarebbe
creduto che dicessero: — Canta il tuo ultimo canto, bel cigno della
libertà.
Egli continuava; forse non pensava più ad essi, e, come Dante, era
rapito in estasi, davanti allo spettacolo che si offriva alla sua
vista.
Chè in quella croce lampeggiava Cristo;
Sì, ch’io non so trovare esempio degno.
Ma chi prende sua croce, e segue Cristo,
Ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,
Vedendo in quell’albòr balenar Cristo.
Di corno in corno, e tra la cima e il basso,
Si movean lumi scintillando forte
Nel congiungersi insieme e nel trapasso:
Così si veggion qui diritte e torte,
Veloci e tarde, rinnovando vista,
Le minuzie de’ corpi lunghe e corte
Muoversi per lo raggio onde si lista
Tal volta l’ombra, che, per sua difesa,
La gente con ingegno ed arte acquista.
E come giga ed arpa, in tempra tesa
Di molte corde, fan dolce tintinno
A tal, da cui la nota non è intesa;
Così da’ lumi, che lì m’apparinno,
S’accogliea per la Croce una melode,
Che mi rapiva senza intender l’inno.
Ben m’accors’io, ch’ell’era d’alta lode,
Perocchè a me venia: risurgi e vinci,
Com’a colui che non intende e ode.
Ed io m’innamorava tanto quinci,
Che ’n fino a lì non fu alcuna cosa
Che mi legasse con sì dolci vinci.
Forse la mia parola par tropp’osa,
Posponendo ’l piacer de gli occhi belli
Ne’ quai mirando mio desio ha posa.
Dicendo questi ultimi versi, il condannato era così bello, così
pieno d’entusiasmo, che sembrava convinto che i suoi due compagni
applaudissero, come avrebbero fatto per un attore da teatro,
confondendo il rumore delle loro catene ai loro applausi.
Ad un tratto, in mezzo ai bravi ed al confricamento dei ferri, si udì,
dalla camera vicina, vale a dire dalla cappella, questo grido:
— Figlio mio! dov’è? dov’è mio figlio?
Emmanuele riconobbe quella voce.
— Mio padre! mio padre! esclamò, eccomi.
Dimenticando che era incatenato, fece un movimento così violento
per lanciarsi incontro a suo padre, che una delle catene, quella del
braccio destro, si ruppe.
Ma arrestato in mezzo al suo slancio dagli anelli della gamba e dalla
catena del braccio sinistro, il giovane ricadde con un gemito sul suo
materasso.
In questo momento il vecchio Giuseppe de Deo comparve alla porta,
e si gettò nelle braccia di suo figlio gridando: — Emmanuele, caro
Emmanuele!
Padre e figlio si tennero un istante abbracciati, ed i capelli neri del
giovine si confusero coi capelli bianchi del vecchio.
Vi furono dei momenti di silenzio, durante i quali non s’intesero
che i singhiozzi di Emmanuele e di Giuseppe de Deo, il cui cuore si
inteneriva nell’abbraccio del figlio.
Giuseppe de Deo ruppe pel primo quel silenzio.
— Voi sapete, disse ai due carcerieri che lo avevano accompagnato, che
ho il diritto di restar solo con lui.
Senza dubbio i carcerieri erano prevenuti di questo favore accordato al
povero padre, chè già distaccavano le catene dei due altri giovani che
furono condotti nella cappella.
Il padre ed il figlio restarono soli.
— Oh! signora, bisbigliai all’orecchio della regina, perchè non tolgono
anche a lui le catene, onde in quest’istante di felicità, che vi deve,
dimentichi di essere prigioniero?
— Dimandi questa grazia, disse la regina, e gli sarà accordata.
Come se i carcerieri stessi fossero stati compresi della sua
attuazione, rientrarono, sciolsero gli anelli dei piedi di Emmanuele de
Deo e liberarono l’ultimo ostacolo che incatenava la sua mano sinistra.
Si alzò, scosse la testa come un giovine leone, che riconquista la sua
libertà, e mise un sospiro di soddisfazione.
— Ah! mio caro padre! esclamò con gioja, come se fosse passato ogni
pericolo; che consolazione che è il rivederci, ed a qual miracolo debbo
la fortuna della vostra presenza e di questo istante di libertà?
— È un miracolo davvero, mio caro Emanuele, e mi pare ancora
incredibile, rispose il vecchio; era nella chiesa di S. Brigida,
ove pregava Iddio di venire in nostro aiuto, quando una dama venne a
cercarmi da parte della regina.
— Da parte della regina! esclamò Emmanuele, guardando suo padre col
più profondo stupore, mentre la sua fronte si oscurava visibilmente; da
parte della regina? — impossibile.
— Anch’io ho detto così dapprima, ma ho dovuto credervi. Io seguii la
dama, salimmo in carrozza, e mi condusse a palazzo.
— E questa dama la conoscete? chiese vivamente il giovine.
— No, rispose esitando il vecchio.
— Voi la conoscete, riprese il giovine; è la marchesa di S. Marco, la
baronessa di S. Clemente?
Il vecchio scosse la testa.
— Vediamo, ditemi chi è dunque, padre mio.
— Credo, rispose don Giuseppe, con un timore visibile che la sua
dichiarazione fosse mal accolta, credo che sia l’ambasciatrice
d’Inghilterra.
— L’ambasciatrice d’Inghilterra! Lady Hamilton! Emma Lyonna! — E chi ha
dato il diritto a quella donna perduta di mischiarsi dei nostri affari?
— Figlio mio, soggiunse il vecchio, non parlare così di lei, io
giurerei che è lei che ha chiesta la grazia per te.
— La mia grazia... alla regina! — ma che dite mai, padre mio! è la
regina che ci fa condannare, essa non può volere la nostra grazia.
— Te la porto però, figlio mio.
— Voi me la portate?
— Sì, ma ad una condizione.
— Ah! disse Emmanuele con un movimento sdegnoso della bocca, vediamo
questa condizione, padre mio.
Ed Emmanuele si lasciò cadere su di uno sgabello; suo padre gli posò la
mano sulla spalla.
— Bisogna che tu consideri prima di tutto, figlio mio, gli disse,
quanto è grande il mio amore per te, ed in quale profonda tristezza, in
quale supremo isolamento mi lascerebbe la tua morte.
— Padre mio, ditemi subito quale sia questa condizione, altrimenti
crederei, come ne dubito già, che sia impossibile che io l’accetti.
— Noi partiremo, figlio mio, lasceremo l’Italia, l’Europa, se fa
bisogno, purchè tu viva, purchè io sia vicino a te; — che m’importa
qual angolo del mondo abiteremo?
— Confessate, padre mio, disse il giovine con un sorriso amaro,
confessate che vogliono da me qualche viltà che spaventa fin voi
stesso.
— Pensa al disonore che una esecuzione pubblica getterà sulla nostra
casa, pensa che sei condannato ad una morte infame.
— Meglio vale una morte infame che una vita infamata, padre mio. — Ma
questa condizione, alla quale si consente che io viva, qual è dunque?
— Pensa, figlio mio, che tu salvi non soltanto la tua vita, facendo ciò
che la regina desidera, ma anche quella dei tuoi due compagni.
— Ma infine, padre mio, esclamò Emmanuele de Deo, battendo col piede la
terra con impazienza, che vuole la regina?
— Ciò che ti ha fatto condannare, mio caro Emmanuele, disse il vecchio,
la tua ostinatezza di non fare delle rivelazioni innanzi ai giudici.
— Sì? e si spera che ne farò innanzi al patibolo, e si è scelto mio
padre per venirmi a fare una tale proposta; hanno fatto di mio padre un
messaggero di vergogna.
Il vecchio cadde in ginocchio innanzi a suo figlio, e nascose la testa
nel suo petto.
— Figlio mio, mio caro figlio! esclamò don Giuseppe.
E diede in singhiozzi, in mezzo ai quali non si sentivano che queste
parole:
— Ti amo tanto, — ti amo tanto, tu non sai, tu, che sia l’amore d’un
padre.
— Oh! non lo sapevo, ma lo so ora, perchè voi non avete rifiutato
di venire a farmi una tale proposizione. Ah! sì, voi mi amate
terribilmente, poichè accettate la mia vergogna, la vostra e quella di
tutta la vostra famiglia per la mia vita.
— Figlio mio, esclamò il vecchio stringendolo contro il cuore senza
guardarlo, abbi pietà dello stato in cui mi vedi.
— Alzatevi, padre mio, disse il giovine baciandogli le mani, e
ascoltate in piedi ciò che ora vi dico.
Il vecchio obbedì, perchè era egli che pregava, e suo figlio che
comandava.
— Mi pare, continuò Emmanuele de Deo, che la tirannia, in nome di
cui venite voi, non è sazia del sangue del patrioti, ma vuole anche
il loro onore, ed in cambio della vita vergognosa che mi offre,
chiede... quante altre... voi non ne sapete padre mio — si avrebbe
dovuto fissarvene un numero. Io sapeva bene che nulla di buono potea
venirmi da quella donna, e quando voi me ne avete pronunziato il nome,
insieme a quella sua degna amica, ho sentito svanirmi ogni speranza;
no, no, lasciatemi morire, padre mio; lo so, la libertà costa caro
a Napoli, e per climatizzarla bisognerà versare dei fiumi di sangue;
ma non dimenticatelo, il primo sangue che sarà versato, sarà sempre
il più illustre; pensate all’esistenza odiosa che voi mi proponete.
— Fuggire? ed in qual terra incognita, in qual angolo sconosciuto
del mondo nasconderemo la nostra vergogna? — No, — calmate il vostro
dolore, consolatevi con questa convinzione che muoio innocente, e che
la mia morte è un omaggio alla lealtà; sopportiamo con coraggio ambedue
il nostro martirio di un momento, e verrà il giorno in cui il mio
nome reclamerà una parte gloriosa nella storia, in cui voi direte con
orgoglio: Chi ho messo al mondo io, fu il primo a morire pel suo paese.
— Ebbene, capisco che tu ricusi di vivere ad una tale condizione, ma
lasciami rivedere la regina, le dimanderò la grazia senza che tu abbi
da arrossire nell’accettarla; sono sicuro che, vedendomi ai suoi piedi
e udendo le mie preghiere, te l’accorderà.
— Non farlo, padre mio! oh! in nome del cielo non vogliate farlo!
Non vedete che questa donna cammina nella via della perdizione, e che
una buona azione la salverebbe? Ora il giorno dei tiranni è venuto.
Come sua sorella Maria Antonietta, è una traditrice del suo paese,
un’adultera cui non saziano più gli amori impudichi, ma ricorre ad
amori infami, contro natura; al principe Caramanico, questo bravo
e leale cavaliere, è succeduto un intrigante irlandese, di dubbia
nascita, scacciato dalla marina francese, non so per quale azione
vergognosa, che non pensa che ad ingrassarsi coll’oro dei napolitani, e
che, vile ministro d’una ganza incoronata, non ha per colpirci nemmeno
la scusa dell’odio suo; finalmente a questo intrigante irlandese,
succedette una cortigiana plebea, una figlia raccolta da un ciarlatano
sulle strade di Haymarket, una prostituta, che la regina crede di
elevare fino al trono ov’è seduta, e che al contrario ha abbassato la
regina fino al lupanare donde ella esce. No, no, padre mio, non chieder
nulla a quella trinità senz’anima; noi siamo vissuti puri fino ad ora,
e moriamo puri come abbiamo vissuto.
— Ah! sì, bisbigliò la regina, sì, tu morrai miserabile, e nulla al
mondo ti potrà salvare; scendesse Dio stesso dal cielo per dimandarmi
la tua grazia, gliela rifiuterei. Vieni, Emma, vieni, abbiamo ascoltato
abbastanza; dico abbiamo, perchè ne hai avuto anche tu la tua parte.
E prendendomi la mano, con una specie di ruggito da lungo tempo
soffocato, e che si aumentava a misura che scendevamo per le scale,
essa mi trascinò più morta che viva da quel gabinetto.
Era la prima volta che mi sentiva a maledire.