Restammo sole, io e la regina.
Essa era commossa, ma si scorgeva che il suo cuore, rivestito di
triplice acciaio, aveva d’uopo di ben altre emozioni per intenerirsi.
— Ora a noi due, disse.
Io non mi era levata la mantiglia; essa mise la sua, si tirò
l’acconciatura sugli occhi, mi prese pel braccio e mi trascinò verso lo
scalone.
Abbasso ritrovammo la carrozza di cui mi era servita per andare nella
via S. Brigida; la regina vi entrò, ed io dopo di essa.
Il domestico chiuse la portiera.
— Dove? chiese egli.
— Alla Vicaria, rispose la regina, e la carrozza prese al gran trotto
la strada Toledo, che lasciò all’angolo del palazzo Maddaloni, per
inoltrarsi in quel dedalo di stradicciuole che conducono al vecchio
palazzo Capuano.
Altre volte passai vicino a quell’edifizio, ed aveva osservato con
terrore i prigionieri arrampicantisi alle grate delle prigioni, e le
teste tagliate ed esposte agli angoli del bastione nelle loro gabbie
di ferro. Ma questa volta doveva entrare in questo terribile recinto,
in cui i condannati sudavano nella cappella ardente la loro tremenda
agonia di tre giorni.
Era evidente che andava ad assistere non solo a qualche cosa di nuovo,
ma di lugubre, di terribile, d’inaudito per me.
Mi appoggiai tutta tremante alla regina, e la sentii dura e fredda
come un marmo; bisognava che avesse orribilmente sofferto, per essere
divenuta impassibile fino a quel punto.
Senza dubbio eravamo aspettate, perchè, al solo rumore della nostra
carrozza, la porta si aperse, e ci trovammo nella corte.
Un uomo con una lanterna in mano aspettava a piè dello scalone.
Il servo aperse la portiera, la regina discese ed andò verso quell’uomo
che teneva la lanterna.
Io la seguii inciampando.
— Siete voi il capo-custode? disse la regina con una voce di comando
che non apparteneva che a lei.
— Sì, signora.
— M’aspettavate?
— Aspetto una persona che deve consegnarmi un ordine del signor
procuratore fiscale.
— Eccolo.
— Mi permetterete che lo legga?
— È vostro dovere.
Il carceriere lesse l’ordine del procuratore fiscale, lo piegò e lo
mise in tasca.
— Ora, signora, spetta e voi il comandarmi ed a me l’obbedire; che
volete?
— Il padre del condannato Emmanuele de Deo ha ottenuto dal signor
procuratore fiscale il permesso di passare un’ora con suo figlio;
vorrei assistere al loro colloquio, senza che si sappia ch’io sia là ad
ascoltare ciò che diranno, se è possibile.
— Nulla di più facile, signora; i tre prigionieri sono nella camera
dei morti, — così chiamasi la camera ove i condannati passano i tre
ultimi giorni della loro vita; — questa camera comunica da un lato
colla cappella, e dall’altro collo spogliatoio, ove la confraternita
dei Bianchi, che accompagna i pazienti al patibolo, vi deposita le
sue lunghe vesti bianche. In questo gabinetto si arriva per una scala
segreta, senza bisogno di passare per la cappella e per la camera dei
morti. Alcune volte invisibili ascoltatori sono mandati dai giudici per
ascoltare le conversazioni dei condannati, ed anche per sorprendere i
gesti che si fanno a vicenda. Voi entrerete in quel gabinetto, e di là
vedrete e udrete tutto ciò che succeda nella camera dei morti.
— Ebbene, andiamo.
Il carceriere aperse il cancello contro cui stava appoggiato. La regina
passò pel vano aperto e salì leggermente all’oscuro le scale che aveva
innanzi.
— Oh! signora, aspettatemi, gridai. Il cancello si chiuse dietro di
noi, stridendo sui cardini, poi si udì la chiave girare nella toppa.
La regina arrivò al primo pianerottolo; io la cercai a tastone, poichè,
in causa dei nostri abiti neri, eravamo completamente invisibili
nell’oscurità, e mi avvinghiai a lei.
Il carceriere passò vicino a noi, e la sua lanterna gettò una pallida
luce su quelle tetre pareti.
Al primo piano un altro cancello chiudeva la scala in tutta la sua
larghezza.
Il carceriere l’aperse come la precedente collo stesso stridore dei
cardini e della chiave, e, passatolo, lo richiuse dietro di noi.
Mi sentii doppiamente oppressa: mi sembrava che qualunque persona,
quantunque innocente, che entri in un carcere le paia che queste porte
terribili, quantunque fatte pei delitti, non debbano più riaprirsi.
Entrammo in un corridoio stretto ed umido, su cui erano delle specie
di finestre colle grate, dalle quali avevano aria e luce le carceri. Al
passaggio della lanterna innanzi alle loro finestre in un’ora insolita,
si vedevano qua e là i prigionieri alzarsi sul loro letto, e si udiva
lo strisciare della loro paglia. Aveva una paura immensa, simile a
quella che si prova nei luoghi sconosciuti e terribili. Di quando in
quando bisognava fermarsi, aprire un nuovo cancello innanzi a noi e
chiuderlo dietro; ad ognuno di essi, mi sembrava, come a Dante, di
scendere in una nuova bolgia d’inferno: se fossi stata sola affatto
coll’uomo che ci conduceva, sarei svenuta, se fossi stata sola, sarei
morta di spavento.
Arrivammo all’estremità del corridoio. Quell’estremità mettea capo ad
una scala tanto stretta e chiusa da un cancello con sbarre incrociate
come quelle due finestre, che la mia mano, che è tanto piccola non
avrebbe potuto passare nel vano delle sbarre.
Il carceriere si rivolse, e a voce bassa disse:
— Non abbiamo più che questo cancello da aprire, e questa scala da
salire, e poi ci siamo.
— Aprite allora, disse la regina con una voce da cui era impossibile
distinguere la minima emozione.
Il carceriere obbedì, ma con precauzioni che provavano che infatti
noi arrivavamo alla meta del nostro viaggio, e che desiderava di non
essere inteso da quelli che n’erano l’oggetto; del resto la serratura
ed i cardini di quest’ultimo cancello erano mantenuti in modo che
potevano girare senza il minimo rumore: difatti non bisognava che
l’occhio e l’orecchio si avvicinasse in silenzio a quelli che spiavano
e tradivano?
Salimmo con tale precauzione, che in mezzo al silenzio non intesi
neppure il rumore dei nostri passi, ma solamente il battito del mio
cuore.
Arrivammo in una specie di gabinetto, su cui la regina entrò
risolutamente, ed io mi fermai sulla soglia.
Contro le pareti, simili ad ombre, stavano in piedi ed immobili
le lunghe vesti sospese dei Bianchi, coi buchi nel cappuccio che
corrispondono agli occhi, perchè, come abbiamo detto, era in questo
gabinetto attiguo alla camera dei morti che i penitenti indossavano il
lugubre vestito, col quale accompagnavano i pazienti al patibolo.
La regina vide il mio terrore, e ne indovinò la causa: senza dirmi
nulla mise la mano su una di quelle vesti e la scosse in modo da
provarmi che non si nascondevano fantasmi nelle loro pieghe.
Poi mi fece segno d’entrare.
Allora il carceriere mostrò alcuni fori praticati nelle commessure
delle tavole di legno in modo da non essere veduti dalla camera dei
morti. D’altronde una volta che i prigionieri si trovavano in questa
camera, non avendo più la libertà dei loro movimenti, non potevano più
scrutare nè il tavolato nè le pareti. Inoltre una specie di tubo di
latta, costruito a guisa di portavoce, riusciva all’orecchio quando
la persona nascosta nel gabinetto guardava attraverso alla fessura,
cosichè si poteva ad un tempo vedere ciò che si faceva, e udire ciò che
si diceva nella camera dei morti.
Vi erano due di queste fessure e due tubi.
Il carceriere ce li indicò.
— Aspettateci al piede di questa prima scala al di qua del cancello,
disse la regina.
Il carceriere ubbedì; egli lasciava la sua lanterna in terra, ma la
regina la raccolse e gliela pose in mano.
Restammo all’oscuro; però dalla camera dei morti, che per meritare il
suo nome di cappella ardente era illuminata a giorno, apparivano due
punti luminosi attraverso al tavolato, ed indicavano il luogo preciso
ove mettersi per osservare.
Ci avvicinammo alla parete tenendo il fiato, vi appoggiammo le mani
con precauzione per non far scricchiolare le tavole di legno, poi
avvicinammo l’occhio alla fessura, ed ecco ciò che vedemmo.
In una sala quadrata di mediocre grandezza, che non aveva altro accesso
che una porta che metteva in una cappella, erano posti in terra tre
materassi, sui quali stavano coricati i tre condannati Emmanuele de
Deo, Galiani e Vitagliano. I loro piedi e le loro mani erano legati
ad anelli impiombati sul pavimento. Solamente i ceppi che serravano
uno dei piedi erano aderenti all’ammattonato, mentre quelli delle
mani uniti ad una catena lunga circa tre piedi, permettevano loro di
adagiarsi sul letto ed anche di portare le mani ad una certa altezza.
Questi tre materassi erano appoggiati alle pareti, uno in fondo
alla camera rimpetto a noi, gli altri due uno a destra e l’altro a
sinistra; però quello a destra, che era occupato dal giovane Emmanuele
de Deo, era collocato vicino ad un affresco dipinto sulla parete,
rappresentante Gesù crocifisso colla Vergine ai suoi piedi.
Vicino a quest’affresco ardevano una ventina di ceri, che formavano
intorno ai prigionieri una parete di fuoco.
Era coricato sul suo letto, come il quadro, o piuttosto come
l’incisione, — non avendo mai veduto il quadro, — come l’incisione del
quadro di David rappresentante Socrate nel momento che beve la cicuta;
però invece del vecchio dalla fronte prominente, dal naso schiacciato,
che diceva agli Ateniesi: — «non valeva la pena di togliermi la vita,
non avevate che lasciarmi morire» — vi era invece un bel giovane, dal
profilo greco, pallido, cogli occhi pieni di foco, i capelli lunghi e
neri che cadevano in anella sulle sue spalle; e come aveva detto anche
suo padre, in tre anni di carcere i suoi capelli avevano avuto il tempo
di crescere.
Non so qual sentimento di pietà o di ammirazione questo giovane ispirò
alla regina; ma so che quanto a me, dopo aver dato uno sguardo ai suoi
compagni, i miei occhi si fissarono su di lui a non lo lasciarono più.
Un artista avrebbe fatto un magnifico quadro di questo giovane
splendidamente illuminato da ceri che lo circondavano, incatenato su
di un materasso ai piedi di questo affresco, vestito solamente con
pantaloni neri, moda adottata nello stesso tempo dei capelli alla Tito,
col collare rivolto sulle spalle e che parlava ai suoi compagni della
morte e della immortalità, come avrebbe fatto un profeta!
Era veramente sublime così; lo si sarebbe detto Giovanni il discepolo
prediletto di Cristo, se avesse avuto i capelli neri, invece delle
bionda capigliatura data all’apostolo da Leonardo da Vinci, l’immortale
autore dalla cena.