VIII.

Non vi è che un passo dal palazzo reale alla strada di S. Brigida; vi

arrivai in un istante; scesi al luogo indicato, e siccome erano appena

le otto ore, la bottega del mercante di grani era ancor aperta, ed io

potei far dimandare ove abitava don Giuseppe de Deo.

Il negoziante di grano, che era il fornitore delle scuderie di palazzo,

riconobbe il cocchiere che gli faceva una tale dimanda, e vedendo una

dama alla portiera della carrozza, corse, supponendo qualche cosa di

vero, e indovinando che qualcuno veniva da parte del re o della regina.

Mi avevano veduta spesso percorrere le vie di Napoli nella carrozza di

Sua Maestà seduta vicino a lei, e il mercante di granaglie mi riconobbe

alla sua volta.

— Oh! milady, mi disse costui, quegli che domandate è molto afflitto

in questo momento: suo figlio è stato condannato a morte questa mattina

dalla Giunta.

— Lo so, rispos’io, ed è precisamente per ciò che desidero di vederlo,

e poichè voi siete suo vicino, vorrei sapere da voi in qual casa abita

ed a qual piano.

— Egli abita in questa casa, signora, mi disse, al terzo piano.

E nel medesimo tempo m’indicò la casa vicina alla sua.

— Aprite, dissi al cocchiere.

— Ma, continuò il mercante, non saprei se lo troverete in casa, signora.

— Dove potrebbe essere?

— L’ho veduto uscire.

— A quest’ora?

— Sì.

— Senza dubbio sarà andato a sollecitare qualche giudice.

— Oh! signora, a quest’ora i giudici non possono più far nulla, nè per

il povero padre, nè per il povero figlio.

— Ma allora dov’è andato?

Il negoziante mi guardò.

— Volete vederlo assolutamente? mi domandò.

— Non soltanto debbo vederlo, ma bisogna assolutamente che lo vegga.

— È per suo bene? — Perdonate se vi interrogo, signora, ma il povero

padre ha un tal peso di dolore sulle sue vecchie spalle, che se voi

dovreste accrescerne la gravezza d’un sol grano di frumento, sarebbe

una carità a non dirvi dove sta.

— Non posso promettervi nulla; — ma vengo con una intenzione di

misericordia.

— Allora, scendete, signora, ed io, — che Dio mi perdoni se mi

ingannate, ed io vi condurrò dov’è.

Discesi.

— Dobbiamo andare lontano? gli dimandai.

— Per una diecina di passi.

Egli camminava dinanzi a me, io lo seguii; si fermò dopo una diecina di

passi alla piccola porta della chiesa di S. Brigida.

— Ah! mormorai, ora capisco perchè non è in casa.

Il mercante bussò alla piccola porta che si aperse subito: una specie

di sagristano ci introdusse in chiesa, tetra, oscura, ad eccezione di

una cappella della Vergine, che era illuminata.

Entrammo. — Il negoziante di grani mi indicò un vecchio non già

inginocchiato, ma prostrato sui gradini dell’altare, e che batteva il

marmo colla fronte.

— Ecco, mi disse, ecco colui che cercate.

Lo ringraziai. — Egli si ritirò e mi lasciò sola, ma alla porta la

curiosità lo ritenne, e stette collo scaccino ad osservare ciò che

avveniva.

Mi avvicinai al vecchio senza rumore; egli pregava e siccome non mi

udiva, continuava le sue preci.

— Vergine divina, Madre Santa, io non mi rivolgerò a Dio, ma a Voi. Dio

non mi comprenderebbe, egli, che di sua propria volontà ha offerto suo

figlio in olocausto per salvare il genere umano, e che, potendo con un

cenno conservargli la vita, lo lascia inchiodare sulla croce, e morire

non soltanto di morte dolorosa ma infame. No, io non mi rivolgerò a

Lui, ma a Voi, Madre Addolorata, che avete sentito entrare nella fronte

del vostro figlio la corona di spine, ed i chiodi nelle mani e nei

piedi, e nel suo costato la lancia.

— Mi rivolgo a Voi, che non avete voluto abbandonare il vostro Figlio

dilettissimo, ma che non potendo reggere alla vista della sua agonia,

sveniste ai piedi della Croce, colle mani rivolte al cielo, supplicando

Iddio e ripetendo le parole del divino agonizzante: Signore, Signore,

allontanate da me questo calice. E malgrado il fervore delle vostre

preghiere, divina Madre, voi non avete ottenuto nulla da questo Dio,

che vi guardava con un occhio pieno di lagrime, perchè la morte di

Gesù era necessaria per la redenzione dell’umanità. Ma la morte di mio

figlio non è stata decretata dall’eterna sapienza; sono gli uomini che

l’hanno condannato, e condannato ad onta della sua innocenza; ora il

mondo redento col sangue del vostro divino figlio non ha bisogno della

morte d’un innocente. Diteglielo a Dio buono, a Dio misericordioso,

a Dio onnipotente, santa Madre, e che mandi uno dei suoi angioli per

salvare mio figlio, come ha mandato un’altra volta per salvare il

figliuolo di Abramo.

Questo dolore era così profondo che non potei più a lungo sopportare

l’espressione. M’inclinai vicino a lui e gli toccai la spalla colla

punta delle dita.

Si alzò su di un ginocchio, con una mano appoggiata ai gradi

dell’altare.

— Chi siete voi, e che volete da me? mi dimandò il vecchio; siete voi

l’angelo che io invocava?

— No, io non sono l’angelo che voi invocavate, gli dissi; ma se non

sono un angelo, forse non vengo meno in nome di Dio.

— Che volete dire, signora? Sapete voi chi sono e per chi prego?

— Voi siete don Giuseppe de Deo, e pregate per vostro figlio Emmanuele

de Deo.

— Sì, sì, sì.

— Allora seguitemi.

— Dove? Ditemelo, che io sappia tutto ciò che debbo sperare od

aspettarmi.

— Dalla regina.

La sua faccia si oscurò.

— Dalla regina! disse egli esitando fra la gioia ed il timore; che

potrebbe mai dirmi la regina? Sapete voi che corre la voce che sia

ella che voglia mandarli a morte? Se ciò è, che Dio la protegga; ma

quantunque regina amo meglio essere nei miei panni che nei suoi.

— Venite, ripetei; spero che quando avrete veduto Sua Maestà, parlerete

meglio di lei.

— Infin dei conti le cose non possono esser peggio di quelle che sono;

vi seguo, signora.

E baciando il lastrico, si alzò.

Io andava innanzi, ed arrivando alla porta della chiesa, egli mi

passò innanzi, e immergendo le dita nella pila, mi presentò l’acqua

benedetta.

Vedendo che la sua mano non attirava la mia, mi guardò con stupore.

— Sono protestante, gli dissi.

Allora il resto di speranza che brillava sulla sua fronte sembrava

sparirgli; fece macchinalmente il segno della croce, mise un sospiro,

chinò la testa sul petto e mi seguì.

Salimmo in carrozza.

— Al palazzo reale, dissi al cocchiere.

Cinque minuti dopo la carrozza si fermò sulla soglia dello scalone che

conduce agli appartamenti della regina.

Salimmo le scale, e il vecchio, invece di essere lieto come avrebbe

dovuto esserlo, era triste come la disperazione, pallido come la morte.

Prima di entrare nella camera, ove ci doveva aspettare la regina, egli

mi prese la mano e si appoggiò allo stipite della porta.

Si sentiva già male.

— Un momento per carità, disse.

In quanto a me ogni gioia era morta nel fondo del cuore. Ecco dunque

l’idea che si farà della regina; era dessa che pronunziava la sentenza

per bocca dei giudici, e che uccideva per mano del carnefice.

Finalmente parve che riacquistasse un poco le sue forze; feci un segno

all’usciere e la porta s’aperse.

La regina aveva udito il rumore dei nostri passi, e non sapendo che

facevamo nel salotto vicino, si era alzata e ci veniva incontro. Luigi

XIV aveva corso pericolo di aspettare, la regina aveva aspettato.

— La sua faccia era oscura, quasi irritata, perchè indovinava ciò che

era accaduto.

Spinsi don Giuseppe de Deo ai piedi della regina, dicendogli:

— Ecco da chi dipende la grazia di vostro figlio; chiedetegliela come

la chiedevate alla Vergine e l’otterrete.

Il povero vecchio cadde ginocchioni colle mani giunte, dicendo per

tutta preghiera:

— È vero, signora?

— Che? chiese la regina colla sua voce breve ed imperiosa.

— .... Che se io vi domando la grazia di mio figlio, me l’accorderete?

— Nessuno ha fatto promessa in mio nome, spero, disse la regina

guardandomi con quella durezza che aveva talvolta ne’ suoi occhi.

— No, signora, rispos’io, ma ho detto ad un padre che chiedeva la vita

di suo figlio all’altare della Vergine: — venite e vi condurrò da una

regina bella e misericordiosa come una Madonna.

— Signora, signora, disse don Giuseppe, che riprendeva un poco di

coraggio sentendosi sostenuto da me; voi siete tutto, voi siete la

regina, voi siete il re: grazia, signora, grazia per mio figlio; ha

compiuto i vent’anni non sono tre giorni; è il mio unico figlio,

signora; contava su di lui per aiutarmi a morire, ma non mi venne

mai l’idea che gli sopravviverò, signora! Pei vostri cari figli, pel

principe Francesco, pel principe Leopoldo, pel vostro piccolo figlio

ancora nella culla, pel principe Alberto, vi prego, signora, vi

supplico, regina, vi scongiuro, Maestà, abbiate pietà di mio figlio.

— Signora, signora! diss’io alla regina, aggiungendo le mie preghiere a

quelle di don Giuseppe, e baciandole la mano.

— Oh! se io faccio qualche cosa per vostro figlio signore, disse la

regina, si rifiuterà egli di fare qualche cosa per me?

— Per voi, signora! per voi ricca, giovane, bella, potente, che cosa

volete mai ch’egli faccia, mio Dio? — Dite, dite, e tutta l’influenza

di un padre sarà impiegata, onde vi onori, vi veneri, vi serva in

ginocchio dal giorno in cui voi me lo avrete reso fino al momento della

sua morte.

— Vostro figlio è un Giacobino, signore.

Don Giuseppe l’interruppe.

— Un giacobino! egli un giacobino, signora! se egli veramente sia

un giacobino, sapete voi che son già tre anni che è in prigione, il

povero infelice? aveva diciassette anni, signora; e può un fanciullo

di diciassette anni avere un’opinione? — Si ha fatto tagliare la coda,

signora, ecco tutto il suo delitto; ma durante questi tre anni di

prigionia i suoi capelli hanno avuto il tempo di crescere!

— Non importa, egli sa qualche cosa di una congiura che ci circonda e

ci minaccia; faccia delle rivelazioni ed io gli farò grazia insieme ai

suoi due compagni.

— Delle rivelazioni! esclamò il povero padre; non ne ha da fare: sa

egli qualche cosa? e se anche ne volesse fare, lo potrebbe se ignora

questa congiura, di cui ora mi parlate, o signora, e che non esiste,

che nella mente de’ giudici? Come volete che riveli ciò che non

conosce? E chi gli proporrà le vostre condizioni? Chi avrà una voce

abbastanza imponente per vincere i suoi scrupoli, se ne avesse? Chi lo

persuaderà in nome di suo padre a vivere a questo prezzo? Oh! nessuno,

forse non vi sono che io solo e ancora!

— E conto anche su di voi, signore: andate a vedere vostro figlio.

— Vado a vedere mio figlio Emmanuele! esclamò il padre, tenendosi la

fronte colle mani, come se diventasse pazzo: che mi dite voi?

— Ecco una parola per don Basilio Palmieri, il procuratore fiscale, gli

disse; con questa parola otterrete il permesso di vedere vostro figlio

e di trattenervi un’ora con lui senza testimoni.

— Quando? signora, quando? Pensate che son tre anni che non lo vedo.

— Questa sera dalle dieci alle undici.

— E se non trovo don Basilio in casa?

— Vedrete vostro figlio domani, invece di vederlo questa sera.

— Sono già le nove, signora, e non ho un momento da perdere.

— Anch’io non vi trattengo.

— Mi pare di diventar pazzo dalla gioia.

— Che cercate voi?

— La vostra mano, la vostra mano per baciarla.

La regina gli diede la sua mano; era veramente tocca da emozione

profonda, e se il povero padre avesse potuto leggere come me nel suo

cuore, avrebbe insistito, ed essa gli avrebbe dato la vita di suo

figlio senza condizioni.

Sventuratamente, non continuò. Egli uscì precipitosamente dalla camera,

ripetendo:

— Mio figlio! mio figlio! mio Emmanuele!

E il rumore de’ suoi passi si allontanò nello stesso tempo della sua

voce.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 5/8 · 第 14 / 23 题