Lo stesso anno, in cui l'ultimo figlio del padre apparve alla corte
sua, Lucrezia perdette anche la madre. Al tempo della morte di
Alessandro VI, Vannozza era già divenuta vedova. In quella congiuntura,
anzi durante ancora la malattia del Papa, ella si pose sotto la
protezione della gente d'arme di suo figlio Cesare. Per tal guisa
potette forse giungere sino al letto di costui, che giaceva similmente
malato. Da documenti si ricava che Vannozza, immediatamente dopo
la morte di Alessandro e nella sede vacante, abitò il palazzo del
cardinale di San Clemente in Borgo. E quando Cesare dovette andarsene a
Nepi, ella lo accompagnò e con lui fece ritorno a Roma dopo la elezione
del Piccolomini.
Non seguì i suoi figliuoli in Napoli: restò in Roma. Dappoichè il Della
Rovere era Papa, le condizioni della città eran tornate allo stato
normale. I partigiani de' Borgia temevano, certamente, di vedersi
intentar contro processi. Il 6 marzo 1504 fu di fatto condannato a
morte un cameriere dell'avvelenato cardinale di Sant'Angelo; il quale
ad alta voce affermò aver commesso il misfatto per comando espresso
di Alessandro e Cesare.[272] I cardinali Romolini e Lodovico Borgia
fuggirono allora a Napoli. Don Micheletto, l'esecutore de' delitti
di sangue per conto di Cesare, giaceva nelle prigioni di Castel
Sant'Angelo. L'ambasciatore veneto informava la Repubblica nel 1504,
che Micheletto era sottoposto ad un interrogatorio per scoprire come
fosse occorsa la morte di parecchie persone, soprattutto del duca di
Gandia, di Varano di Camerino, di Astorre e Ottaviano Manfredi, del
duca di Bisceglie, del giovane Bernardino di Sermoneta, del vescovo di
Cagli, e di molti altri infelici.
Quando Cesare fu lontano, Vannozza potè sempre contare sulla protezione
di amici potenti, segnatamente i Farnesi e i Cesarini, e di parecchi
cardinali. Temeva però veder confiscati i beni suoi, non tutti, per
verità, acquisiti a giusto titolo. Su' primi del 1504 Lodovico Mattei
le intentò un processo. L'accusava di avere, mentre Cesare faceva
guerra agli Orsini e mediante i mercenarii di lui, rubato violentemente
1160 pecore; il qual gregge Maria d'Aragona, moglie di Giovan Giordano
Orsini, aveva mandato su' campi del Mattei per metterlo al sicuro.
Vannozza fu condannata al rifacimento de' danni.[274]
Ella cercava in tutti i modi di salvare il suo avere e la sua fortuna.
Il 4 dicembre 1503 fece una donazione alla chiesa di Santa Maria del
Popolo, legando alla sua Cappella gentilizia le case che possedeva
sulla piazza Pizzo di Merlo, riservandosene l'usufrutto vita durante.
E gli Agostiniani dalla parte loro si obbligarono di dire una messa
funebre il 24 marzo per Carlo Canale, un'altra il 13 ottobre per
Giorgio de Croce, e una terza nel giorno della morte di lei. In
quest'istrumento Vannozza si dice vedova di Carlo Canale da Mantova,
scrittore e soldano apostolico del defunto Alessandro VI, e nomina
Giorgio de Croce suo primo marito. L'atto fu stipulato nel Borgo di
San Pietro nell'abitazione di Agapito d'Amelia.[275] Di qui si ricava
che alla fine del dicembre Vannozza viveva ancora in Borgo e sotto la
protezione di colui, che era stato per anni cancelliere di suo figlio;
mentre Cesare stesso era prigioniero nella Torre Borgia in Vaticano.
Solo, dopo che questi il 16 febbraio 1504 ebbe abbandonato Roma per
sempre, ella forse uscì dal Borgo Vaticano.
Già il primo aprile 1504 è indicata, come sua abitazione, una casa
sulla piazza de' Santi Apostoli nella regione Trevi, vale a dire, nella
cerchia ove i Colonna erano potenti; i Colonna, che avevano il meno
sofferto per opera di Cesare, e che in forza di contratto stipulato con
lui n'ebbero alla morte di Alessandro restituiti i beni loro. Altre
case, di proprietà sua, Vannozza aveva vendute al romano Giuliano de
Lenis; ma il primo aprile 1504 questi annullò la vendita simulata, con
l'espressa dichiarazione di aver quella avuto luogo solo per tema di
atti di prepotenza alla morte di Alessandro.[276]
Cessata ogni ragion di timore, Vannozza andò ad abitar di nuovo la sua
antica casa in Piazza Branca. Difatti in un istrumento del novembre
1512 vien chiamata «Donna Vannozza de Cataneis della Regione Regola;»
e appunto in questa era posta la casa. Trattavasi di una lite mossale
dall'orafo di quella regione stessa, Nardo Antonazzi.
L'artefice richiedeva il pagamento di una croce d'argento da lui fatta
per Vannozza nel 1500. L'accusava di essersi, senz'altro, appropriata
quel lavoro; la qual cosa, com'ei diceva, erasi permessa «in quel
tempo, in cui il duca Valentino dominava su tutta la città e quasi
sull'Italia intera.» Non tutti gli atti di tal processo esistono; ma da
deposizioni di testimoni della parte accusata risulta che questa fu in
grado di provare di essere stata calunniata.[277]
Vannozza era stata investita da Alessandro VI, se non del Castello
Bleda presso Viterbo, di molti diritti sullo stesso. Il 6 luglio 1513
inoltrò istanza presso il Cardinal Vicario, Raffaele Riario, contro
la comunità di quel castello pel pagamento di carte somme. Questo
documento su pergamena è concepito in termini ampollosi, e rivolto a
tutte le autorità immaginabili del mondo.[278]
Vannozza potette ancora sotto tre successori di Alessandro VI assistere
alla vicenda delle cose in Vaticano, ove il posto de' figliuoli suoi,
una volta onnipotenti, fu occupato successivamente da' Della Rovere e
da' Medici. Vide il Papato sollevarsi a grande potenza mondana, ed ella
stessa ebbe coscienza che, senza le geste di Alessandro e di Cesare,
la cosa non sarebbe stata possibile. Se scorse di lontano il potente
Giulio II, forse nel punto in cui, conquistata Bologna, fece con sfarzo
degno di un imperatore il suo ingresso trionfale in Roma, è molto
verosimile che quella donna sperduta nella gran folla andasse con amara
ironia a se stessa ripetendo, che suo figlio Cesare aveva una parte in
quel trionfo, anzi era egli che aveva aiutato Giulio II a giungere al
Papato. Con soddisfazione aveva potuto apprendere le lodi, con le quali
quel Papa riconosceva l'importanza del figliuolo, allorchè scriveva a'
Fiorentini nel novembre 1503, ch'egli circondava di paterno amore il
duca di Romagna «per le preclare virtù e pe' meriti gloriosi di lui.»
Forse potè anche prender cognizione del _Principe_ del Machiavelli, nel
quale il geniale statista faceva del figliuolo di lei l'ideale di un
reggitore.
Tuttochè la potenza dei Borgia fosse scaduta, e i figli suoi fossero
morti o lontani; pure, sinchè Vannozza visse, la città portò sempre
l'impronta della grandezza di quelli. Appunto per questo passato ella
divenne uno degli esseri più notevoli, del quale ogni uomo era bramoso
di far conoscenza. E se è lecito qui un paragone di relazioni diverse
per proporzioni, ma identiche per destino e significato, può dirsi che
la condizione di Vannozza fu allora in Roma pari a quella che vi tenne
madama Letizia Ramolini dopo la caduta del suo potentissimo figliuolo.
Con orgoglio fissava lo sguardo suo sulla figlia Lucrezia, la duchessa
di Ferrara, _la plus triomphante princesse_, come la chiamò il
biografo del Bayard. Di vederla però non le fu più concesso, non avendo
ella ardito di andare alla corte di Ferrara; ma intrattenne con lei
carteggio epistolare. Nell'Archivio di casa d'Este sono nove lettere
di Vannozza degli anni 1515, 1516 e 1517, delle quali sette sono
dirette al cardinale Ippolito, e due a Lucrezia. Esse riguardano tutte
interessi o domande di carattere pratico e privato.
Le disposizioni d'animo ed anche lo stato della Vannozza appariscono
dal modo di firmarsi in tali lettere: «La felice ed infelice Vannozza
Borgia de Cathaneis;» ovvero: «Vostra felice e infelice madre Vannozza
Borgia.» Il nome di famiglia se l'era appropriato anch'essa non nelle
relazioni ufficiali, ma nelle private.
L'ultima lettera a Lucrezia del 19 dicembre 1515 si riferisce
all'antico segretario di suo figlio Cesare, Agapito d'Amelia, e dice
così:
«Illustrissima Signora, salute e raccomandazione. — Vostra Eccellenza
deve ben ricordarsi la servitù della buona memoria di messer Agapito
d'Amelia verso il già duca nostro, e l'amore ed affezione sempre
porti a noi in ispecie. Per il che non in minima cosa soltanto, ma in
ogni altra di qualunque sorta fosse meritano i suoi di essere aiutati
e favoriti. Ora prima di morire egli rinunziò in favore de' nipoti
suoi tutti i beneficii a Giambattista Dell'Aquila; tra i quali alcuni
di poca valuta nell'Arcivescovado di Capua. Il defunto fece questo
a maggior vantaggio dei nipoti, non potendo pensar mai che costoro
sarebbero molestati dal reverendissimo cardinale arcivescovo. Se ora
Vostra Eccellenza vuol farmi cosa grata, la prego si degni per tutti
gli anzidetti rispetti di favorire gl'indicati nipoti presso Sua
Eminenza. A pieno, come di bisogno, sarà Vostra Eccellenza informata
dal latore della presente, Nicola, anch'egli nipote del detto Agapito.
E si tenga forte l'Eccellenza Vostra, alla quale anch'io mi raccomando
— Roma, il 19 dicembre 1515.»
«Postscripta. Vostra Eccellenza farà in questo affare come meglio
crederà, essendomi stato forza lo scrivere. Epperò si faccia solo
quello che torni ad onore di Monsignore; e quanto alla presente darà
risposta qual meglio le pare. — Di vostra Eccellenza Illustrissima
perpetua oratrice Vannozza.»[279]
Si vede che Vannozza faceva onore alla scuola diplomatica de' Borgia.
Agapito, autore di tante scritture di Cesare, era, come dalla lettera
apparisce, rimasto irremovibilmente fedele ai Borgia, e morto a Roma.
Sicuramente Vannozza aveva visto altri antichi amici, adulatori e
parassiti della casa venir meno e voltarsi altrove. Pure alcuni, e
anche persone ragguardevoli, dovettero rimanerle devoti. Già, come
madre della duchessa di Ferrara, godeva sempre di una certa influenza.
E poi viveva in condizioni facoltose, qual signora rispettabile,
chiamata la _magnifica e nobile Madonna Vannozza_. Mantenne pure
relazioni con alcuni cardinali, spagnuoli e parenti di Alessandro VI
o creature di quest'ultimo; ma sopravvisse alla più parte di loro.
De' cardinali Borgia, i due Giovanni erano già morti negli anni 1500 e
1503; Francesco e Lodovico morirono nel 1511 e 1512. Nel 1510 era anche
morto il cardinale Giuliano Cesarini. In realtà Vannozza vide morir
tutti i favoriti e le creature di Alessandro nel Collegio cardinalizio,
ad eccezione del Farnese, di Adriano Castellesi e dell'Albret, cognato
di Cesare.
Ella si procacciò novelli amici, mercè quella specie di pietà devota,
solita trasformazione di tutti i tempi nella vita delle peccatrici
invecchiate. Divenne una bacchettona tutta premurosa e sollecita di
sante pratiche. Bazzicava frequentissima in chiesa e col confessionale,
e la si vedeva famigliare ed intima con istituzioni pie e con ospedali.
Così trasformata ebbe a conoscerla Paolo Giovio, e la chiamò _donna
dabbene_. Ove avesse vissuto ancora un decennio, è molto probabile
che sarebbe anche venuta in odore di santità. Fece molte fondazioni
di beneficenza per gli ospedali di San Salvatore al Laterano, di
Santa Maria in Portico e della Consolazione, per la Confraternita
dell'Annunziata alla Minerva e per San Lorenzo in Damaso, come risulta
dal suo testamento del 15 gennaio 1517.[280]
Per lungo tempo furon lette negli ospedali di Laterano e della
Consolazione iscrizioni commemorative delle fondazioni di lei e
dell'obbligo insieme di dir messe in eterno, ne' giorni della morte de'
suoi due mariti e di lei stessa.
Vannozza morì in Roma il 26 novembre 1518. La morte sua non passò
inosservata, come lo mostra questa lettera di un Veneto:
«Avantieri morì madonna Vannozza, una volta amica di papa Alessandro e
madre del duca Valentino e della duchessa di Ferrara. In quella notte
mi trovai in luogo, donde mi fu dato intendere il grido per la morte,
secondo il costume romano, con queste formali parole: — Messer Paolo
fa la parte, perchè è morta madonna Vannozza, la madre del duca di
Gandia; la trapassata appartiene alla Confraternita del Gonfalone. —
Ieri fu sotterrata in Santa Maria del Popolo, ove fu portata con ogni
pompa, quasi come un cardinale. Aveva 66 anni. Ha legato tutta la sua
fortuna, che non era piccola, a San Giovanni in Laterano. A' funerali
assistevano i camerieri del Papa, cosa non solita in altri casi.»[281]
Marcantonio Altieri, uno degli uomini più ragguardevoli di Roma,
lasciò di lei una specie di elogio funebre. Egli era guardiano della
Confraternita del Gonfalone ad _Sancta Sanctorum_; e, in tal qualità,
fece nel 1525 l'inventario de' beni del sodalizio. Nel manoscritto,
conservato nell'Archivio della Confraternita, l'Altieri disse:
«Noi non possiamo nemmeno dimenticare le amorevoli fondazioni, fatte
dalla molto stimabile ed onorevole donna, madonna Vannozza di casa
Catanei, avventurosa madre d'illustrissimi signori, del signor duca
di Gandia, del signor duca Valentino, del principe di Squillace
e di madonna Lucrezia duchessa di Ferrara. Volendo essa dotare la
Confraternita di beni terreni, le lasciò molti gioielli di non piccolo
valore e v'aggiunse altri soccorsi, pei quali la Confraternita,
pochi anni dopo, potè liberarsi da alcune obbligazioni e soprattutto
per mediazione de' gentiluomini messer Mariano Castellano e del
mio carissimo messer Raffaele Casali, che furono non molto addietro
guardiani. Ella fece specialmente un accordo col distinto e celebre
orafo Caradosso, pel quale, dandogli 2000 ducati, costui doveva con
le sue peregrine opere d'arte rispondere al desiderio di quella
nobilissima e onorandissima donna. Quindi per fare ornamenti e
poterli completare, ella ci lasciò tanta proprietà da ricavarne per
sempre l'annuo reddito di 400 ducati, co' quali alimentiamo il numero
pur troppo grande dei poveri e dei bambini. Per gratitudine verso
cosiffatti sentimenti suoi tanto devoti e pii e pe' soccorsi così
abbondanti ed amorevoli in pro dei bisognosi, la nostra onorevole
Confraternita decise all'unanimità e molto volontieri non solo di
solennizzare le esequie di lei con ogni splendidezza di onori e di
pompa, ma anche di ricordarne la memoria con magnifico e grandioso
monumento. Quindi per pubblica acclamazione fu anche presa la
risoluzione di festeggiarne, d'allora in poi, il giorno dell'esequie,
in Santa Maria del Popolo, ove quella fu sotterrata, con messe e
cerimonie, con concorso di gente, con molti ceri e torce e con ogni
devozione; e ciò non solo per raccomandare a Dio la salute dell'anima
sua, ma anche per mostrare al mondo che noi abbiamo in odio e in
abominazione l'ingratitudine.»
Esser portata al sepolcro con sfarzosa solennità era stato l'orgoglio
di quella donna. Il giorno dell'esequie tutta Roma dovette parlar di
lei, dell'amante di Alessandro VI e della madre di figliuoli cotanto
famosi. Leon X, facendovi intervenire la Corte, diede ai funerali
carattere pubblico, anzi con tale distinzione riconobbe officialmente
Vannozza qual vedova di Alessandro, o almeno qual madre della duchessa
di Ferrara. Del resto, tutta la città vi fu rappresentata, mentre alla
Confraternita del Gonfalone appartenevano i membri più ragguardevoli
della nobiltà e della borghesia di Roma. Vannozza fu deposta in
Santa Maria del Popolo nella sua Cappella gentilizia, accanto al suo
infelice figlio Don Juan di Gandia. Non si sa se le sia stato eretto
un sarcofago di marmo, ma l'esecutore testamentario pose sulla tomba
queste superbe parole:
«A Vannozza Catanea, nobilitata dai figliuoli suoi, i duchi Cesare di
Valenza, Juan di Gandia, Jofred di Squillace e Lucrezia di Ferrara;
alla donna altamente illustre al tempo stesso per l'onestà, la pietà,
l'età e la saggezza sua, e tanto benemerita dell'Ospedale lateranense,
pose Jeronimo Pico, fidecommissario ed esecutore testamentario. Visse
anni 77, mesi 4, giorni 13. Morì nell'anno 1518 il 26 novembre.»
Sicuramente Vannozza se n'andò via da questo mondo nella fermissima
credenza di aver con oro ed argento e con pie istituzioni lavate le
colpe e i peccati suoi, e d'essersi compro il regno de' cieli. Non
aveva forse potuto comprarsi la pompa funeraria e una menzogna sulla
pietra del sepolcro? Per più di 200 anni i frati di Santa Maria del
Popolo cantaron messe in requie dell'anima sua, sino a che l'Autorità
ecclesiastica non gli fece smettere, meno forse pensando che l'anima di
quella donna n'avesse già abbastanza, e più per una coscienza critica
e storica, che cominciava a levare il capo. Più tardi un sentimento di
odio e a un tempo di vergogna ha fatto sparire ogni traccia di quella
pietra sepolcrale.