Grazie all'energia d'Alfonso e ai supremi sforzi dello Stato, la guerra
contro Ferrara era cessata. Pure Giulio II aveva tolto allo Stato
Modena e Reggio; perdita gravissima per la casa d'Este, tanto che la
storia di Ferrara per parecchi anni si concentrò tutta nell'intento
di riconquistare le due città. Per fortuna d'Alfonso Giulio II morì
nel febbraio 1513. Sulla Santa Sede gli successe Leon X. Aveva costui
insino allora mantenuto amichevoli relazioni con i principi d'Urbino e
di Ferrara, i quali non sapevano da lui aspettarsi che atti d'amicizia.
Ma proprio per mano di questo Medici, uomo falso, che riuscì a
trarre tutti in errore, dovevano quelle due case subire i più amari
disinganni. Alfonso andò in tutta fretta a Roma per l'incoronazione di
Leone, e se ne tornò a Ferrara con le migliori speranze in una intera e
perfetta riconciliazione con la Santa Sede.
Lucrezia in Ferrara s'era acquistata stima e affetto presso
l'universale. Era divenuta la madre del popolo. I miseri e gli afflitti
trovavano presso di lei ascolto e soccorsi. Carestia e indigenza
e finanze esauste: tali erano state le conseguenze della guerra.
Lucrezia si spogliò de' suoi ornamenti e delle sue gioie, e gli pose
in pegno. Rinunziò, come il Giovio la lodava, alla pompa e alla vanità
del mondo, cui dalla prima giovanezza era usa. Si diede ad una vita
religiosamente devota; fondò istituzioni monastiche e ospedali. Che
tutto questo facesse, non v'è a maravigliarsi. Ciò s'accordava con
la natura della donna non solo, ma col suo passato e con le sofferte
vicissitudini. La più gran parte delle donne, che han molto vissuto ed
amato, finiscono bigotte. E la bigotteria è sovente l'ultima forma,
che alla vanità della donna rimane a prendere. La rimembranza di un
mondo pieno di vizii e di delitti commessi dalle persone a lei più
prossime, e fors'anco la memoria delle colpe proprie, non potevano
cessare di tormentar l'animo di Lucrezia. E così anche quelle altre
donne, che insieme o prima di lei avevano preso parte, quali personaggi
principali, alla storia dei Borgia, si trovarono in condizione
interiore identica, e provarono lo stesso bisogno di religioso
conforto. La vedova di Cesare finì la vita in un chiostro; altrettanto
fece la vedova di Gandia. Anche la vedova di Alessandro VI divenne una
vecchia bacchettona. E, se ne fossero giunte nuove sino a noi, senza
dubbio troveremmo pure l'adultera Giulia Farnese, in sul tramonto
della vita, se non fatta santa in un monastero, immersa in quotidiane
pratiche di devozione.
L'anno 1513, in cui fu messo termine alla guerra contro Ferrara,
segnò un nuovo periodo nella vita di Lucrezia. D'allora in poi prese
decisamente quel devoto indirizzo; il quale però non degenerò in
bacchettoneria fanatica: le valsero in questo d'impedimento la pratica
energia d'Alfonso, le cure per la famiglia e pei figliuoli, i doveri
della corte. La corte di Ferrara aveva per la guerra perduto molto del
suo splendore; pure fra le Corti d'Italia rimaneva sempre una delle più
ragguardevoli. Alfonso stesso dedicò alcuno degli anni di pace, che
seguirono, al culto delle arti. Lavoravan per lui nel castello, come
anche a Belriguardo e a Belfiore, i migliori maestri di Ferrara, quali
il Dossi, il Garofalo e Michele Costa. Il Tiziano, che alcuna volta
fu ospite in Ferrara, dipinse per lui; ed anche a Raffaello ei diè
commissioni. Fondò similmente un museo di antichità. Nel suo gabinetto
Lucrezia aveva un Cupido di Michelangelo. Nondimeno il trasporto della
duchessa per le cose d'arte non era molto vivo, e non paragonabile
nemmeno alla lontana con la passione della cognata Isabella di Mantova,
la quale era in relazione con gli artisti più famosi del tempo suo
e teneva agenti in tutte le grandi città d'Italia, con l'incarico
d'informarla d'ogni nuovo prodotto delle arti belle.
Dopo il 1513, quando la Corte di Leon X venne in fiore, Ferrara ebbe a
patire perdita non piccola, anzi fu proprio messa nell'ombra. Il lusso
artistico del Medici attrasse in Roma i più eletti ingegni d'Italia.
V'andò il poeta Tebaldeo, e vi vivevano il Sadoleto e il Bembo, ora
segretarii di Leone. I due Strozzi eran morti. L'Aldo, sulla carriera
del quale, come erudito ed editore, Lucrezia ne' primi anni aveva
esercitato un certo benefico influsso, viveva a Venezia. Nondimeno
si teneva di colà in commercio letterario con la sua protettrice.
Celio Calcagnini rimase fedele a Ferrara. Anche l'Università continuò
a mantenersi in certo rigoglio. Lucrezia era di più molto amica del
Trissino, il nobile vicentino, l'infelice rivale dell'Ariosto nella
poesia epica. Vi sono cinque lettere del Trissino dirette a Lucrezia
negli ultimi anni della vita di lei.[269] Ma l'orgoglio di Ferrara era
l'Ariosto; e Lucrezia viveva ancora, quando la glorificazione di lui
era cominciata. Egli non dedicò a lei nè ad Alfonso il suo Poema, ma
all'indegno cardinale Ippolito, al cui servigio lo avevan fatto entrare
circostanze accidentali. Niuna casa principesca fu mai magnificata
tanto, quanto quella degli Este per mano dell'Ariosto. Con l'Orlando
Furioso per tutti i tempi, sinchè l'idioma italiano vive e dura, essa
è divenuta nella letteratura immortale e monumentale. Ed anche Lucrezia
ha trovato in quel poema il suo posto d'onore. Ma per bello che questo
sia, pure è certo, che l'Ariosto le avrebbe offerto omaggi più caldi e
più frequenti, ov'ella lo avesse incoraggiato, mostrandogli una premura
realmente entusiastica.
Le relazioni di Lucrezia col marito, non fondate sull'amore e non mai
spinte sino alla passione, sembrano nondimeno essersi via via fatte
sempre più intime e cordiali. Nell'aprile 1514 gli aveva partorito un
terzo figliuolo, Alessandro, che morì all'età di due anni. Il 4 luglio
1515 diede alla luce una bambina, Leonora; e il primo novembre 1516
un altro bambino, Francesco. Alfonso era contento di vedersi padre di
figliuoli, che erano suoi eredi legittimi. Egli s'abbandonò alle gioie
domestiche; ma gli era di soddisfazione l'osservare la stima, anzi
l'ammirazione, onde la moglie era circondata. Se gli omaggi erano per
lo innanzi tributati alla sua giovanile bellezza, ora invece venivano
offerti alle virtù sue. La donna, che una volta fu la più ingiuriata
del tempo suo, prendeva ora il suo posto nel tempio d'onore delle
donne. Il Caviceo poteva insino osar di adulare la festeggiata Isabella
Gonzaga con questo giudizio, che egli l'esaltava abbastanza, dicendole
che si approssimava alla perfezione di Lucrezia. Il passato parve così
morto nella memoria degli uomini, che lo stesso nome Borgia non era
pronunziato che a titolo d'onore.
Nel 1517 Lucrezia ebbe di nuovo a rammentarsi della vita sua in Roma.
Alla corte apparve una figura di quel tempo, che s'era già dileguata.
Era Giovanni Borgia, il misterioso _Infante romano_, una volta duca
di Nepi e Camerino, e compagno di sventura di Rodrigo, il figliuolo
di Lucrezia. Giovane di 19 a 20 anni, egli, a quanto pare, andava da
Napoli in Romagna, ove fece naufragio. Il suo bagaglio, di cui s'era
nell'occasione impossessata la Comunità di Pesaro, fu richiesto il 2
dicembre da un ambasciatore di Lucrezia; e nell'atto Giovanni Borgia
vien chiamato _fratello_ di lei. Da altri documenti apparisce, che nel
gennaio 1518 egli viveva alla corte di sua sorella.[270] Si vede che
Alfonso non aveva impedito alla moglie di accogliere questo prossimo
parente. Sembra anzi che l'anno stesso Giovanni l'accompagnasse in
Francia, ov'egli, il duca, lo presentò al re Francesco I, successo sul
trono il 1515 al suocero Luigi XII.
Dappoi l'_Infante romano_ scompare di nuovo, sino all'anno 1530, in cui
riapparisce in Roma qual pretendente al Ducato di Camerino. L'ultimo
de' Varano, Giammaria, caduto Cesare, era colà tornato; e Giulio II lo
aveva riconosciuto vassallo della Chiesa. Leon X nell'aprile 1515 lo
fece duca di Camerino, e lo unì in matrimonio con la propria nipote, la
bella Caterina Cibo. Giammaria morì nell'agosto 1527, lasciando unica
erede la figlia Giulia ancora minore. Un bastardo della casa Varano,
con le armi alla mano, mise innanzi pretensioni su Camerino; ma,
mentre la lite pendeva tuttora, ne pose in campo pure Giovanni Borgia,
antico e primo duca di quel paese. In un voluminoso documento del 29
giugno 1530, che contiene tutto il processo, Giovanni non è designato
solo come _Domicellus Romanus principalis_, ma si chiama egli stesso
_Oratore del Papa_. Di qui risulta che il bastardo di Alessandro VI
viveva allora in Roma come persona di alta condizione, ed era anche al
servizio del Papa. La Rota Romana decise contro Giovanni e lo condannò
alle spese del giudizio. Con un Breve del 7 giugno 1532, Clemente
VII gli proibì di molestare con altre pretensioni Giulia Varano e
la madre di lei. Da quel tempo in poi le sorti di questo Borgia sono
ignote.[271]