Le condizioni dello Stato di Ferrara s'erano fatte di nuovo difficili
assai. Leon X aveva preso a seguitare le orme di Alessandro VI.
Anch'egli cercava raccozzare un regno pel nipote Lorenzo de' Medici.
Già nel 1516 lo aveva creato duca d'Urbino, dopo aver con la forza
delle armi scacciato di colà il legittimo erede di Guidobaldo.
Francesco Maria Della Rovere, la moglie, la madre sua adottiva
Elisabetta trovavansi in Mantova, in quell'asilo di tutti i principi
fuggiaschi. Leone ardeva dal desiderio di scacciare anche gli Este
da Ferrara. Solo la protezione di Francia guarentiva Alfonso da una
guerra col Papa. Visto che quest'ultimo, in disprezzo del trattato, non
consegnava le città di Modena e Reggio, il duca andò nel novembre 1518
alla Corte di Francesco I per raccomandargli le faccende sue. Tornò
a Ferrara nel febbraio 1519. Apprese quivi la morte del cognato, il
marchese Francesco Gonzaga di Mantova, seguita il 20 del mese stesso.
Lucrezia scrisse l'ultimo di marzo alla vedova Isabella nel modo che
segue:
«Illustrissima Signora, cognata onoratissima. — L'acerbità del caso
della morte dell'illustrissimo consorte dell'Eccellenza Vostra, di
buona memoria, m'è stata per infiniti rispetti di tanta mestizia
e dolore, che avrei io bisogno di esser consolata più di quel che
possa consolare altrui, soprattutto l'Eccellenza Vostra, ch'è pur
quella che per la troppo grande perdita ha dovuto sentire gravissimo
affanno. Io dunque mi rattristo e dolgo con Vostra Eccellenza per
questo disgraziato caso, che non potrei mai esprimere quanto mi gravi
e prema. Ma poichè non v'è oramai riparo ed è così piaciuto al Signor
Nostro, uopo è conformarsi alla volontà sua. E per tanto prego e
conforto Vostra Eccellenza a voler tollerare questo caso con fermezza e
come alla saviezza sua si conviene. E son certa che ella saprà farlo.
Null'altro le dirò per ora, se non che me le raccomando e offro per
sempre. — Ferrara, l'ultimo di marzo 1519. Cognata Lucrezia duchessa di
Ferrara.»[282]
Successore del marchese fu il primogenito Federigo. Nel 1530
l'imperatore Carlo V lo fece primo duca di Mantova. Un anno dopo
s'unì in matrimonio con Margherita di Monferrato. Era questi quel
Federigo stesso destinato tempo innanzi a diventare marito di Luisa, la
figliuola di Cesare. La celebre Isabella madre sua visse vedova sino al
13 febbraio 1539.
Alfonso aveva trovato al ritorno sua moglie in condizioni di salute
molto travagliose. Ella s'approssimava allo sgravo. Il 14 giugno 1519
partorì una bambina morta. Prevedendo la sua fine, scrisse in capo a
otto giorni una lettera a papa Leone. È l'ultima; e, concepita sotto
l'impressione di una prossima morte, è profondamente sentita. Leggendo
questo suo addio alla vita, si guarda nel fondo dell'anima sua,
attraverso la quale passavano per l'ultima volta ancora le rimembranze
del passato, quando già il terrore e gli erramenti di quel tempo non
giungevano più a turbarla.
«Santissimo Padre e Beatissimo signor mio. — Con ogni possibile
reverenza d'animo bacio i santi piedi di Vostra Beatitudine, e
umilmente mi raccomando alla sua santa grazia. Dopo che per una
difficile gravidanza ebbi molto sofferto per più di due mesi, partorii,
come a Dio piacque, il 14 di questo mese, sul far del giorno, una
bambina; e speravo, liberatami col parto, che anche il mio male si
dovesse alleviare. Ma è successo il contrario; sicchè m'è forza cedere
alla natura. E tanto è il dono che il nostro Creatore clementissimo
m'ha fatto, che ho coscienza della fine della mia vita, e sento che
fra poche ore, avendo però prima ricevuti tutti i Santi Sacramenti
della Chiesa, ne sarò fuori. In questo punto come cristiana, benchè
peccatrice, mi son ricordata di supplicare Vostra Beatitudine che per
sua benignità si degni darmi del tesoro spirituale qualche suffragio,
dispensando all'anima mia la sua santa benedizione. Di che la prego
devotamente. E alla sua santa grazia raccomando il mio consorte e i
miei figliuoli, tutti servitori di Vostra Beatitudine. — In Ferrara, il
22 febbraio 1519, nella 14^ma ora. Di Vostra Santità umilissima serva
Lucrezia d'Este.»[283]
La lettera è scritta con animo così sereno e dignitoso, e libero tanto
da qualsiasi sovreccitazione di sentimento, ch'è lecito dimandarsi,
se avrebbe potuto scriverla, sul letto di morte, una donna, la cui
coscienza fosse effettivamente sotto il peso di quell'enormezze, ond'è
stata accusata la figliuola di Alessandro.
Lucrezia morì il 24 giugno, nella notte, in presenza di Alfonso. La
morte fu immediatamente annunziata dal duca con lettera autografa al
nipote Federigo Gonzaga.
«Illustrissimo Signore, onorandissimo fratello e nipote. — A Dio,
Signor Nostro, è piaciuto di chiamare a sè in quest'ora l'anima
dell'Illustrissima Signora Duchessa, mia consorte carissima. Non posso
fare di non comunicarla a Vostra Eccellenza per l'amore nostro mutuo,
il quale mi fa credere che i piaceri e le avversità dell'uno siano
anche dell'altro. Non posso scriver questo senza lacrime, tanto m'è
grave vedermi privo di sì dolce e cara compagna, poichè tale ella
era per me, per i buoni costumi suoi e il tenero amore che era fra
noi. Per sì acerbo caso vorrei ben domandare aiuto di consolazione da
Vostra Eccellenza. Ma so che anch'ella n'avrà la parte sua di dolore.
E a me sarà più caro avere chi a me s'accompagni col pianto che chi
mi consoli. E alla Signoria Vostra mi raccomando. — Ferrara, 24 giugno
1519, ora quinta della notte. Alfonso duca di Ferrara.»[284]
Il marchese Federigo mandò suo zio Giovanni Gonzaga a Ferrara; e di
lì questi scrisse: «Non si maravigli Vostra Eccellenza, se dico partir
domani di qua, perciocchè le esequie non si fanno, ma solamente nelle
parrocchie son detti gli ufficii. È vero però che il signor duca
accompagnò personalmente alla sepoltura l'illustrissima sua consorte.
Questa è stata sotterrata al Monastero delle Suore del Corpo di Cristo,
nella sepoltura medesima ove fu deposta la madre del duca. A tutta
la città è rincresciuto molto della morte di lei, soprattutto al duca
stesso. Egli dimostra veramente averne avuto singolare cordoglio. Qui
si dicono cose grandi della vita sua, e che da forse dieci anni la
portava il cilizio; è circa due anni che ogni giorno la si confessava,
e comunicavasi da tre a quattro volte il mese. E di nuovo mi raccomando
continuamente alla buona grazia di Vostra Eccellenza. — Ferrara, 28
giugno 1519. Giovanni de Gonzaga marchese.[285]
Le tombe di Lucrezia, d'Alfonso e di molti altri membri della casa
d'Este in Ferrara sono scomparse. Indarno cerchi colà o a Modena il
ritratto della famosa donna. Neppur uno n'è rimasto; e nondimeno è
certo che pittori di grido la ritrassero. Ed in Ferrara non era difetto
di pittori: v'era il Dossi, il Garofalo, il Cosma ed altri. Anche
il Tiziano avrà dipinto la bella duchessa. Il ritratto da lui fatto
d'Isabella d'Este Gonzaga, l'emula, quanto a bellezza, della Lucrezia,
si conserva nella Galleria Belvedere a Vienna. È un'avvenente figura
di donna d'un bello ovale e dalle linee molto corrette, dagl'occhi
bruni e dall'espressione di femminile dolcezza. Manca un ritratto di
Lucrezia per mano dello stesso maestro; mentre quello della Galleria
Doria attribuito a lui o da altri a Paolo Veronese, tuttochè questo
artista non sia nato che il 1528, è una delle tante invenzioni solite
a incontrarsi nelle gallerie. Così pure nella Galleria stessa v'è una
figura di grandezza naturale di donna dalle forme di amazzone con elmo
in mano, che si attribuisce a Dosso Dossi; e s'è affermato senza tanti
discorsi essere il ritratto della Vannozza.
Ad alquanta verosimiglianza potrebbe piuttosto pretendere un ritratto
ad olio, proprietà di monsignor Antonelli, direttore del Gabinetto
numismatico di Ferrara, non perchè porti in caratteri alquanto antichi
il nome di Lucrezia Borgia, ma perchè alcuni lineamenti sembrano
rassomigliare a quelli del medaglione. Ad ogni modo, questo non è
ritratto autentico, come non sono tampoco i due su maiolica posseduti
dall'inglese Rawdon Brown in Venezia; lavori, secondo l'ipotesi di
costui, di Alfonso stesso, dilettante di pittura delle maioliche.
Quando anche tale opinione potesse esser fondata, il che non è, simili
ritratti puramente decorativi appena offrirebbero qualche somiglianza.
Altri ritratti certi di Lucrezia Borgia non vi sono, tranne quelli
nella medaglia, impressa nel periodo della sua vita in Ferrara. Uno
è in fronte di questo libro: è il più perfetto di tutti, e può dirsi
anche ch'è una delle più notevoli impronte della Rinascenza. Pare ne
sia stato autore Filippino Lippi nell'anno 1502, dopo il matrimonio
di Lucrezia con Alfonso. Il rovescio porta un'immagine caratteristica
non solo pel tempo, ma per Lucrezia stessa: Amore con le ali mezzo
strappate, legato ad un lauro; accanto un violino, e più sotto
carte di musica; la faretra dell'amoroso Iddio infranta pende a un
ramo dell'albero; e l'arco per terra con la corda spezzata. Intorno
l'iscrizione: _Virtuti Ac Formae Pudicitia Praeciosissimum_. Con tali
simboli l'artista volle forse significare che il tempo de' liberi
ludi amorosi eran passati, e con l'albero d'alloro alluse forse alla
gloriosa casa degli Este. Se codesta allegoria, alquanto ardita, poteva
nulladimeno convenire per una sposa qualunque, per Lucrezia Borgia poi
fu davvero la più appropriata che potesse immaginarsi.[286]
Guardando quella testa attraente, da' lunghi capelli disciolti, un
senso di maraviglia t'assale. Niun contrasto maggiore di quello che
passa tra l'immagine reale e l'immagine che ciascuno si sarà fatta di
Lucrezia Borgia, secondo la rappresentazione tradizionale del carattere
di lei. Quell'effigie presenta un aspetto d'infantile candore, di una
espressione singolare, senza linee classiche nel profilo. Bello non si
direbbe nemmanco. Diceva il vero la marchesana di Cotrone, scrivendo
a Francesco Gonzaga, che Lucrezia non aveva nulla di particolarmente
bello, ma ciò che si chiama _dolce ciera_. La testa di lei ha punta
o poca somiglianza con quella del padre, quale le migliori medaglie
lo raffigurano; meno forse nel naso fortemente profilato. La linea
frontale di Lucrezia è prominente, mentre in Alessandro VI è depressa;
e il mento scende in quella alquanto indietro, in questo invece sta con
la bocca sulla stessa linea.
Un'altra medaglia non rappresenta Lucrezia co' capelli disciolti, ma
col capo avvolto da una rete e dalla lenza, un nastro ornato di pietre
preziose o di perle. La chioma copre l'orecchio; e quindi dalle spalle
in giù una lunga treccia, proprio nella forma allora in uso, come
può, ad esempio, vedersi in una bella medaglia di Elisabetta Gonzaga
d'Urbino.[287]
I documenti, che hanno fornito i materiali a questo libro, pongono
ogni lettore in grado di formarsi un giudizio su Lucrezia Borgia.
Questo sarà forse approssimativamente giusto o per lo meno più giusto
di quello omai trasmesso e per tradizione accettato. Gli uomini del
passato sono problemi pe' giudici loro. Se giudicando di contemporanei
a noi conosciuti, diamo ne' più madornali errori, quanto più non
siamo esposti ad errare appena che vogliamo comprendere la natura di
uomini, che ci stanno dinanzi solo come ombre. Tutte le condizioni
personali alla loro vita e tutto l'intreccio delle circostanze di
luogo, di tempo, di persone, nel cui mezzo s'andaron formando, e i
più intimi secreti dell'esser loro giacciono lì, qual serie di fatti
tutti scissi e divisi; e da questi frammenti uopo è per noi ricostruire
un carattere. Per chi guardi alla legge di causalità, la storia è
la giustizia del mondo. Ma non di rado la storia scritta è per sè
il più ignorante de' tribunali. Molti caratteri storici vedrebbero
ne' ritratti loro fatti ne' libri come tante caricature, e di cuore
riderebbero del giudizio sul conto loro portato.
Lucrezia Borgia forse consentirebbe con chi attenendosi a' documenti
del tempo osasse affermare, ch'ella fu donna leggiera, amabile e
infelice insieme. L'infelicità sua in vita furono gli avversi casi da
lei in parte immeritati; e, dopo morte, l'opinione che s'andò formando
intorno il suo carattere. Il marchio d'infamia sulla sua fronte
impresso seppe ella stessa, come duchessa di Ferrara, cancellare;
ma apparve di nuovo, poichè fu morta. E come presto riapparisse, lo
mostra il giudizio che davano di lei i Della Rovere in Urbino. Nel
1552 Guidobaldo II, figlio di Francesco Maria e di Eleonora Gonzaga,
doveva sposarsi con Giulia Varano; ma domandò invece la mano di una
Orsini. Il padre gli oppose i matrimonii di principi con donne indegne
di loro; fra gli altri, quello di Alfonso di Ferrara. Costui — diceva
egli — s'è disposato con Lucrezia Borgia, con una donna _di quella
sorta che pubblicamente si sa_, e ha dato anche a suo figlio _un
mostro_ (Renata). Guidobaldo confermò cosiffatto giudizio: rispose che
egli sapeva d'avere un padre, che giammai non lo vorrebbe costringere
a prendere una sposa come Lucrezia Borgia, _di quella mala sorta che
fu quella, e con tante disoneste parti_.[288] Così l'opinione continuò
a propagarsi, e Lucrezia Borgia divenne il tipo di ogni abiezione
femminea, sino a che Vittor Hugo nel suo dramma e il Donizetti nella
sua opera non la portarono sulle scene appunto sotto quei colori.
Ancora, per concludere, qualche parola intorno ad Alfonso e alla
discendenza sua e di Lucrezia. Il duca di Ferrara sopravvisse alla
moglie altri 15 anni, che furono difficili e procellosi. Seppe non
pertanto con prudenza resistere e mantenersi contro l'odio papale
de' Medici. Si vendicò di Clemente VII col sacco di Roma, cui resero
possibile i soccorsi suoi all'esercito imperiale. Ebbe da Carlo V
Modena e Reggio; e di tal guisa fu in grado di trasmettere agli eredi
suoi gli antichi Stati di casa d'Este nella integrità loro. Non passò
ad altre nozze. Ma Laura Eustochia Dianti, bella e giovane ferrarese,
gli fu compagna. Questa gli partorì due figliuoli, Alfonso e Alfonsino.
Egli morì il 31 ottobre 1534 di 58 anni, quando i fratelli lo avevano
già preceduto nel sepolcro, il cardinale Ippolito nel 1520 e Don
Sigismondo nel 1524.
Da Lucrezia Borgia ebbe cinque figliuoli. Ercole fu suo erede al
trono. Ippolito fu cardinale; morì il 2 dicembre 1572 in Tivoli, ove
suo monumento è la Villa d'Este. Eleonora fu monaca nel monastero del
_Corpus Domini_, e vi morì il 15 luglio 1575. Francesco fu marchese di
Massalombarda, e morì il 22 febbraio 1578. In fine Alessandro, morto,
come s'è detto, varcata appena l'età di due anni, il 10 luglio 1516.
Il figlio di Lucrezia Ercole II regnò sino all'ottobre 1559. Suo padre
nel 1528 avevalo sposato con Renata, la brutta, ma molto intelligente
figliuola di Luigi XII. Lucrezia non aveva visto mai la sua nuora, e
non mai sospettato neppure che Renata potesse divenir tale. La vita
di questa celebre duchessa costituisce un importante episodio nella
storia di Ferrara. Essa fu seguace entusiastica di quella Riforma, che
finalmente penetrò nel mondo, intesa ad emancipare lo spirito da una
Chiesa, a capo della quale erano stati i Borgia, i Della Rovere e i
Medici. E per questo i Della Rovere la chiamavano un _mostro_. Per un
certo tempo Renata tenne nascosti alla corte sua Calvino e Clemente
Marot.
Un caso strano occorse: appunto alla corte del figliuolo di Lucrezia
nel 1550 apparve un uomo, che valse a rinnovar la memoria della storia
della famiglia Borgia, già quasi diventata un mito per la generazione
allora vivente. Era Don Francesco Borgia, duca di Gandia, e ora,
nell'anno 1550, gesuita. La sua inattesa comparsa in Ferrara ci porge
occasione di fare un cenno delle vicende di casa Gandia.
Di tutti i discendenti di Alessandro VI i più fortunati furono appunto
quei che tolsero l'origine dall'ucciso Don Juan. La vedova donna Maria
visse un pezzo in grande reputazione alla Corte della regina Isabella
di Castiglia. Poscia, presa da malinconia e da bigottismo, andò a
chiudersi in un monastero. Morì l'anno 1557. Il suo unico figlio Don
Juan, ancora bambino, era successo allo sciagurato padre nel Ducato
di Gandia, ed aveva anche serbati i possedimenti nel Napoletano.
Questi comprendevano un territorio esteso in Terra di Lavoro con le
città di Sessa, Teano, Carinola, Montefuscolo, Fiume, e altre. Il
giovane Gandia nel 1506 le cedette al re di Spagna, e ne fu compensato
pecuniariamente: il gran capitano Consalvo ebbe il Principato di Sessa.
Don Juan restò in Spagna, ove fu uno de' Grandi, e di grado elevato
assai. Sposò Giovanna d'Aragona, principessa della caduta Casa reale
di Napoli; e in seconde nozze, nell'anno 1520, donna Francesca de
Castro y Pinos, figlia del visconte d'Eval. I matrimonii de' Borgia
furono la maggior parte assai fecondi. Venuto a morte codesto nipote
di Alessandro VI nel 1543, non lasciò meno di quindici figliuoli.
Le figlie si maritarono con Grandi di Spagna, e i figli appartennero
alla più cospicua nobiltà del paese, ove conseguirono altresì le più
alte cariche. Il maggiore, Don Francesco Borgia, nato il 1540, fu
duca di Gandia, un gran signore, molto stimato alla Corte di Carlo
V, che lo fece vicerè di Catalogna e commendatore di Santo Jago.
Accompagnò anche l'imperatore nelle spedizioni in Francia e sino in
Affrica. Il 1529 erasi ammogliato con Eleonora de Castro, dama di corte
dell'imperatrice. E n'ebbe cinque figliuoli e tre figliuole. Morta la
moglie nel 1546, nulla più lo trattenne dal seguire la passione, che
da lungo tempo covava in seno, per la Compagnia di Gesù, quella cioè
di rinunziare per sempre alla sua splendida condizione e di farsi
gesuita. Pareva quasi una misteriosa tendenza ve lo spingesse, per
scontar così i peccati della casa sua. Eppure non deve far maraviglia
di trovare un pronipote di Alessandro VI sotto l'abito de' Gesuiti.
La stessa demoniaca energia di volontà, per la quale i Borgia eransi
segnalati, animava pure il loro compatriotta Loyola, benchè sotto altra
forma e rivolta a diverso scopo. Ed anche le massime del _Principe_ del
Machiavelli divennero la parte politica delle costituzioni gesuitiche.
Il duca di Gandia andò nel 1550 a Roma per gettarsi a' piedi del Papa
e divenire membro dell'Ordine. Appunto allora Paolo III, fratello di
Giulia Farnese, era morto, e Giulio III Del Monte asceso alla Santa
Sede. Ma in Ferrara era ancora sul trono Ercole II, zio cugino di
Don Francesco. Egli si ricordò della parentela e lo invitò, andando a
Roma, di passar per Ferrara. Francesco si fermò alla corte del figlio
di Lucrezia tre giorni, e vi fu ricevuto anche da Renata. Non si sa
se l'entusiastico discepolo di Loyola fosse a notizia de' sentimenti
religiosi dell'amica di Calvino. Il loro incontro però, nella patria
del Savonarola e nell'appartamento di Lucrezia, offriva un contrasto
acutissimo e de' più strani. Francesco continuò quindi per Roma; donde
poscia tornò presto di nuovo in Spagna. Morto il Lainez, fu nel 1565
terzo Generale della Compagnia di Gesù. Morì in tal qualità a Roma
l'anno 1572. La Chiesa lo santificò; così un pronipote di Alessandro VI
divenne un santo.[289]
La discendenza di questo Borgia si ramificò, innestandosi con le
più nobili famiglie di Spagna. Il suo primogenito Don Carlos, duca
di Gandia, sposò donna Maddalena, figlia del conte Oliva della casa
Centelles. Così quella famiglia, cui apparteneva il primo promesso
sposo di Lucrezia, s'imparentò un mezzo secolo più tardi con i Borgia.
La stirpe de' Gandia durò sin nel secolo XVIII, nel quale ebbe anche
due cardinali Borgia.
Ercole II non scoprì le eretiche relazioni di sua moglie che nel 1554.
La cacciò in un chiostro. Ma la nobile principessa restò fedele alla
Riforma. Quando l'Inquisizione soffocò a Ferrara il moto riformatore,
essendo duca il figlio suo, ella rientrò in Francia. Ivi visse fra
Ugonotti nel suo Castello di Montargis, e vi morì nel 1575. Per strana
combinazione il duca di Guisa fu proprio genero di lei.
Renata diede al marito parecchi figliuoli: Alfonso, principe erede;
Luigi, più tardi cardinale; donn'Anna, sposatasi appunto col duca
di Guisa; donna Lucrezia, poscia duchessa d'Urbino; e donna Leonora,
rimasta nubile.
Il figlio Alfonso II successe nel Governo di Ferrara l'anno 1559.
È quel duca reso immortale dal Tasso. Come l'Ariosto, al tempo del
primo Alfonso e di Lucrezia, aveva glorificata la casa d'Este con un
poema monumentale, così ora Torquato Tasso continuava codesta specie
di esaltazione tra i nipoti, quando sul trono di Ferrara sedeva il
secondo Alfonso. Il caso metteva così ai servizii della stessa corte i
due più grandi poeti epici d'Italia. La sorte del Tasso è uno dei più
sinistri ricordi della casa d'Este; eppure, che il cigno canoro abbia
fatto risuonare proprio in mezzo alla corte di Ferrara la sua canzone,
è, al tempo stesso, l'ultimo dei ricordi che abbia importanza nella
storia di quella. Perchè con Alfonso II, nipote di Lucrezia Borgia,
morto senza figliuoli, s'estinse il 27 ottobre 1597 la linea legittima
della famiglia d'Este. Don Cesare, un nipote di Alfonso I, figlio di
quell'Alfonso, che Laura Dianti aveva a colui partorito e di donna
Giulia Della Rovere di Urbino, salì, è vero, al trono di Ferrara alla
morte di Alfonso II, come suo erede per legge; ma il Papa nol volle
riconoscere. Indarno cercò mostrare come l'avo suo, poco prima di
morire, avesse regolarmente sposato Laura Eustochia, e che fosse per
questo divenuto egli legittimo erede della casa. A nulla giovò che i
giureconsulti perorassero la validità delle pretensioni di Don Cesare
innanzi ai tribunali di papi ed imperatori. E approdò ancor meno, che,
sull'esempio del Muratori, quei diritti, a tutt'oggi, fossero dai
Ferraresi sostenuti. A Don Cesare fu giuocoforza sottomettersi alla
decisione di Clemente VIII. Il 13 gennaio 1598 il nipote di Alfonso
I dovette firmare la rinunzia al Ducato di Ferrara. Con la moglie
Virginia dei Medici e coi figliuoli abbandonò quella, che per secoli
era stata la residenza degli antenati suoi, e si ridusse a vivere a
Modena col titolo di Duca di questa città, alla quale s'aggiunsero
anche Reggio e Carpi.
Don Cesare continuò quivi la linea collaterale degli Este. Sullo
scorcio del secolo XVIII, mercè l'arciduca Ferdinando, essa trapassò
nella casa Austro-Estense. Ed anche questa oggi è venuta meno. E caduta
pure è la dominazione dei Papi in Ferrara. Là ove un tempo, quando nel
1502 Lucrezia Borgia fece il suo ingresso, sorgeva Castel Tedaldo;
là, ove Clemente VIII fece erigere la grande fortezza, oggi non è
che un campo: la fortezza fu smantellata nel 1859. In quel campo sta
dimenticata e quasi sperduta la statua di Paolo V, e intorno intorno
tutto è solitudine. Così anche oggi, innanzi alla rôcca di Giovanni
Sforza in Pesaro sorge una colonna, dalla quale la statua fu abbattuta:
sulla base si legge: «Colonna di Urbano VIII; ecco tutto quel che ne
rimane.»