Ben due volte Lucrezia aveva per sciagurato accidente tradite le
speranze di Alfonso di aver discendenti. Finalmente il 4 d'aprile gli
partorì un figliuolo. Gli si diede il nome dell'avo paterno.
Ercole Strozzi, alla nascita di questo erede al trono, festeggiò il
compimento delle sue predizioni. In un genetliaco adulava la duchessa,
esprimendo l'augurio, che le geste dello zio Cesare e dell'avo
Alessandro potessero un giorno servir di modello al figliuolo. Perchè
coloro lo avrebbero fatto ricordare di Camillo e degli Scipioni e degli
eroi della Grecia.
Passarono poche settimane appena, ed il geniale poeta fece una fine
orribile. Il suo trasporto per Lucrezia non era certamente che di
cavalier cortigiano o di poeta, che s'inchina alla bellezza. Oggetto
invece delle sue passioni era Barbara Torelli, la giovane vedova di
Ercole Bentivoglio. Ella lo preferì ad altro gentiluomo ferrarese. E il
fortunato Strozzi la sposò nel maggio 1508.
Il mattino del 6 giugno, tredici giorni dopo, il poeta era steso morto
all'angolo del Palazzo Este, detto oggi Pareschi, avviluppato nel suo
mantello, i capelli arruffati, il corpo coperto di ventidue ferite.
Tutta Ferrara ne fu costernata. Lo Strozzi era il decoro della città,
uno de' poeti più ricchi d'ingegno del tempo suo, il prediletto di
tutti i cultori degli studii, amico del Bembo e dell'Ariosto, favorito
della duchessa, in grande reputazione presso la corte. Dalla morte del
padre, Tito aveva occupato il posto da colui tenuto, di capo de' dodici
giudici di Ferrara. Era ancora nel fiore degli anni: aveva toccato
appena il ventisettesimo.
Quest'orribile avvenimento dovette riporre in mente a Lucrezia il
giorno dell'uccisione del fratello Gandia. E come questa era rimasta
avvolta nel mistero, il cui velo non fu mai sollevato, così pure la
morte dello Strozzi. «Niuno nominò l'autore dell'assassinio, poichè il
pretore tacque:» così disse più tardi Paolo Giovio nel suo elogio del
poeta. Ma chi mai poteva far tacere il giudice, se non coloro che ne
avevano la potestà?
Il fatto è stato attribuito ad Alfonso. Gli uni affermano che facesse
ammazzare lo Strozzi per passione, ond'era preso per la moglie di lui;
altri invece che vendicasse in lui il favore dispensatogli da Lucrezia.
Anche i più moderni scrittori, che si sono sforzati di schiarire quel
mistero, e che se ne riportano alle corrispondenze intime del tempo,
dànno la colpa ad Alfonso.[262] E che il duca, il quale pure non solo
aveva punito con tanta crudeltà i congiurati contro la vita sua, ma era
in generale mantenitore spietato delle leggi in tutta la loro severità,
non facesse trattar l'affare dal magistrato, è, certamente, tale un
fatto, che solleva contro di lui gravissime ragioni di sospetto.
Lucrezia è stata pur essa indicata come colpevole dell'uccisione,
forse per gelosia verso Barbara Torelli, forse anche per tèma che lo
Strozzi potesse propalare la relazione di lei col Bembo, della quale
egli doveva essere a parte, soprattutto avendo il poeta sperato, mercè
l'influenza della duchessa, ottenere la dignità cardinalizia, speranza
che era poi rimasta frustrata. I moderni non hanno a ciò prestato fede
alcuna. Anche l'Ariosto non credette all'accusa; altrimenti, come mai
avrebbe osato in quel tempio d'onore delle donne di casa d'Este porre
a fianco dell'immagine di Lucrezia appunto Ercole Strozzi, come araldo
della gloria di lei? Avesse pur scritta la sua ottava, ciò che non è
verosimile, innanzi la morte del poeta, l'avrebbe, ove fosse stato
da quell'accusa preoccupato, in altro modo concepita al momento di
pubblicare nel 1516 il suo poema per le stampe.
Non credette alla colpa di Lucrezia nemmeno Aldo Manuzio, perchè
proprio nel 1513 le dedicò l'edizione delle poesie de' due Strozzi,
padre e figlio, con una introduzione, nella quale la levava alle
stelle.
Giulio II aveva intanto composta la Lega di Cambray, il cui scopo era
la distruzione della potenza veneziana. Anche Ferrara v'era entrata
a parte. La guerra quindi teneva molto occupato Alfonso fuori della
residenza e dello Stato suo; e nella sua lontananza affidava a Lucrezia
la reggenza. In verità, essa reggeva ora in ben altro senso che nel
passato in Vaticano e a Spoleto. Nel 1509 ella vide anche dappresso la
tempesta guerriera, quando sul Po il marito e il cardinale riportarono
vittoria sulla flotta veneziana. Il 25 agosto di quell'anno Lucrezia
diè alla luce un secondo figliuolo, Ippolito.
Le guerre, che sconvolgevano l'Italia, attrassero oramai nel gran
movimento anche Ferrara. Nè l'agitazione si calmò presto, ma solo
quando Carlo V ebbe dato nuovo assetto alle condizioni italiane. Onde,
da questo tempo in poi, la vita di Lucrezia subì l'influenza della
politica. I primi anni tranquilli in Ferrara eran passati insieme
colla sua gioventù. Ora si dedicò alla educazione de' suoi figliuoli,
i principi d'Este, e agli affari dello Stato, ogni volta che il marito
glieli confidò. Essa era donna accorta: sulla sua intelligenza il
padre non s'era ingannato mai. Anche come reggente di Ferrara seppe
guadagnarsi stima e reputazione. Nella dedica delle poesie degli
Strozzi, che Aldo le fece, oltre le altre qualità, come il timor di
Dio, la beneficenza pe' poveri e la bontà verso coloro che le eran
prossimi, celebrava in modo particolare anche la eccellenza sua come
reggente, della quale «i cittadini ammiravano l'acuto giudizio e lo
spirito penetrante.» Anche volendo far la parte all'adulazione in
queste lodi, ne rimane pur sempre un'altra, che è l'espressione della
verità.
Non v'è quindi a maravigliarsi, se d'allora in poi la personalità di
Lucrezia quasi scompaia, ovvero sia ecclissata dalla storia politica di
Ferrara. I cronisti della città non più la rammentano che alla nascita
de' figliuoli. E in tutta la biografia di Alfonso di Paolo Giovio non è
menzionata che due o tre volte, ma con grande riverenza. L'attrattiva
personale, suscitata un tempo dalle avventure di questa donna, era
scomparsa col cessare delle stesse. Anche le sue lettere ad Alfonso e
le molte altre all'amica sua Isabella Gonzaga sono pel biografo di lei
pressochè di nessun conto.
L'animo di Lucrezia era tutto immerso in quel mondo saldo e compatto,
del quale oramai faceva parte. In mezzo a' serii ed alti doveri, che le
incombevano, aveva trovato il suo posto tranquillo; e solo di rado ebbe
ancora a sentirsi come turbata per eventi, che la riportavano con la
mente al periodo romano della sua vita. Il che avvenne nel 1510 per la
morte di Giovanni Sforza di Pesaro.
Dopo il ritorno nello Stato lo Sforza per Bolla di Giulio II v'era
stato confermato qual feudatario. Da quel tempo aveva cercato di
governare con saviezza, introdotti alcuni miglioramenti, e munito
anche di nuovo il castello di Pesaro. Egli era uomo dotto e dedito
allo studio della filosofia. Fu egli, come nota il Ratti, un biografo
di casa Sforza, l'autore dell'indice di tutto l'Archivio di Pesaro.
Nel 1504 s'era ammogliato ancora una volta con una nobile veneziana,
Ginevra, di casa Tiepolo, che lo aveva conosciuto nell'esilio. Il 4
novembre 1505 n'ebbe un figliuolo, Costanzo.[263] Non sappiamo in quali
termini si tenesse col d'Este a lui congiunto; ma non potettero essere
che freddi e tesi. Nella vita sua non poteva più esservi motivo di
contento davvero. Tutta la celebre casa Sforza inclinante al tramonto o
caduta di già, a lui non rimaneva speranza alcuna in una lunga durata
della sua propria schiatta. Nel Castello di Gradara, ove il più del
tempo soleva vivere in solitudine, lo colse tranquillamente la morte il
27 luglio 1510.
Essendo il figliuolo bambino ancora, assunse la reggenza di Pesaro
il fratello suo naturale Galeazzo, che s'era ammogliato con Ginevra,
figlia di Ercole Bentivoglio. Ma, quel fanciullo essendo morto il 5
agosto 1512, papa Giulio negò a Galeazzo l'investitura. Egli costrinse
quest'ultimo degli Sforza di Pesaro ad un trattato, in forza del
quale il 30 ottobre 1512 dovette consegnare il castello e la terra
a Francesco Maria Della Rovere, già, per la morte di Guidobaldo,
diventato duca d'Urbino sin dall'aprile 1508. Così Pesaro fu riunito
a quest'altro Stato. Galeazzo morì a Milano il 1515, dopochè il duca
Massimiliano Sforza avevalo istituito suo erede. Per tal morte la
linea de' signori di Pesaro s'estinse, non avendo Giovanni Sforza
lasciato che una figliuola naturale, Isabella. Questa sposò il 1520
Cipriano Sernigi, nobile fiorentino, e morì in Roma l'anno 1561, in
fama di donna illustre assai per coltura e dottrina.[264] Fu sepolta
in Laterano, ove può vedersene il profilo in marmo e leggersi ancora
quest'epitaffio: _Isabellae Sfortiae Ioannis Pesaurensium F. Feminae
Sui Temporis Prudentia ac Pietate Insigni Exec. Test. P. Vix. Ann.
LVII. M. VII. D. III. Obiit Ann. MDLXI. XI. Kal. Febr. Consensu
Nobilium De Mutis Papazurris_.
La morte del suo primo marito dovette rinnovare in Lucrezia la
coscienza della colpa sua verso lo stesso. Oramai era in un'età e le
disposizioni de' suoi sentimenti religiosi erano tali, che non era
più possibile che la leggerezza la vincesse in lei sulla coscienza.
Se non che i tempi volgevano tanto burrascosi, che tosto ella diè
altra direzione a tutti i pensieri suoi. Il 9 agosto 1510, pochi
giorni dopo la morte dello Sforza, Giulio II scomunicò Alfonso e lo
dichiarò decaduto da tutti i feudi ecclesiastici. Il Papa allora aveva
ripreso i disegni dello zio Sisto, che, alleato con Venezia, aveva un
tempo voluto strappar Ferrara agli Este. Rabbonito da' Veneziani con
la cessione delle città romagnuole, erasi Giulio riconciliato con la
Repubblica, e domandato ad Alfonso che anch'egli abbandonasse la lega
francese e desistesse dalla guerra contro Venezia. Al che il duca erasi
ricusato; e conseguenza di ciò fu la scomunica. Dopo d'allora Ferrara,
nella più stretta alleanza con la Francia, si vide spinta in quella
guerra furibonda, che condusse alla celebre battaglia di Ravenna, degli
11 aprile 1512, nella quale l'artiglieria di Alfonso decise le sorti
della giornata.
Appunto in tal guerra e in occasione del tentativo di Giulio II
d'impadronirsi di Ferrara con una sorpresa strategica, il famoso
Bayard fece conoscenza di Lucrezia. Tornando i cavalieri francesi, in
compagnia de' loro commilitoni ferraresi, trionfanti in Ferrara, dopo
la conquista della Bastìa, vennero accolti con altissime dimostrazioni
d'onore. A memoria di ciò il biografo del Bayard scrisse più tardi in
lode di Lucrezia: «Soprattutto la buona duchessa, ch'era una perla in
questo mondo, accolse i Francesi con grande distinzione, e tutti i
giorni dava loro feste maravigliose e banchetti sul gusto italiano.
Io oso ben dirlo: nè del tempo suo nè molto innanzi s'è mai trovata
principessa di lei più gloriosa; mentr'ella era bella e buona e dolce e
cortese con tutti; e nulla è pure più sicuro di questo che, comunque il
marito di lei fosse principe savio e coraggioso, nondimeno essa, mercè
la sua cortesia, gli ha reso buoni e grandi servizii.»[265]
È noto come, per la morte di Gastone di Foix alla battaglia di Ravenna,
la vittoria di Francia si convertisse in perdita, e la sconfitta del
Papa in trionfo. Alfonso si vide privo di difesa. Nel luglio 1512
s'affrettò ad andare a Roma per ricevervi da Giulio l'assoluzione.
Benchè ottenesse questa, pure solo una fuga precipitosa potette
salvarlo dall'estrema rovina o dalla sorte medesima di Cesare Borgia.
Aiutato da' Colonna, che lo condussero a Marino, gli riuscì travestito
tornare a Ferrara.
Furono giorni tormentosi per Lucrezia. Mentre tremava per la vita del
marito, ebbe anche la nuova della morte del figlio suo, lontano ed
espulso. Il 28 agosto 1512 l'agente mantovano Stazio Gadio scriveva
da Roma al suo signore Gonzaga: «Qui si dà per certo che il duca di
Bisceglie, figlio della signora duchessa di Ferrara e di Don Alfonso
d'Aragona, sia morto a Bari, ove la duchessa di quella città lo teneva
seco.»[266] Lucrezia stessa ne informò una persona sconosciuta con
lettera del primo ottobre, nella quale diceva: «Io mi trovo tuttavia
involta in lacrime e amaritudine per la morte del duca di Biselli, mio
figliuolo carissimo; su di che il latore della presente potrà darle i
particolari.»
Ignoriamo i destini del povero Rodrigo ne' primi anni dopo la morte
di Alessandro e dopo che Cesare fu tradotto in Spagna. Pure dobbiamo
tenere per certo, che visse in Napoli sotto la tutela de' cardinali
Ludovico Borgia e Romolini di Sorrento. Il re di Spagna, giusta i
trattati anteriori, lo riconobbe qual duca di Bisceglie, e vi sono
ancora del settembre 1505 documenti, ne' quali il luogotenente
del piccolo duca prestava giuramento di fedeltà nelle mani de' due
cardinali tutori.[267] Probabilmente Rodrigo fu educato da donna
Sancia, sua zia carnale. Anche questa trovavasi col marito nel Reame
di Napoli, ove Don Jofrè fu riconosciuto nel possesso de' suoi beni.
Sancia morì senza figliuoli nel 1506, appunto durante il soggiorno di
Ferdinando il Cattolico a Napoli. Pertanto fecero ritorno al re gran
parte de' feudi di Don Jofrè, il quale nulladimeno restò principe di
Squillace. Egli si ammogliò una seconda volta, e da questo matrimonio
ebbe discendenti. Nulla si sa della fine sua. Una delle sue nipoti,
Anna de Borgia, principessa di Squillace, come ultima discendente
di questo ramo portò in dote, sugl'inizii del XVII secolo, quel
possedimento nella casa Gandia di Spagna, sposando Don Francesco
Borgia.
Morta la Sancia, Rodrigo dovette forse essere affidato all'altra zia,
sorella maggiore di suo padre. Era questa Isabella, la più infelice
delle donne di quel tempo, vedova di Giangaleazzo di Milano, fatto
morir di veleno da Lodovico il Moro. In tutta la storia d'Italia di
quel periodo, in cui con l'invasione di Carlo VIII una tempesta di
fortunose vicende si scatenò sulle varie dinastie che la dominavano,
difficilmente potrebbe trovarsi una figura altrettanto tragica quanto
quella d'Isabella d'Aragona. Ella fu colpita insieme dalla rovina
delle due case Sforza e Aragona. E d'ambo queste famiglie può ben dirsi
ciò che il Caracciolo nel suo _De varietate fortunae_ ha detto degli
Sforza: «Non v'ha ancora tragedia, per orribile che sia, cui la casa
Sforza non possa offrire sufficiente materia.» Isabella aveva assistito
alla caduta di tutta la casa sua, un tempo così potente, e visto menare
il proprio figlio Francesco, da Luigi XII, prigioniero in Francia,
ove doveva morire giovane ancora e sacerdote. Essa erasi ritirata a
Bari, città che Lodovico il Moro nel 1499 le aveva abbandonata, e ne fu
duchessa sino alla morte, sino cioè agl'11 febbraio 1524.
Ora s'era preso seco il figliuolo di Lucrezia, il quale moriva in
casa sua all'età di tredici anni. Quest'ultima pretese alla eredità
di lui; e, come risulta da documenti, la ebbe in effetto da Isabella
d'Aragona, qual tutrice del defunto, nella somma di alcune migliaia di
ducati.[268] Quali che fossero le circostanze, che costrinsero Lucrezia
a tener lontano da sè il figliuolo, è certo, ad ogni modo, che questo
infelice bambino lasciò sulla figura di lei un'ombra sinistra.