Proprio nel tempo che quella tragedia si svolgeva alla corte di
Ferrara, e che alla memoria di Lucrezia dovevano ripresentarsi
vivi i ricordi della sua passata vita, Giulio II usciva da Roma
per dar seguito alle sue ardite imprese. Queste eran rivolte alla
ricostituzione dello Stato della Chiesa, mercè la scacciata di quei
tiranni, che un tempo avevano potuto schivare il ferro di Cesare. Come
vassallo della Chiesa, Alfonso mandò truppe ausiliarie. Non prese però
parte di persona alla spedizione; mentre invece Guidobaldo d'Urbino,
che aveva adottato Francesco Maria Della Rovere a figlio e successore
suo, e il marchese Gonzaga servivano personalmente nell'esercito
di Giulio II. Il 12 settembre 1506 il Papa entrò in Perugia, i cui
tiranni, i Baglioni, pieni di timore e spavento, gli si sottomisero.
L'11 novembre fece il suo ingresso in Bologna, dopochè Giovanni
Bentivoglio, la moglie Ginevra e tutti i figliuoli loro eran già sulla
via dell'esilio. Colà Giulio fece alto, gettando avidi sguardi sulla
Romagna, una volta Stato di Cesare, ed ora in potere de' Veneziani.
Uno strano caso faceva proprio allora apparir di nuovo in lontananza la
già dileguata figura di quel duca di Romagna. Il 26 novembre giunse a
Lucrezia la nuova, che il fratello era evaso dalla sua prigione nella
Spagna. Il giorno dopo ella ne informò il marchese Gonzaga, ch'era a
Bologna come Capitan Generale della Chiesa.
Per la liberazione di Cesare ella erasi dato un gran da fare; ma
le intercessioni sue non fecero presa sull'animo del re di Spagna.
Finalmente per circostanze accidentali quegli ottenne libertà. Lo
Zurita racconta che Ferdinando il Cattolico nella primavera del
1506 voleva prender Cesare dalla prigione di Aragona e menarlo
seco in Napoli, ove andava per ordinarvi le faccende del Reame e
per assicurarsi di Consalvo, della cui fedeltà aveva cominciato a
insospettire. Ma il genero, l'arciduca Filippo, col quale era in
una certa tensione, in causa delle pretensioni che colui affacciava
sul governo della Castiglia, negò di render Cesare prigioniero in
Medina, ch'era luogo castigliano. Ora, assente Ferdinando per quel
viaggio, Filippo venne a morte in Burgos il 5 settembre 1506. E Cesare
approfittò per fuggire di questa circostanza e anche della lontananza
del re. La fuga fu aiutata dal partito castigliano, che aveva in mente
servirsi del celebre condottiero.
Il 25 ottobre egli fuggì dal Castello di Medina sulla terra del conte
di Benavente, ove si fermò dapprima. Alcuni baroni, che desideravano
rimettere il governo della Castiglia nelle mani di Massimiliano, padre
di Filippo, volevano mandarlo ambasciatore nelle Fiandre alla Corte
dell'imperatore. Ma, svanito il progetto, Cesare se ne andò a Pamplona,
dal cognato, il re di Navarra, anch'egli implicato ne' negozii
castigliani e in quel momento in guerra col suo ribelle Conestabile, il
conte di Lerin.
Di lì scrisse al marchese di Mantova. Questa è l'ultima lettera che
abbiamo di lui, o che almeno ci è nota:
«Illustrissimo Principe e signor Cognato, onorando qual fratello. —
Avviso Vostra Eccellenza, come, dopo tanti travagli, è piaciuto al
Signor Nostro Iddio liberarmi e cavarmi di prigione. In qual modo sia
ciò accaduto, intenderà dal mio segretario Federigo, esibitore della
presente. Piaccia a Dio, d'infinita clemenza, che ciò sia per maggior
suo servizio. Al presente mi trovo in Pamplona con gl'illustrissimi re
e regina di Navarra. Vi giunsi il 3 dicembre, della qual cosa, come
di ogni altra, Vostra Signoria sarà a pieno informata dal nominato
Federigo. Piaccia a lei prestargli, per quanto sarà per dire in mio
nome, tutta quella fede, come farebbe alla mia persona propria. Mi
raccomando per sempre all'Eccellenza Vostra. — Da Pamplona, il 7
dicembre 1506. Di Vostra Eccellenza compare fratello minore Cesare.»
La lettera è suggellata con ostia. Il suggello porta le doppie armi di
Cesare, finamente incise, con l'iscrizione: _Cæsar Borgia De Francia
Dux Romandiolæ_. Uno degli scudi contiene l'arme de' Borgia co' gigli
francesi, dalla cui corona si levano sette draghi dalle lingue aguzze;
l'altro, l'arme della moglie di Cesare con i gigli di Francia e un
pegaso che sormonta il cimiero.[254]
Il segretario di Cesare giunse a Ferrara sugli ultimi di dicembre.[255]
Difficilmente era stato mandato in Italia solo per confermare la
liberazione del suo signore. Egli vi veniva pure per investigare lo
stato delle cose, e vedere se una restaurazione del duca di Romagna
fosse ancora possibile. Ma per simili sogni niun momento poteva essere
più inopportuno della fine dell'anno 1506, quando Giulio II aveva preso
appunto possesso di Bologna. Il marchese Gonzaga, sulla cui benevolenza
Cesare faceva ancora assegnamento, era colà Generalissimo dell'esercito
papale. E questo, come si teneva, era già pronto ad un'impresa in
Romagna. Pure la Romagna era l'unico paese, nel quale Cesare potesse
avere in vista una restaurazione. Il suo buon governo vi aveva lasciato
orma profonda; e i Romagnoli avrebbero preferito la dominazione di lui,
anzichè sottomettersi al reggimento della Chiesa. È giusto ciò che lo
Zurita, lo storico d'Aragona, dice: «La liberazione di Cesare costernò
il Papa, perchè il duca era tale uomo che da se solo bastava a mettere
sossopra l'Italia intera. Egli era amato assai non solo dalla gente di
guerra, ma anche da molti in Ferrara e nelle terre della Chiesa: fatto
che raramente scontrasi in tiranno altro qualsiasi.»
L'inviato di Cesare osò spingersi sino a Bologna, nonostante che vi
fosse il Papa; e questi lo fece prendere. Informatane Lucrezia, scrisse
al marchese Gonzaga questa lettera:
«Illustrissimo signor Cognato e Fratello riveritissimo. — Ho appunto
inteso che per commissione di Sua Santità, Nostro Signore, è stato
preso in Bologna Federigo, cancelliere del signor Duca, mio fratello.
Io son certissima ch'egli non si troverà in mancamento alcuno, non
essendo venuto per fare o per dire alcunchè di disaggradevole o di
molesto per Sua Santità, mentre nulla di simile penserebbe nè ardirebbe
Sua Eccellenza. Che se colui avesse avuto alcuna commissione, me
l'avrebbe anticipatamente comunicata, ed io non avrei giammai tollerato
nè tollererei ch'egli fosse motivo anche a sospetto, essendo io, al
pari dell'Illustre mio Signor Consorte, devotissima e fedelissima serva
di Sua Beatitudine. Quanto a me, non trovo nè so ch'egli sia venuto
per altro se non per portare la nuova della liberazione. Onde tengo
per cosa indubitata che egli sia del tutto innocente. Ma la detenzione
è un fatto che ha per me un peso grave, massime per lo smacco che può
derivarne al detto Duca mio fratello, quasi non fosse in grazia di Sua
Santità; e lo stesso vale pure riguardo a me. Io prego adunque quanto
più so e posso l'Eccellenza Vostra, e per quanto amore la mi porta,
di adoperarsi in ogni guisa presso Sua Santità, perchè colui presto
sia rilasciato. E questa cosa io spero dalla benignità di quella,
e dalla efficacia ed intercessione di Vostra Eccellenza. Perocchè
niun piacere nè beneficio potrei dall'Eccellenza Vostra al presente
ricevere maggiore di questo, e pel quale sapessi esserle più obbligata
e per l'onor mio e per ogni rispetto. Sicchè di nuovo le raccomando
di tutto cuore questo affare. E me le offro e raccomando. — Ferrara,
15 gennaio 1507. Di Vostra Eccellenza sorella e serva la Duchessa di
Ferrara.»[256]
Da Pamplona Cesare mandò il Requesenz, il suo antico maggiordomo, al
re di Francia, per impetrare la permissione di tornare alla Corte e
al servizio di lui. Ma Luigi XII non volle saperne. All'inviato, che
a nome di Cesare pretendeva il Ducato di Valenza e la pensione per lo
innanzi percepita come principe della Casa di Francia, fu risposto con
un rifiuto.[257]
Ben presto la morte veniva a porre termine a tutte le speranze del
famoso avventuriero. Al soldo del cognato di Navarra, Cesare cingeva
d'assedio il vassallo di lui Don Loys de Beamonte, conte di Lerin,
nel Castello Viana. Quivi cadde morto in una imboscata, valorosamente
pugnando, il 12 marzo 1507. Il luogo è nella diocesi di Pamplona; e
per strana coincidenza, come lo Zurita nota, il giorno della morte di
Cesare fu quello stesso, in cui aveva un tempo ricevuto il Vescovado
di Pamplona. E in questa città con grande onoranza fu anche seppellito.
Non aveva che 51 anno, proprio come Nerone.
La caduta dell'uomo formidabile, che una volta aveva fatto tremare
l'Italia intera, e il cui nome era divenuto celebre per ogni dove,
liberava Giulio II da un pretendente, che col tempo avrebbe potuto
diventargli molesto assai. Chi può dire difatti tutti gl'imbarazzi
che Cesare avrebbe potuto procacciargli o nella guerra con Venezia pel
possesso della Romagna, come alleato e condottiero della Repubblica, o
ancor più in quella del Papa stesso con la Francia, dopo la defezione
di lui dalla Lega di Cambray? Niun dubbio che Luigi XII, tutto spirante
vendetta, avrebbe ricondotto Cesare in Romagna, messo a profitto gli
antichi legami in quel paese, come pure le grandi attitudini di lui.
La nuova della morte di Cesare giunse a Ferrara da Rema e da
Napoli, nell'aprile 1507, mentre il duca Alfonso era assente. Il suo
consigliere Magnanini e il cardinale Ippolito celarono i dispacci alla
travagliata duchessa, prossima a sgravarsi, la quale per altro aveva
già dell'accaduto più che un presentimento. Le si disse soltanto, che
in un combattimento il fratello era stato ferito. In preda a profonda
commozione, si ritrasse in un convento della città, e vi passò due
giorni pregando; quindi fece ritorno al palazzo. Non appena il rumore
della morte di Cesare era arrivato all'orecchio di lei, aveva spedito
il servitore Tullio a Navarra. Ma, confermatosi della realtà del fatto,
questi a mezza strada tornò indietro a Ferrara. Era quivi venuto pure
il Grasica, scudiero di Cesare, che aveva assistito ai funerali del
duca in Pamplona; e diede notizie precise sulle circostanze della
morte. Il cardinale si decise oramai a dire a Lucrezia la verità,
consegnandole la lettera del marito Alfonso, che recava la triste
nuova.[258]
La duchessa mostrò più rassegnazione di quello si potesse aspettare.
Il dolor suo si mescolava con l'amarezza di tutte quelle rimembranze
e di quei sentimenti, che la vita in Ferrara aveva potuto sopire, non
estinguere del tutto. E ben due volte risursero nell'anima sua più
prepotenti e spaventevoli che mai: alla morte del padre, e ora alla
morte del terribile fratello, l'uccisore del suo giovane sposo Alfonso.
Se è lecito pensare che il cordoglio suo, oltre tutte le altre ragioni
che concorrevano a generarlo, fu essenzialmente il prodotto del più
santo de' sentimenti, lo spettacolo di Lucrezia, che piange la morte di
Cesare Borgia, rappresenta davvero uno de' più bei trionfi dell'amore
fraterno. E a noi piace tener così, perchè, di certo, quest'amore è il
più puro e generoso di tutti i sentimenti umani.
In verità, bisogna riconoscerlo, Cesare Borgia non appariva nè alla
sorella nè in generale a' contemporanei quale lo vediamo noi oggi.
Oggi per noi i suoi misfatti sembrano sempre più neri; mentre invece
le sue buone qualità e quella sua importanza, tanto per politiche
ragioni esaltata dal Machiavelli, si sono via via rimpicciolite. E
per ogni pensatore la possanza, cui quel giovane avventuriero, per
rincontro di condizioni affatto peculiari, seppe levarsi, non può che
esser prova di ciò, che la moltitudine volgare, paurosa e ignorante,
è capace di sopportare. Essa sopportò anche la puerile grandezza di un
Cesare Borgia, innanzi al quale principi e città allibirono per anni.
Ned egli, del resto, fu l'ultimo idolo della storia, sfacciato tanto
quanto intimamente vuoto, innanzi al quale il mondo si sia prosternato
tremando.
Ma quando anche Lucrezia non si fosse formato un giudizio chiaro sul
conto di suo fratello, pure nè la memoria nè la mente sua potevano
esser diventate mute e inerti. Per parte sua lo perdonò; ma dovette
domandarsi, se lo perdonerebbe del pari l'incorruttibile giudice delle
azioni umane. E noi sappiamo ch'ella era cattolica credente e fervorosa
nel senso della religione di quel tempo. Possiamo quindi immaginare
quante messe espiatorie facesse dire per l'anima di Cesare, e quante
preghiere volgesse al Cielo in suffragio della stessa.
Ercole Strozzi cercò confortarla con pompose poesie, nel 1508 le
dedicò un epicedio per Cesare. Questa poesia barocca è notevole pel
concetto dell'autore, e quasi è lecito chiamarla l'accompagnamento
poetico del _Principe_ del Machiavelli. In prima il poeta mostra la
profonda angoscia delle due donne, Lucrezia e Carlotta, che spargono
sul caduto caldissime lagrime, come già altra volta ne versarono per
Achille Cassandra e Polissena. Dipinge l'eroica carriera di Cesare,
pari al grande Romano nelle geste come nel nome. Novera tutte le città
di Romagna da lui conquistate, e accusa l'invido destino che non gli
permise conquistarne altre, perchè in tal caso non avrebbe lasciato
a Giulio II la gloria di Bologna. Racconta che, tempo innanzi, il
genio di Roma era apparso al popolo romano e aveva profetizzato la
fine di Alessandro e di Cesare, deplorando che con loro svaniva la
speranza sua di vedere una volta venire la sua salute dalla stirpe di
Callisto, siccome gli Iddii le avevan promesso. Ora Crato istruisce
il poeta intorno a tal promessa. Pallade e Venere, quella amica di
Cesare e Spagnuoli, questa italiana di patria e indignata che stranieri
avessero a padroneggiare su' discendenti di Troia, avevano, disputando
tra loro, levato i loro richiami innanzi a Giove, e accusatolo di
non aver mantenuto la promessa di dare all'Italia un re eroico. Giove
avevale calmate: il fato era irresistibile. È vero che Cesare aveva
dovuto morire come Achille; ma dalle due stirpi degli Este e de'
Borgia, derivate da Troia e dall'Ellade, nascerà l'eroe promesso.
Pallade quindi entra in Nepi, ove, dopo la morte di Alessandro, Cesare
giaceva malato di peste; e al suo letto, sotto le sembianze del padre
di lui, gli presagisce la morte, cui egli, nella coscienza della sua
gloria, doveva affrontare da eroe. Poscia s'invola come uccello, e
corre a Ferrara da Lucrezia. Descritta la caduta di Cesare in Spagna,
il poeta consola la sorella prima con filosofici luoghi comuni, e
poi annunziandole ch'ella sarebbe la madre del predestinato figlio
d'eroi.[259]
Stando all'asserzione dello Zurita, Cesare Borgia non lasciò che
un'unica figliuola, la quale visse con la madre sotto la protezione
del re di Navarra. Ebbe nome Luisa. Si maritò più tardi con Luigi De La
Tremouille; e, morto costui, con Filippo di Bourbon, barone di Busset.
La madre, Carlotta d'Albret, dopo una vita tanto commossa, si diede
alla pietà e devozione contemplativa. Ritirata dal mondo, morì gl'11
marzo 1514. Due figliuoli naturali di Cesare, Girolamo e Lucrezia,
vivevano in Ferrara, ove l'ultima si fece monaca, e nel 1573 morì
badessa di San Bernardino.[260]
Nel febbraio 1550 in Parigi saltò fuori un altro bastardo di Cesare.
Era un prete che si spacciava per figliuolo naturale del duca, di nome
Don Luigi. Era venuto di Roma per chiedere soccorsi al re di Francia,
avendo, com'ei diceva, suo padre incontrato la morte nel regno di
Navarra in servizio della Corona di Francia. Gli furon dati 100 ducati,
co' quali se ne tornò a Roma.[261]