V.

Con ogni studio Alessandro teneva dietro a quanto accadeva in Ferrara.

Egli non perdeva d'occhio la figlia. Questa e gli agenti di lui lo

informavano d'ogni segno di favore o disfavore, cui incontrasse.

Cessata l'ebbrezza delle feste nuziali, quando Lucrezia doveva

affrontare con tatto l'invidia e il sospetto e formarsi nella corte un

solido stato, potevano forse esserle serbati giorni difficili e penosi.

Le informazioni di costei rassicurarono Alessandro, specialmente

rispetto al contegno di Alfonso. Egli non supponeva che il principe

erede di Ferrara amasse la figliuola. Ma ciò che solo gl'importava era

che la trattasse da moglie e la facesse madre di un principe. Sentito

che Don Alfonso passava la notte con Lucrezia, n'espresse grande

soddisfazione all'ambasciatore ferrarese. «Certamente di giorno egli va

altrove, giovane qual è, pel piacer suo; ma in ciò fa molto bene:» così

pensava Sua Santità.[219]

Egli ottenne pure che il duca désse alla nuora, come rendita annuale,

12,000 ducati invece di 6000, come colui voleva. Lucrezia era difatti

liberale e aveva bisogno di molto.

Frattanto Cesare apparecchiavasi a condurre a termine quelle imprese,

di cui gli erano mallevadori insieme il parentado con Ferrara e

l'assenso di Francia. Dopochè ebbe fatto sgozzare in Castel Sant'Angelo

il giovane Astorre Manfredi, mosse il 13 giugno per Romagna. Trasse in

inganno l'ingenuo Guidobaldo d'Urbino, e ad un tratto s'impadronì dello

Stato di lui. Ciò fu il 21 giugno. Il duca fuggiasco riparò a Mantova:

poi andò con la moglie a Venezia.

Ora Cesare si rivolse contro Camerino. Trasse in agguato i Varano, e li

fece trucidare: solo uno scampò. Di tutte le sue geste egli informava

la corte di Ferrara. Ed Ercole non si vergognava di felicitarlo di

atrocità, mercè le quali principi amici o prossimi parenti di lui

avevan subito la estrema rovina. Da Urbino scrisse alla sorella questa

lettera:

«Illustrissima Signora e Germana nostra carissima. — Tengo per certo,

che per la presente indisposizione della Eccellenza Vostra non possa

esservi nulla più efficace e più salutare che il sentire buone e felici

nuove. Le facciamo sapere che in questo punto abbiamo avuto nuova

certezza della presa di Camerino. Noi la preghiamo di far onore a

codesta nuova con evidente miglioramento dello stato suo, e di volerci

informare di ciò. Imperocchè per l'indisposizione sua non possiamo

provar piacere nè per questa, nè per altre nuove. Noi la preghiamo pure

di partecipare la presente all'Illustrissimo Signor Don Alfonso, suo

marito, come a fratello nostro amatissimo, e al quale per fretta non

scriviamo. — Urbino, 20 luglio 1502. Di Vostra Eccellenza fratello, il

quale l'ama come se stesso, Cesare.»[220]

Poco dopo Cesare fece alla sorella la sorpresa di una visita nel

Palazzo Belfiore. Vi giunse con cinque cavalieri travestito, il 28

luglio. Si fermò due ore appena; quindi, accompagnato sino a Modena

dal cognato Alfonso, ripartì frettolosamente per recarsi in Lombardia

presso il re di Francia.

In questo mentre Alessandro aveva presa una risoluzione intorno alla

conquistata Camerino, interamente in opposizione con le mire di Cesare,

la quale mostrava a costui, che alla fin fine la volontà del padre non

era tutta e intera in poter suo. Il 2 settembre 1502 Alessandro investì

di Camerino, come Ducato, quell'Infante Giovanni Borgia, nominato

da lui talvolta suo, tal'altra figliuolo di Cesare, e che aveva già

investito del Ducato di Nepi. Tutti questi possedimenti reggeva in nome

dell'Infante il suo tutore, il cardinal di Cosenza, Francesco Borgia.

V'hanno monete di questo effimero Duca di Camerino.[221]

Il 5 settembre Lucrezia, a grandissimo cordoglio di Alessandro, che

aveva sperato nella nascita di un erede al trono, partorì una bambina

morta. Essa ne fu gravemente malata. A questa nuova Ercole venne

in fretta da Reggio, ove era ito incontro a Cesare di ritorno dalla

Lombardia. Trovò Lucrezia affidata alle cure del più abile de' medici

di Alessandro, il vescovo di Venosa. Il 19 settembre venne anche

Cesare a visitar la sorella: restò con lei due giorni; quindi andò ad

Imola.[222]

Lucrezia si sentiva opprimere in Castel Vecchio, e desiderava respirare

aria migliore. L'8 ottobre andò a stare nel chiostro del _Corpus

Domini_. Vi fu accompagnata da tutta la corte. Si riebbe in salute, e

già il 22 del mese stesso, a grande gioia di tutti, come lo stesso duca

Ercole scrisse a Roma, potè tornare alla sua residenza nel castello.

Alfonso andò pure a Loreto a sciorre un voto fatto pel ristabilimento

della moglie. La pubblica sollecitudine, di che Lucrezia nella

congiuntura fu fatta segno, mostrarono che si cominciava ad amarla in

Ferrara.[223]

Nel mese d'ottobre ebbe pur luogo la ribellione dei condottieri,

che mancò poco non traesse Cesare a rovina. Per la defezione de'

generali anche il paese d'Urbino insorse, tanto che Guidobaldo il 18

ottobre poteva già rientrare nella sua capitale. Ma la protezione di

Francia e la cecità de' codardi salvarono il duca di Romagna dal più

estremo pericolo. Il 31 dicembre egli si sbarazzò di quei baroni col

noto strattagemma in Sinigaglia. Fu il suo capolavoro. Vitellozzo e

Oliverotto fece immediatamente sgozzare. Gli Orsini, Paolo, il suocero

di Jeronima Borgia, e Francesco, il duca di Gravina, che un tempo

doveva essere marito di Lucrezia, incontrarono la stessa sorte il 18

gennaio 1503.

Il duca di Ferrara mandò a Cesare congratulazioni. I Gonzaga fecero

altrettanto. Isabella stessa, che aveva visto scacciar da Urbino sua

cognata, e il marito di questa costretto a fuggirsi di colà una seconda

volta, gli scrisse lettere piene di complimenti. I Gonzaga volevano

ora effettivamente impegnar la mano del loro piccolo Federigo, principe

erede, con Luisa, figliuola di Cesare. E con la mediazione di Francesco

Trochio già si trattava a Roma dell'affare. Ecco una lettera d'Isabella

a Cesare:

«Al Signor Duca di Valenza. — Illustrissimo, etc. — De' felici

progressi di Vostra Eccellenza, ch'ella con amorevole lettera ci ha

significati, abbiam preso piacere e contento, quale si conviene alla

mutua amicizia e alla benevolenza, che è tra lei e il nostro illustre

signor consorte. Epperò in suo e in nostro nome ci congratuliamo

seco per la sicurezza e prosperità conquistate; e la ringraziamo per

la partecipazione e anche per l'offerta di tenerci avvisati degli

ulteriori successi. Al qual proposito la preghiamo di persistere nella

bontà sua. Poichè, amandola come noi facciamo, desideriamo sentire più

spesso degli andamenti suoi per poterci rallegrare con lei pel bene e

per l'esaltazione di Vostra Eccellenza. Ora, credendo noi che, dopo le

pene e le fatiche patite in codeste sue gloriose imprese, voglia anche

trovar loco di ricrearsi, mi è parso bene mandarle 100 maschere per

mezzo del nostro staffiero Giovanni. Certamente noi lo riconosciamo

come vile dono rispetto alla grandezza de' meriti dell'Eccellenza

Vostra e anche all'animo nostro. Nullameno valga come testimonianza

che, ove in questo nostro paese fosse cosa più degna e conveniente, più

volentieri gliela manderemmo. Che se inoltre le maschere mancheranno

della bellezza che pur si confarebbe, piaccia a Vostra Eccellenza

imputarlo ai maestri di Ferrara. I quali, per la proibizione già da

molti anni di mascherarsi colà in pubblico, hanno disimparato a farne.

Possa quindi supplire la sincera volontà e affezione nostra verso

Vostra Eccellenza. Quanto alla pratica nostra, non accade replicare

altro, finchè non intendiamo da Vostra Eccellenza la risoluzione di Sua

Santità, Nostro Signore, circa il caso della sicurtà, che le abbiamo

fatto esplicare a voce mediante Brognolo. Onde stiamo in aspettazione

per venire alla conclusione. A lei ci raccomandiamo ed offeriamo. 15

gennaio 1503.»[224]

Cesare da Acquapendente rispose così alla marchesa:

«Illustrissima Signora Commara e Sorella nostra onorandissima. —

Abbiamo ricevuto il dono di Vostra Eccellenza delle 100 maschere,

che mi sono state molto accette per la multiplice varietà e singolare

bellezza, e ancora più per essere sopraggiunte in tempo e luogo che più

al proposito non sarebbe potuto essere, come se Vostra Eccellenza ci

avesse prefissa la legge e l'ordine delle imprese nostre e della nostra

tornata a Roma. In vero in quel medesimo giorno ci eravamo impadroniti

della città e contado di Sinigaglia con le fortezze, e punito di santa

ragione i perfidi tradimenti degli avversarii nostri, e liberato

altresì da tirannia Città di Castello, Fermo, Cisterna, Montone e

Perugia, e ridottele all'ubbidienza di Sua Santità, Signor Nostro. Ed

ora abbiamo anche deposto dal tirannico dominio, che s'era usurpato a

Siena, Pandolfo Petrucci, addimostratosi contro di noi feroce nemico.

E soprattutto ci sono state accettissime le maschere, perchè venivano

dalla fraterna e singolare benevolenza, ch'ella, ne siamo certissimi,

con l'Illustrissimo suo Signor Consorte ci porta. E di questo ella ci

dà prova con l'amorevolissima lettera, con la quale ci ha mandato quel

presente. Per tutte codeste cose noi dovremmo per lettera ringraziarla

infinite volte, se la grandezza de' meriti suoi e del suo consorte

presso di noi non rifiutasse ogni dimostrazione di parole, ricercando

invece efficacità di fatti. Noi useremo le maschere, e la loro perfetta

bellezza ci sparagnerà la cura di ogni altro ornamento. Quanto alla

nostra comune parentela vi perseveriamo sempre con maggior fervore.

Nella nostra andata a Roma ci adopereremo in guisa che Sua Santità,

Signor Nostro, le dia pienissimo effetto. Al prigioniero accorderemo

la libertà, siccome l'Eccellenza Vostra da noi desidera. Assumeremo

subito piena informazione, e, avutala, non ci resteremo di rispondere

alla Signoria Vostra Illustrissima con sua soddisfazione, e a questa

ci raccomandiamo. — Dal campo papale presso Acquapendente, il primo

febbraio. Di Vostra Eccellenza compare e fratello il Duca di Romagna,

etc., Cesare.»[225]

Cesare s'accostava allora al sommo de' desiderii suoi, la corona

reale dell'Italia centrale. Questo audace disegno però non restò che

un sogno. Luigi XII gli proibì di spingersi e penetrare più in là.

Gli Orsini e altri baroni dei territorii romani si levarono a lotta

disperata; ond'ei dovette in fretta recarsi a Roma. Poichè Consalvo

aveva abbattuto la potenza francese nel Regno di Napoli, e il 14

maggio era entrato vittorioso nella capitale, Alessandro e suo figlio

cominciarono a volgersi verso Spagna. Se non che Luigi XII, per la

riconquista di Napoli, mandò sotto il La Tremouille nuovo esercito,

nel quale prese servizio al soldo del re anche il marchese di Mantova.

Nell'agosto 1503 l'esercito s'era avanzato sin sul Patrimonio di San

Pietro.

Ma ecco che in un solo e stesso giorno Alessandro e Cesare caddero

malati. Il Papa morì il 18 agosto. Che entrambi siano stati in pari

tempo avvelenati, è stato affermato e negato insieme. E, per quante

ragioni si possa far valere in favore dell'una e dell'altra opinione,

questo è sicuro che il fatto rimane incerto.

La morte del padre fu per Lucrezia, fatta astrazione da ogni sentimento

personale, un avvenimento capace di mettere in forse la condizione sua

in Ferrara. In realtà, la potenza di Alessandro era stata per lei saldo

sostegno. Nè essa poteva dirsi ancora sicura dell'affetto duraturo del

suocero nè del marito. Piuttosto Alfonso ora poteva ricordarsi di ciò

che una volta gli ebbe detto Luigi XII: che, alla morte di Alessandro

VI, egli non saprebbe più chi fosse la donna, la quale egli avea

sposata. Il re stesso domandò un giorno all'ambasciatore di Ferrara

presso la sua corte, se sapesse in che modo madonna Lucrezia aveva

accolta la nuova della morte del Papa. E avendo il ministro risposto

d'ignorarlo, Luigi XII gli disse: «So che non siete mai stati contenti

di codesto matrimonio; questa madonna Lucrezia non è nemmeno la moglie

effettiva di Don Alfonso.»[226]

Lucrezia sarebbe stata sgomenta assai, dove avesse potuto leggere la

lettera che il suocero scrisse al suo ambasciatore Giangiorgio Seregni

in Milano, allora in possesso de' Francesi, con la quale gli apriva

l'animo suo in occasione della morte di Alessandro VI:

«Giangiorgio. — Per chiarirti di quello che da molti si è domandato, se

per la morte del Papa stiamo di mala voglia, ti assicuriamo che la non

ci è spiaciuta per niun capo. Piuttosto per l'onore del Nostro Signore

Dio e per l'universale bene della Cristianità abbiamo già da più dì

desiderato, che la divina bontà e provvidenza volesse provvedere un

pastore buono ed esemplare e togliesse dalla Chiesa sua tanto scandalo.

Per quel che riguarda noi peculiarmente, non potremmo altrimenti

desiderare; perchè presso di noi prepondera il riguardo alla gloria di

Dio e al bene dell'universale. Pure, oltre a questo, ti diciamo, che

non fu mai Papa, dal quale non avessimo ricevuto grazia e piacere più

che da questo, anche dopo l'affinità contratta. Avemmo da lui soltanto

appena quello, cui era obbligato, mentre noi non ce ne stemmo alla

fede sua. Del rimanente, in niun'altra cosa, nè grande nè mediocre nè

piccola, siamo stati compiaciuti da lui. Il che crediamo in gran parte

procedesse per colpa del duca di Romagna. Non avendo egli potuto fare

di noi quello che avrebbe voluto, si è con noi condotto da estraneo.

Giammai non si è aperto con noi; giammai non ci ha communicati

gli andamenti suoi; nè noi abbiamo communicato a lui i nostri. Da

ultimo, inclinando egli a Spagna, e vedendoci noi buoni francesi, non

avevamo mai da sperare piacere alcuno nè dal Papa nè da Sua Signoria.

Per questo tal morte non ci è dispiaciuta; mentre non avevamo ad

aspettarci che male dalla possanza del nominato duca. Noi vogliamo

che tu communichi puntualmente questo nostro secreto al Gran Maestro

(Chaumont), al quale non vogliamo che sia celato l'animo nostro. Con

altri però parlane sobriamente. Respingerai poscia la presente indietro

a messer Gian Luca (Pozzi) nostro Consigliere. — Belriguardo, 24 agosto

1503.»[227]

Questo linguaggio era molto schietto. Tenuto conto de' grandi beneficii

venuti allo Stato suo dall'unione con Lucrezia, si sarebbe forse potuto

dare ad Ercole dell'ingrato. Se non che egli aveva sempre risguardato

quel matrimonio puramente come un affare. E quanto poi alle relazioni

sue con Cesare, aveva ragione di concepirle come faceva.

Sentiamo ora come scrivesse della morte del Papa un altro principe

famoso e molto intimo con i Borgia. Il marchese di Mantova, al tempo

dell'avvenimento, era all'esercito francese, e nel suo quartier

generale in Isola Farnese, a poche miglia innanzi Roma. Di colà scrisse

alla moglie Isabella il 22 settembre 1503:

«Illustre Signora, moglie nostra amatissima. — Affinchè la Signoria

Vostra sia, al pari di noi, informata del decesso di papa Alessandro

VI, le significhiamo quanto segue. Essendo malato, egli cominciò a

parlare in forma, che chi non intendeva il suo proposito, credeva che

vaneggiasse, ancorachè ragionasse con gran sentimento. Le parole sue

erano: — Verrò, verrò, l'è ragionevole; aspetta ancora un po'. — Quei

che intendevano il suo secreto, le spiegavano così: nel Conclave, alla

morte d'Innocenzo, egli pattuì col diavolo, comprando il Papato con

l'anima sua; fra gli altri patti fu che dovesse vivere sulla Santa

Sede 12 anni; il che gli è stato atteso con quattro dì di giunta. V'è

ancor chi afferma aver visto in camera di lui, al punto di rendere lo

spirito, sette diavoli. Morto che fu, il corpo suo cominciò a bollire e

la bocca a spumare, come caldaio sul fuoco; e continuò così sino a che

stette sopra terra. Di più divenne oltre modo grosso, tanto che in lui

non appariva più forma di corpo umano, e dalla larghezza alla lunghezza

non v'era più differenza alcuna. Fu portato alla sepoltura senza molti

onori; il cataletto fu trascinato da un facchino, con una corda legata

al piede, sino al luogo ove fu sotterrato; e ciò perchè non si trovò

alcuno che volesse toccarlo. Gli furon fatte esequie tanto misere, che

la Nana moglie del zoppo le ha in Mantova più onorevoli. L'ultima fama

sua rivive ogni giorno ne' più vituperosi epitaffi.»[228]

Le relazioni del Burkard, dell'ambasciatore veneto Giustinian, del

ferrarese Costabili e di molti altri contengono la descrizione stessa,

e quasi con identiche parole. La favola del diavolo o Babuino, venuto a

prendersi Alessandro, si può, del resto, legger pure in una relazione

nel _Diario_ di Marin Sanudo. Il marchese Gonzaga, uomo di spirito

tanto côlto e largo, la teneva per vera con la stessa ingenuità del

popolino di Roma.

La leggenda diabolica di Faust e di Don Giovanni, che venne

istantaneamente a collegarsi con la morte di Alessandro VI — e non

mancò neppure il cane nero, che irrequieto e senza mai posare correva

in San Pietro — quella leggenda, dico, esprimeva il giudizio de'

contemporanei sull'abominevole natura del Borgia e sulla sconfinata

fortuna toccatagli in vita. Nulladimeno la figura morale di Alessandro

VI è così enigmatica da rimanere un mistero, anche per lo sguardo del

più acuto psicologo.

In lui, come radice de' delitti suoi, non scopriamo ambizione nè

sete di dominio, donde è mai sempre scaturita la massima parte delle

colpe de' regi. In lui non odio del simile, nè crudeltà, nè piacere

nel male; ma sensualità e la più nobile delle forme, che valgano a

spiritualizzarla: l'amore pe' figliuoli. Tutte le osservazioni della

psicologia disporrebbero l'animo a credere che l'enorme carico di colpe

abbia fatto di Alessandro un uomo oppresso, come Tiberio e Luigi XI,

dalla paura e dalla demenza. In quella vece innanzi a noi sta un uomo

sempre pronto ai godimenti mondani, che sin nella più tarda età non

sente l'esaurimento della vita: «Il Papa ogni dì si ringiovanisce;

i suoi pensieri non passano mai una notte; è di natura allegra e fa

quello che gli torna utile; e tutto il suo pensiero è di far grandi i

suoi figliuoli; nè d'altro si cura.» Così l'ambasciatore veneto Capello

nel 1500, due anni prima che quegli morisse.

Il lato inesplicabile della natura sua non eran già le passioni, cui

abbandonossi, nè le azioni commesse. Delitti pari, e anche più gravi,

consumarono molti principi, prima e dopo di lui. L'inconcepibile

è che le commettesse come Papa. Come è possibile che Alessandro VI

congiungesse insieme quel delirio de' sensi e quelle spietate azioni

con la coscienza continua di essere, qual ei si teneva, sacerdote

supremo della religione, e rappresentante di Dio in terra? Abissi

dell'anima umana! Non v'ha occhio capace di penetrarli e scrutarli.

In che modo mai riduceva egli al silenzio i rimorsi e i palpiti della

coscienza; come riusciva a nasconderli sotto quell'aspetto sempre

franco e sereno? E poteva egli credere all'immortalità dell'anima e

all'esistenza di un Dio?

Ove si guardi alla gioconda e festosa spensieratezza, che in ogni

azione sua poneva, si potrebbe affermare che Alessandro VI sia

stato ateo e materialista per convinzione. Per spiriti profondamente

filosofici e infelici vi può essere un punto di vista, dal quale tutto

questo dibattersi del mondo umano apparisca come privo di scopo, come

miserabile giuoco di fantocci. Più di un papa e di un imperatore poteva

ripetere il noto motto: _Vanitas, omnia vanitas_, se nella coscienza

della propria effimera esistenza osservava questa fragile gabbia di

matti e l'insipidezza delle gioie e de' dolori loro, e le illusioni

e i timori e l'egoismo e le idolatrie dell'uomo. Ma in Alessandro VI

non v'ha traccia dello spirito di un Faust; nulla di un sottilizzante

disprezzo del mondo; nulla di uno scetticismo titanico. Piuttosto una

straordinaria ingenuità di fede sembra essersi in lui disposata con

l'attitudine ad ogni enormezza. Lo stesso Papa, che all'effigie della

Madre di Gesù faceva improntare i tratti dell'adultera Giulia Farnese,

credeva di essere sotto il patrocinio speciale della Madonna.

La vita di Alessandro VI è il più acuto contrapposto dell'ideale di

Cristo. Questa è verità tanto incontrastabile, che non ha bisogno

di altra prova se non del semplice confronto del procedere di

colui con le dottrine dell'Evangelio. Si confronti soltanto con i

dieci Comandamenti: non fornicare — non ammazzare — non far falsa

testimonianza....

Il fatto che Rodrigo Borgia sia stato Papa, apparirà a tutti i seguaci

della Chiesa come il più miserando degli avvenimenti, come quello che

dovrebbe essere deplorato più amaramente di ogni altra opposizione

ostile, anche di ogni aperta ribellione alla Chiesa stessa. Certo è

un fatto che non può distruggere la venerabilità dovuta alla Chiesa,

a questo secolare ed elevatissimo prodotto dello spirito umano. Ma non

distrugge forse tutta una serie di concetti mistici, che con l'idea del

Papato si eran connessi?

Le maledizioni contro il padre suo, che a un tratto rimbombarono

per tutta Italia, difficilmente arrivarono all'orecchio di Lucrezia.

Pure n'ebbe in sè qualche sentore, e dovette esserne terribilmente

commossa. Tutto il passato in Roma le tornò ancora una volta vivo

nella coscienza, ed oppresse l'anima sua. Suo padre, che primo l'aveva

fatta infelice, era poscia stato l'artefice della fortuna sua. Pietà

infantile e religioso timore dovettero a un tempo assalirla. Il Bembo

ha descritto il suo dolore e la sua angoscia. Quest'uomo, dipoi tanto

celebre, era venuto il 1503 alla corte di Ferrara, ov'egli, giovane

nobile veneto della più fine coltura e di bellissimo aspetto, fu

accolto con gioia, e s'era preso d'ardente passione per Lucrezia. Il

perfetto cortigiano le scrisse questa lettera di condoglianza:

«Io venni bene ieri a Vostra Signoria parte per farle intendere di

quanto affanno e cordoglio m'erano le sue disavventure e parte per

confortarnela, come io potessi il meglio, e pregarla a darsene pace,

intendendo io che voi ve ne affliggevate oltra modo. Ma non m'è venuto

fatto potermi in ciò soddisfare nè nell'una cosa, nè nell'altra. Chè,

tosto che io vidi voi in quelle tenebre e in quel nero drappo mesta

e lagrimosa giacere, ogni senso mi si ristrinse nel cuore, e stetti

buona pezza senza poter niente dire, o almeno senza sapere ciò che

io mi dicessi. E più tosto bisognoso io di conforto, che possente a

darne altrui, confusa l'anima dalla pietà di quella vista, tra mutolo

e scilinguato mi dipartii, siccome vedeste o poteste vedere. La qual

cosa se forse m'è avvenuta perciò, che a voi non facesse nè di mia

doglianza nè di mio conforto mestiero, siccome a colei, la quale e

conoscendo la mia verso lei osservanza e fede, conosce parimente il

mio dolore per lo suo, alla consolazione piglia per se stessa dalla sua

infinita sapienza conforto senza altronde attendernelo, meno mi doglio

di me stesso e della poca mia virtù, che intanto m'abbandonasse a quel

tempo. Ma se pure e in questo e in quello ho a farne a voi parevole

segno: dico che in quanto alla noia, senza fallo alcuno nessun'altra

via avea la fortuna da potermi compiutamente far tristo e doloroso,

che questa, dando a voi di dolervi e di attristarvi cagione: nè poteva

suo strale alcuno passarmi tanto nell'anima quanto quello che mi veniva

dalle vostre lagrime bagnato a ferire. In quanto poi alla consolazione

e conforto, altro non so che dirvi, se non che vi ricordiate che ogni

vostro dolore ammollisce e fa minore il tempo, il qual tempo indugiare

e non prevenir col consiglio tanto più a voi si disdice, quanto da voi

maggior prudenza è aspettata, la quale per le cotidiane pruove delle

vostre virtù s'aspetta sommissima in ogni avvenimento e caso. Che se

bene ora voi quel vostro così gran padre avete perduto, che maggiore la

fortuna medesima dare nol vi potea, non è perciò questo il primo colpo

che avete dalla vostra nemica e maligna disavventura ricevuto. Anzi dee

oggimai l'animo vostro aver fatto il callo alle percosse degli avversi

casi, tante e sì gravi n'avete voi sofferte per lo addietro. Oltra che,

perciò che così portano per avventura le presenti condizioni che si

faccia, non è da commettere, che alcuno creder possa che voi non tanto

la caduta, quanto ancora la stante vostra fortuna piagniate. Ma per

avventura io sono poco prudente, che a voi queste cose scrivo. Perchè

farò fine umilmente raccomandandomivi. State sana. A' 2 d'agosto 1503.

In Ostellato.»[229]

Lucrezia Borgia secondo documenti e carteggi del tempo · 第 38 / 160 题