Calmata la prima commozione, Lucrezia potette benedire alla sua sorte.
Se, anzi che esser moglie di Alfonso, i destini suoi fossero stati
ancora legati a quelli de' Borgia, in quanta miseria non sarebbe
anch'ella caduta! Presto si convinse che lo stato suo in Ferrara non
era scosso. Doveva ciò parte alle proprie prerogative, e parte pure a
quei solidi e duraturi vantaggi che aveva arrecati in dote alla casa
d'Este. Se non che vedeva la vita de' suoi in pericolo a Roma. Il
fratello Cesare vi giaceva malato. V'erano anche il figliuolo Rodrigo
e Giovanni, il duca di Nepi. E intanto gli Orsini, spinti dal furore,
cercavano vendicare nel sangue de' Borgia quello de' congiunti loro.
Ella assediò di preghiere il suocero, perchè aiutasse Cesare e gli
mantenesse gli Stati. Ercole trovò più vantaggioso che la Romagna
rimanesse a Cesare, anzichè cadesse in potere de' Veneziani. Mandò
colà Pandolfo Collenuccio per eccitar le popolazioni a restar fedeli al
loro duca. Al suo ambasciatore in Roma esprimeva la sua gioia per esser
Cesare in via di guarigione.[230]
Ad eccezione della Romagna, lo Stato, messo insieme a furia di rapine
dal figlio di Alessandro, cominciò in un momento ad andare in brani.
I tiranni scacciati da lui ritornavano nelle loro città. Da Venezia
Guidobaldo ed Elisabetta si condussero in fretta ad Urbino, che gli
accolse festeggiando. Ed anche più presto di loro era Giovanni Sforza
tornato da Mantova a Pesaro. Il marchese Gonzaga aveva mandato a lui la
prima nuova della morte di Alessandro e della malattia di Cesare; e lo
Sforza ne lo ringraziò con questa lettera:
«Illustre Signore e Cognato onorandissimo. — Ringrazio l'Eccellenza
Vostra per la buona nuova che s'è degnata di darmi con le sue lettere
dello stato del Valentino. N'ho in vero provato tanta allegrezza,
che spero omai mettere un termine ai mali miei. Io l'assicuro, che
quando rientri nel mio Stato mi considererò come creatura di Vostra
Eccellenza, perchè ella è padrone del tutto e anche della mia propria
persona. Io la prego, se altro la intende del nominato Valentino che
sia morto, a volermene dare qualche avviso, che la mi farà singolare
piacere. Di cuore me le raccomando per sempre. — Mantova, 25 agosto
1503. Di Vostra Eccellenza servitore Giovanni Sforza di Pesaro.»[231]
Già il 3 settembre lo Sforza potette informare il marchese di essere
entrato in Pesaro fra le acclamazioni del popolo. Per il fausto
avvenimento fece coniare una medaglia. Porta da un lato il suo busto;
dall'altro un giogo spezzato con le parole: PATRIA RECEPTA.[232]
Sitibondo di vendetta, infuriò contro i ribelli di Pesaro con
confische, col carcere e con esecuzioni capitali. Molti cittadini
fece impiccare alle finestre del suo castello. Anche il Collenuccio,
che aveva riparato a Ferrara sotto la protezione di Lucrezia e del
duca, doveva ben presto cadergli in mano. Lo attirò a Pesaro con
traditoresche promesse. Ma poscia per quell'accusa, dal Collenuccio un
tempo indirizzata a Cesare Borgia, della quale asserì aver solo allora
avuto cognizione, lo cacciò in prigione. Il Collenuccio, non privo
certo di colpa verso l'antico signore ed amico, subì il suo destino e
affrontò tranquillamente la morte nel luglio 1504.[233]
Infrattanto Lucrezia seguiva con grande ansietà il corso degli eventi
in Roma. Niuna lettera sua a Cesare o di questo a lei, in quel periodo,
è rimasta. Ne abbiamo solo alcune tra Cesare e il duca di Ferrara, che
non cessò mai di scrivergli. Il 13 settembre Ercole lo felicitava per
la ricuperata salute, e lo informava aver, mercè un inviato, esortato i
popoli di Romagna alla fedeltà verso di lui.
Questa lettera giunse a Cesare in Nepi. Poichè per trattato con
l'ambasciatore francese in Roma si fu messo sotto la protezione della
Francia, egli, cedendo alla domanda de' cardinali, erasi ritirato in
Nepi. Condusse seco la madre Vannozza e il fratello Jofrè, e, senza
dubbio, anche la piccola figlia Luisa, come i due bambini Rodrigo e
Giovanni, il quale ultimo era appunto duca di Nepi. La prossimità
dell'esercito di Francia, accampato ancora in quel territorio, lo
rendeva colà sicuro. Come se nulla fosse successo, egli scrisse
lettere al marchese Gonzaga, che teneva allora il quartier generale
a Campagnano. Gli mandò pure in regalo alcuni cani da caccia.
Anche di Jofrè vi sono lettere da Nepi del 18 settembre allo stesso
marchese.[234]
Quivi Cesare apprese che il suo protettore ed amico Amboise non era,
com'egli aveva sperato, riuscito a farsi elegger Papa; ma che era
stato invece eletto il Piccolomini. Il 22 settembre salì sulla Santa
Sede, come Pio III, questo vecchio e già moribondo cardinale: del
resto, padre felice di non meno di 12 figliuoli, tra maschi e femmine,
che solo la morte gli tolse di poter introdurre nel Vaticano e farli
principi. Egli permise a Cesare di rientrare in Roma e mostrò anche di
favoreggiarlo. Ma non erano quasi ancora tornati i Borgia, che già il
3 ottobre gli Orsini si levarono pieni di furore gridando morte al loro
nemico. Cesare con i bambini riparò in Castel Sant'Angelo; e già il 18
ottobre Pio III moriva.
I bambini non avevano omai altri difensori che Cesare e quei due
cardinali, alla tutela de' quali Alessandro avevagli affidati. I
loro Ducati svanirono come per colpo magico. Appena morto il Papa, i
Gaetani tornarono da Mantova e s'impossessarono di nuovo di Sermoneta
e di tutti gli altri beni, stati concessi al piccolo Rodrigo. Su Nepi
affacciò pretensioni Ascanio Sforza o la Camera Apostolica. Di Camerino
s'impadronì di nuovo l'ultimo dei Varano.
Il piccolo Rodrigo era duca di Bisceglia, e come tale sotto la
protezione di Spagna. Difatti, con molta previdenza, Alessandro VI
aveva sin dal 20 maggio 1502 ottenuto da Ferdinando il Cattolico e
Isabella di Castiglia diploma, mercè il quale la Casa reale di Spagna
assicurava alla famiglia Borgia tutti i suoi beni nel Napoletano. E in
questo atto erano espressamente nominati Cesare e successori suoi, Don
Jofrè di Squillace, Don Juan, il figliuolo dell'ucciso Gandia, Lucrezia
qual duchessa di Bisceglia, e il figlio ed erede suo Rodrigo.[235]
Nell'Archivio di casa d'Este si trovano ancora i documenti della
Cancelleria di Lucrezia, relativi all'amministrazione de' beni di
Rodrigo, insieme con altri che si riferiscono al piccolo Giovanni.[236]
Malgrado della protezione di Spagna, la vita del figliuolo di Lucrezia
era allora in pericolo a Roma. Niun dovere incombeva a lei più stretto
che di esigere che il figlio le fosse reso, e di prenderlo seco. Nol
fece, perchè non potette o perchè non ebbe cuore abbastanza da farlo,
o forse perchè le nacque il sospetto che appunto in Ferrara la vita
di quel bambino sarebbe esposta a maggior pericolo. Il cardinal di
Cosenza, tutore di Rodrigo, le propose di vendere tutti i mobili del
figliuolo e di condurlo fuori d'Italia e metterlo al sicuro in Spagna.
Essa comunicò la proposta al suocero, che le rispose così:
«Illustrissima Signora Nuora e figlia nostra dilettissima. —
Abbiamo avuto la lettera di Vostra Signoria assieme a quella, che
il reverendissimo cardinale di Cosenza le diresse, e ch'ella ci ha
mandata. Qui, con questa nostra, gliela respingiamo, dopo essere stata
letta da niun'altra persona se non da noi. Abbiam notato la prudenza,
con la quale la Signoria Vostra stessa e il nominato Cardinale
scrivono. E le parole loro sono accompagnate da tante buone ragioni,
che non si può giudicare se non che siano amorevoli e savie. Onde,
avendo tutto ben ponderato, ne pare che la Signoria Vostra possa
e debba acconsentire a quanto il detto reverendissimo Monsignore
propone di voler fare. A noi sembra che Vostra Signoria debba avergli
qualche obbligazione per la prova di cordiale amore ch'egli addimostra
verso di lei e dell'Illustrissimo Don Rodrigo, del quale accade dire
essere stato preservato in vita per opra di colui. Quando anche esso
Don Rodrigo avesse a stare un po' più lontano da Vostra Signoria,
tanto meglio stare lontano e sicuro che vicino con pericolo, come il
Cardinale fa vedere che sarebbe. Nè per questa lontananza l'amore tra
voi diminuirà. Una volta poi fatto grande, potrà secondo le circostanze
di tempo pigliar da sè partito, se tornare in Italia o rimanersi
lontano. È buona idea quella dello stesso Cardinale d'invertire i
mobili in danaro per supplire al vivere di colui aumentandone le
entrate, siccome egli dice di voler fare. Per ogni rispetto adunque,
come abbiamo detto, pare a noi sia bene acconsentire alla proposta. Non
di manco se a Vostra Signoria, ch'è prudentissima, paresse altrimenti,
ce ne rimettiamo a lei. Si tenga sana. — Codegorico, 4 ottobre 1503.
Ercole Duca di Ferrara, etc.»[237]
Intanto il primo novembre 1503 salì sul trono papale il Della Rovere,
come Giulio II. I Della Rovere, i Borgia, i Medici, tre famiglie di
cui ciascuna contò due papi, hanno dato al Papato l'aspetto politico
moderno. Negli annali della Chiesa non vi sono altre famiglie
che abbiano avuto altrettanto influsso sulla storia. I nomi loro
abbracciano un grande processo di rivoluzioni politiche e morali. Ora i
Della Rovere occupavano ancora una volta il posto dei Borgia, de' quali
fierissimo nemico era già stato un tempo Giuliano. La decadenza di
Cesare poteva omai riguardarsi come decisa.
In altre storie si legge come Giulio II si servisse dapprima di Cesare
per assicurarsi, mercè l'influenza di lui su' cardinali spagnuoli,
l'elezione; e poscia, ottenuta una volta la dedizione delle fortezze
di Romagna, lo mettesse da parte. Cesare si gettò nelle braccia della
Spagna. Nell'aprile 1504 andò da Ostia a Napoli, ove il Gran Capitano
Consalvo era luogotenente di Ferdinando il Cattolico. Fu accompagnato
da Don Jofrè; e v'era già stato preceduto da' cardinali Francesco
Romolini di Sorrento e Lodovico Borgia, fuggiti a Napoli per tema di
un processo. Ma Consalvo ritrattò il salvocondotto che aveva dato a
Cesare. E a nome del re Ferdinando lo fece arrestare il 27 maggio, e lo
mandò nel Castello d'Ischia.
Nulla sappiamo della sorte de' bambini Borgia. È molto probabile che
sian rimasti sotto la protezione de' cardinali spagnuoli in Roma o
piuttosto in Napoli. Avendo appena salva la vita, Cesare fu imbarcato
per la Spagna. Le cose sue di maggior valore egli aveva dato a
custodire in Roma agli amici suoi, perchè gliele serbassero in modo
sicuro e spedissero a Ferrara. Perciò il 31 dicembre 1503 il duca
Ercole scriveva al suo ambasciatore a Roma, di prendere in consegna le
casse di Cesare, quando il cardinale di Sorrento gliele rimettesse, e
di spedirle quindi a Ferrara come proprietà del cardinale d'Este.[238]
Se non che Giulio II, quando fu morto il cardinale Romolini, ancora nel
maggio 1507, confiscò nella casa di lui 12 casse e 84 balle, contenenti
tappeti, drappi e altre suppellettili di proprietà di Cesare. Altra
parte de' tesori di costui, oro e argento e altri oggetti preziosi,
il Papa esigette gli fosse resa da Firenze, ove Cesare l'aveva
depositata. Però la Signoria Fiorentina dichiarò volersi essa stessa
compensare.[239]
La deportazione di Cesare in Spagna fece molto senso. Niuno voleva
darsene per autore, non Consalvo, non il Papa e nemmeno il re
Ferdinando. Fu detto pure essere stata la vedova di Gandia, la quale
alla Corte di Spagna aveva ottenuto che fosse preso l'assassino del
marito.[240] I cardinali spagnuoli s'impegnarono per Cesare. Anche
Lucrezia cooperò con grandi sforzi alla liberazione del fratello.
Giunsero di lui notizie dalla Spagna; le prime dell'ottobre 1504.
Il Costabili scriveva a Ferrara: «Gli affari del duca Valentino non
sembrano tanto disperati quanto s'era detto. Il cardinale di Salerno
ebbe lettere del 3 dal Requesenz, il maggiordomo del duca, da costui
mandato anticipatamente, prima che egli stesso arrivasse colà, con
lettere di parecchi cardinali alle Maestà Cattoliche di Spagna.
Ora il Requesenz scrisse, il duca essere stato rinchiuso con un
sol servitore nel Castello di Siviglia, che, ancorachè molto forte,
pure è spazioso assai. Ma poscia gli sono stati dati otto servitori.
Scrisse benanche aver parlato al re intorno la liberazione, e questi
avergli risposto, che non lui aveva comandato l'imprigionamento del
duca; ma aveva disposto che fosse in quel castello rinchiuso per
molte cose, delle quali Consalvo lo chiama colpevole. Quando queste
si provassero non vere, egli senza dubbio farebbe, rispetto a Cesare,
il voler de' cardinali. Pure doveasi prima di tutto aspettare che la
regina risanasse. Risposta identica diede pure agli ambasciatori del
re e della regina di Navarra, che si eran presso lui con ogni fervore
impegnati per la liberazione di Cesare. Epperò il Requesenz sperava che
questi ben presto ricupererebbe la sua libertà.»[241]
Dalle lettere adunque del Requesenz risulta, che Cesare in prima fu
portato a Siviglia; di là fu poi mandato al Castello Medina del Campo
nella Castiglia. Le preghiere sue presso il re di Francia rimasero
inascoltate. In Italia poi niuno poteva desiderare di vederlo rimesso
in libertà. Ivi, tranne sua sorella, non v'era chi si prendesse cura
dell'avventuriero decaduto. Ma gli sforzi di colei con difficoltà
trovavano un buon appoggio da parte medesima degli Este. Ove Cesare
fosse tornato in Italia, è chiaro che sarebbe venuto a turbar la pace
alla corte di Ferrara, e forse anche avrebbe fatto di questa il centro
de' suoi intrighi. Solo i Gonzaga sembrano non avergli tolto del tutto
la loro benevolenza; abbenchè, in luogo d'imparentarsi con lui, come
un tempo desideravano, diventassero ora congiunti de' Della Rovere.
Difatti il marchese di Mantova il 9 aprile 1505 sposò la sua giovane
figlia Eleonora col nipote di Giulio II, con Francesco Maria Della
Rovere, l'erede di Urbino.[242] Era specialmente Isabella Gonzaga
quella che, per compiacere alla cognata Lucrezia, appoggiava presso il
marito le intercessioni di costei. L'Archivio di casa Gonzaga contiene
ancora parecchie lettere di Lucrezia al marchese in favore di Cesare.
Il 18 agosto 1505 ella gli scrisse da Reggio, che aveva iniziato
pratiche in Roma e nudriva speranza, che il Papa darebbe facoltà al
cardinale Pietro Jsualles a fare un viaggio alla Corte di Spagna per
ottenere la liberazione di Cesare. Pregava perciò il marchese di voler
intercedere presso il Papa, perchè permettesse al cardinale siffatta
commissione.[243] Gli scrisse di nuovo l'8 novembre da Belriguardo, e
lo ringraziò della intenzione di lui di spedire nella Spagna un agente.
E gli mandò al tempo stesso una lettera pel re Ferdinando e un'altra
pel fratello Cesare.
Non si sa se il cardinale andasse in effetto alla Corte di Madrid. È
poco credibile che Giulio II glielo abbia permesso.