IV.

Sin dal primo entrare nel castello degli Este, Lucrezia appartenne

interamente a nuove relazioni, a nuovi interessi, si può dire, a

un mondo nuovo per lei. Si trovò come principessa in uno de' più

ragguardevoli Stati italiani e in una città a lei straniera, che da

mezzo secolo a quella parte era diventata sì importante, che lo spirito

della coltura nazionale v'aveva trovata una nuova sede e una nuova

forma. Si vide accolta in una delle più cospicue case principesche

d'Italia, che tempo e storia insieme avevan circondata di splendore

veramente romantico. Una fortuna straordinaria e immensa l'aveva fatta

entrare in quella casa famosa, della quale ella stessa ora doveva

rendersi degna.

La stirpe degli Este era, accanto all'altra de' duchi di Savoia, la

più antica e più eccelsa d'Italia. Anzi la seconda era dalla prima

ecclissata per l'importanza dello Stato di Ferrara, grazie alla sua

posizione geografica.

Ecco in breve la storia degli Este:

I signori, che ebbero il nome feudale da un piccolo castello tra Padova

e Ferrara, ripetevan l'origine loro dalla invasione longobardica, e

da una famiglia, il cui stipite chiamavasi Alberto. I nomi Adalberto

e Alberto ebbero in italiano la forma di Oberto, che nel diminutivo si

trasformò in Obizzo e Azzo. Nel X secolo apparisce un marchese Oberto,

che fu partigiano di re Berengario prima, poi di Ottone il Grande.

È ignoto da qual territorio togliessero il titolo di Marchesi egli e

i prossimi discendenti suoi. Furono, ad ogni modo, grandi signori in

Lombardia come in Toscana. Un pronipote di Oberto, Alberto Azzo II,

vien ne' documenti nominato _Marchio de Longobardia_. Egli dominava da

Mantova all'Adriatico e alla valle del Po, ove possedeva Este e Rovigo.

Sposò Cunigonda, sorella del conte Guelfo III di Suabia. Così la famosa

stirpe tedesca de' Guelfi si unì con quella degli Oberti, ed entrò

nella cerchia delle relazioni italiane. Venuto a morte Alberto Azzo nel

1096 in età di più di 100 anni, lasciò i figli Guelfo e Folco. Costoro

furono i progenitori della casa d'Este in Italia e della casa guelfa

di Braunschweig in Germania. Guelfo difatti ereditò i beni di suo avo

materno Guelfo III, col quale nel 1055 erasi estinta la linea maschile

della casa sua. E andò in Germania; vi divenne duca di Baviera, e fondò

la linea de' Guelfi.

Folco ereditò i possedimenti italiani del padre, e consolidò la linea

degli Este. Nella gran lotta degl'imperatori tedeschi col Papato i

marchesi d'Este furono aspri e tenacissimi combattenti; prima seguaci

fervorosi, poscia capi del partito guelfo; il che valse a fondare il

loro potere anche in Ferrara.

Gl'inizii primi di questa città furono oscuri e ignoti. Si crede

che fosse venuta su al tempo delle immigrazioni forestiere. Dopo la

donazione di Pipino e di Carlomagno la Chiesa pretese di averne il

possesso. Fu compresa anche nella donazione della contessa Matilde.

Nelle guerre tra il Papa e l'imperatore, cui diè alimento la disputa

intorno l'eredità di Matilde, Ferrara acquistò la sua autonomia come

repubblica.

Il XII secolo era sul finire, quando gli Este cominciarono a mettervi

piede. Il nipote di Folco, Azzo V, sposò in quel tempo Marchesella

Adelardi, erede del capo dei Guelfi nella città; mentre Salinguerra

v'era capo de' Ghibellini. Da quel momento i marchesi d'Este andaron

man mano guadagnando influenza in Ferrara. Essi divennero capi del

partito guelfo anche nell'Alta Italia.

L'anno 1208 riuscì ad Azzo VI di scacciare Salinguerra. La città era

così profondamente stanca della lunga lotta partigiana, che diede al

vincitore la qualità ereditaria di Podestà. Fu questo il primo esempio

di spontanea dedizione di una libera repubblica alla mercè di un

signore. Così gli Este furono i primi a fondare un potere dinastico

sulle rovine di una repubblica. L'audace Salinguerra, figura eroica

delle più notevoli del tempo degli Hohenstaufen in Italia, scacciò di

Ferrara ripetute volte Azzo e il successore di lui Azzo VII, sino a che

nel 1240 non soggiacque e finì di vivere nel carcere. Dopo d'allora gli

Este furono padroni di Ferrara.

Per un certo tempo, durante l'esilio avignonese de' papi, ne furono

scacciati per opera della Chiesa; ma ritornarono il 1317, chiamativi

da' cittadini che s'eran sollevati contro il luogotenente di quella.

Giovanni XXII gli confermò con diploma d'investitura, mercè il quale

ricevevano Ferrara in feudo dalla Chiesa contro l'annuo tributo di

10,000 fiorini d'oro. Oramai gli Este ordinarono il loro Stato come

tiranni di Ferrara. Era uno Stato, cui il perdurare della dinastia fra

tante guerre rese consistente. La dinastia degli Este non fu, come

quelle di quasi tutte le altre dominazioni italiane, il prodotto di

momentanee conquiste, d'intrusi illegittimi, ma antica, ereditaria,

fortemente abbarbicata.

Con Aldobrandino, signore di Ferrara, di Modena, Rovigo e Comacchio,

cominciò a venire al potere una serie di principi la maggior

parte illustri, mercè i quali la città di Ferrara potè levarsi a

quell'importanza, ond'era in possesso al cominciare del secolo XVI.

Ad Aldobrandino successero i fratelli, Niccolò dal 1361 al 1388, e

Alberto sino al 1393. Poi sino al 1441 dominò il figliuolo di costui

Niccolò III, uomo di spiriti gagliardi e bellicosi. Essendo i suoi

figli legittimi Ercole e Sigismondo minorenni, gli successe il suo

bastardo Lionello. Questo principe non solo continuò quello che il

padre aveva iniziato; ma fece di Ferrara uno Stato splendido e temuto.

Il grande Alfonso di Napoli gli diè in moglie nel 1444 la figlia Maria;

e per tal guisa gli Este si strinsero in intimo legame con la Casa

reale degli Aragonesi. Lionello fu savio e liberale, cultore di ogni

arte e scienza, principe di _nome immortale_. Nel 1450 gli successe il

fratello Borso, al pari di lui bastardo, usurpando anch'egli il posto

ai figliuoli legittimi di Niccolò III.

Borso fu uno de' principi più splendidi e grandiosi del tempo suo.

Federico III, di ritorno dal suo viaggio d'incoronazione, lo nominò in

Ferrara duca di Modena e Reggio, conte di Rovigo e Comacchio, paesi che

appartenevano tutti all'Impero. D'allora in poi gli Este, la cui arma

era stata un'aquila bianca, presero l'aquila nera imperiale, alla quale

unirono i gigli di Francia, che un tempo Carlo VII aveva loro concessi.

Il 14 aprile 1471 anche Paolo II nominò in Roma Borso duca di Ferrara.

Poco dopo, il 27 maggio, questo principe famoso morì nubile e senza

discendenti.

Gli successe Ercole, figliuolo legittimo di Niccolò III. Per tal guisa

il governo ritornò alla linea pura degli Este, dopochè, per opera

appunto di due bastardi, Ferrara era diventata uno Stato potente. Nel

giugno 1473 Ercole si ammogliò con Eleonora di Aragona, figliuola di

Ferdinando di Napoli. Le feste pel matrimonio furono sontuosissime. Da

quel tempo sino al giorno, in cui questo secondo duca di Ferrara con

altrettanta pompa univa Lucrezia in matrimonio con suo figlio, eran

scorsi 29 anni di lotte molte e varie. Ercole aveva corso il massimo

pericolo, onde lo Stato suo potesse essere minacciato: la guerra di

Venezia e di papa Sisto IV contro di lui, la quale il 1482 fu terminata

felicemente, non senza però la cessione di alcuni territorii in favore

de' Veneziani. Ma il pericolo poteva rinnovarsi. Accanitissimi nemici

del suo Stato erano sempre Venezia e la Chiesa. La sua politica quindi

prescrivevagli di collegarsi con Francia, la quale comandava a Milano e

forse poteva rendersi per sempre padrona di Napoli. Per questo motivo

stesso erasi visto nella necessità di dare in moglie a suo figlio

Lucrezia Borgia, a condizioni però vantaggiosissime. Lucrezia adunque

poteva aver coscienza dell'alta significazione che la persona sua aveva

per lo Stato di Ferrara. E ciò sin dal bel principio svegliò in lei il

sentimento della sicurezza, rispetto alla nobile casa, cui ella omai

apparteneva.

Il duca destinò Castel Vecchio a residenza degli sposi. Ivi Lucrezia

stabilì la sua corte officiale. Il celebre castello esiste tuttora

come uno de' più grandiosi monumenti medievali. Esso torreggia su

tutta Ferrara ed è visibile da miglia lontano. Il color rosso scuro; il

carattere grave e triste, congiunto ad una regolarità architettonica,

che può dirsi perfetta; le quattro poderose torri; tutto ciò produce

addentro impressione fortissima, specialmente al chiaro di luna,

quando queste ultime riflettono la loro ombra nell'acqua del fossato,

onde il castello ancora oggi, come in antico, è intorno ricinto. Alla

fantasia dell'osservatore riappariscono allora le figure de' personaggi

notevoli, che una volta v'abitarono o lo animarono: Ugo e Parisina

Malatesta,[216] Borso, Lucrezia Borgia e Alfonso, Renata di Francia e

Calvino, l'Ariosto, Alfonso II, l'infelice Tasso ed Eleonora.

Castel Vecchio fu fatto edificare dal marchese Niccolò nel 1385,

dopo una sommossa cittadina. I successori lo compirono e ornarono

nell'interno. Mercè cammini coperti era in comunicazione con la

residenza dirimpetto al Duomo. Prima che Ercole allargasse Ferrara dal

lato settentrionale, il castello rimaneva alla parte estrema, presso le

mura. Una delle torri, quella chiamata _del Leone_, copriva la porta

della città. Un braccio del Po, che allora scorreva in vicinanza,

forniva d'acqua il fossato, sul quale si passava su ponti levatoi.

Al tempo di Lucrezia l'aspetto del castello era qual è ora solo nella

sua forma essenziale. I comignoli delle torri sono di tempo posteriore.

Le torri stesse erano più basse. Avevano merli, e così pure tutte le

mura, come il castello dei Gonzaga in Mantova: intorno intorno armate

de' cannoni fatti fondere da Alfonso. L'interno era una corte con

portici, quadrata e lastricata. Si mostrò quivi a Lucrezia il luogo,

ove Niccolò III, nel 1425, fece tagliare il capo all'infelice suo

figlio Ugo e alla matrigna, la bella Parisina. E la lugubre memoria

dovette suggerire alla figliuola di Alessandro di esser fedele al

marito.

Ampie scale di marmo menavano a' due appartamenti del castello, de'

quali quello al primo piano serviva di residenza a' principi. Era una

fila di sale e di camere. Col tempo tutto è così mutato, che anche

quei, che più a fondo conoscono Ferrara, confessano non saper più ove

fosse l'abitazione di Lucrezia. Anche delle pitture, che gli Este vi

fecero fare, rimangono appena alcuni affreschi del Dossi e uno d'altro

maestro.

La residenza in quel castello dovette forse essere sempre malinconica

e alquanto oppressiva. Ciò era in armonia col carattere di Ferrara.

Anche oggi la città reca l'impressione di una serietà cupa e monotona.

Quando dall'alto de' merli del castello guardi quella estesissima

pianura riccamente coltivata, pur sempre uniforme, priva di un bello

orizzonte, mentre le Alpi di Verona appena si disegnano in lontananza,

e il più prossimo Appennino non ha aspetto gran fatto maestoso; quando

guardi quella massa nera della città, un senso di maraviglia ti assale,

pensando come mai la gioconda poesia dell'Ariosto sia nata in quel

luogo. Il cielo, la terra e il mare atti ad ispirarlo avrebbe dovuto

piuttosto cercare in quel eliso di Sorrento, che fu culla del Tasso.

Una prova di più della verità sovente osservata, che la fantasia

poetica è indipendente dai luoghi.

Ferrara giace in una pianura malsana, attraversata dai rami del Po e da

parecchi canali. Il fiume principale non dà punto vita alla città nè

alla campagna, perchè scorre lontano molte miglia. Mura poderose con

quattro porte cingevano la città d'ogni lato. Al tempo di Lucrezia,

oltre Castel Vecchio sull'estremità nordica, v'era pure dal lato

sud-occidentale Castel Tealto o Tedaldo. Questa fortezza era posta

sur uno de' rami del Po. Aveva una porta, per la quale s'entrava in

città, mentre un ponte di barche menava dall'altro lato al sobborgo

San Giorgio. Per questa porta Lucrezia aveva fatto il suo ingresso. Di

Castel Tedaldo oggi non resta più nulla; fu distrutto sul principiare

del secolo XVII, quando il Papa, espulsi i discendenti di Alfonso, fece

edificare la nuova grande fortezza.

Ferrara aveva spaziose piazze e strade regolari con portici. Sulla

piazza principale era il Duomo, ragguardevole edifizio di stile

gotico-lombardo dell'anno 1135, nel quale fu consacrato. L'alta

facciata, divisa in tre parti e con tre frontoni formati di tre serie

di archi, che partecipano del gotico e del romano, poggiati su colonne,

e con le antiche sculture, tutte annerite dal tempo, ha un'apparenza

veramente singolare, che sente insieme dell'originalità medievale e di

bizzarro romanticismo. Nulla colpisce oggi tanto in Ferrara quanto la

prima vista di codesta facciata. Si crede aver dinanzi una figura del

favoloso mondo ariostesco. Rimpetto a uno de' lati della Cattedrale

sta ancora il gotico Palazzo della Ragione, e stavano altra volta due

vecchie torri, una delle quali chiamavasi _Rigobello_. Di fronte poi

alla facciata era la residenza degli Este. Ivi abitava Ercole, e un

tempo abitò Eugenio IV, quando tenne a Ferrara il famoso Concilio.

Innanzi al palazzo erano una volta le statue de' due grandi principi di

Ferrara, Niccolò III e Borso: la prima equestre, l'altra seduta. Erano

poste su colonne; epperò avevano piccole dimensioni. Oggi le colonne

sussistono a' lati del portone: le statue furono distrutte nel 1796.

Gli Este gareggiarono con altri principi e repubbliche nell'edificare

chiese e monasteri, de' quali Ferrara è ricca tuttora. Intorno l'anno

1500 più notevoli erano: San Domenico, San Francesco, Santa Maria in

Vado, Sant'Antonio, San Giorgio innanzi a Porta Romana, il chiostro

del _Corpus Domini_ e la Certosa. Tutte queste chiese sono state più o

meno rammodernate. Benchè alcune si distinguano per belle proporzioni e

spaziosità, pure niuna ha un'individualità artistica rilevante.

Col XV secolo anche Ferrara cominciò ad arricchirsi di palazzi, che

oggi pure sono il decoro della deserta città, e costituiscono una

parte di gran valore della storia dell'architettura, dagl'inizii del

Rinascimento sino al passaggio nel barocco. Alcuni sono in uno stato di

deplorabile decadenza. Sullo scorcio del secolo XVI il marchese Alberto

costruì i palazzi del Paradiso, oggi l'Università, e Schifanoja. Ercole

edificò il Palazzo Pareschi. Di lui può dirsi che fosse il rinnovatore

di Ferrara. Allargò la città, aggiungendovi, verso settentrione, un

nuovo quartiere, l'_Addizione Erculea_. Questa è pur oggi la parte più

splendida della moderna Ferrara. È attraversata da due strade lunghe

ed ampie, il Corso di Porta Po con la sua continuazione nel Corso di

Porta Mare, e la strada de' Piopponi. Passeggiando per quelle vie

tranquille e solitarie, fa stupore vedere quella lunga fila di bei

palazzi della Rinascenza, monumenti di una vita rigogliosa, ma ora

spenta del tutto. Ercole aprì colà una piazza, e all'intorno la nobiltà

vi fece elevar palazzi. La si chiama oggi _Piazza Ariostea_, avendo

nel mezzo il monumento del grande Poeta. È forse il più bello che sia

mai stato eretto ad un poeta. La statua marmorea si slancia alta e

libera sopra magnifica colonna, sicchè domina tutta Ferrara. Anche la

storia sua accresce al monumento fascino e attrattiva. Originariamente

doveva sulla piazza essere messa la statua equestre di Ercole su

due colonne. Le si trasportavano sul Po, quando l'una andò a fondo.

L'altra fu impiegata nel 1675 a sostenere la statua in bronzo di Papa

Alessandro VII. La quale fu abbattuta nella rivoluzione dell'anno 1796,

e sostituita dalla statua della Libertà, alla cui solenne elevazione

assistette il generale Napoleone Buonaparte. Tre anni dopo gli

Austriaci gettarono giù la Libertà, e la colonna restò decapitata sino

al 1810, anno in cui vi fu messa la statua imperatoria di Napoleone.

E questa pure cadde col cadere dell'imperatore. Finalmente nel 1835

Ferrara pose su quella colonna la statua dell'Ariosto. Niun mutamento

di dominazione politica e niuna forza umana potrà mai più gettare

abbasso quell'immagine da quell'altezza, ove la sostiene e protegge un

poema immortale.

Nel nuovo quartiere di Ercole sursero palazzi sontuosi. Il fratello

di lui Sigismondo edificò il grandioso Palazzo Diamanti, ove oggi è la

Pinacoteca. I Trotti, i Castelli, i Sacrati e i Bevilacqua v'eressero

i loro palazzi privati, esistenti tuttora. Ferrara era abitata da

numerosa e ricca nobiltà, discendente in parte da antiche famiglie

di conti. Oltre i già nominati, eran del novero: i Contrarii, i Pii,

i Costabili, gli Strozzi, i Saraceni e i Boschetti, i Roverella, i

Muzzarelli e i Pendaglia.

L'aristocrazia ferrarese aveva da gran tempo superato il periodo delle

intestine lotte partigiane e della indomita fierezza feudale, ed era

diventata cortigiana. Gli Este, e massime il battagliero Niccolò

III, avevano domati e sommessi questi baroni, che originariamente

vivevano nei loro feudi. Ormai essi erano al servizio del principe,

coprivano i più ragguardevoli ufficii nella corte e nello Stato, ed

eran capitani nell'esercito. Prendevano bensì parte, e forse con più

fervore che non facesse la nobiltà degli altri Stati italiani, alla

cultura dello spirito, essendo questa essenzialmente opera de' principi

d'Este. Epperò alcuni nomi di grandi signori spiccano a quell'epoca nel

movimento letterario di Ferrara.

L'Università ferrarese sin dalla metà del XV secolo era venuta in

tanto rigoglio da stare bene, accanto a quelle di Padova e Bologna,

tra le più celebri d'Italia. Era stata aperta nel 1391 dal marchese

Alberto; poscia riformata da Niccolò III. All'apogeo dello splendore la

condussero Lionello e Borso. Lionello fu discepolo del famoso Guarino

da Verona, ed egli stesso dotto assai in ogni scienza. Fu altresì

l'amico e l'idolo degli umanisti del tempo suo. Pieno d'entusiasmo,

faceva collezione di manoscritti rari o li faceva copiare. Fu il

fondatore della Biblioteca. Borso continuò le stesse tracce con

altrettanta attività e fervore.

Già nel 1474 l'Università di Ferrara contava 45 professori, largamente

retribuiti. Ercole ne aumentò il numero. Nel primo anno del suo regno

fu anche introdotta l'arte tipografica.[217]

Nell'indole del popolo, come nel carattere della città, una

disposizione seria si direbbe che sia l'impronta fondamentale e più

risaltante. Con essa si disposava il bisogno di speculazione e di

critica, come pure delle scienze esatte. Girolamo Savonarola, il

profeta fanatico in quel deserto morale dei tempi borgiani, nacque in

Ferrara. Lucrezia ebbe forse spesso a ricordarsi di quest'uomo, nel

quale il padre suo per mano del carnefice aveva fatto soffocare la

protesta delle anime ancora credenti e pure contro il Papato di lui.

L'astronomia e la matematica, le scienze naturali in generale e

la medicina, che allora insieme con quelle era parte integrante

delle discipline filosofiche, fiorirono specialmente in Ferrara. Il

Savonarola stesso aveva dovuto studiar medicina. Suo avo Michele,

celebre medico di Padova, era stato chiamato a Ferrara da Niccolò

III.[218] Come medico, matematico e filosofo ed anche qual filologo

vi brillava dal 1464 il vicentino Niccolò Leoniceno. Ai piedi suoi

sedettero tali, che poscia furono i più famosi eruditi e poeti

d'Italia. Egli formava ancora l'orgoglio di Ferrara, quando v'andò

Lucrezia. Invece il grande matematico Domenico Maria Novara insegnava

allora in Bologna, ove aveva avuto a discepolo il Copernico.

Da questa Università vennero fuori grandi umanisti, che al tempo

dell'arrivo di Lucrezia erano ancora bambini o giovanetti, fra i quali

i due Giraldi e quel geniale Celio Calcagnini, che le aveva dedicato

una poesia per nozze. Tutti questi uomini erano ben veduti alla corte

degli Este, essendo persone tutt'altro che esclusive, ma d'ingegno

versatili e facili nella forma. In verità, solo più tardi, quando la

divisione del lavoro e la necessaria limitazione professionale prevalse

nella scienza, la viva erudizione dell'umanismo si trasformò in

pedanteria di casta.

Ma soprattutto alla poesia, e ad una particolar forma di essa, la

città di Ferrara, proprio nell'epoca di Lucrezia, diè impronta affatto

speciale ed assolutamente romantica. Per questa via potette divenire

una di quelle città, che pe' tardi nepoti sono ancora luoghi di

pellegrinaggio della civiltà. Ferrara produsse molti poeti in ambedue

le lingue, latina e italiana. Pressochè tutti quegli eruditi poetavano

in latino. La più parte non erano certamente che gelidi facitori di

versi; ma alcuni s'elevarono al più alto grado nella letteratura

poetica, sicchè anche oggi non sono dimenticati. Eran tra questi

specialmente i due Strozzi, padre e figlio, e Antonio Tebaldeo. Se non

che, a petto di tali poeti neolatini, ebbero importanza di gran lunga

maggiore quei che in lingua italiana seppero svolgere e perfezionare

l'arte epico-romantica. La lussuriosa e tanto splendida corte di

Ferrara, con quel carattere di forte romanticismo, onde la casa

degli Este erasi circondata, mentre la storia sua rimontava al tempo

eroico medievale, con quella eletta nobiltà e col moderno sentimento

cavalleresco, favoreggiava già per propria essenza il culto del genere

epico. Ma s'aggiungeva anche, come fondo adatto e propizio, la città

con la sua propria storia e col suo carattere architettonico. In

Ferrara, come in Firenze, non vi ha monumenti dell'antichità romana:

tutto appartiene al Medio Evo. Lucrezia non trovò più nella corte

di Ercole l'amico di lui, il Bojardo, il celebre poeta dell'_Orlando

Innamorato_. Ma forse viveva ancora il cantore di Mambriano, Francesco

Cieco. Ed abbiamo già visto come l'Ariosto, quegli che presto doveva

oscurare la gloria de' due precursori, avesse offerto gli omaggi suoi a

Lucrezia.

Meno prospera vita delle scienze e della poesia ebbero in Ferrara le

arti belle. Pure, se non vi produssero maestri di prim'ordine, come

Raffaello o Tiziano, vi tennero, ad ogni modo, non ispregevole luogo

per la coltura italiana. Gli Este coltivarono la pittura. I palazzi

loro fecero ornare con affreschi, de' quali rimangono ancora alcuni

notevoli per originalità, come quelli che ultimamente, nel 1840, furono

scoperti nel Palazzo di Schifanoja. Una scuola indigena venne in gran

reputazione sino dalla metà del XV secolo. Ne fu capo Cosimo Tura.

Uscirono da essa due ragguardevoli pittori, Dosso Dossi e Benvenuto

Tisio, il quale sotto nome di Garofalo divenne celebre come uno de'

migliori discepoli di Raffaello. Le opere di questi pittori, entrambi

contemporanei di Lucrezia — Garofalo era più giovane di un anno —

ornano ancora molte chiese di Ferrara, e sono altresì il principale

decoro della Pinacoteca.

Tal'era, ne' tratti suoi più essenziali, la città di Ferrara; e

tale pure la vita spirituale, ond'era animata, intorno il 1502. È

evidente che, oltre lo splendore della corte e la politica importanza,

come capitale dello Stato, anche la vita interiore v'era fervida e

rigogliosa. Alcuni cronisti affermano, che il numero degli abitanti

toccasse allora i 100,000. Fosse pure la cifra esagerata, ad ogni

modo, al principio del XVI secolo, all'epoca sua fiorente, Ferrara

dovett'essere più popolosa di Roma. Era città prospera ed agiata:

accanto alla nobiltà, una borghesia operosa, mercè l'industria, massime

la fabbricazione di panni, e mercè il commercio, vi si procacciava un

tranquillo godimento della vita.

Lucrezia Borgia secondo documenti e carteggi del tempo · 第 37 / 160 题