Sin dal primo entrare nel castello degli Este, Lucrezia appartenne
interamente a nuove relazioni, a nuovi interessi, si può dire, a
un mondo nuovo per lei. Si trovò come principessa in uno de' più
ragguardevoli Stati italiani e in una città a lei straniera, che da
mezzo secolo a quella parte era diventata sì importante, che lo spirito
della coltura nazionale v'aveva trovata una nuova sede e una nuova
forma. Si vide accolta in una delle più cospicue case principesche
d'Italia, che tempo e storia insieme avevan circondata di splendore
veramente romantico. Una fortuna straordinaria e immensa l'aveva fatta
entrare in quella casa famosa, della quale ella stessa ora doveva
rendersi degna.
La stirpe degli Este era, accanto all'altra de' duchi di Savoia, la
più antica e più eccelsa d'Italia. Anzi la seconda era dalla prima
ecclissata per l'importanza dello Stato di Ferrara, grazie alla sua
posizione geografica.
Ecco in breve la storia degli Este:
I signori, che ebbero il nome feudale da un piccolo castello tra Padova
e Ferrara, ripetevan l'origine loro dalla invasione longobardica, e
da una famiglia, il cui stipite chiamavasi Alberto. I nomi Adalberto
e Alberto ebbero in italiano la forma di Oberto, che nel diminutivo si
trasformò in Obizzo e Azzo. Nel X secolo apparisce un marchese Oberto,
che fu partigiano di re Berengario prima, poi di Ottone il Grande.
È ignoto da qual territorio togliessero il titolo di Marchesi egli e
i prossimi discendenti suoi. Furono, ad ogni modo, grandi signori in
Lombardia come in Toscana. Un pronipote di Oberto, Alberto Azzo II,
vien ne' documenti nominato _Marchio de Longobardia_. Egli dominava da
Mantova all'Adriatico e alla valle del Po, ove possedeva Este e Rovigo.
Sposò Cunigonda, sorella del conte Guelfo III di Suabia. Così la famosa
stirpe tedesca de' Guelfi si unì con quella degli Oberti, ed entrò
nella cerchia delle relazioni italiane. Venuto a morte Alberto Azzo nel
1096 in età di più di 100 anni, lasciò i figli Guelfo e Folco. Costoro
furono i progenitori della casa d'Este in Italia e della casa guelfa
di Braunschweig in Germania. Guelfo difatti ereditò i beni di suo avo
materno Guelfo III, col quale nel 1055 erasi estinta la linea maschile
della casa sua. E andò in Germania; vi divenne duca di Baviera, e fondò
la linea de' Guelfi.
Folco ereditò i possedimenti italiani del padre, e consolidò la linea
degli Este. Nella gran lotta degl'imperatori tedeschi col Papato i
marchesi d'Este furono aspri e tenacissimi combattenti; prima seguaci
fervorosi, poscia capi del partito guelfo; il che valse a fondare il
loro potere anche in Ferrara.
Gl'inizii primi di questa città furono oscuri e ignoti. Si crede
che fosse venuta su al tempo delle immigrazioni forestiere. Dopo la
donazione di Pipino e di Carlomagno la Chiesa pretese di averne il
possesso. Fu compresa anche nella donazione della contessa Matilde.
Nelle guerre tra il Papa e l'imperatore, cui diè alimento la disputa
intorno l'eredità di Matilde, Ferrara acquistò la sua autonomia come
repubblica.
Il XII secolo era sul finire, quando gli Este cominciarono a mettervi
piede. Il nipote di Folco, Azzo V, sposò in quel tempo Marchesella
Adelardi, erede del capo dei Guelfi nella città; mentre Salinguerra
v'era capo de' Ghibellini. Da quel momento i marchesi d'Este andaron
man mano guadagnando influenza in Ferrara. Essi divennero capi del
partito guelfo anche nell'Alta Italia.
L'anno 1208 riuscì ad Azzo VI di scacciare Salinguerra. La città era
così profondamente stanca della lunga lotta partigiana, che diede al
vincitore la qualità ereditaria di Podestà. Fu questo il primo esempio
di spontanea dedizione di una libera repubblica alla mercè di un
signore. Così gli Este furono i primi a fondare un potere dinastico
sulle rovine di una repubblica. L'audace Salinguerra, figura eroica
delle più notevoli del tempo degli Hohenstaufen in Italia, scacciò di
Ferrara ripetute volte Azzo e il successore di lui Azzo VII, sino a che
nel 1240 non soggiacque e finì di vivere nel carcere. Dopo d'allora gli
Este furono padroni di Ferrara.
Per un certo tempo, durante l'esilio avignonese de' papi, ne furono
scacciati per opera della Chiesa; ma ritornarono il 1317, chiamativi
da' cittadini che s'eran sollevati contro il luogotenente di quella.
Giovanni XXII gli confermò con diploma d'investitura, mercè il quale
ricevevano Ferrara in feudo dalla Chiesa contro l'annuo tributo di
10,000 fiorini d'oro. Oramai gli Este ordinarono il loro Stato come
tiranni di Ferrara. Era uno Stato, cui il perdurare della dinastia fra
tante guerre rese consistente. La dinastia degli Este non fu, come
quelle di quasi tutte le altre dominazioni italiane, il prodotto di
momentanee conquiste, d'intrusi illegittimi, ma antica, ereditaria,
fortemente abbarbicata.
Con Aldobrandino, signore di Ferrara, di Modena, Rovigo e Comacchio,
cominciò a venire al potere una serie di principi la maggior
parte illustri, mercè i quali la città di Ferrara potè levarsi a
quell'importanza, ond'era in possesso al cominciare del secolo XVI.
Ad Aldobrandino successero i fratelli, Niccolò dal 1361 al 1388, e
Alberto sino al 1393. Poi sino al 1441 dominò il figliuolo di costui
Niccolò III, uomo di spiriti gagliardi e bellicosi. Essendo i suoi
figli legittimi Ercole e Sigismondo minorenni, gli successe il suo
bastardo Lionello. Questo principe non solo continuò quello che il
padre aveva iniziato; ma fece di Ferrara uno Stato splendido e temuto.
Il grande Alfonso di Napoli gli diè in moglie nel 1444 la figlia Maria;
e per tal guisa gli Este si strinsero in intimo legame con la Casa
reale degli Aragonesi. Lionello fu savio e liberale, cultore di ogni
arte e scienza, principe di _nome immortale_. Nel 1450 gli successe il
fratello Borso, al pari di lui bastardo, usurpando anch'egli il posto
ai figliuoli legittimi di Niccolò III.
Borso fu uno de' principi più splendidi e grandiosi del tempo suo.
Federico III, di ritorno dal suo viaggio d'incoronazione, lo nominò in
Ferrara duca di Modena e Reggio, conte di Rovigo e Comacchio, paesi che
appartenevano tutti all'Impero. D'allora in poi gli Este, la cui arma
era stata un'aquila bianca, presero l'aquila nera imperiale, alla quale
unirono i gigli di Francia, che un tempo Carlo VII aveva loro concessi.
Il 14 aprile 1471 anche Paolo II nominò in Roma Borso duca di Ferrara.
Poco dopo, il 27 maggio, questo principe famoso morì nubile e senza
discendenti.
Gli successe Ercole, figliuolo legittimo di Niccolò III. Per tal guisa
il governo ritornò alla linea pura degli Este, dopochè, per opera
appunto di due bastardi, Ferrara era diventata uno Stato potente. Nel
giugno 1473 Ercole si ammogliò con Eleonora di Aragona, figliuola di
Ferdinando di Napoli. Le feste pel matrimonio furono sontuosissime. Da
quel tempo sino al giorno, in cui questo secondo duca di Ferrara con
altrettanta pompa univa Lucrezia in matrimonio con suo figlio, eran
scorsi 29 anni di lotte molte e varie. Ercole aveva corso il massimo
pericolo, onde lo Stato suo potesse essere minacciato: la guerra di
Venezia e di papa Sisto IV contro di lui, la quale il 1482 fu terminata
felicemente, non senza però la cessione di alcuni territorii in favore
de' Veneziani. Ma il pericolo poteva rinnovarsi. Accanitissimi nemici
del suo Stato erano sempre Venezia e la Chiesa. La sua politica quindi
prescrivevagli di collegarsi con Francia, la quale comandava a Milano e
forse poteva rendersi per sempre padrona di Napoli. Per questo motivo
stesso erasi visto nella necessità di dare in moglie a suo figlio
Lucrezia Borgia, a condizioni però vantaggiosissime. Lucrezia adunque
poteva aver coscienza dell'alta significazione che la persona sua aveva
per lo Stato di Ferrara. E ciò sin dal bel principio svegliò in lei il
sentimento della sicurezza, rispetto alla nobile casa, cui ella omai
apparteneva.
Il duca destinò Castel Vecchio a residenza degli sposi. Ivi Lucrezia
stabilì la sua corte officiale. Il celebre castello esiste tuttora
come uno de' più grandiosi monumenti medievali. Esso torreggia su
tutta Ferrara ed è visibile da miglia lontano. Il color rosso scuro; il
carattere grave e triste, congiunto ad una regolarità architettonica,
che può dirsi perfetta; le quattro poderose torri; tutto ciò produce
addentro impressione fortissima, specialmente al chiaro di luna,
quando queste ultime riflettono la loro ombra nell'acqua del fossato,
onde il castello ancora oggi, come in antico, è intorno ricinto. Alla
fantasia dell'osservatore riappariscono allora le figure de' personaggi
notevoli, che una volta v'abitarono o lo animarono: Ugo e Parisina
Malatesta,[216] Borso, Lucrezia Borgia e Alfonso, Renata di Francia e
Calvino, l'Ariosto, Alfonso II, l'infelice Tasso ed Eleonora.
Castel Vecchio fu fatto edificare dal marchese Niccolò nel 1385,
dopo una sommossa cittadina. I successori lo compirono e ornarono
nell'interno. Mercè cammini coperti era in comunicazione con la
residenza dirimpetto al Duomo. Prima che Ercole allargasse Ferrara dal
lato settentrionale, il castello rimaneva alla parte estrema, presso le
mura. Una delle torri, quella chiamata _del Leone_, copriva la porta
della città. Un braccio del Po, che allora scorreva in vicinanza,
forniva d'acqua il fossato, sul quale si passava su ponti levatoi.
Al tempo di Lucrezia l'aspetto del castello era qual è ora solo nella
sua forma essenziale. I comignoli delle torri sono di tempo posteriore.
Le torri stesse erano più basse. Avevano merli, e così pure tutte le
mura, come il castello dei Gonzaga in Mantova: intorno intorno armate
de' cannoni fatti fondere da Alfonso. L'interno era una corte con
portici, quadrata e lastricata. Si mostrò quivi a Lucrezia il luogo,
ove Niccolò III, nel 1425, fece tagliare il capo all'infelice suo
figlio Ugo e alla matrigna, la bella Parisina. E la lugubre memoria
dovette suggerire alla figliuola di Alessandro di esser fedele al
marito.
Ampie scale di marmo menavano a' due appartamenti del castello, de'
quali quello al primo piano serviva di residenza a' principi. Era una
fila di sale e di camere. Col tempo tutto è così mutato, che anche
quei, che più a fondo conoscono Ferrara, confessano non saper più ove
fosse l'abitazione di Lucrezia. Anche delle pitture, che gli Este vi
fecero fare, rimangono appena alcuni affreschi del Dossi e uno d'altro
maestro.
La residenza in quel castello dovette forse essere sempre malinconica
e alquanto oppressiva. Ciò era in armonia col carattere di Ferrara.
Anche oggi la città reca l'impressione di una serietà cupa e monotona.
Quando dall'alto de' merli del castello guardi quella estesissima
pianura riccamente coltivata, pur sempre uniforme, priva di un bello
orizzonte, mentre le Alpi di Verona appena si disegnano in lontananza,
e il più prossimo Appennino non ha aspetto gran fatto maestoso; quando
guardi quella massa nera della città, un senso di maraviglia ti assale,
pensando come mai la gioconda poesia dell'Ariosto sia nata in quel
luogo. Il cielo, la terra e il mare atti ad ispirarlo avrebbe dovuto
piuttosto cercare in quel eliso di Sorrento, che fu culla del Tasso.
Una prova di più della verità sovente osservata, che la fantasia
poetica è indipendente dai luoghi.
Ferrara giace in una pianura malsana, attraversata dai rami del Po e da
parecchi canali. Il fiume principale non dà punto vita alla città nè
alla campagna, perchè scorre lontano molte miglia. Mura poderose con
quattro porte cingevano la città d'ogni lato. Al tempo di Lucrezia,
oltre Castel Vecchio sull'estremità nordica, v'era pure dal lato
sud-occidentale Castel Tealto o Tedaldo. Questa fortezza era posta
sur uno de' rami del Po. Aveva una porta, per la quale s'entrava in
città, mentre un ponte di barche menava dall'altro lato al sobborgo
San Giorgio. Per questa porta Lucrezia aveva fatto il suo ingresso. Di
Castel Tedaldo oggi non resta più nulla; fu distrutto sul principiare
del secolo XVII, quando il Papa, espulsi i discendenti di Alfonso, fece
edificare la nuova grande fortezza.
Ferrara aveva spaziose piazze e strade regolari con portici. Sulla
piazza principale era il Duomo, ragguardevole edifizio di stile
gotico-lombardo dell'anno 1135, nel quale fu consacrato. L'alta
facciata, divisa in tre parti e con tre frontoni formati di tre serie
di archi, che partecipano del gotico e del romano, poggiati su colonne,
e con le antiche sculture, tutte annerite dal tempo, ha un'apparenza
veramente singolare, che sente insieme dell'originalità medievale e di
bizzarro romanticismo. Nulla colpisce oggi tanto in Ferrara quanto la
prima vista di codesta facciata. Si crede aver dinanzi una figura del
favoloso mondo ariostesco. Rimpetto a uno de' lati della Cattedrale
sta ancora il gotico Palazzo della Ragione, e stavano altra volta due
vecchie torri, una delle quali chiamavasi _Rigobello_. Di fronte poi
alla facciata era la residenza degli Este. Ivi abitava Ercole, e un
tempo abitò Eugenio IV, quando tenne a Ferrara il famoso Concilio.
Innanzi al palazzo erano una volta le statue de' due grandi principi di
Ferrara, Niccolò III e Borso: la prima equestre, l'altra seduta. Erano
poste su colonne; epperò avevano piccole dimensioni. Oggi le colonne
sussistono a' lati del portone: le statue furono distrutte nel 1796.
Gli Este gareggiarono con altri principi e repubbliche nell'edificare
chiese e monasteri, de' quali Ferrara è ricca tuttora. Intorno l'anno
1500 più notevoli erano: San Domenico, San Francesco, Santa Maria in
Vado, Sant'Antonio, San Giorgio innanzi a Porta Romana, il chiostro
del _Corpus Domini_ e la Certosa. Tutte queste chiese sono state più o
meno rammodernate. Benchè alcune si distinguano per belle proporzioni e
spaziosità, pure niuna ha un'individualità artistica rilevante.
Col XV secolo anche Ferrara cominciò ad arricchirsi di palazzi, che
oggi pure sono il decoro della deserta città, e costituiscono una
parte di gran valore della storia dell'architettura, dagl'inizii del
Rinascimento sino al passaggio nel barocco. Alcuni sono in uno stato di
deplorabile decadenza. Sullo scorcio del secolo XVI il marchese Alberto
costruì i palazzi del Paradiso, oggi l'Università, e Schifanoja. Ercole
edificò il Palazzo Pareschi. Di lui può dirsi che fosse il rinnovatore
di Ferrara. Allargò la città, aggiungendovi, verso settentrione, un
nuovo quartiere, l'_Addizione Erculea_. Questa è pur oggi la parte più
splendida della moderna Ferrara. È attraversata da due strade lunghe
ed ampie, il Corso di Porta Po con la sua continuazione nel Corso di
Porta Mare, e la strada de' Piopponi. Passeggiando per quelle vie
tranquille e solitarie, fa stupore vedere quella lunga fila di bei
palazzi della Rinascenza, monumenti di una vita rigogliosa, ma ora
spenta del tutto. Ercole aprì colà una piazza, e all'intorno la nobiltà
vi fece elevar palazzi. La si chiama oggi _Piazza Ariostea_, avendo
nel mezzo il monumento del grande Poeta. È forse il più bello che sia
mai stato eretto ad un poeta. La statua marmorea si slancia alta e
libera sopra magnifica colonna, sicchè domina tutta Ferrara. Anche la
storia sua accresce al monumento fascino e attrattiva. Originariamente
doveva sulla piazza essere messa la statua equestre di Ercole su
due colonne. Le si trasportavano sul Po, quando l'una andò a fondo.
L'altra fu impiegata nel 1675 a sostenere la statua in bronzo di Papa
Alessandro VII. La quale fu abbattuta nella rivoluzione dell'anno 1796,
e sostituita dalla statua della Libertà, alla cui solenne elevazione
assistette il generale Napoleone Buonaparte. Tre anni dopo gli
Austriaci gettarono giù la Libertà, e la colonna restò decapitata sino
al 1810, anno in cui vi fu messa la statua imperatoria di Napoleone.
E questa pure cadde col cadere dell'imperatore. Finalmente nel 1835
Ferrara pose su quella colonna la statua dell'Ariosto. Niun mutamento
di dominazione politica e niuna forza umana potrà mai più gettare
abbasso quell'immagine da quell'altezza, ove la sostiene e protegge un
poema immortale.
Nel nuovo quartiere di Ercole sursero palazzi sontuosi. Il fratello
di lui Sigismondo edificò il grandioso Palazzo Diamanti, ove oggi è la
Pinacoteca. I Trotti, i Castelli, i Sacrati e i Bevilacqua v'eressero
i loro palazzi privati, esistenti tuttora. Ferrara era abitata da
numerosa e ricca nobiltà, discendente in parte da antiche famiglie
di conti. Oltre i già nominati, eran del novero: i Contrarii, i Pii,
i Costabili, gli Strozzi, i Saraceni e i Boschetti, i Roverella, i
Muzzarelli e i Pendaglia.
L'aristocrazia ferrarese aveva da gran tempo superato il periodo delle
intestine lotte partigiane e della indomita fierezza feudale, ed era
diventata cortigiana. Gli Este, e massime il battagliero Niccolò
III, avevano domati e sommessi questi baroni, che originariamente
vivevano nei loro feudi. Ormai essi erano al servizio del principe,
coprivano i più ragguardevoli ufficii nella corte e nello Stato, ed
eran capitani nell'esercito. Prendevano bensì parte, e forse con più
fervore che non facesse la nobiltà degli altri Stati italiani, alla
cultura dello spirito, essendo questa essenzialmente opera de' principi
d'Este. Epperò alcuni nomi di grandi signori spiccano a quell'epoca nel
movimento letterario di Ferrara.
L'Università ferrarese sin dalla metà del XV secolo era venuta in
tanto rigoglio da stare bene, accanto a quelle di Padova e Bologna,
tra le più celebri d'Italia. Era stata aperta nel 1391 dal marchese
Alberto; poscia riformata da Niccolò III. All'apogeo dello splendore la
condussero Lionello e Borso. Lionello fu discepolo del famoso Guarino
da Verona, ed egli stesso dotto assai in ogni scienza. Fu altresì
l'amico e l'idolo degli umanisti del tempo suo. Pieno d'entusiasmo,
faceva collezione di manoscritti rari o li faceva copiare. Fu il
fondatore della Biblioteca. Borso continuò le stesse tracce con
altrettanta attività e fervore.
Già nel 1474 l'Università di Ferrara contava 45 professori, largamente
retribuiti. Ercole ne aumentò il numero. Nel primo anno del suo regno
fu anche introdotta l'arte tipografica.[217]
Nell'indole del popolo, come nel carattere della città, una
disposizione seria si direbbe che sia l'impronta fondamentale e più
risaltante. Con essa si disposava il bisogno di speculazione e di
critica, come pure delle scienze esatte. Girolamo Savonarola, il
profeta fanatico in quel deserto morale dei tempi borgiani, nacque in
Ferrara. Lucrezia ebbe forse spesso a ricordarsi di quest'uomo, nel
quale il padre suo per mano del carnefice aveva fatto soffocare la
protesta delle anime ancora credenti e pure contro il Papato di lui.
L'astronomia e la matematica, le scienze naturali in generale e
la medicina, che allora insieme con quelle era parte integrante
delle discipline filosofiche, fiorirono specialmente in Ferrara. Il
Savonarola stesso aveva dovuto studiar medicina. Suo avo Michele,
celebre medico di Padova, era stato chiamato a Ferrara da Niccolò
III.[218] Come medico, matematico e filosofo ed anche qual filologo
vi brillava dal 1464 il vicentino Niccolò Leoniceno. Ai piedi suoi
sedettero tali, che poscia furono i più famosi eruditi e poeti
d'Italia. Egli formava ancora l'orgoglio di Ferrara, quando v'andò
Lucrezia. Invece il grande matematico Domenico Maria Novara insegnava
allora in Bologna, ove aveva avuto a discepolo il Copernico.
Da questa Università vennero fuori grandi umanisti, che al tempo
dell'arrivo di Lucrezia erano ancora bambini o giovanetti, fra i quali
i due Giraldi e quel geniale Celio Calcagnini, che le aveva dedicato
una poesia per nozze. Tutti questi uomini erano ben veduti alla corte
degli Este, essendo persone tutt'altro che esclusive, ma d'ingegno
versatili e facili nella forma. In verità, solo più tardi, quando la
divisione del lavoro e la necessaria limitazione professionale prevalse
nella scienza, la viva erudizione dell'umanismo si trasformò in
pedanteria di casta.
Ma soprattutto alla poesia, e ad una particolar forma di essa, la
città di Ferrara, proprio nell'epoca di Lucrezia, diè impronta affatto
speciale ed assolutamente romantica. Per questa via potette divenire
una di quelle città, che pe' tardi nepoti sono ancora luoghi di
pellegrinaggio della civiltà. Ferrara produsse molti poeti in ambedue
le lingue, latina e italiana. Pressochè tutti quegli eruditi poetavano
in latino. La più parte non erano certamente che gelidi facitori di
versi; ma alcuni s'elevarono al più alto grado nella letteratura
poetica, sicchè anche oggi non sono dimenticati. Eran tra questi
specialmente i due Strozzi, padre e figlio, e Antonio Tebaldeo. Se non
che, a petto di tali poeti neolatini, ebbero importanza di gran lunga
maggiore quei che in lingua italiana seppero svolgere e perfezionare
l'arte epico-romantica. La lussuriosa e tanto splendida corte di
Ferrara, con quel carattere di forte romanticismo, onde la casa
degli Este erasi circondata, mentre la storia sua rimontava al tempo
eroico medievale, con quella eletta nobiltà e col moderno sentimento
cavalleresco, favoreggiava già per propria essenza il culto del genere
epico. Ma s'aggiungeva anche, come fondo adatto e propizio, la città
con la sua propria storia e col suo carattere architettonico. In
Ferrara, come in Firenze, non vi ha monumenti dell'antichità romana:
tutto appartiene al Medio Evo. Lucrezia non trovò più nella corte
di Ercole l'amico di lui, il Bojardo, il celebre poeta dell'_Orlando
Innamorato_. Ma forse viveva ancora il cantore di Mambriano, Francesco
Cieco. Ed abbiamo già visto come l'Ariosto, quegli che presto doveva
oscurare la gloria de' due precursori, avesse offerto gli omaggi suoi a
Lucrezia.
Meno prospera vita delle scienze e della poesia ebbero in Ferrara le
arti belle. Pure, se non vi produssero maestri di prim'ordine, come
Raffaello o Tiziano, vi tennero, ad ogni modo, non ispregevole luogo
per la coltura italiana. Gli Este coltivarono la pittura. I palazzi
loro fecero ornare con affreschi, de' quali rimangono ancora alcuni
notevoli per originalità, come quelli che ultimamente, nel 1840, furono
scoperti nel Palazzo di Schifanoja. Una scuola indigena venne in gran
reputazione sino dalla metà del XV secolo. Ne fu capo Cosimo Tura.
Uscirono da essa due ragguardevoli pittori, Dosso Dossi e Benvenuto
Tisio, il quale sotto nome di Garofalo divenne celebre come uno de'
migliori discepoli di Raffaello. Le opere di questi pittori, entrambi
contemporanei di Lucrezia — Garofalo era più giovane di un anno —
ornano ancora molte chiese di Ferrara, e sono altresì il principale
decoro della Pinacoteca.
Tal'era, ne' tratti suoi più essenziali, la città di Ferrara; e
tale pure la vita spirituale, ond'era animata, intorno il 1502. È
evidente che, oltre lo splendore della corte e la politica importanza,
come capitale dello Stato, anche la vita interiore v'era fervida e
rigogliosa. Alcuni cronisti affermano, che il numero degli abitanti
toccasse allora i 100,000. Fosse pure la cifra esagerata, ad ogni
modo, al principio del XVI secolo, all'epoca sua fiorente, Ferrara
dovett'essere più popolosa di Roma. Era città prospera ed agiata:
accanto alla nobiltà, una borghesia operosa, mercè l'industria, massime
la fabbricazione di panni, e mercè il commercio, vi si procacciava un
tranquillo godimento della vita.