XX.

Lucrezia era impaziente di lasciar Roma, che, come diceva agl'inviati

di Ferrara, le sembrava una prigione. Il duca a volta sua non era meno

di vedere terminato questo negozio. Ma la spedizione della nuova Bolla

d'investitura si faceva aspettare. E la cessione di Cento e di Pieve

non poteva aver luogo senza il consentimento del cardinale Giuliano

Della Rovere, che viveva in Francia ed era arcivescovo di Bologna.

Ercole quindi tratteneva l'invio del corteo nuziale, abbenchè la

stagione, che si avanzava nell'inverno, divenisse sempre meno prospera

per un viaggio così difficoltoso. Tutte le volte che Lucrezia vedeva

gl'inviati di Ferrara, gl'interrogava quando verrebbe il corteo per

condurla via. Ella faceva ogni sforzo per togliere le difficoltà.

È vero che i cardinali tremavano innanzi al Papa e a Cesare; pure

temporeggiavano prima di sottoscrivere quella Bolla, mercè la quale

la Chiesa perdeva il canone di Ferrara. E per lo meno non volevano

estendere l'esenzione a tutta la discendenza di Alfonso e di Lucrezia,

ma concederla tutt'al più sino alla terza generazione. Il duca scrisse

premurosamente al cardinale di Modena e a Lucrezia, la quale finalmente

nell'ottobre venne a capo della cosa, e se n'ebbe altissime lodi dal

suocero. Appunto della prima metà di ottobre vi sono molte lettere sue

al duca e di questo a lei. Esse mostrano la crescente fiducia che si

stabiliva fra i due. Evidentemente Ercole cominciava a riconciliarsi

con questo matrimonio, causa una volta per lui di tanto disgusto. Nella

nuora egli scopriva più intendimento di quello che aveva supposto.

Essa gli scrisse pure una lettera piena di adulazione, soprattutto

quando sentì che il duca era indisposto. Ed Ercole la ringraziò di

avergli scritto di propria mano, nel che vedeva una particolar prova di

affezione.[148]

Ad Ercole stesso gl'inviati riferirono: «Quando abbiamo annunziato alla

illustrissima duchessa la malattia di Vostra Eccellenza, Sua Altezza

mostrò il più grande dolore; impallidì e restò un pezzo sopra pensiero.

Le rincresceva molto di non trovarsi a Ferrara per curare con le

proprie mani la Eccellenza Vostra, quando ella lo avesse gradito. Così

pure, allorchè cadde la sala nel Vaticano, curò essa per 14 giorni Sua

Santità, e non trovò in quel tempo mai pace, non volendo il Papa esser

trattato che per mano di lei.»[149]

Era naturale che la malattia del suocero spaventasse Lucrezia. La morte

di lui avrebbe, se non fatta svanire, sicuramente differita l'unione

sua con Alfonso. E di più essa non aveva alcuna prova che l'avversione

del futuro marito fosse cessata. In tutto questo periodo non troviamo

alcuna lettera d'Alfonso a lei, nè di lei ad Alfonso. Un silenzio sì

intero è per lo meno singolare. In maggiore apprensione ancora doveva

cader Lucrezia al pensiero che il padre potrebbe morire. Questa morte

sarebbe, senza alcun dubbio, stata la risoluzione del matrimonio con

Alfonso. Alessandro ammalò in effetto poco dopo la malattia d'Ercole.

Si tirò addosso un'infreddagione, e ne perdette un dente. Per impedire

che giungessero a Ferrara voci esagerate, fece chiamare l'inviato del

duca e gli ordinò di scrivere al suo signore che l'indisposizione sua

era di lieve conto. «Se il duca fosse qui,» disse il Papa, «vorrei,

con tutta la mia faccia fasciata, invitarlo a venir meco a cacciare un

cignale.» E l'inviato osservava nel dispaccio che il Papa, per riguardo

alla salute sua, meglio farebbe di non lasciare il palazzo prima del

far del giorno per non rientrarvi poi che verso notte. Perchè appunto

codeste erano le sue cattive abitudini; e s'era anche cercato con

amorevoli modi di farglielo intendere.[150]

D'ogni banda giungevano felicitazioni ad Ercole e al Papa. Cardinali

e ambasciatori magnificavano nelle lettere la bellezza e la sagacia

di Lucrezia. L'ambasciatore spagnuolo la lodava con espressioni

infinite; ed Ercole lo ringraziava per questa testimonianza resa alla

nuora delle virtù di lei.[151] Anche il re di Francia esternava il suo

estremo contento per un avvenimento, che, come ora riconosceva, avrebbe

arrecato il massimo giovamento allo Stato di Ferrara. Nel Concistoro

il Papa, tutto raggiante di gioia, diè lettura delle felicitazioni

mandategli da quel monarca e dalla moglie. Luigi XII era sceso insino

a mandar lettera a madonna Lucrezia, in piedi della quale aveva messo

due parole autografe. Alessandro ne fu tanto entusiasmato, che mandò

a Ferrara copia dello scritto. Solo dalla Corte di Massimiliano nulla

di tutto ciò. L'imperatore, invece, se ne mostrava tanto stizzito,

che Ercole ebbe a concepirne inquietudine, come ce lo fa sapere questa

lettera a' due suoi ambasciatori in Roma:

«Il Duca di Ferrara, ec. Amatissimi nostri. — Noi non abbiamo più

nulla significato a Sua Santità, Signor Nostro, circa l'attitudine

dell'eccellentissimo Re de' Romani verso di lui, dappoi che messer

Michele Remolines si partì di qua, perchè non sapemmo intorno a ciò

nulla di certo. Ma ora da persona degna di fede, con la quale il detto

re avrebbe discorso, ci si dice, che Sua Maestà è molto incollerita,

e s'esprime contro Sua Santità in tono di vivissimo biasimo; e

riprova anche il parentado che noi con la stessa abbiam concluso;

il che per altro aveva già fatto con lettere a noi dirette, prima

della conclusione del matrimonio, sconsigliandoci da quella unione,

siccome vedrete dalle copie di tali lettere. Noi ve le mandiamo qui

alligate. Esse furono mostrate e date a leggere agli ambasciatori di

Sua Santità che sono qui. Ora, tuttochè noi, per quel che ci riguarda,

non diamo gran peso alla opinione di Sua Maestà, poichè siamo stati

mossi da ragionevoli motivi, e ogni di più ce ne sentiamo soddisfatti;

nulladimeno ci pare conveniente, per rispetto al nostro parentado con

Sua Santità, e affinchè la stessa secondo la saggezza sua si formi un

giudizio sulla indicata dimostrazione, di esternarle su ciò l'opinione

nostra. Noi siamo convinti che Sua Santità nella sua saviezza saprà

bene esaminare e discernere fino a qual punto il malumore di Sua Maestà

debba essere preso in considerazione.

»Voi quindi comunicherete tutto a quella e le farete anche vedere le

copie, se ciò vi sembra conveniente. Ma in nome nostro dovete pregarla

di non chiamar noi in colpa di ciò, anche nel caso, in cui per gravi

motivi facessimo giungere le dette copie in altre mani. — Ferrara, 23

ottobre 1501.»

Il duca non istette più ad oscillare. Già sui primi di ottobre aveva

scelto i componenti del corteo, la cui partenza però da Ferrara fece

ancora dipendere dal seguito delle negoziazioni sue col Papa. Fissare

all'uopo le persone sì ferraresi come romane fu questione d'altissima

importanza, sulla quale ci porge schiarimenti un dispaccio di Gerardo

del 6 ottobre:

«Illustrissimo Signore, ec. — Oggi, 6, Ettore ed io fummo soli dal Papa

con le lettere di Vostra Signoria, del 26 del passato mese e del primo

del corrente, e con la lista della comitiva. Questa è molto piaciuta a

Sua Santità; parendole onorevolissima e ricca, massime perchè vi sono

esattamente specificate condizione e qualità delle persone. Come ho

inteso da ottima via, Vostra Eccellenza ha in ciò superato il credere

del Papa. Dopo esserci alquanto fermati a parlare con Sua Santità,

questa, come Vostra Signoria intenderà per le cose infrascritte, fece

chiamare l'illustrissimo duca di Romagna e il cardinale Orsini. Erano

anche presenti monsignor di Elna, monsignor Troche e messer Adriano.

Il Papa volle che la lista fosse letta di nuovo, e fu ancor più

commendata, particolarmente dal duca, il quale dimostrò aver conoscenza

di parecchie delle persone nominate. Egli la ritenne anche; e gli fu

gratissimo che io gliela rendessi, volendo egli restituirmela.

»Noi procurammo di avere la lista della comitiva, che dovrà venire con

l'illustrissima duchessa; ma non è ancora in ordine. Sua Santità dice

che vi saranno poche dame, per essere queste Romane selvatiche e male

atte a cavallo. Sinora la duchessa ha presso di sè 5 o 7 donzelle da

marito, 4 fanciulle e 3 dame anziane; e queste resteranno con lei.

Forse se ne aggiungerà qualche altra. Ma s'è cercato con destrezza

di distogliercela, dicendole che troverebbe infinite dame d'onore in

Ferrara. È con lei puranche una madonna Geronima, sorella del cardinale

Borgia, maritata con un Orsini. Costei le farà compagnia con tre

donne. Altre sin qui non vi sono. Credo, come han detto, si sforzeranno

ritrovarne persino a Napoli; ma pensano poterne aver poche, e solo per

accompagnare la duchessa. La duchessa d'Urbino ha fatto intendere che

verrebbe con 50 cavalli. Di uomini anche Sua Santità dice esservene

carestia, per non trovarsi in Roma altri signori che gli Orsini, e

anche questi per la maggior parte esser fuori. Pure spera raccoglierne

buon numero, soprattutto se il duca di Romagna non andrà in campo;

mentre al seguito suo trovansi altri gentiluomini. Sua Santità dice

che di preti e gente dotta avrebbe da mandare abbastanza; ma non di

persone meglio adatte. Del resto, la comitiva che manderà la Signoria

Vostra supplirà per l'uno e per l'altro, tanto più che, a detta di Sua

Santità, è consuetudine che la grande comitiva sia mandata dallo sposo,

e che la sposa invece non vada che con pochi. Ad ogni modo, a quel

che ho presentito, non mancheranno meno di 200 uomini a cavallo. Circa

la via, che a Sua Signoria converrà fare, il Papa è ancora dubbioso.

Egli vorrebbe che passasse per Bologna; e dice che anche i Fiorentini

l'avevano invitata. Comunque Sua Santità non abbia ancora presa una

decisione, pure la duchessa affermò si farebbe la via della Marca, e

che avendo il tutto comunicato al Papa, questi erasi deliberato appunto

in tal senso. Forse egli potrà desiderare ch'essa vada a Bologna

attraverso le terre del duca di Romagna.

»Relativamente al desiderio di Vostra Eccellenza, che un cardinale

accompagni la duchessa, Sua Santità oppose non sembrarle onesto che

un cardinale qualunque si parta da Roma a tale scopo. Ma ha scritto al

cardinale di Salerno, legato nella Marca, di pigliare il cammino verso

le terre del duca di Romagna e di aspettar lì per far poi compagnia

alla duchessa a Ferrara e cantare la Messa sponsalizia. Egli crede che

il cardinale non mancherà di farlo, quando il suo stato non sano non

glielo impedisca. Ma, ove così fosse, Sua Santità forse provvederebbe

con un altro....

»Intendendo in questi ragionamenti Sua Santità, che non avevamo potuto

avere udienza dall'illustrissimo duca, se ne mostrò spiacentissimo,

e disse che Sua Signoria aveva codesto vizio; e che gli ambasciatori

di Rimini erano qui da due mesi, senza aver mai potuto parlare con

lui; che era suo solito far del giorno notte e della notte giorno.

Questo modo di vivere le rincresceva sino al cuore, e non sa se Sua

Signoria riuscirà a conservare il conquistato. In quella vece lodò

l'illustrissima duchessa, come donna prudente e facile a prestare

udienza, e, ove bisogni, anche a prodigar carezze. Fece altissimi

elogii di lei e dell'aver governato il Ducato di Spoleto con la maggior

grazia del mondo. Insomma la magnificò moltissimo, e disse che, anche

allorchè trattava qualcosa con lui, il Papa, Sua Signoria sapeva molto

ben vincere la partita. Credo che Sua Santità parlasse così, più con

l'intenzione di dir bene di lei — come mi pare meriti — che per dir

male dell'altro; abbenchè il linguaggio suo mostrasse il contrario. E

continuamente mi raccomando a Vostra Eccellenza. — Roma, 8 ottobre.»

Il Papa lasciava raramente sfuggire l'occasione di lodar la bellezza

e l'accorgimento della figliuola. Stabiliva raffronti tra lei e le

donne d'Italia allora più famose, la marchesa di Mantova e la duchessa

d'Urbino. Un giorno parlò anche agl'inviati di Ferrara dell'età di lei,

e notò che nell'aprile (1502) compiva il suo ventiduesimo anno; mentre

Cesare in quel tempo istesso sarebbe giunto al ventiseesimo.[152]

Egli si sentiva molto soddisfatto per la scelta del seguito. Le

persone, che dovevano comporlo, eran principi di casa d'Este e i

più ragguardevoli uomini di Ferrara. Gli fu pure di gradimento che

Annibale Bentivoglio, il figlio del signore di Bologna, vi si unisse;

e, ridendo, diceva all'ambasciatore di Ferrara: «Se il suo signore per

prender la sposa volesse anche mandare a Roma Turchi, per lui sarebbero

benvenuti.»

I Fiorentini, per tema di Cesare, spedirono inviati a Lucrezia per

pregarla di passare pel loro paese nell'andare a Ferrara. Nondimeno il

Papa decise che prenderebbe la via di Romagna. Secondo il barbarico

dispotismo di quei tempi, i paesi, pe' quali il corteo passava, eran

tenuti a mantenerlo. Ora per non gravar d'avvantaggio i paesi di

Romagna fu deciso che il seguito, venendo di Ferrara a Roma, farebbe

la strada attraverso la Toscana. Se non che la Repubblica di Firenze

rifiutava di mantenerlo a proprie spese in tutto il suo territorio; non

voleva che ospitarlo soltanto nella città di Firenze, ovvero onorarlo

con un presente.[153]

Facevansi frattanto in Ferrara gli apprestamenti per le feste delle

nozze. Il duca mandò inviti a principi amici. Aveva anche pensato al

discorso, che all'arrivo di Lucrezia doveva esser tenuto alle feste

nuziali. Nella Rinascenza simili declamazioni erano l'ingrediente più

essenziale di una festa. E quel discorso dovett'essere davvero qualcosa

di splendido. All'uopo Ercole aveva incaricato i suoi ambasciatori

in Roma di mandargli notizie sulla casa Borgia, perchè l'oratore

ne facesse tesoro.[154] Gli ambasciatori compirono con scrupolo

l'incarico, rispondendo al loro signore nel modo che segue:

«Illustrissimo Principe e Signor nostro singolarissimo. — Abbiamo

usato ogni diligenza e studio per ritrovare, come ai dì passati

l'Eccellenza Vostra ce ne commise, qualche cosa relativa a' fatti di

questa illustrissima casa Borgia. A tale oggetto abbiamo investigato

da ogni canto, e con noi pure i nostri qui in Roma, e non solo dotti,

ma anche tali, che immaginavamo si dilettassero di ricerche simili.

Ora, abbenchè avessimo finalmente scoperto la casa esser nel paese

spagnuolo nobilissima e antichissima, pure non ritroviamo cose egregie

fatte dagli antichi suoi progenitori, perchè in quelle parti si vive

vita molto civile e delicata; e Vostra Eccellenza sa bene come così si

costumi nella Spagna, e massime in Valenza.

»Sino ad ora solo di Callisto si ritrova qualcosa degna, in ispecial

modo le sue proprie geste, delle quali il Platina scrive assai. Del

resto, è generalmente saputo ciò che questo Papa ha operato. Onde

chi abbia a fare l'orazione avrà dinanzi aperto un largo campo. Noi

adunque, Eccellentissimo Signore, non abbiamo trovato intorno alla

casa più di ciò; ma solo intorno alle persone de' pontefici alla stessa

appartenenti e a' discorsi di obbedienza a coloro indirizzati. E quel

che poi i papi han fatto, dinota assai ciò che di loro possa dirsi. Se

altro ci sarà dato scoprire, non mancheremo di darne notizia a Vostra

Eccellenza, alla quale umilmente ci raccomandiamo. — Roma, 18 ottobre

1501.»

Quando il duca dell'antica casa degli Este lesse questo laconico

dispaccio, dovette ridere e trovarne l'ingenuità così poco diplomatica

da parer quasi un'ironia. Del rimanente, non sembra che i probi

ambasciatori abbian fatto capo alla vera sorgente. Se avessero chiesto

consiglio a' più intimi cortigiani de' Borgia, per esempio a' parenti,

avrebbero da loro ricevuto un albero genealogico, dal quale appariva i

Borgia discendere dagli antichi re d'Aragona, se non forse proprio da

Ercole.

Frattanto l'impazienza del Papa e di Lucrezia cresceva ogni dì più,

perchè l'invio del seguito era sempre differito, e i nemici de' Borgia

cominciavano già a prendersene beffe. Il duca dichiarava che non poteva

pensare a far prendere madonna Lucrezia, ove non gli fosse consegnata

la Bolla d'investitura. Lamentava la lentezza nell'adempimento in

Roma delle promesse. Esigeva il pagamento in contanti della dote, che

doveva esser fatto dai Banchi in Venezia, Bologna e altre città al più

tardi all'ingresso in Roma del corteo d'onore, minacciando far ritornar

questo in Ferrara, senza la sposa, ove la somma non fosse interamente

numerata.[155] Poichè la cessione di Cento e Pieve non poteva essere

prontamente condotta a termine, domandava dal Papa un pegno, o il

Vescovado di Bologna pel figlio Ippolito o anche una cauzione. Inoltre

pose innanzi pretensioni di beneficii pel suo bastardo Don Giulio

e pel suo ambasciatore Gianluca Pozzi. Per quest'ultimo Lucrezia

seppe ottenere il Vescovado di Reggio; ed agl'inviati di Ferrara fece

similmente dal Papa concedere una casa in Roma.

Negozio importante fu anche l'ornamento di cose preziose, di cui

Lucrezia doveva esser fornita. La passione per tal genere d'ornamenti

ancora oggi è grande in Roma. Le donne di nobili famiglie non vi

tralasciano alcuna occasione per risplendere piene di diamanti; e

sin qui tale ricchezza costituiva di regola un fedecommesso. Nella

Rinascenza la passione aveva toccato il grado di vera e propria manìa.

Ercole fece dire alla nuora che dovesse seco portare i gioielli e non

alienarli. Che egli intanto per mezzo del seguito le manderebbe un

ricco ornamento, perchè — così aggiunge con molta galanterìa — essendo

ella il più prezioso de' gioielli, meritava aver pietre preziose in

maggior numero e più belle ancora di quelle che da lui stesso e dalla

propria moglie fossero state possedute. E che non era, per certo, un

così potente uomo come il duca di Savoia; ma nondimeno sempre in grado

di mandare a lei gioie non meno belle di quelle che colui aveva.[156]

Le relazioni tra Ercole e la nuora erano le più amichevoli che potesse

desiderarsi. Lucrezia, in vero, giammai non si stancava di fare che

le esigenze di lui trovassero ascolto presso il Papa. Questi però era

da parte sua profondamente irritato pel procedere del duca. Lo fece

premurosamente pregare di mandare a Roma il seguito; e lo assicurò

che i due castelli di Romagna sarebbero consegnati prima ancora

che Lucrezia giungesse a Ferrara. Una volta che questa fosse colà,

otterrebbe da lui tutto che desiderasse; così grande essendo l'amor

suo per colei, ch'egli pensava andarle insino a far visita a Ferrara

nella primavera.[157] Egli sospettò altresì che il temporeggiamento

nell'invio del corteo derivasse da qualche intrigo dell'imperatore.

E veramente Massimiliano, anco in novembre, mandò il segretario suo

Agostino Semenza al duca, con l'esortazione a non lasciarlo partire per

Roma; di che, prometteva, sarebbe ad Ercole riconoscente. Il duca, il

22 novembre, mandò uno scritto all'ambasciatore imperiale, dichiarando

aver appunto allora spedito un corriere a' suoi inviati a Roma;

l'inverno esser prossimo, e quindi il tempo per prender Lucrezia non

favorevole; volerlo, annuendovi il Papa, differire, senza però romperla

con lo stesso. Se egli ciò facesse, Sua Maestà poteva pensare se il

Papa gli diventerebbe nemico. Egli dovrebbe aspettarsi da lui eterna

persecuzione e anche una guerra. Ed appunto per schivare siffatti

pericoli aveva accondisceso a legarsi in parentela con Sua Santità.

Confidava perciò in Sua Maestà, che non vorrebbe esporlo a tanto

pericolo, ma nella sua giustizia darebbe valore all'addotta scusa.[158]

Contemporaneamente Ercole incaricò gl'inviati di render conto al

Papa delle minacce dell'imperatore e di dichiarargli, che quanto a

sè teneva fermo agli obblighi assunti; ma che tanto più urgentemente

doveva desiderare la spedizione delle Bolle, in quanto ogni ulteriore

differimento adduceva pericolo.

Alessandro ne fu fuori di sè dalla rabbia. Caricò di rimproveri

gl'inviati, e diede del _mercatante_ al duca stesso. Ercole dichiarò

allora al messo dell'imperatore il primo dicembre non poter più oltre

differire l'invio del corteo, senza apertamente romperla col Papa.

Il giorno medesimo scrisse agli ambasciatori a Roma, dolendosi del

titolo di mercatante statogli dal Papa regalato.[159] Tranquillò anche

quest'ultimo, assicurandolo aver fissato la partenza del corteo da

Ferrara pel 9 o 10 dicembre.[160]

Lucrezia Borgia secondo documenti e carteggi del tempo · 第 30 / 160 题