XIX.

Lotte durissime ebbe a sostenere il principe erede di Ferrara prima

di cedere alle insistenze del padre. E questi insisteva pel matrimonio

con tanta fermezza da dichiarargli, che dovrebbe risolversi ad unirsi

egli stesso con la Lucrezia ove il figlio s'ostinasse nel diniego.

E quando il figlio ebbe consentito, quando l'orgoglio del duca fu

ridotto al silenzio, Ercole riguardò il matrimonio puramente come un

vantaggioso affare di Stato. Egli vendette l'onore della casa sua al

più alto prezzo possibile. Gli agenti papali in Ferrara, spaventati

dalle sue esigenze, mandarono Raimondo Romolini per darne a Roma

contezza. E Alessandro impetrò la mediazione del re di Francia per

ottenere condizioni più miti. Una lettera dell'ambasciatore di Ferrara

in Francia è il mezzo migliore per chiarirci su questo punto:

«Illustrissimo Signor mio.

»Ieri l'ambasciatore del Papa mi disse, avergli Sua Santità scritto

come Vostra Eccellenza abbia mandato un messo in Roma, domandando

200,000 ducati, l'affrancamento dall'annuo canone, la concessione del

giuspatronato pel Vescovado di Ferrara mercè decisione concistoriale, e

molte cose altre. Aggiunse aver il Papa offerto 100,000 ducati. Quanto

al rimanente, dover Vostra Eccellenza fidare in lui, che col tempo le

concederà quel che vuole e solleverà tanto alta la casa degli Este,

che ciascuno dovrà riconoscere l'amor suo per la stessa. Mi disse

inoltre essere stato incaricato di pregare Sua Maestà Cristianissima,

perchè scriva all'Illustrissimo Cardinale, e voglia questi esortare

l'Eccellenza Vostra a contentarsi di tali offerte. Qual fedel servitore

di Vostra Eccellenza ricordo all'uopo, benchè sia superfluo, che

dove tal matrimonio abbia a farsi, ella lo concluda in guisa tale

e con tanta sicurezza, che la _lunga promessa con l'attender corto_

non abbia poscia a farnela pentire. In altra lettera ho partecipato

a Vostra Eccellenza, come il Re Cristianissimo m'abbia detto, che in

questo affare egli null'altro vuole che il volere di Vostra Eccellenza.

Onde, se la cosa deve farsi, ella cerchi cavarne il maggior profitto

possibile; ma se non può farsi, Sua Maestà è sempre pronto a dare a

Don Alfonso quella dama, la cui mano l'Eccellenza Vostra voglia per

lui richiedere in Francia. — Di Vostra Ducale Eccellenza servitore

Bartolomeo Cavaleri. Lione, 7 agosto 1501.»

Alessandro non voleva mandar la figlia a Ferrara a mani vuote. Ma la

dote, che Ercole esigeva, era troppo; era più grossa ancora di quella

che Bianca Sforza aveva portata all'imperatore Massimiliano, e ledeva

troppo vivamente le leggi canoniche. Perchè, oltre l'ingente somma di

danaro, il duca domandava l'esonerazione dall'annuo tributo verso la

Chiesa pel feudo di Ferrara; la cessione di Cento e di Pieve, città

appartenenti all'Arcivescovado di Bologna; la cessione pure di Porto

Cesenatico; e gran numero di benefizii in favore della famiglia Este.

Le negoziazioni fervevano; pure tanto forte era il desiderio del Papa

di assicurare alla figliuola il trono del Ducato di Ferrara, che si

dichiarò pronto ad annuire in massima alle esigenze di Ercole. Alla

qual cosa lo indusse anche l'avviso di Cesare.[130] Lucrezia stessa

non faceva meno pressa intorno al padre, perchè cedesse. Da quel

tempo in poi essa fu il miglior avvocato del duca in Roma. Ed Ercole

riconosceva, che principalmente alla sagacia di lei si doveva se era

riuscito nelle pretensioni sue.

Le negoziazioni presero sì prospero avviamento alla fine del luglio o

sui primi d'agosto. E di questo tempo sono le prime lettere del duca a

Lucrezia e al Papa, conservate nell'Archivio di Stato di casa d'Este.

Il 6 agosto Ercole scrisse alla futura nuora, che le raccomandava

Agostino Huet — un segretario di Cesare — come agente, che nel condurre

le negoziazioni aveva mostrato il più premuroso fervore.

Il 10 agosto espose al Papa sin dove fossero procedute le pratiche, e

pregavalo di non trovar eccessive le sue domande. Ripetè lo stesso in

altra lettera del 21, dove, con un fare da mercatante, le metteva in

risalto, mostrandole di piccolo e quasi di niun momento.

Frattanto la notizia del divisato matrimonio s'era sparsa pel mondo

e divenuta motivo a riflessioni diplomatiche. Imperocchè nè alle

potenze d'Italia nè alle straniere poteva far comodo che il Papato

s'aggrandisse tanto. Firenze e Bologna, alla cui conquista Cesare

mirava, vivevano in sospetto. La Repubblica di Venezia, in continua

tensione con lo Stato di Ferrara ed agognante alle coste della Romagna,

non dissimulava il suo malumore, anzi attribuiva tutto il disegno

all'ambizione di Cesare.[131] Il re di Francia mostravasi contento

della cosa, solo perchè non poteva stornarla; altrettanto faceva la

Spagna. Ma Massimiliano ne fu così irritato, che cercò impedire il

matrimonio. Ferrara cominciava appunto a toccare quell'importanza

politica, che aveva avuta Firenze al tempo di Lorenzo dei Medici. E

da qualsiasi parte si schierasse, era quindi cosa di troppo peso; ed

all'imperatore germanico non poteva essere indifferente la stretta

unione di tale Stato col Papato e con la Francia. Oltracciò moglie

di Massimiliano era Bianca Sforza; e altri membri e partigiani della

caduta casa, nemici accaniti de' Borgia, vivevano alla Corte tedesca.

L'imperatore mandò nell'agosto lettere a Ferrara, con le quali

sconsigliava Ercole dall'imparentarsi col Papa. Questa manifestazione

di Massimiliano non poteva che giungere desiderata ad Ercole. Mercè

quella, poteva esercitar pressione sul Papa. E difatto ne diede a

costui comunicazione, assicurandolo però di essere irremovibile nella

presa determinazione. Quindi incaricò il suo consigliere Gianluca

Pozzi di rispondere all'imperatore.[132] La lettera di Ercole al

suo cancelliere porta la data del 25 agosto; ma, prima ancora che

il contenuto di essa fosse noto a Roma, il Papa s'era affrettato

ad accettare le condizioni del duca e a concludere il contratto

matrimoniale. Il che ebbe luogo con atto legale stipulato in Vaticano

il 26 agosto 1501.[133]

Senza ritardo il Papa lo trasmise ad Ercole per mezzo del cardinal

Ferrari. Don Ramiro Romolini con altri procuratori andaron subito a

Ferrara.[134] Ivi, nel Castello di Belfiore, fu il primo settembre 1501

concluso _ad verba_ il matrimonio.

Il giorno stesso il duca scrisse a Lucrezia, che se insino allora

l'aveva amata per le virtù sue e anche per riguardo al Papa e al

fratello Cesare, ora invece l'amava più che figlia. In termini

altrettanto espansivi scrisse pure ad Alessandro. Gli comunicò

la conclusione del matrimonio, e lo ringraziò pel conferimento

della dignità di Arciprete di San Pietro al cardinale Ippolito suo

figlio.[135]

Meno diplomatico fu il linguaggio di Ercole nella lettera, con la

quale dava partecipazione del fatto al marchese Gonzaga. Vi faceva

chiaramente trasparire la sua freddezza; e scusavasi insieme di essere

stato costretto a quel passo.

«Illustre Signore e fratello nostro amatissimo.

»Significammo a Vostra Eccellenza la risoluzione presa a' dì

passati di acconsentire ad attendere alle pratiche pel parentado

con Sua Santità, togliendo la illustrissima Donna Lucrezia Borgia,

sorella dell'illustrissimo Duca di Romagna e Valenza, per moglie del

nostro primogenito Don Alfonso. A ciò ci spinsero principalmente le

esortazioni di Sua Maestà Cristianissima; sempre che però fossimo

d'accordo con Sua Santità su tutte le particolarità spettanti al

matrimonio stesso. Ora, essendosi tale affare trattato, Sua Santità

e Noi siamo restati concordi; e il Re Cristianissimo ha continuato a

farci istanza che si venga alla conclusione del matrimonio, per mezzo

degli ambasciatori francesi e procuratori di Sua Beatitudine. E questa

mattina si è fatta la pubblicazione. Di che m'è parso dare incontanente

avviso all'Eccellenza Vostra, perchè l'intima unione e l'amore

reciproco fa che ella prenda interesse e partecipi a tutto ciò che ci

riguarda. E così al beneplacito suo ci offriamo sempre pronti.

»Ferrara, 2 settembre 1501.»[136]

Il 4 settembre un corriere portò la nuova che il contratto di

matrimonio era stato sottoscritto a Ferrara. Alessandro fece

immediatamente tirare colpi di cannone da Castel Sant'Angelo e

illuminare il Vaticano. Tutta Roma risuonò delle grida di gioia de'

partigiani di casa Borgia.

Questo momento fu il punto culminante nella vita di Lucrezia. Se

ambizione e brama di mondana grandezza albergavano nell'anima sua,

oramai aveva la certezza di salire su uno de' più antichi troni

principeschi d'Italia. Che se invece rimorso e avversione per tutto ciò

che in Roma la circondava, ed aspirazione ad uno stato migliore erano

in lei più forti di quei vanitosi sentimenti, oramai un tranquillo

porto le s'apriva d'innanzi. Essa diventava moglie di un principe,

che non aveva fama di uomo geniale e finamente colto, ma di pratico

e amante della pace. Lo aveva visto nella sua prima gioventù, quando

quegli venne a Roma ed ella era la promessa dello Sforza. Nessun

sacrifizio forse le sarebbe parso troppo duro, pur di cancellare le

rimembranze di quei nove anni nell'intervallo trascorsi. La vittoria

ch'ella ora, grazie all'assentimento di casa d'Este, aveva riportata,

andava congiunta con una profonda umiliazione. A lei non era ignoto

che Alfonso, solo dopo lunga resistenza e costretto, s'era lasciato

andare ad accettarne la mano. Una donna audace e di spirito intrigante

sarebbe passata sopra a siffatta umiliazione, forte nella coscienza

del suo genio e delle arti sue. Altra, anche meno forte, ma bella e

dotata di grazia, avrebbe potuto provare grande attrattiva all'idea di

disarmare un uomo ricalcitrante, mercè il fascino della sua persona.

Ma la questione, se fosse dell'onor suo maritarsi con un uomo, che

non l'aveva voluta per libera elezione, ovvero, se l'orgoglio di una

donna nobile non dovesse respingere un matrimonio in condizioni simili;

codesta questione, una donna vana come Lucrezia, forse non se la pose

mai; o se lo fece, certo, nè Cesare nè il padre le consentirono di

esternare un dubbio così poco diplomatico. Noi non scopriamo in lei

alcuna traccia d'orgoglio morale. Vediamo soltanto i segni di una gioia

fanciullescamente ingenua per la fortuna che le era toccata.

Il 5 settembre fu vista per Roma con 300 cavalieri e quattro vescovi.

Andò a render grazie in Santa Maria del Popolo. E, secondo il curioso

costume del tempo, quando, come ne' drammi del Calderon e dello

Shakspeare, col serio s'innestava sempre il comico, Lucrezia regalò il

prezioso vestito, col quale era stata a pregare, al suo giullàre di

corte. Ed il buffone, giubilando per le vie di Roma, gridava: «Viva

la illustrissima duchessa di Ferrara! Viva il papa Alessandro!» Il

grande avvenimento fu festeggiato da' Borgia e da' partigiani loro con

clamorose dimostrazioni.

Alessandro raccolse un Concistoro, quasi questa faccenda di famiglia

fosse un importante affare della Chiesa. Lodò con ostentazione

infantile il duca Ercole, chiamandolo il più grande e il più savio

principe d'Italia; lodò anche Don Alfonso, uomo più bello e più

possente di suo figlio Cesare, e che per prima moglie aveva avuto la

sorella dell'imperatore. Disse Ferrara essere uno Stato prospero,

e la casa d'Este antica. Disse anche verrebbe ben presto a Roma un

corteo nuziale di signori a prendere la sposa, e che questa sarebbe

accompagnata dalla duchessa di Urbino.[137]

Cesare Borgia il 14 settembre ritornò da Napoli, dove Federigo, ultimo

re di quel paese della casa d'Aragona, aveva dovuto arrendersi alla

Francia. Con soddisfazione rivide la Lucrezia già qual futura duchessa

di Ferrara. Il 15 giunsero gl'inviati di Ercole, Saraceni e Bellingeri.

Essi dovevano adoperarsi, perchè gli obblighi dal Papa assunti fossero

adempiuti il più presto possibile. Il duca non si fidava di lui: egli

era uomo pratico. Non intendeva mandare il corteo per la sposa prima

di aver nelle mani le Bolle. Lucrezia appoggiava gl'inviati con tanto

calore, che il Saraceni scriveva al suo signore, quella parergli

già essere ottima ferrarese.[138] Ella assisteva alle negoziazioni

in Vaticano, nelle quali Alessandro, a dimostrare la sua abilità

linguistica, a volte si serviva senza intoppo del latino. Un giorno,

per riguardo alla figlia, comandò di adoperare l'italiano. Il che prova

che Lucrezia nel latino non era forte abbastanza.

Da' dispacci degl'inviati risulta che in Vaticano si era di molto buon

umore. Colà canti, suoni e balli ogni sera. Uno de' più grandi diletti

per Alessandro era assistere alla danza di belle donne. E quando

Lucrezia e le dame di corte ballavano, ei soleva introdurre gl'inviati

di Ferrara perchè ammirassero la bellezza di sua figlia. Sorridendo,

diceva loro una sera, che voleva avessero visto la duchessa non essere

zoppa.[139]

Fu instancabile nel passare così le notti; mentre insino Cesare,

giovane e rigoglioso, ne fu stanco. Quando questi si degnò concedere

udienza agl'inviati, grazia che, come scrivevano a Ferrara, appena i

cardinali potevano ottenere, gli ricevette vestito, ma stando a letto.

E al proposito il Saraceni notava nel suo dispaccio: «Temevo ch'ei

fosse malato, avendo iersera ballato senza smetter mai; e anche oggi

farà altrettanto dal Papa, presso il quale l'illustrissima Duchessa

va a cena.»[140] Fu per Lucrezia un sollievo, che il Papa per alcuni

giorni andasse a Civitacastellana e Nepi. Il 25 settembre gl'inviati

scrivevano a Ferrara: «Questa illustrissima Madonna continua ad

essere un po' indisposta e a sentirsi molto debole. Malgrado di ciò,

non prende medicine, nè tralascia la trattazione degli affari, e dà

udienza come di solito. Noi crediamo che l'indisposizione non avrà

altra conseguenza, perchè sua Eccellenza si riguarda. Anche la quiete

in questi giorni, in cui Sua Santità sarà assente, le farà bene; perchè

sin qui, ogni volta che Sua Eccellenza andò dal Papa, si fece musica

e ballo sin verso le 2 o le 3 della notte, e questo le ha fatto molto

danno.»[141]

Un affare penoso, di cui il Papa ebbe allora ad occuparsi con

gl'inviati, riguardava Giovanni Sforza, l'espulso e divorziato marito

di Lucrezia. Che cosa si temesse da lui, lo dice questo dispaccio ad

Ercole:

«Illustrissimo Principe ed eccellentissimo Signor nostro. — Poichè

Sua Santità il Papa prende in debita considerazione le cose che

potrebbero cagionare dispiacere all'animo non solo di Vostra Eccellenza

e dell'illustrissimo Don Alfonso, ma altresì della signora Duchessa

e anche al suo proprio, così ci ha incaricati di scrivere a Vostra

Eccellenza e avvertirla a fare in guisa, che il signor Giovanni di

Pesaro, che, come all'Eccellenza Vostra è stato riferito, è in Mantova,

non abbia a ritrovarsi in Ferrara al tempo delle nozze. Imperocchè,

comunque la separazione di lui dalla nominata signora Duchessa sia

assolutamente legittima e compiuta conforme alla pura verità, come

pubblicamente consta non solo pel processo fatto in questa causa,

ma anche per la libera confessione di esso Don Giovanni; nulladimeno

un residuo di mal animo potrebbe pur forse essergli sempre addentro

rimasto. Per il che, trovandosi in luogo, ove la detta Signora

potesse essere da lui veduta, Sua Eccellenza sarebbe perciò costretta

a sequestrarsi in qualche camera, onde le cose passate non abbiano

a tornarle in mente. Egli quindi esorta Vostra Eccellenza a voler

provvedere a ciò con la solita sua prudenza. Poscia Sua Santità entrò

a parlare degli affari del signor marchese di Mantova, rimproverando

acremente a Sua Eccellenza che soltanto essa désse asilo e spettacolo

di gente fallita e bandita non solo dal Papa, ma anche dal Re

Cristianissimo. Per verità, noi ci sforzammo di scusare il signor

Marchese, dicendo che, liberalissimo com'egli è, si sarebbe vergognato

di negare adito nelle terre sue a quei che vi riparavano, massime

a signori. E per corroborare la nostra tèsi ci servimmo di tutte

le parole più accomodate al caso. Nulladimeno Sua Santità non parve

restar ben soddisfatta delle nostre scuse. Per conseguenza l'Eccellenza

Vostra intenda il tutto, e nella prudenza sua impartisca gli ordini che

stimerà espedienti e al proposito. E così umilmente ci raccomandiamo

alla grazia di Vostra Eccellenza.

»Roma, 23 settembre 1501.»[142]

Dietro le premure di Ercole il 17 settembre fu portata innanzi al

Concistoro la quistione circa la diminuzione del canone di Ferrara

da 400 ducati a 100 fiorini. Si temeva una vigorosa opposizione.

Alessandro espose tutto quello che Ercole aveva fatto per Ferrara: la

fondazione di chiese e monasteri, e soprattutto l'aver fortificato

la città; cosicchè quella era diventata un baluardo dello Stato

della Chiesa. I cardinali erano stati favorevolmente predisposti dal

cardinale di Cosenza, creatura di Lucrezia, e da messer Troche, il

confidente di Cesare. Consentirono alla diminuzione; e il Papa gli

ringraziò, lodando specialmente i più anziani, mentre i più giovani,

sue proprie creature, si eran pure mostrati più renitenti.[143]

Il giorno stesso fu presa una decisione intorno a' possedimenti

strappati ai baroni da lui proscritti il 20 agosto. Questi beni, che

comprendevano una gran parte della Campagna Romana, furono divisi in

due territorii. L'uno ebbe per centro Nepi; l'altro Sermoneta: luoghi,

a' quali Lucrezia, che n'era signora, quindi innanzi rinunziava.

Alessandro investì de' due ducati i due bambini Giovanni Borgia e

Rodrigo. Del primo di questi egli aveva innanzi attribuito la paternità

al figlio Cesare; ma poi apertamente dichiarò esserne padre egli

stesso.

Quasi non si presterebbe fede a tanta impudenza senza esempio. Pure

i documenti stan lì: due Bolle indirizzate all'amato figliuolo, il

_Nobile Giovanni De Borgia e Infante romano_: entrambi sotto la data

del primo settembre 1501. Nel primo Alessandro dichiarava Giovanni,

bambino di tre anni, esser figlio illegittimo di Cesare Borgia, di

uomo celibe (e celibe difatti era ancora alla nascita di quello)

e di donna celibe del pari. Per potestà apostolica lo legittimava

e investiva di tutti i diritti de' suoi parenti. Nel secondo poi,

riferendosi alla legittimazione concessa al bambino qual figliuolo

di Cesare, diceva esplicitamente: «Poichè tu porti questa mancanza

(di origine legittima) non dal detto duca (Cesare), ma da noi e dalla

indicata donna celibe, ciò che noi per buone ragioni non abbiamo voluto

esprimere nello scritto precedente, così volendo che giammai quello

scritto non sia notato di difetto d'intenzione e di vizio di nullità,

volendo provvedere che nel corso del tempo tu non abbia ad esser

molestato, e volendo anche mostrarti speciale favore; non per istanza

che tu n'abbia fatta, ma per nostra spontanea risoluzione e liberalità,

e nella coscienza della piena potestà ed autorità nostra, confermiamo

e ratifichiamo mercè il presente tutto quanto in quell'altro scritto è

contenuto.» Rinnovava quindi la legittimazione, dichiarando che ove il

bambino suo, legittimato come figliuolo di Cesare, fosse in avvenire in

scritture o atti di qualunque natura nominato anche e designato come

tale, e si servisse altresì dell'arme di Cesare, non avrebbe da ciò

a venirgli pregiudizio d'alcuna sorta; che invece tutti simili atti

dovrebbero avere la stessa forza giuridica come se il bambino fosse

designato nella scritta di legittimazione qual proprio figlio suo e non

di Cesare.[144]

Sembrerà strano che i due documenti siano stati emanati lo stesso

giorno. Ma si spiega. Le leggi canoniche proibivano al Papa di

riconoscere un suo proprio figlio. Alessandro quindi cercò cavarsi

d'imbarazzo, asserendo una menzogna nella prima Bolla. Per tal mezzo

rendevasi possibile la legittimazione del bambino, ovvero l'investirlo

di diritti legittimi. Data poi una volta alla bugia la forza di

documento, potè il Papa, senza ulteriore riserva, per riguardo al

figliuolo, dire la verità e sostituirla in luogo di quella.

Cesare il primo settembre 1501 non era in Roma. Anche forse un uomo par

suo avrebbe arrossito di suo padre, che faceva del figlio un rivale

nel diritto di proprietà su un bastardo. Il piccolo Giovanni Borgia

passò difatto più tardi, dopo la morte di Alessandro, per figliuolo di

Cesare; ma anche il Papa lo designò come tale in alcuni Brevi.[145]

È ignoto chi fosse la madre del misterioso bambino. Il Burkard dice

solo: _una certa romana_. Se Alessandro, che la chiamava donna celibe,

dicesse la verità, il pensiero di Giulia Farnese sarebbe escluso.

Ma potrebbe anch'essere che la seconda asserzione del Papa fosse

similmente una menzogna, e che il _romano Infante_ non fosse figlio di

lui, ma fosse un bambino illegittimo di Lucrezia. Si ricorderà che nel

marzo 1498 un inviato ferrarese informava il duca Ercole, assicurarsi

in Roma che la figliuola del Papa aveva partorito un bambino. Questa

data concorda pienamente con l'età dell'infante Giovanni nel settembre

1501. I due documenti relativi alla legittimazione di lui, serbati

oggi nell'Archivio d'Este, provenivano dalla Cancelleria di Lucrezia, o

perchè la stessa gli portò seco da Roma a Ferrara, o perchè più tardi

se ne impossessò. L'Infante infine noi lo incontreremo alla corte

di quella in Ferrara, però come suo _fratello_. Tutti questi fatti

potrebbero indurre a pensare, che il misterioso Giovanni Borgia sia

stato un figlio di Lucrezia. Pure questa opinione non ha che la forza

di una mera ipotesi.

Codesto fanciullo adunque ricevette la città di Nepi come ducato, con

altri 36 paesi.

L'altro territorio, col Ducato di Sermoneta e con 28 castella, fu

assegnato al piccolo Rodrigo, unico figlio di Lucrezia con Alfonso

d'Aragona. L'esistenza di questo bambino in mezzo alle nuove condizioni

era per lei, la madre, un manifesto imbarazzo, non volendo o non

potendo condurre a Ferrara un figliastro. Ad onor suo ci piace credere

ch'ella fosse costretta ad affidare in mani estranee il suo legittimo

figliuolo. Pare però che l'obbligo non le sia stato imposto da Ferrara.

Difatto l'inviato Gerardi, dando notizia il 28 settembre al suo signore

di una visita a madonna Lucrezia, scriveva: «Poichè il figliuolo di

lei era presente, colsi abilmente l'occasione per domandarle che cosa

n'avrebbe fatto; ed ella mi rispose: resterà a Roma, e avrà la sua

rendita di 15,000 ducati.»[146] E in realtà si provvide al piccolo

Rodrigo largamente. Fu messo sotto la tutela di due cardinali, del

patriarca di Alessandria e di Francesco Borgia, arcivescovo di Cosenza.

Venivano a lui le entrate di Sermoneta, e anche quelle di Bisceglie,

eredità del suo infelice padre. Perchè il 7 gennaio 1502 il re

Ferdinando e la regina Isabella di Castiglia diedero facoltà al loro

ambasciatore in Roma, Francesco de Roxas, di confermare in persona di

Rodrigo il possesso del Ducato di Bisceglie e della città di Quadrata.

E, secondo questo atto, i titoli suoi erano: Don Rodrigo Borgia di

Aragona, duca di Biselli e Sermoneta e signore di Quadrata.[147]

Lucrezia Borgia secondo documenti e carteggi del tempo · 第 29 / 160 题