Lotte durissime ebbe a sostenere il principe erede di Ferrara prima
di cedere alle insistenze del padre. E questi insisteva pel matrimonio
con tanta fermezza da dichiarargli, che dovrebbe risolversi ad unirsi
egli stesso con la Lucrezia ove il figlio s'ostinasse nel diniego.
E quando il figlio ebbe consentito, quando l'orgoglio del duca fu
ridotto al silenzio, Ercole riguardò il matrimonio puramente come un
vantaggioso affare di Stato. Egli vendette l'onore della casa sua al
più alto prezzo possibile. Gli agenti papali in Ferrara, spaventati
dalle sue esigenze, mandarono Raimondo Romolini per darne a Roma
contezza. E Alessandro impetrò la mediazione del re di Francia per
ottenere condizioni più miti. Una lettera dell'ambasciatore di Ferrara
in Francia è il mezzo migliore per chiarirci su questo punto:
«Illustrissimo Signor mio.
»Ieri l'ambasciatore del Papa mi disse, avergli Sua Santità scritto
come Vostra Eccellenza abbia mandato un messo in Roma, domandando
200,000 ducati, l'affrancamento dall'annuo canone, la concessione del
giuspatronato pel Vescovado di Ferrara mercè decisione concistoriale, e
molte cose altre. Aggiunse aver il Papa offerto 100,000 ducati. Quanto
al rimanente, dover Vostra Eccellenza fidare in lui, che col tempo le
concederà quel che vuole e solleverà tanto alta la casa degli Este,
che ciascuno dovrà riconoscere l'amor suo per la stessa. Mi disse
inoltre essere stato incaricato di pregare Sua Maestà Cristianissima,
perchè scriva all'Illustrissimo Cardinale, e voglia questi esortare
l'Eccellenza Vostra a contentarsi di tali offerte. Qual fedel servitore
di Vostra Eccellenza ricordo all'uopo, benchè sia superfluo, che
dove tal matrimonio abbia a farsi, ella lo concluda in guisa tale
e con tanta sicurezza, che la _lunga promessa con l'attender corto_
non abbia poscia a farnela pentire. In altra lettera ho partecipato
a Vostra Eccellenza, come il Re Cristianissimo m'abbia detto, che in
questo affare egli null'altro vuole che il volere di Vostra Eccellenza.
Onde, se la cosa deve farsi, ella cerchi cavarne il maggior profitto
possibile; ma se non può farsi, Sua Maestà è sempre pronto a dare a
Don Alfonso quella dama, la cui mano l'Eccellenza Vostra voglia per
lui richiedere in Francia. — Di Vostra Ducale Eccellenza servitore
Bartolomeo Cavaleri. Lione, 7 agosto 1501.»
Alessandro non voleva mandar la figlia a Ferrara a mani vuote. Ma la
dote, che Ercole esigeva, era troppo; era più grossa ancora di quella
che Bianca Sforza aveva portata all'imperatore Massimiliano, e ledeva
troppo vivamente le leggi canoniche. Perchè, oltre l'ingente somma di
danaro, il duca domandava l'esonerazione dall'annuo tributo verso la
Chiesa pel feudo di Ferrara; la cessione di Cento e di Pieve, città
appartenenti all'Arcivescovado di Bologna; la cessione pure di Porto
Cesenatico; e gran numero di benefizii in favore della famiglia Este.
Le negoziazioni fervevano; pure tanto forte era il desiderio del Papa
di assicurare alla figliuola il trono del Ducato di Ferrara, che si
dichiarò pronto ad annuire in massima alle esigenze di Ercole. Alla
qual cosa lo indusse anche l'avviso di Cesare.[130] Lucrezia stessa
non faceva meno pressa intorno al padre, perchè cedesse. Da quel
tempo in poi essa fu il miglior avvocato del duca in Roma. Ed Ercole
riconosceva, che principalmente alla sagacia di lei si doveva se era
riuscito nelle pretensioni sue.
Le negoziazioni presero sì prospero avviamento alla fine del luglio o
sui primi d'agosto. E di questo tempo sono le prime lettere del duca a
Lucrezia e al Papa, conservate nell'Archivio di Stato di casa d'Este.
Il 6 agosto Ercole scrisse alla futura nuora, che le raccomandava
Agostino Huet — un segretario di Cesare — come agente, che nel condurre
le negoziazioni aveva mostrato il più premuroso fervore.
Il 10 agosto espose al Papa sin dove fossero procedute le pratiche, e
pregavalo di non trovar eccessive le sue domande. Ripetè lo stesso in
altra lettera del 21, dove, con un fare da mercatante, le metteva in
risalto, mostrandole di piccolo e quasi di niun momento.
Frattanto la notizia del divisato matrimonio s'era sparsa pel mondo
e divenuta motivo a riflessioni diplomatiche. Imperocchè nè alle
potenze d'Italia nè alle straniere poteva far comodo che il Papato
s'aggrandisse tanto. Firenze e Bologna, alla cui conquista Cesare
mirava, vivevano in sospetto. La Repubblica di Venezia, in continua
tensione con lo Stato di Ferrara ed agognante alle coste della Romagna,
non dissimulava il suo malumore, anzi attribuiva tutto il disegno
all'ambizione di Cesare.[131] Il re di Francia mostravasi contento
della cosa, solo perchè non poteva stornarla; altrettanto faceva la
Spagna. Ma Massimiliano ne fu così irritato, che cercò impedire il
matrimonio. Ferrara cominciava appunto a toccare quell'importanza
politica, che aveva avuta Firenze al tempo di Lorenzo dei Medici. E
da qualsiasi parte si schierasse, era quindi cosa di troppo peso; ed
all'imperatore germanico non poteva essere indifferente la stretta
unione di tale Stato col Papato e con la Francia. Oltracciò moglie
di Massimiliano era Bianca Sforza; e altri membri e partigiani della
caduta casa, nemici accaniti de' Borgia, vivevano alla Corte tedesca.
L'imperatore mandò nell'agosto lettere a Ferrara, con le quali
sconsigliava Ercole dall'imparentarsi col Papa. Questa manifestazione
di Massimiliano non poteva che giungere desiderata ad Ercole. Mercè
quella, poteva esercitar pressione sul Papa. E difatto ne diede a
costui comunicazione, assicurandolo però di essere irremovibile nella
presa determinazione. Quindi incaricò il suo consigliere Gianluca
Pozzi di rispondere all'imperatore.[132] La lettera di Ercole al
suo cancelliere porta la data del 25 agosto; ma, prima ancora che
il contenuto di essa fosse noto a Roma, il Papa s'era affrettato
ad accettare le condizioni del duca e a concludere il contratto
matrimoniale. Il che ebbe luogo con atto legale stipulato in Vaticano
il 26 agosto 1501.[133]
Senza ritardo il Papa lo trasmise ad Ercole per mezzo del cardinal
Ferrari. Don Ramiro Romolini con altri procuratori andaron subito a
Ferrara.[134] Ivi, nel Castello di Belfiore, fu il primo settembre 1501
concluso _ad verba_ il matrimonio.
Il giorno stesso il duca scrisse a Lucrezia, che se insino allora
l'aveva amata per le virtù sue e anche per riguardo al Papa e al
fratello Cesare, ora invece l'amava più che figlia. In termini
altrettanto espansivi scrisse pure ad Alessandro. Gli comunicò
la conclusione del matrimonio, e lo ringraziò pel conferimento
della dignità di Arciprete di San Pietro al cardinale Ippolito suo
figlio.[135]
Meno diplomatico fu il linguaggio di Ercole nella lettera, con la
quale dava partecipazione del fatto al marchese Gonzaga. Vi faceva
chiaramente trasparire la sua freddezza; e scusavasi insieme di essere
stato costretto a quel passo.
«Illustre Signore e fratello nostro amatissimo.
»Significammo a Vostra Eccellenza la risoluzione presa a' dì
passati di acconsentire ad attendere alle pratiche pel parentado
con Sua Santità, togliendo la illustrissima Donna Lucrezia Borgia,
sorella dell'illustrissimo Duca di Romagna e Valenza, per moglie del
nostro primogenito Don Alfonso. A ciò ci spinsero principalmente le
esortazioni di Sua Maestà Cristianissima; sempre che però fossimo
d'accordo con Sua Santità su tutte le particolarità spettanti al
matrimonio stesso. Ora, essendosi tale affare trattato, Sua Santità
e Noi siamo restati concordi; e il Re Cristianissimo ha continuato a
farci istanza che si venga alla conclusione del matrimonio, per mezzo
degli ambasciatori francesi e procuratori di Sua Beatitudine. E questa
mattina si è fatta la pubblicazione. Di che m'è parso dare incontanente
avviso all'Eccellenza Vostra, perchè l'intima unione e l'amore
reciproco fa che ella prenda interesse e partecipi a tutto ciò che ci
riguarda. E così al beneplacito suo ci offriamo sempre pronti.
»Ferrara, 2 settembre 1501.»[136]
Il 4 settembre un corriere portò la nuova che il contratto di
matrimonio era stato sottoscritto a Ferrara. Alessandro fece
immediatamente tirare colpi di cannone da Castel Sant'Angelo e
illuminare il Vaticano. Tutta Roma risuonò delle grida di gioia de'
partigiani di casa Borgia.
Questo momento fu il punto culminante nella vita di Lucrezia. Se
ambizione e brama di mondana grandezza albergavano nell'anima sua,
oramai aveva la certezza di salire su uno de' più antichi troni
principeschi d'Italia. Che se invece rimorso e avversione per tutto ciò
che in Roma la circondava, ed aspirazione ad uno stato migliore erano
in lei più forti di quei vanitosi sentimenti, oramai un tranquillo
porto le s'apriva d'innanzi. Essa diventava moglie di un principe,
che non aveva fama di uomo geniale e finamente colto, ma di pratico
e amante della pace. Lo aveva visto nella sua prima gioventù, quando
quegli venne a Roma ed ella era la promessa dello Sforza. Nessun
sacrifizio forse le sarebbe parso troppo duro, pur di cancellare le
rimembranze di quei nove anni nell'intervallo trascorsi. La vittoria
ch'ella ora, grazie all'assentimento di casa d'Este, aveva riportata,
andava congiunta con una profonda umiliazione. A lei non era ignoto
che Alfonso, solo dopo lunga resistenza e costretto, s'era lasciato
andare ad accettarne la mano. Una donna audace e di spirito intrigante
sarebbe passata sopra a siffatta umiliazione, forte nella coscienza
del suo genio e delle arti sue. Altra, anche meno forte, ma bella e
dotata di grazia, avrebbe potuto provare grande attrattiva all'idea di
disarmare un uomo ricalcitrante, mercè il fascino della sua persona.
Ma la questione, se fosse dell'onor suo maritarsi con un uomo, che
non l'aveva voluta per libera elezione, ovvero, se l'orgoglio di una
donna nobile non dovesse respingere un matrimonio in condizioni simili;
codesta questione, una donna vana come Lucrezia, forse non se la pose
mai; o se lo fece, certo, nè Cesare nè il padre le consentirono di
esternare un dubbio così poco diplomatico. Noi non scopriamo in lei
alcuna traccia d'orgoglio morale. Vediamo soltanto i segni di una gioia
fanciullescamente ingenua per la fortuna che le era toccata.
Il 5 settembre fu vista per Roma con 300 cavalieri e quattro vescovi.
Andò a render grazie in Santa Maria del Popolo. E, secondo il curioso
costume del tempo, quando, come ne' drammi del Calderon e dello
Shakspeare, col serio s'innestava sempre il comico, Lucrezia regalò il
prezioso vestito, col quale era stata a pregare, al suo giullàre di
corte. Ed il buffone, giubilando per le vie di Roma, gridava: «Viva
la illustrissima duchessa di Ferrara! Viva il papa Alessandro!» Il
grande avvenimento fu festeggiato da' Borgia e da' partigiani loro con
clamorose dimostrazioni.
Alessandro raccolse un Concistoro, quasi questa faccenda di famiglia
fosse un importante affare della Chiesa. Lodò con ostentazione
infantile il duca Ercole, chiamandolo il più grande e il più savio
principe d'Italia; lodò anche Don Alfonso, uomo più bello e più
possente di suo figlio Cesare, e che per prima moglie aveva avuto la
sorella dell'imperatore. Disse Ferrara essere uno Stato prospero,
e la casa d'Este antica. Disse anche verrebbe ben presto a Roma un
corteo nuziale di signori a prendere la sposa, e che questa sarebbe
accompagnata dalla duchessa di Urbino.[137]
Cesare Borgia il 14 settembre ritornò da Napoli, dove Federigo, ultimo
re di quel paese della casa d'Aragona, aveva dovuto arrendersi alla
Francia. Con soddisfazione rivide la Lucrezia già qual futura duchessa
di Ferrara. Il 15 giunsero gl'inviati di Ercole, Saraceni e Bellingeri.
Essi dovevano adoperarsi, perchè gli obblighi dal Papa assunti fossero
adempiuti il più presto possibile. Il duca non si fidava di lui: egli
era uomo pratico. Non intendeva mandare il corteo per la sposa prima
di aver nelle mani le Bolle. Lucrezia appoggiava gl'inviati con tanto
calore, che il Saraceni scriveva al suo signore, quella parergli
già essere ottima ferrarese.[138] Ella assisteva alle negoziazioni
in Vaticano, nelle quali Alessandro, a dimostrare la sua abilità
linguistica, a volte si serviva senza intoppo del latino. Un giorno,
per riguardo alla figlia, comandò di adoperare l'italiano. Il che prova
che Lucrezia nel latino non era forte abbastanza.
Da' dispacci degl'inviati risulta che in Vaticano si era di molto buon
umore. Colà canti, suoni e balli ogni sera. Uno de' più grandi diletti
per Alessandro era assistere alla danza di belle donne. E quando
Lucrezia e le dame di corte ballavano, ei soleva introdurre gl'inviati
di Ferrara perchè ammirassero la bellezza di sua figlia. Sorridendo,
diceva loro una sera, che voleva avessero visto la duchessa non essere
zoppa.[139]
Fu instancabile nel passare così le notti; mentre insino Cesare,
giovane e rigoglioso, ne fu stanco. Quando questi si degnò concedere
udienza agl'inviati, grazia che, come scrivevano a Ferrara, appena i
cardinali potevano ottenere, gli ricevette vestito, ma stando a letto.
E al proposito il Saraceni notava nel suo dispaccio: «Temevo ch'ei
fosse malato, avendo iersera ballato senza smetter mai; e anche oggi
farà altrettanto dal Papa, presso il quale l'illustrissima Duchessa
va a cena.»[140] Fu per Lucrezia un sollievo, che il Papa per alcuni
giorni andasse a Civitacastellana e Nepi. Il 25 settembre gl'inviati
scrivevano a Ferrara: «Questa illustrissima Madonna continua ad
essere un po' indisposta e a sentirsi molto debole. Malgrado di ciò,
non prende medicine, nè tralascia la trattazione degli affari, e dà
udienza come di solito. Noi crediamo che l'indisposizione non avrà
altra conseguenza, perchè sua Eccellenza si riguarda. Anche la quiete
in questi giorni, in cui Sua Santità sarà assente, le farà bene; perchè
sin qui, ogni volta che Sua Eccellenza andò dal Papa, si fece musica
e ballo sin verso le 2 o le 3 della notte, e questo le ha fatto molto
danno.»[141]
Un affare penoso, di cui il Papa ebbe allora ad occuparsi con
gl'inviati, riguardava Giovanni Sforza, l'espulso e divorziato marito
di Lucrezia. Che cosa si temesse da lui, lo dice questo dispaccio ad
Ercole:
«Illustrissimo Principe ed eccellentissimo Signor nostro. — Poichè
Sua Santità il Papa prende in debita considerazione le cose che
potrebbero cagionare dispiacere all'animo non solo di Vostra Eccellenza
e dell'illustrissimo Don Alfonso, ma altresì della signora Duchessa
e anche al suo proprio, così ci ha incaricati di scrivere a Vostra
Eccellenza e avvertirla a fare in guisa, che il signor Giovanni di
Pesaro, che, come all'Eccellenza Vostra è stato riferito, è in Mantova,
non abbia a ritrovarsi in Ferrara al tempo delle nozze. Imperocchè,
comunque la separazione di lui dalla nominata signora Duchessa sia
assolutamente legittima e compiuta conforme alla pura verità, come
pubblicamente consta non solo pel processo fatto in questa causa,
ma anche per la libera confessione di esso Don Giovanni; nulladimeno
un residuo di mal animo potrebbe pur forse essergli sempre addentro
rimasto. Per il che, trovandosi in luogo, ove la detta Signora
potesse essere da lui veduta, Sua Eccellenza sarebbe perciò costretta
a sequestrarsi in qualche camera, onde le cose passate non abbiano
a tornarle in mente. Egli quindi esorta Vostra Eccellenza a voler
provvedere a ciò con la solita sua prudenza. Poscia Sua Santità entrò
a parlare degli affari del signor marchese di Mantova, rimproverando
acremente a Sua Eccellenza che soltanto essa désse asilo e spettacolo
di gente fallita e bandita non solo dal Papa, ma anche dal Re
Cristianissimo. Per verità, noi ci sforzammo di scusare il signor
Marchese, dicendo che, liberalissimo com'egli è, si sarebbe vergognato
di negare adito nelle terre sue a quei che vi riparavano, massime
a signori. E per corroborare la nostra tèsi ci servimmo di tutte
le parole più accomodate al caso. Nulladimeno Sua Santità non parve
restar ben soddisfatta delle nostre scuse. Per conseguenza l'Eccellenza
Vostra intenda il tutto, e nella prudenza sua impartisca gli ordini che
stimerà espedienti e al proposito. E così umilmente ci raccomandiamo
alla grazia di Vostra Eccellenza.
»Roma, 23 settembre 1501.»[142]
Dietro le premure di Ercole il 17 settembre fu portata innanzi al
Concistoro la quistione circa la diminuzione del canone di Ferrara
da 400 ducati a 100 fiorini. Si temeva una vigorosa opposizione.
Alessandro espose tutto quello che Ercole aveva fatto per Ferrara: la
fondazione di chiese e monasteri, e soprattutto l'aver fortificato
la città; cosicchè quella era diventata un baluardo dello Stato
della Chiesa. I cardinali erano stati favorevolmente predisposti dal
cardinale di Cosenza, creatura di Lucrezia, e da messer Troche, il
confidente di Cesare. Consentirono alla diminuzione; e il Papa gli
ringraziò, lodando specialmente i più anziani, mentre i più giovani,
sue proprie creature, si eran pure mostrati più renitenti.[143]
Il giorno stesso fu presa una decisione intorno a' possedimenti
strappati ai baroni da lui proscritti il 20 agosto. Questi beni, che
comprendevano una gran parte della Campagna Romana, furono divisi in
due territorii. L'uno ebbe per centro Nepi; l'altro Sermoneta: luoghi,
a' quali Lucrezia, che n'era signora, quindi innanzi rinunziava.
Alessandro investì de' due ducati i due bambini Giovanni Borgia e
Rodrigo. Del primo di questi egli aveva innanzi attribuito la paternità
al figlio Cesare; ma poi apertamente dichiarò esserne padre egli
stesso.
Quasi non si presterebbe fede a tanta impudenza senza esempio. Pure
i documenti stan lì: due Bolle indirizzate all'amato figliuolo, il
_Nobile Giovanni De Borgia e Infante romano_: entrambi sotto la data
del primo settembre 1501. Nel primo Alessandro dichiarava Giovanni,
bambino di tre anni, esser figlio illegittimo di Cesare Borgia, di
uomo celibe (e celibe difatti era ancora alla nascita di quello)
e di donna celibe del pari. Per potestà apostolica lo legittimava
e investiva di tutti i diritti de' suoi parenti. Nel secondo poi,
riferendosi alla legittimazione concessa al bambino qual figliuolo
di Cesare, diceva esplicitamente: «Poichè tu porti questa mancanza
(di origine legittima) non dal detto duca (Cesare), ma da noi e dalla
indicata donna celibe, ciò che noi per buone ragioni non abbiamo voluto
esprimere nello scritto precedente, così volendo che giammai quello
scritto non sia notato di difetto d'intenzione e di vizio di nullità,
volendo provvedere che nel corso del tempo tu non abbia ad esser
molestato, e volendo anche mostrarti speciale favore; non per istanza
che tu n'abbia fatta, ma per nostra spontanea risoluzione e liberalità,
e nella coscienza della piena potestà ed autorità nostra, confermiamo
e ratifichiamo mercè il presente tutto quanto in quell'altro scritto è
contenuto.» Rinnovava quindi la legittimazione, dichiarando che ove il
bambino suo, legittimato come figliuolo di Cesare, fosse in avvenire in
scritture o atti di qualunque natura nominato anche e designato come
tale, e si servisse altresì dell'arme di Cesare, non avrebbe da ciò
a venirgli pregiudizio d'alcuna sorta; che invece tutti simili atti
dovrebbero avere la stessa forza giuridica come se il bambino fosse
designato nella scritta di legittimazione qual proprio figlio suo e non
di Cesare.[144]
Sembrerà strano che i due documenti siano stati emanati lo stesso
giorno. Ma si spiega. Le leggi canoniche proibivano al Papa di
riconoscere un suo proprio figlio. Alessandro quindi cercò cavarsi
d'imbarazzo, asserendo una menzogna nella prima Bolla. Per tal mezzo
rendevasi possibile la legittimazione del bambino, ovvero l'investirlo
di diritti legittimi. Data poi una volta alla bugia la forza di
documento, potè il Papa, senza ulteriore riserva, per riguardo al
figliuolo, dire la verità e sostituirla in luogo di quella.
Cesare il primo settembre 1501 non era in Roma. Anche forse un uomo par
suo avrebbe arrossito di suo padre, che faceva del figlio un rivale
nel diritto di proprietà su un bastardo. Il piccolo Giovanni Borgia
passò difatto più tardi, dopo la morte di Alessandro, per figliuolo di
Cesare; ma anche il Papa lo designò come tale in alcuni Brevi.[145]
È ignoto chi fosse la madre del misterioso bambino. Il Burkard dice
solo: _una certa romana_. Se Alessandro, che la chiamava donna celibe,
dicesse la verità, il pensiero di Giulia Farnese sarebbe escluso.
Ma potrebbe anch'essere che la seconda asserzione del Papa fosse
similmente una menzogna, e che il _romano Infante_ non fosse figlio di
lui, ma fosse un bambino illegittimo di Lucrezia. Si ricorderà che nel
marzo 1498 un inviato ferrarese informava il duca Ercole, assicurarsi
in Roma che la figliuola del Papa aveva partorito un bambino. Questa
data concorda pienamente con l'età dell'infante Giovanni nel settembre
1501. I due documenti relativi alla legittimazione di lui, serbati
oggi nell'Archivio d'Este, provenivano dalla Cancelleria di Lucrezia, o
perchè la stessa gli portò seco da Roma a Ferrara, o perchè più tardi
se ne impossessò. L'Infante infine noi lo incontreremo alla corte
di quella in Ferrara, però come suo _fratello_. Tutti questi fatti
potrebbero indurre a pensare, che il misterioso Giovanni Borgia sia
stato un figlio di Lucrezia. Pure questa opinione non ha che la forza
di una mera ipotesi.
Codesto fanciullo adunque ricevette la città di Nepi come ducato, con
altri 36 paesi.
L'altro territorio, col Ducato di Sermoneta e con 28 castella, fu
assegnato al piccolo Rodrigo, unico figlio di Lucrezia con Alfonso
d'Aragona. L'esistenza di questo bambino in mezzo alle nuove condizioni
era per lei, la madre, un manifesto imbarazzo, non volendo o non
potendo condurre a Ferrara un figliastro. Ad onor suo ci piace credere
ch'ella fosse costretta ad affidare in mani estranee il suo legittimo
figliuolo. Pare però che l'obbligo non le sia stato imposto da Ferrara.
Difatto l'inviato Gerardi, dando notizia il 28 settembre al suo signore
di una visita a madonna Lucrezia, scriveva: «Poichè il figliuolo di
lei era presente, colsi abilmente l'occasione per domandarle che cosa
n'avrebbe fatto; ed ella mi rispose: resterà a Roma, e avrà la sua
rendita di 15,000 ducati.»[146] E in realtà si provvide al piccolo
Rodrigo largamente. Fu messo sotto la tutela di due cardinali, del
patriarca di Alessandria e di Francesco Borgia, arcivescovo di Cosenza.
Venivano a lui le entrate di Sermoneta, e anche quelle di Bisceglie,
eredità del suo infelice padre. Perchè il 7 gennaio 1502 il re
Ferdinando e la regina Isabella di Castiglia diedero facoltà al loro
ambasciatore in Roma, Francesco de Roxas, di confermare in persona di
Rodrigo il possesso del Ducato di Bisceglie e della città di Quadrata.
E, secondo questo atto, i titoli suoi erano: Don Rodrigo Borgia di
Aragona, duca di Biselli e Sermoneta e signore di Quadrata.[147]