In questo mentre si provvedeva al corredo di Lucrezia con profusione
degna davvero di una principessa di sangue reale. Il 13 dicembre 1501
l'agente del marchese Gonzaga a Roma scriveva al suo signore: «La
dote sarà in tutto di 300,000 ducati, oltre i donativi che di giorno
in giorno Madonna riceverà. Primieramente 100,000 ducati contanti;
poi argenteria per più di 30,000 ducati, gioielli, panni di raso,
biancheria finissima, ornamenti e finimenti di gran prezzo per muli
e cavalli; in tutto per altri 160,000 ducati. Ha, fra l'altre, una
balzana del valore di oltre 15,000 ducati, e 200 camice, delle quali
molte del valore di 100 ducati ciascuna; e ogni manica costa da se
sola 30 ducati, con frange d'oro, e simili lavori.» Un altro informava
la marchesa Isabella, che una sola veste di Lucrezia valeva 20,000
ducati, e un solo cappello più di 10,000. «S'è qui — così quell'agente
di Mantova continuava — e a Napoli lavorato e venduto più oro tirato in
sei mesi che non in due anni passati. In terzo luogo, gli altri 100,000
ducati sono valuta de' castelli (Cento e Pieve) ed esonerazione di
Ferrara dal censo. Il numero de' cavalli e delle persone che il Papa dà
per compagnia della figliuola, toccherà il migliaio, e 200 carriaggi,
oltre forse qualche carretta francese, se il tempo lo permetterà; senza
contare poi tutta la compagnia che viene a levarla.»[161]
Finalmente il duca si decise a spedirlo codesto seguito, comunque le
Bolle non fossero ancora in pronto. All'unione oramai inevitabile di
suo figlio con Lucrezia volendo dare il massimo splendore possibile,
mandò per prender colei una cavalcata di oltre 500 persone. Duce era
il cardinale Ippolito, accompagnato da altri cinque membri della Casa
ducale, i fratelli Don Ferrante e Don Sigismondo, poi Niccolò Maria
d'Este vescovo di Adria, Meliaduse d'Este vescovo di Comacchio e Don
Ercole, un nipote del duca. Amici e parenti di gran riguardo, ovvero
feudatarii di Ferrara componevano il seguito, i signori di Correggio
e Mirandola, i conti Rangoni di Modena, uno de' Pii di Carpi, i
conti Bevilacqua, Roverella, Sagrato, Strozzi di Ferrara, Annibale
Bentivoglio di Bologna, ed altri molti.
Tutti codesti signori, vestiti di abiti ricchissimi, con grosse
catene d'oro al collo, sopra superbi cavalli, uscirono da Ferrara il 9
dicembre, preceduti da una fanfara di 13 trombetti e 8 pifferi. E così,
con alla testa un cardinale, desioso di vita e di spasso, la brigata
traversò con gran rumore le terre d'Italia. Chi oggi potesse imbattersi
in essa, la crederebbe una truppa di cavalieri artisti in viaggio. Gli
allegri viaggiatori non pagaron mai scotto. Nel territorio del Ducato
vissero a spese del duca, ch'è dire, de' sudditi suoi. Nel territorio
di altri signori trovarono pari accoglienza. E appena messo piede sullo
Stato della Chiesa, i luoghi, per dove passarono, dovettero pensare al
loro mantenimento.
Malgrado di tutto il lusso della Rinascenza, il viaggiare era allora
una grande pena. Per ogni dove si viaggiava in Europa allora come
oggi in Oriente. Grandi signori e dame, che oggidì scorrono in fuga
terre e paesi sulle strade ferrate entro carrozze comode come sale,
e che perciò stesso sono sì frequentemente in moto, nel secolo XVI
non avrebbero potuto andar che passo passo e a cavallo o sul mulo o
alternativamente in lettiga, esposti a tutte le perfidie de' tempi,
de' venti, delle orride strade. Per percorrere la distanza da Ferrara
a Roma, al che bastano oggi 14 ore, occorsero alla cavalcata 13 giorni
interi.
Finalmente il 22 dicembre arrivò a Monterosi, misero castello a 15
miglia da Roma, in istato deplorevole; tutti bagnati dalle piogge
iemali, tutti inzaccherati di mota; uomini e cavalli stracchi e
disfatti come dagli strapazzi di una campagna. Di colà il cardinale
spedì a Roma un messaggiero con un trombetto a prendere gli ordini del
Papa. Fu risposto che facessero l'entrata per Porta del Popolo.
Questo ingresso de' Ferraresi in Roma è il più splendido spettacolo
durante il regno di Alessandro VI. La cavalcata era in generale la
pompa più spettacolosa e più in pregio nel Medio Evo. Stato, Chiesa,
società esprimevano lo splendore e l'importanza loro con siffatto
genere di apparati, quasi pubblici trionfi. Il cavallo era ancora
simbolo ed istrumento di gran parte della forza come della magnificenza
mondana. Il significato suo nella civiltà è venuto meno con la
cavalleria. D'allora in poi in tutta Europa la cavalcata non fu più in
uso. Dove ancora ne appariscono i residui, come nel seguito principesco
nelle riviste militari, ovvero ne' cortei di corporazioni, l'effetto si
perde sotto la monotonia o la scipitezza delle divise di gala. Quanto
il senso delle forme e delle feste sia mutato negli uomini, specie
in Italia, patria della cavalcata, si potè vedere in Roma il 2 luglio
1871, quando Vittorio Emanuele fece ingresso nella sua nuova capitale.
Se momento siffatto, uno dei più importanti in tutta la storia
d'Italia, fosse caduto nell'epoca della Rinascenza, certo si sarebbe
vista una delle più grandiose e trionfali cavalcate. Invece l'ingresso
in Roma del primo Re dell'Italia unificata sembrò come l'entrata di
carrozze impolverate, che menassero viaggiatori, il Re e la Corte sua,
dalla strada ferrata alla loro dimora. In questa semplicità borghese
era certamente maggior grandezza morale che nella pompa clamorosa
di un trionfo cesareo. Pure noi non parliamo qui dell'intimo valore
delle solennità pubbliche; ma solo della diversità de' tempi rispetto
alle feste, ai modi e ai bisogni delle stesse. L'estinguersi di
quel sentimento grandioso della festa, quale la Rinascenza lo aveva
suscitato, sarebbe sicuramente da considerare come un impoverimento. Il
bisogno suo ancora oggidì torna spesso a rinverdire. E gli spettacoli
più belli, visti ai tempi nostri in Europa, sono stati quelli delle
schiere tedesche di ritorno dalla Francia in patria. Erano, è vero,
feste militari; se non che e la sontuosità, onde le città s'erano
parate, e la gioiosa partecipazione di tutti gli ordini della
cittadinanza, tolsero loro quel carattere esclusivo.
Alessandro VI avrebbe proprio scapitato in reputazione, ove in
congiuntura così solenne per la sua famiglia non avesse dato segno di
magnificenza innanzi al popolo con un sontuoso spettacolo. Per questo
Adriano VI più tardi divenne la favola de' Romani. Egli nè comprendeva
nè aveva in onore queste necessità proprie alla Rinascenza.
Il 23 dicembre, verso le 10 ore del mattino, i Ferraresi arrivarono
a Ponte Molle. In una villa trovarono una colezione apparecchiata. La
contrada allora non aveva apparenza essenzialmente diversa da quella
d'oggi. Casini e case coloniche sulle pendici di Monte Mario con in
cima la Villa de' Mellini; e così pure sulle colline costellanti la
via Flaminia. Il Ponte sul Tevere era stato riedificato da Niccolò V, e
munito anche di torre; la quale Callisto III fece terminare. Da Ponte
Molle a Porta del Popolo si stendeva, come oggi, lungo la via, uno
squallido sobborgo.
Al Ponte sul Tevere la cavalcata ricevette il saluto del Senatore
di Roma, del Governatore della città, e del Barigello o capitano di
polizia. Questi signori erano iti con 2000 uomini a piedi e a cavallo.
A mezzo trar di arco dalla Porta s'incontrò il seguito di Cesare.
Innanzi 6 paggi; poi 100 gentiluomini a cavallo; quindi 200 Svizzeri
a piedi, vestiti di velluto nero e panno giallo, divisa del Papa, con
berretti a pennacchio e armati di alabarde. Dopo, a cavallo, il duca
di Romagna, insieme con l'ambasciatore di Francia. Indossava un vestito
alla francese con cintola di panno d'oro. Il saluto ebbe luogo al suono
delle musiche. Tutti i signori smontarono di cavallo. Cesare abbracciò
il cardinale Ippolito, e quindi, cavalcando a lato di lui, volse alla
Porta.
Se egli aveva un seguito di 4000 uomini e i magistrati della città
uno di 2000, e se si calcola anche la folla degli spettatori, non si
comprende davvero come sì enorme moltitudine abbia potuto dispiegarsi
davanti Porta del Popolo. Ma non dovevano allora esservi case, e la
pianura, occupata oggi dalla Villa Borghese, dev'essere stata pressochè
libera.
Alla Porta il corteo fu salutato da 19 cardinali, ciascuno con un
seguito di 200 persone. Il ricevimento qui, sotto un diluvio di
declamazioni, durò non meno di due ore; sicchè si fece sera. Finalmente
tutta questa cavalcata di parecchie migliaia, al suono di trombe,
pifferi e corni, mosse lungo il Corso, per Campo di Fiore, verso il
Vaticano, salutata da' cannoni di Castel Sant'Angelo.
Alessandro stava ad una finestra del palazzo a vedere quel corteggio,
che veniva a porre in atto il più audace desiderio della casa sua.
Quando poi i camerieri alla scala del palazzo ricevettero i Ferraresi
e gl'introdussero presso di lui, egli andò loro incontro con 12
cardinali. Quelli gli baciavano i piedi, ed ei gli sollevava ed
abbracciava. Si restò un pezzo in gioviali discorsi; quindi Cesare
condusse dalla sorella i principi di Ferrara.
Lucrezia si fece sino alla scala di casa, al braccio di attempato
cavaliere, vestito di velluto nero, con catena d'oro al collo. Secondo
il cerimoniale prestabilito, non baciò i cognati: inclinò soltanto il
viso a' visi, questa essendo la forma francese. Essa portava abito
di drappo bianco tessuto in oro, e bernia foderata di zibellino; le
maniche, di candido broccato in oro, strette con tagli trasversali alla
foggia spagnuola; per acconciatura al capo una cuffia di velo verde,
listata intorno d'oro battuto e orlata di perline; al collo un vezzo di
grosse perle con un balaustro non legato. Furono serviti rinfreschi,
e Lucrezia dispensò piccoli regali, lavori di gioiellieri romani. I
principi col seguito loro se n'andarono molto contenti. «Questo so io
di certo — così scriveva El Prete, — che al nostro cardinale Ippolito
scintillavano gli occhi: ella è dama seducente e veramente graziosa.»
Anche il cardinale scrisse la sera stessa alla sorella Isabella di
Mantova, per chetarne la curiosità, circa l'abbigliamento di Lucrezia.
Le vestimenta erano allora l'oggetto più importante, soprattutto in
una corte. E mai non vi fu tempo, come nella Rinascenza, in cui il
costume delle donne fosse più ricco e più nobile insieme. Sembra che
la marchesa abbia espressamente mandato a Roma un agente per essere
informata delle persone e delle feste, con l'obbligo però di prendere
a preferenza nota degli abiti. El Prete si trasse d'impegno con tanta
scrupolosità, come oggi saprebbe solo un _Reporter del Times_.[162]
Stando alle descrizioni di lui, un pittore avrebbe potuto fare un
ritratto di Lucrezia, che di molto si sarebbe approssimato alla verità.
Anche la stessa sera l'ambasciatore di Ferrara fece a donna Lucrezia
la sua visita officiale. Comunicò quindi al duca l'impressione che la
nuora di lui gli aveva fatta:
«Illustrissimo Signor mio. Questa sera, poichè ebbi cenato, fui
in compagnia di messer Gerardo Saraceni presso l'illustrissima
Madonna Lucrezia, per visitarla a nome di Vostra Eccellenza e
dell'illustrissimo Don Alfonso. In tale occasione venimmo in lungo
ragionamento su diverse cose. In verità ella si diede a riconoscere per
donna molto prudente e discreta e di buona indole, e di grandissima
osservanza verso Vostra Eccellenza e l'illustrissimo Don Alfonso;
sicchè si può ben giudicare, che entrambi saranno di lei veramente
soddisfatti. Oltrecchè ella ha ottima grazia in ogni cosa, ed è a un
tempo modesta, venusta e onesta. Nè poi meno è cattolica, nè mostra
meno temere Dio. Domattina si confessa con l'intenzione di comunicarsi
il dì della Natività del Signore. La bellezza sua è già per sè
soddisfacente; ma la piacevolezza delle maniere e il modo grazioso
di porgersi l'aumentano e fanno parer maggiore. In conclusione le
sue qualità a me paion tali, che nulla di sinistro si debba o possa
sospettar di lei: piuttosto è da presumere, credere e sperarne sempre
ottime azioni. Di che m'è parso conveniente, in omaggio alla verità,
far con questo scritto testimonianza a Vostra Altezza. Ed ella sia
certa che come, in conformità del debito ed ufficio mio, scrivo senza
passione il vero; così, per la servitù che mi lega all'Eccellenza
Vostra, ciò mi colma di singolare letizia e consolazione. Mi raccomando
alla buona grazia di Vostra Eccellenza. — Roma, 23 dicembre 1501,
nell'ora sesta della notte. Di Vostra Eccellenza servitore Giovanni
Luca.»[163]
La lettera del Pozzi mostra quanto grande fosse ancora all'ultimo
istante la sfiducia del duca e del figlio. Abbassarsi sino al punto
di mettere confidenzialmente a parte l'inviato in Roma delle loro
perplessità d'animo in cose cotanto intime e personali, dovett'essere
per entrambi una umiliazione. Ed umiliante fu del pari desiderar da
colui un'attestazione delle qualità di una donna destinata ad essere
duchessa di Ferrara. Quella sola frase della lettera nella quale il
Pozzi non si perita di affermare, che nulla di sinistro s'abbia a
sospettar di Lucrezia, getta abbastanza luce sui brutti rumori che
sul conto di lei correvano. La testimonianza però fu splendida. Nelle
mani di qualunque difensore di Lucrezia essa è tale, che può bensì
valere come il più importante dei documenti. E se colei avesse potuto
leggerla, forse la vergogna non sarebbe stata impari alla soddisfazione
che n'avrebbe provata.
I principi di Ferrara presero stanza in Vaticano; altri signori in
Belvedere; i più furono mandati in casa di curiali, con l'obbligo di
curarne il mantenimento. I papi riguardavano allora le faccende loro
private come affari dello Stato. Per farne le spese, aggravavano la
mano, senz'altro, sugl'impiegati di corte; e la turba di questi a volta
sua nè viveva nè s'arricchiva che mercè la grazia papale. Nondimeno
anche alcuni mercatanti dovettero portare il peso della splendidezza
papale. Parecchi impiegati mormoravano per l'ospitamento dovuto
ai Ferraresi, i quali eran trattati così male, che il Papa dovette
intervenire.[164]
Per la festa di Natale il Papa disse messa in San Pietro; e i principi
vi assistettero come ministri. L'ambasciatore descrisse al suo signore
l'apparenza magnifica e anche _religiosa_ del Papa, a un di presso come
si descriverebbe il presentarsi sulla scena di un istrione famoso.[165]
Per ordine del Papa il carnevale cominciò allora, e ogni giorno avevan
luogo feste in Vaticano.
El Prete ci ha lasciato una ingenua descrizione di un trattenimento
serale nel palazzo di Lucrezia, che ci ripone vivi dinanzi gl'usi del
tempo. «Questa illustrissima Madonna — così scrive — poco si vede,
perchè occupata per la partenza. Domenica, giorno di Santo Stefano
(26 dicembre), andai la sera anch'io in fretta nella sua stanza. Sua
Signoria sedeva appresso al letto; e all'angolo della camera erano una
ventina di donne romane, vestite _a la romanesca_ co' tradizionali
panni in testa (_con quelli drapi in testa_); vi eran poi le sue
donzelle, dieci di numero. Aprì il ballo un gentiluomo di Valenza con
una donzella di nome Nicola. Poscia ballò gentilmente e con grazia
singolare Madonna con Don Ferrante. Portava indosso una gammurra di
raso nero con liste d'oro e maniche nere; il polsino tutto serrato,
il resto tutto di sopra tagliato e la camicia fuori; il petto sino
alla gola copriva un velo listato d'oro; un filo di perle al collo;
sul capo una cuffia di velo verde con una lenza di piccoli rubini; una
sopravveste nera di raso foderato colorita e bella. Le sue donzelle non
hanno ancora sfoggiato: se altre non ve ne saranno, le nostre potranno
star loro a lato per apparenza e tutto il resto. Due o tre sono
graziose. Una valenzana, Catalina, ballò bene; un'altra è seducente.
Senza che sel sapesse, io l'ho tolta per mia favorita. Iersera (il 28)
il cardinale andò mascherato per la città col duca e Don Ferrante; e
poi andammo dalla duchessa, ove si ballò. Da mane a sera non si vede
in Roma che cortigiane in maschera. Col suonar delle 24 non possono più
lasciarsi veder fuori di casa, perchè si fanno de' brutti giochi.»
Quantunque il matrimonio fosse già stato, mercè procura, concluso
in Ferrara, pure Alessandro volle che l'atto fosse ancora una volta
stipulato in Roma. E, per schivare una pura ripetizione, lo sposalizio
in Ferrara fu celebrato solo con la formola: _vis, volo_; e lo scambio
degli anelli differito.
La sera del 30 dicembre i Ferraresi condussero madonna Lucrezia in
Vaticano. La sposa di Alfonso uscì dal suo palazzo con tutta la sua
corte e con 50 dame d'onore. Aveva sopravvesta di broccato d'oro alla
francese con maniche aperte, che scendevano sino a terra. Di sotto,
abito di cremisino foderato d'ermellino. Il lungo strascico portavano
damigelle di compagnia. In testa una cuffia di seta e oro, e i capelli
fermati da un semplice cordoncino nero. Al collo un vezzo di perle con
pendente, composto di uno smeraldo, un rubino e una grossa perla.
Don Ferrante e Don Sigismondo la conducevano per mano. Così il
corteggio si pose in cammino. Sulla scala di San Pietro risuonavano
musicali accordi. Il Papa stava ad aspettare nella Sala Paolina
sul trono, e accanto a lui 13 cardinali e il figlio Cesare. Degli
ambasciatori stranieri eran presenti quelli di Francia, di Spagna e
Venezia: il tedesco mancava. La cerimonia cominciò con la lettura del
mandato di procura del duca di Ferrara. Poscia il vescovo di Andria
tenne il discorso d'uso; ma fu d'uopo l'abbreviasse per comando del
Papa.[166] Innanzi a costui fu messa una tavola, e vi presero posto
Don Ferrante, qual rappresentante di suo fratello, e donna Lucrezia.
Ferrante rivolse a questa la domanda, secondo la formola; e, avendo
essa risposto affermativamente, le pose al dito l'anello con queste
parole: «Questo anello matrimoniale manda a te, illustrissima Donna
Lucrezia, l'illustrissimo Don Alfonso per libera determinazione, e io
te lo consegno a nome di lui.» E Lucrezia: «Così anch'io per libera
determinazione lo accetto.»
Del compimento dell'atto fu fatta fede in un istrumento per man
di notaro. Subito dopo il cardinale Ippolito presentò a Lucrezia i
gioielli. Il duca, che le faceva un prezioso regalo del valore di
70,000 ducati, annetteva particolare importanza al modo in che avesse
ad esser consegnato. Il 21 dicembre aveva scritto al figlio di offrire
i gioielli con quelle parole, che gli avrebbe suggerite l'ambasciatore
Pozzi; avvertendolo anche che ciò era per misura di precauzione,
affinchè, in caso d'infedeltà di madonna Lucrezia ad Alfonso, le
gioie non andassero perdute.[167] Sino all'ultimo il duca trattava i
Borgia con la sfiducia di uomo, che teme di essere ingannato. Onde il
30 dicembre il Pozzi gli scriveva: «Pel matrimonio è stato stipulato
un istrumento, nel quale è detto soltanto che a madonna Lucrezia è
fatto presente dell'anello nuziale; senza dir motto di altro regalo.
Modo migliore per rispondere alle intenzioni di Vostra Eccellenza non
v'era. Non s'è dunque in guisa alcuna parlato di donativo, e su di ciò
l'Eccellenza Vostra non nudrirà dubbio di sorta.»
Ippolito si disimpegnò con tanta grazia, che il Papa gli disse:
avere egli aumentata la bellezza dell'ornamento. Le gioie erano in un
forzierino, che il cardinale pose prima innanzi al Papa e poscia aprì.
Un tesoriere ferrarese l'aiutò a tenere i gioielli nella vera luce,
sì che ne apparisse tutta la preziosità. Il Papa stesso gli prese
in mano e gli mostrò alla figlia. Erano catene, anelli, orecchini e
pietre bellamente legate; magnifico, in particolar modo, un monile di
perle; e, quanto a perle, Lucrezia sentiva una vera passione. Ippolito
presentò pure alla cognata i suoi proprii regali, tra i quali quattro
croci finamente lavorate. I cardinali offrirono regali dello stesso
genere.
Dopo si fecero tutti alle finestre della sala per vedere i giuochi
sulla Piazza di San Pietro: una corsa di cavalli ed una giostra per
una nave. Otto nobili difendevano quest'ultima contro altrettanti
che l'assalivano. Si combatteva con armi taglienti; e cinque persone
n'usciron ferite.
La comitiva si condusse quindi nella camera del Pappagallo. Il
Papa prese posto sul trono, alla sua sinistra i cardinali, a destra
Ippolito, donna Lucrezia e Cesare. «Egli richiese — così El Prete —
il duca di fare una danza con madonna Lucrezia, la qual cosa fece con
buona grazia. Sua Santità rise continuamente. Le donzelle ballarono
pure molto bene a due a due. La cosa durò più d'un'ora. Quindi si diè
principio alle commedie. Se ne cominciò una, ma non fu finita perchè
troppo lunga. Ne venne poi un'altra in versi latini, con un pastore
e alcuni bambini, che fu molto bella. Il significato non lo compresi.
Finite le commedie, andaron via tutti, meno Sua Santità, la sposa e i
cognati, che restarono, avendo il Papa dato in tal sera il banchetto
nuziale, del quale non posso informare. Si desinò in famiglia.»
Le feste continuarono tutti i giorni, mentre Roma da parte sua era
piena delle baldorie carnascialesche. L'ultimo giorno dell'anno il
cardinale Sanseverino e Cesare fecero rappresentar commedie. Quella
ordinata da Cesare fu un'egloga con attrezzi pastorali. Alcuni
pastori magnificarono la giovane coppia, il duca Ercole e il Papa come
protettori di Ferrara.[168]
Il primo giorno dell'anno (1502) venne solennizzato con pompa
particolare. I Priori di Roma posero in campo un corteo. Tredici carri
trionfali, con a capo lo stendardo della città e i magistrati, mossero
a suono di musica da Piazza Navona pel Vaticano. Nel primo si vedeva
il trionfo di Ercole; ne' seguenti Cesare ed altri eroi romani. Si
disposero in ordine innanzi al Vaticano, dalle cui finestre il Papa e
gli ospiti suoi si godevano lo spettacolo. Furon declamate poesie in
onore degli sposi. La rappresentazione durò quattr'ore.
Quindi seguirono commedie nella camera del Pappagallo, e una splendida
_Moresca_, ballo del tempo, nella _Sala dei Papi_, parata già da
Innocenzo VIII di bellissime coltrine di broccato in oro. Quivi era
elevata una scena bassa e stretta, adorna di frasche e illuminata
con torce. Gli spettatori presero posto su' banchi o per terra, come
a ciascuno meglio aggradiva. Dopo la rappresentazione di un'egloga,
un cantambanco, vestito da donna, cominciò a ballar la _Moresca_.
Vi pigliò parte come ballerino anche Cesare, in costume ricchissimo,
tanto che, non ostante la maschera, si distingueva di primo tratto.
Il ballo era accompagnato dal suono di tamburini. Le trombette ne
annunziarono un altro. Apparve un albero, sulla cui cima oscillava
un Genio, recitante poesie. Buttò giù nove cordoni di seta, le cui
estremità furon prese da nove danzatori. Questi andaron formando
intorno all'albero una carola, che il Genio pareva intrecciasse con la
sua mano. La _Moresca_ incontrò grandissimo plauso. Da ultimo il Papa
desiderò veder ballare anche la figlia. Ed essa ballò con la damigella
di compagnia valenzana; e dietro di loro seguivano in coppia gli altri
danzatori e le danzatrici.[169]
Commedie e moresche furon dunque la parte essenziale di questa festa.
Le poesie dovettero essere composte da Romani, i Porcari, Mellini,
Inghirami, Evangelista Maddaleni; e forse anche presero parte essi
stessi alla rappresentazione; mentre da lunga pezza non s'era più ai
Romani offerta occasione altrettanto solenne per mostrare i progressi
loro nell'arte drammatica. Lucrezia ogni giorno dev'essere stata
coperta da un diluvio di sonetti ed epitalamii. Reca davvero molta
maraviglia, che nulla di tutto ciò siasi conservato, nè che venga
nemmeno un poeta romano di quei giorni nominato come autore di qualche
commedia.
Il 2 gennaio fu data sulla Piazza di San Pietro una caccia al toro.
Questa costumanza tutta spagnuola era stata importata in Italia
sin dal XIV secolo; ma non divenne generale che nel seguente. Gli
Aragonesi la trapiantarono in Napoli, e i Borgia in Roma, ove sino a'
tempi ultimi, in Piazza Navona o al Testaccio, le cacce di tal natura
erano frequenti. Cesare faceva volentieri mostra in simili barbari
giuochi dell'abilità e della forza sua. In una caccia data nell'anno
del Giubileo aveva maravigliato tutta Roma, spiccando con un colpo di
sciabola la testa ad un bove.
Il 2 gennaio con nove altri Spagnuoli, che dovevano essere veri
_mattadori_, egli entrò a cavallo nello steccato, ove sul cominciare
non furono introdotti che due tori. Contro il più furioso stette egli
solo a cavallo e con la lancia. Poscia entrò anche a piedi in compagnia
di dieci altri Spagnuoli. Fatta questa mostra eroica, il duca si
ritirò, lasciando il carico del rimanente spettacolo ai _mattadori_.
Dieci tori e un bufalo furon morti.
La sera furono recitati i _Menemmi_ di Plauto e altre scene, il cui
soggetto fu l'apoteosi di Cesare e di Ercole. Gl'inviati di Ferrara ne
diedero una relazione, ch'è una pittura dilettevolissima del tempo:
«Questa notte, nella camera del Papa, è stata recitata la _Commedia
del Menechino_ (i _Menemmi_). Rappresentarono benissimo la persona
dello schiavo, del parassita e anche del ruffiano e della moglie di
Menechino. Ma i Menechini stessi non dissero con molta grazia. Non
portavan maschera e non v'era scenario, la camera non essendo capace
abbastanza. In quel luogo, in cui Menechino, per comando del suocero,
che crede fosse impazzito, è preso, ed ei grida che gli vien fatta
violenza, disse essere maraviglia che così si usasse, mentre Cesare è
potente, Giove propizio ed Ercole benevolo.
»Prima della recitazione ebbe luogo altra rappresentazione. Venne
fuori un bambino vestito da donna, rappresentante la virtù e un altro
rappresentante la fortuna. Disputarono su quale fosse da preferire
per grado; ed ecco sopraggiungere la gloria su carro trionfale, avendo
il mondo sotto i piedi con le parole scritte: _Gloria Domus Borgiae_.
La gloria, che chiamavasi anche luce, preferì la virtù alla fortuna,
dicendo che Cesare ed Ercole appunto con virtù avevan superata la
fortuna; e riferì molti nobili fatti dell'illustrissimo duca di
Romagna. Quindi comparve Ercole con la pelle del leone e con la clava;
e Giunone gli mandò contro la fortuna. Ercole, combattendo con essa, la
vinse, prese e legò. Allora Giunone pregò Ercole di volerla liberare;
ed egli clemente e magnanimo la concesse a Giunone, a condizione, che
nè essa nè quella avessero mai a far cosa alcuna contro la casa di
Ercole e di Cesare. Il che fu da quelle promesso, anzi Giunone promise
pure di favorire l'unione delle due case.
»Venne poscia Roma su un carro di trionfo. Si dolse che Alessandro,
che tiene il luogo di Giove, le facesse la ingiuria di toglierle via
l'eccelsa madonna Lucrezia; e la raccomandò grandemente, mostrando come
la fosse il rifugio di tutta Roma. Dopo Roma, Ferrara, senza carro di
trionfo; e disse che madonna Lucrezia non andava in città indegna e
che Roma non la perdeva. Sopraggiunse quindi Mercurio mandato dagli Dei
per riconciliare Roma e Ferrara, volere di coloro essendo, che madonna
Lucrezia andasse a Ferrara. E fece quindi seder Ferrara al posto
d'onore sul carro trionfale.
»Tutte queste cose furon recitate in versi eroici pieni di eloquenza.
Il parentado tra Cesare ed Ercole vi fu continuamente celebrato. Si
volle anche manifestamente esprimere, che insieme uniti dovessero
compiere grandi fatti contro i nemici di Ercole. Che se la realtà
potesse corrispondere a tali pronostici, le cose nostre verrebbero
a molto buon termine. E così ci raccomandiamo alla grazia di
Vostra Eccellenza. Roma, 2 gennaio 1502. — Giovanni Luca e Gerardo
Saraceni.»[170]
Arrivò finalmente il giorno della partenza di Lucrezia, il 6 gennaio.
Doveva esser quella una comitiva fastosa che la simile non s'era vista
mai. Lucrezia doveva percorrere da regina le terre d'Italia. V'era
anche un cardinale, che l'accompagnava come legato, Francesco Borgia,
arcivescovo di Cosenza. Egli doveva la porpora a Lucrezia ed era il suo
più fedel partigiano; antico signore e brava persona della casa Borgia,
come il Pozzi scriveva a Ferrara. A madonna furono anche dati per
compagnia tre vescovi, di Carniola, di Venosa e di Orte.
Alessandro fece ogni sforzo per persuadere quante donne e uomini nobili
romani fu possibile ad unirsi al corteo. Ed ottenne anche questo,
che la città di Roma nominasse quattro inviati d'onore, che dovevano
assistere anche alle feste in Ferrara: Stefano Del Bufalo, Antonio
Paoluzzo, Giacomo Frangipane e Domenico Massimi. Allo scopo stesso la
nobiltà romana scelse Francesco Colonna di Palestrina e Giuliano conte
di Anguillara. Vi s'aggiunsero anche Ranuccio Farnese di Matelica e
Don Giulio Raimondo Borgia, capitano della guardia palatina, nipote del
Papa. De' gentiluomini romani di second'ordine ve ne furono otto.
Cesare per conto proprio preparò un seguito di onore di 200 cavalieri,
con musica e con buffoni per divertire per via la sorella. Spagnuoli,
Francesi, Romani, Italiani di varie provincie composero la schiera.
Due di loro vennero più tardi in fama, Ivo d'Allegre e Don Ugo Moncada.
Di Romani v'erano il cavaliere Orsini, Piero Santa Croce, Giangiorgio
Cesarini, fratello del cardinale Giuliano, ed altri signori degli
Alberini, Sanguigni, Crescenzi e Mancini.
Lucrezia prese seco anch'essa una corte officiale di 180 persone. Nella
lista, che è giunta sino a noi, sono specialmente indicate le sue dame
di compagnia. Prima Angela Borgia, _una damigella elegantissima_, come
la chiama un cronista di Ferrara. La bellezza sua fu già lodata in Roma
dal poeta Diomede Guidalotto. E con essa era anche la sorella donna
Girolama, moglie del giovane Fabio Orsini. Accompagnavano pure Lucrezia
madonna Adriana Ursina, un'altra Adriana, moglie di Don Francesco
Colonna, e una dama della casa degli Orsini, della quale non è indicato
il nome, nè è ammessibile potesse essere la Giulia Farnese.
Molte vetture, che il Papa aveva fatte costruire in Roma, e 150 muli
trasportavano le suppellettili di Lucrezia. Il bagaglio fu in parte
avviato innanzi. La duchessa portò via seco tutto quanto il Papa
avevale permesso di prendere. Egli non volle nemmeno che ne fosse
disteso inventario, come il notaro Beneimbene aveva consigliato.
«Perchè io voglio — così diceva agli ambasciatori ferraresi — che la
duchessa liberamente disponga delle proprietà sue e le doni cui meglio
le aggrada.» Egli aveva anche fatto alla figlia un presente di 9000
ducati per abbigliamento di lei e della sua servitù, e regalatole
altresì una bella lettiga alla francese, nella quale avrebbe accanto a
lei seduto la duchessa di Urbino, appena scontrata sul cammino.[171]
Mentre Alessandro lodavasi con gli ambasciatori di Ferrara della
castità e pudicizia di sua figlia, esprimeva il desiderio che il
suocero non la facesse attorniare che da dame e cavalieri per bene.
«Ella stessa gli ha detto — così gli ambasciatori scrivevano al loro
signore — che non farebbe arrossire mai Sua Santità pel modo suo
d'operare; la qual cosa, per quanto possiam giudicare, teniamo per
certo. Perchè, quanto più conversiamo con lei e quanto più consideriamo
il viver suo, tanto veniamo in miglior opinione della bontà, onestà
e discrezione sua, non omettendo che in casa sua non si vive solo
cristianamente, ma anche religiosamente.»[172]
Anche il cardinal Ferrari si permise scriver lettera al duca, del
quale era stato un tempo servitore. E in tono tutto pieno di unzione
esortavalo a trattare amorevolmente la nuora, e levava al cielo le
singolari virtù e meriti di costei.[173]
Il 5 gennaio fu pagato a' Ferraresi il saldo della dote in contanti, e
gl'inviati avvisarono il duca, che tutto procedeva con ordine; che la
nuora portava anche seco tutte le Bolle _piene e in ottima forma_; e
che la comitiva era per porsi in cammino.[174]
Alessandro aveva prescritto le stazioni del lungo viaggio: Castelnuovo,
Civitacastellana, Narni, Terni, Spoleto, Foligno. Quivi doveva trovarsi
il duca Guidobaldo o la moglie per accompagnare madonna Lucrezia a
Urbino. Di qui poi si doveva muovere attraverso gli Stati di Cesare; e
per Pesaro, Rimini, Cesena, Forlì, Faenza e Imola andare a Bologna, per
quindi giungere pel Po a Ferrara.
I luoghi, pe' quali si passava, avrebbero dovuto soggiacere a carichi
troppo gravosi, ove avessero ospitata la cavalcata tutta quanta. Fu
per questo qualche volta divisa e avviata per diverse strade. Come si
procedesse in ciò, lo mostra un Breve del Papa a' Priori di Nepi, che
il Gran Kahn di Persia non avrebbe potuto concepire in termini più
laconici:
«Amati figliuoli, salute e benedizione Apostolica. — La nostra diletta
figlia in Cristo, la nobile signora duchessa Lucrezia de' Borgia,
partirà di qui, con numeroso seguito di gentiluomini, lunedì prossimo
per essere accompagnata presso l'amato figliuolo, il nobile Alfonso
di Ferrara, primogenito del duca. Dugento de' cavalieri prenderanno la
via della città vostra. Noi vogliamo e vi ordiniamo, per quanto avete
cara la grazia nostra e non volete incorrere nella nostra disgrazia,
di accoglierli e trattarli per un giorno e due notti con ogni onoranza.
Così per la vostra sollecitudine troverete appo noi il meritato plauso.
Dato in Roma, presso San Pietro, sotto l'anello del pescatore, il 28
dicembre 1501, l'anno decimo del nostro Pontificato. — Adriano.»[175]
Il modo stesso fu tenuto con molti altri paesi. In ogni città, in cui
la cavalcata giungeva e soprattutto in quelle ove si fermava, dovevasi
per ordine del Papa onorar Lucrezia con archi trionfali, luminarie e
cortei. Soltanto le spese tutte a carico delle Comunità.
Il 6 gennaio Lucrezia prese commiato da Roma, dal figlio Rodrigo e dai
genitori. Vannozza però non l'avrà forse veduta che a quattr'occhi.
Niuno di coloro, che riferiscono delle feste in Vaticano, ha mai fatto
menzione di quella donna, nemmeno di nome.
Nella camera del Pappagallo ella si congedò dal padre, col quale restò
sola un pezzo, sinchè non sopraggiunse Cesare. Nel separarsi da lei
Alessandro continuò a dirle ad alta voce, che stésse di buon animo
e gli scrivesse sempre che alcuna cosa da lui desiderasse, perchè di
lontano farebbe per lei ancora più di quello che aveva fatto in Roma.
Andò quindi per vederla in varii posti, sino a che la cavalcata non fu
scomparsa.[176]
Lucrezia mosse alle tre dopo mezzogiorno. Sino a Porta del Popolo fu
accompagnata da tutti i cardinali, dagli ambasciatori e da' magistrati
di Roma. Montava sopra una mula bianca con coperta e finimenti
d'argento battuto e frange d'oro ch'era un ricco vedere. Era in abito
di viaggio: una gamurra d'oro tirato coperta di cremisino tagliato, e
con una striscia di broccato d'oro, foderata d'armellino. Cavalcava in
mezzo ad un corteggio di più di 1000 persone. Aveva accanto i principi
di Ferrara e il cardinal di Cosenza. Il fratello Cesare l'accompagnò
per un tratto; poscia, col cardinale Ippolito, tornò indietro al
Vaticano.
Così Lucrezia Borgia separavasi per sempre da Roma e da un orribile
passato.