In quel mentre Lucrezia col suo bambino Rodrigo era nel palazzo presso
San Pietro. Se pure avesse voluto ancora rimpiangere la perdita del
marito, il padre non le lasciò tempo di abbandonarsi a tali sentimenti.
Egli seppe solleticarne la leggerezza e la vanità. Il morto Alfonso
doveva esser sostituito da un altro Alfonso di maggior valore. Era
stato appena messo da parte il duca di Bisceglie, e già s'era pensato
a un nuovo matrimonio. Nel novembre del 1500 si cominciò già a dire che
Lucrezia dovesse unirsi col principe erede di Ferrara, rimasto sin dal
1497 vedovo senza figliuoli, all'età di 24 anni appena. Del disegno
fu primo a darne notizia Marin Gorzi, nuovo ambasciatore di Venezia
a Roma, alla sua Signoria, il 26 di quel mese. Ma già molto prima,
anzi indubbiamente sin da quando il marito di colei ancora viveva,
s'era pensato in Vaticano al nuovo legame. È fuori di dubbio che nel
Natale del 1500 si parlò pure di un matrimonio col duca di Gravina.
Quest'Orsini era così poco spaventato della sorte toccata a' due mariti
di Lucrezia, che nel dicembre venne a Roma per impegnarsi con lei.
Probabilmente non si mirò che ad adescarlo con tale prospettiva per
tenersi sicuri de' servizii degli Orsini.
Il disegno di maritar Lucrezia con Alfonso di Ferrara era stato
immaginato da Alessandro. Egli desiderava questo matrimonio così pel
meglio della sua diletta figliuola, come pel vantaggio di Cesare.
Così assicurava a costui non solo il possesso della Romagna, che la
Repubblica di Venezia poteva strappargli, ma gli slargava anche maggior
campo per dar séguito alle sue mire su Bologna e Firenze. Era inoltre
un mezzo per far entrare nelle vedute de' Borgia anche le dinastie di
Mantova e di Urbino, imparentate con quella di Ferrara. Poteva altresì
diventare punto di partenza per una più grande lega tra la Francia, il
Papa, gli Stati di Cesare, Ferrara, Mantova e Urbino. E questi alleati
eran forti abbastanza da assicurare Alessandro e la casa sua contro
ogni nemico.
Prima di tutto il re di Francia aveva bisogno del Papa, se voleva
raffermare lo stato suo in Italia. Possedeva quivi Milano, e poteva
conquistare la metà del reame di Napoli, e quindi tenerlo come
feudatario della Chiesa. Difatto Spagna e Francia avevano già concluso
quello scellerato trattato di spartizione di quel reame, cui Alessandro
VI poteva ancora prestare o rifiutare consentimento.
Per guadagnare il duca di Ferrara alla sua audace proposta, Alessandro
si servì primieramente di un modenese, che gli era molto devoto,
Giambattista Ferrari, antichissimo servitore di Ercole, e che egli
aveva creato datario prima, poi cardinale. Il Ferrari non si peritò
di fare al duca la proposta di matrimonio, in vista — così scrisse —
de' grandi vantaggi che dovevano derivarne per lo Stato del duca.[116]
L'imbarazzo di Ercole non fu minore di quello, in congiuntura simile,
provato dal re di Napoli, Federigo. Il suo orgoglio ne fu irritato. La
figlia, la nobile marchesa Isabella di Mantova, e la cognata di costei,
Elisabetta di Urbino, ne furono fuori di sè. Il giovane Alfonso da
parte sua manifestò la più profonda ripugnanza. V'era pure che s'aveva
in animo di sposare il principe erede con una principessa della Casa
reale di Francia, con Luisa, la vedova del duca di Angouleme.[117]
Ercole rispose con un deciso rifiuto.
Alessandro aveva previsto la resistenza, ma non disperò di abbatterla.
Con più viva insistenza fece ancora rappresentare al duca i vantaggi
di quella unione e i danni del rifiuto: da una parte la sicurtà degli
Stati di Ferrara e l'accrescimento loro; dall'altra la nimicizia del
Papa e di Cesare, e forse anche di Francia.[118] Tanto era certo della
vittoria, che non faceva mistero alcuno del divisato matrimonio, e ne
parlò insino in Concistoro con soddisfazione come di cosa fatta.[119]
Importava aver favorevole la Corte francese. E ciò non fu difficile,
mentre appunto in quel tempo Luigi XII voleva che l'esercito suo,
attraverso lo Stato della Chiesa, andasse di Toscana a Napoli, la
qual cosa non era possibile, senza essere col Papa ne' termini della
migliore intelligenza. Ma questi poteva soprattutto far assegnamento
sull'appoggio del cardinale d'Amboise, quello, cui Cesare Borgia
aveva un tempo portato in Francia il cappello rosso, e i pensieri
ambiziosi del quale si levavano sino al trono papale. E a questo egli
sperava poter giungere dopo la morte di Alessandro, mediante appunto
l'influenza dell'amico suo Cesare e de' cardinali spagnuoli.
Ciò non di meno è un fatto che sul principio Luigi XII era
risolutamente avverso al matrimonio. Cercò pure sventarlo. Da parte
sua per niun conto voleva aggrandita la potenza di Cesare e del Papa.
Desiderava in quella vece consolidare durevolmente l'influenza sua su
Ferrara, mediante l'unione di Alfonso con una principessa francese.
Alessandro aveva nel maggio spedito in Francia un segretario per
indurre il re a rendersi mediatore del matrimonio; ma questi si mostrò
alieno dal farlo.[120] Egli aveva bensì messo ostacolo alla invasione
di Cesare nell'Italia centrale; cosicchè i tentativi di costui su
Bologna e Firenze andarono a vuoto.
Il disegno quindi di matrimonio si sarebbe risoluto in nulla, se
proprio in quel tempo non fosse capitata la spedizione francese per
Napoli. A noi è lecito tenere, che l'aver il Papa permessa quella
dipendesse, oltre gli altri motivi, anche dall'assenso dato dal re a
quel matrimonio.
Il 13 giugno 1501 Cesare in persona, nominato già dal padre Duca
di Romagna, venne secretamente a Roma, ove si fermò tre settimane.
E anch'egli, per quanto era in lui, pose in moto ogni arte per
l'effettuazione del disegno. Poscia con i suoi soldati seguì il
maresciallo francese Aubigny. Il quale, muovendo con l'esercito da'
pressi di Roma, irruppe nel Napoletano per portarvi la più empia delle
guerre di conquista, fra i cui orrori la casa Aragonese doveva in
brevissimo tempo trovare la sua rovina.
Sin dal giugno la Corte francese cedette al desiderio del Papa, e
cominciò a far valere per lui la propria influenza in Ferrara. Ciò
risulta da un dispaccio dell'inviato ferrarese in Francia del 22
giugno. Egli informava Ercole di aver rappresentato al re, come il Papa
minacciasse togliere al duca lo Stato, ove questi non acconsentisse
al matrimonio; e il re aver risposto che Ferrara stava sotto la sua
protezione, e solo insieme con la Francia poteva cadere. L'inviato
esprimeva il timore che il Papa si servirebbe dell'investitura di
Napoli, alla quale il re aspirava, per ottener presso costui favore
al disegno. Da ultimo scriveva al duca che monsignor De Trans, il più
influente uomo che fosse alla Corte del re, lo consigliava ad accettare
il matrimonio a condizione del pagamento di 200,000 ducati, della
remissione dell'annuo canone per Ferrara, e di certi benefizii per i
membri della casa d'Este.[121]
L'Amboise mandò l'arcivescovo di Narbona e altri agenti a Ferrara,
perchè persuadessero il duca. Il re stesso gli scrisse. Lo sollecitava
a dare il suo assenso, e negava ora per Don Alfonso la mano di una
principessa francese. Contemporaneamente con i messi di Francia,
facevan ressa intorno al duca gl'inviati del Papa e gli agenti di
Cesare. Egli fu avviluppato in una rete d'intrighi; e finalmente la
paura lo indusse a chinare il capo.
L'8 di luglio faceva già dichiarare a Luigi XII di esser pronto
ad acconciarsi al voler suo, purchè gli riuscisse d'accordarsi col
Papa sulle condizioni.[122] Egli intendeva essersi inchinato solo a'
comandamenti del re; ma il re a sua volta non aveva consigliato il
matrimonio per altro, se non perchè aveva bisogno del Papa. Nell'atto
stesso che faceva premura presso Ercole perchè acconsentisse, lo
consigliava di non affrettarsi a mandare il figliuolo Don Ferrante a
Roma per condurre a fine la cosa; ma di protrarla in lungo quanto più
potesse, sinchè egli stesso, il re, non fosse nel settembre venuto
in Lombardia. Fece bensì assicurare Ercole ch'egli stava fermo alla
fitta promessa della mano di madonna d'Angouleme per Don Alfonso;
e apertamente esternava il suo dispiacere per quel matrimonio.[123]
Diceva all'inviato ferrarese che reputerebbe il duca uomo inetto, se
volesse sposare il proprio figlio con la figlia del Papa; perchè, il
giorno che il Papa fosse morto, egli non più saprebbe con chi aveva
stretto questo parentado; e in modo ancora più cieco opererebbe
Alfonso, accettando.[124]
E infatti anche il duca non si diede fretta punto. È vero che mandò a
Roma il suo segretario Ettore Bellingeri, ma solo per dichiarare al
Papa ch'egli voleva ottemperare a' desiderii di Francia, posto però
che anche le domande sue fossero soddisfatte. Il Papa invece e Cesare
esigevano la pronta conclusione de' patti matrimoniali, e incalzavano
presso il cardinale Della Rovere, ch'era allora a Milano, per ottenere
da Ercole che mandasse a lui il figlio Alfonso, affinchè, sotto gli
occhi del cardinale stesso, l'affare fosse terminato. Ciò il duca
negò. Innanzi a ogni altra cosa egli voleva che il Papa accettasse le
condizioni poste al suo consentimento.[125]
Mentre queste pratiche umilianti per Lucrezia procedevano lentamente,
Cesare era in Napoli strumento e spettatore della rapida caduta di
quella casa d'Aragona, da lui tanto odiata, e sul cui trono non gli
fu concesso elevarsi. Ma Alessandro approfittò dell'occasione per
impadronirsi de' beni de' baroni del Lazio, specialmente di quelli
de' Colonna, de' Savelli e degli Estouteville, i quali tutti la guerra
di Napoli aveva privati d'ogni difesa. La confiscazione di quei beni,
come presto vedremo, si collegava col disegno di matrimonio. Egli aveva
fatto occupare parecchie città di quei signori già nel giugno 1501,
valendosi della pressione dell'esercito francese accampato presso Roma.
Il 27 luglio andò egli stesso a Sermoneta con cavalieri e fantaccini.
Fu allora, che, prima di mettersi in viaggio, pose la figlia
luogotenente suo in Vaticano. Ecco le parole del Burkard: «Prima che
Sua Santità, Signor Nostro, lasciasse la città, affidò tutto il palazzo
e gli affari in corso a donna Lucrezia Borgia, sua figlia, e le diede
facoltà di aprire le lettere indirizzate a Sua Santità; nei casi di
maggior rilievo essa doveva prender consiglio dal signor cardinale di
Lisbona.
»Ora occorse non so qual caso; e dicesi Lucrezia essersi rivolta al
detto cardinale, esponendogli l'incarico del Papa e l'affare. E quegli
le disse: ogni volta che il Papa fa delle proposte in Concistoro, il
Vicecancelliere o un altro cardinale per esso suole sottoscriverle,
e prendere nota delle opinioni dei votanti; così anche ora fa d'uopo
che alcuno sottoscriva ciò che è stato detto. Al che Lucrezia replicò
di saper benissimo scrivere. — Ov'è la vostra penna? — domandò il
cardinale; Lucrezia capì lo scherzo, e sorrise; e così terminarono in
modo conveniente la conferenza.»
I negozii dal Papa alla figlia affidati si riferivano realmente solo
alle cose temporali, non alle ecclesiastiche. Pure procedimento così
impudente non s'era visto mai. Codesta distinzione, la maggior prova
di favore che il padre potesse darle, muoveva senza dubbio anche da
altre ragioni. Proprio in quei giorni Alessandro era stato assicurato
dell'assenso di Alfonso d'Este al matrimonio, e pel contento provatone
fece Lucrezia reggente in Vaticano. Questo volle quasi significare
da parte sua il riconoscimento di una persona politica nella futura
duchessa di Ferrara. E imitava così l'esempio di Ercole e di molti
altri principi, che, dovendo assentarsi dagli Stati loro, solevano
affidarne i negozii alle mogli.
Non era stato facile al duca di vincere l'avversione del figliuolo.
Perchè niente poteva tanto profondamente offendere il giovane principe,
quanto il domandargli che facesse di Lucrezia Borgia la moglie sua.
Non lo sgomentava già l'origine illegittima. Questa macchia non aveva
gran peso in quel tempo in cui i bastardi fiorivano, ed erano per tutto
in auge ne' paesi latini. Molte dinastie italiane n'erano intinte, gli
Sforza, i Malatesta, i Bentivoglio, anche gli Aragonesi di Napoli. Anzi
lo stesso magnifico Borso, primo duca di Ferrara, era stato fratello
illegittimo di Ercole, suo successore. Se non che Lucrezia era la
figlia di un Papa; era nata da un sacerdote. E in ciò, pel sentimento
degli Este, stava il lato ignominoso della sua origine, forse anco
uno scrupolo religioso. Nè la vita licenziosa del padre, nè i delitti
di Cesare potevano far calare la bilancia della morale della corte di
Ferrara. Nondimeno niuna casa principesca fu giammai così corrotta
da non curarsi punto della fama di una donna, che fosse destinata a
divenire uno de' suoi membri più importanti.
Alfonso doveva essere il marito di una giovane, che, ancora in età di
21 anno, aveva già corso tante vicende. Due volte promessa legalmente
sposa, due volte maritata, due volte per vie criminose rimasta vedova.
La riputazione di Lucrezia ispirava veramente ripugnanza. E non era
possibile che Alfonso, tuttochè uomo galante e mondano, credesse alla
virtù sua, anche negando fede a' più turpi rumori che sul conto di lei
correvano. La cronaca scandalosa di ciò che accadeva in una corte si
diffondeva allora rapida, come oggidì, di corte in corte. Mercè gli
agenti suoi il duca, e con lui il figlio, erano appuntino informati
di quanto realmente succedeva nella famiglia Borgia, e anche di ciò
che s'inventava sul conto della stessa. Gli abominevoli motivi, che
l'oltraggiato Sforza aveva attribuiti al padre di Lucrezia per lo
scioglimento del suo matrimonio, erano stati immediatamente riferiti
al duca a Ferrara. Un anno dopo l'agente di costui in Venezia gli aveva
partecipato, accertarsi da Roma che la figlia del Papa aveva partorito
un bambino illegittimo.[126] Oltracciò tutte quelle satire, con le
quali i nemici de' Borgia non risparmiavano nemmeno Lucrezia, erano
ben note alla corte di Ferrara, e sicuramente v'erano state gustate con
maligno riso. Converrà egli ora credere che gli Este reputassero quei
rumori e quelle satire come appieno fondate, e che, malgrado di ciò,
passando sopra all'onor loro, si fossero contentati d'introdursi in
casa una Taide, invece di seguire, con pericoli di gran lunga minori,
l'esempio di Federigo di Napoli, che costantemente ricusò la mano di
sua figlia a Cesare Borgia?
Qui è il caso di sottoporre le imputazioni di Lucrezia ad un esame, il
quale per avventura sarà breve, dopo quel che con tanto successo n'è
stato già detto dal Roscoe e da altri. La serie de' suoi accusatori
tra i contemporanei non è piccola. Per non citare che i più notevoli,
d'incesto l'hanno accusata in modo esplicito o per allusione i poeti
Sannazzaro e Pontano; gli storici e politici Matarazzo, Marco Attilio
Alessio, Pietro Martire, Priuli, Machiavelli e Guicciardini. Da costoro
presero in prestito il giudizio loro i posteri, a venire giù giù
sino al tempo nostro. Dall'altro canto stanno i lodatori di Lucrezia,
contemporanei e loro successori sino al presente.
Fissiamo bene primieramente questo punto. Gli accusatori e le accuse
contro Lucrezia non possono riferirsi che al periodo di sua vita in
Roma; e gli ammiratori non si mostrano che nel secondo periodo, quando
essa era duchessa di Ferrara. Tra questi ultimi non sono uomini meno
celebri che tra gli accusatori: Tito ed Ercole Strozzi, il Bembo,
Aldo Manuzio, il Tebaldeo, l'Ariosto, tutti i cronisti di Ferrara
e il biografo francese del Bayard. Essi fan tutti testimonianza
dell'onoratezza di quella durante il periodo di Ferrara, ma non del
suo passato in Roma. Epperò il difensore di Lucrezia non può attingere
da loro che prove negative. A lui convien dire che personaggi nobili,
come l'Aldo, il Bembo, l'Ariosto, malgrado della loro tendenza
all'adulazione cortigiana, non potevano esser mai tanto impudenti
da magnificare una donna come l'ideale delle donne del tempo loro,
dove l'avessero stimata colpevole o anche capace soltanto di quelle
turpitudini, nelle quali poco innanzi era incorsa. In tal caso
l'Ariosto stesso diventerebbe per noi un uomo abominevole.
Che se ora interroghiamo gli accusatori di Lucrezia, solo i testimoni
di Roma possono avere un valore reale. Il più accanito de' nemici
di quella, il Guicciardini, non appartiene al novero di costoro. Ciò
ch'egli riferisce sul conto di lei non ha altrimenti determinato il
giudizio dei posteri, se non perchè egli era uomo di Stato e storico
famoso. Egli stesso attinse la sua opinione o alle voci che correvano o
alle satire del Pontano e del Sannazzaro. E ambo questi poeti vivevano
a Napoli, non a Roma. I loro epigrammi non provano che l'odio ben
fondato contro Alessandro e Cesare, istrumenti della caduta degli
Aragonesi, e mostrano di quanta atrocità uomini perversi come quelli
potessero esser tenuti capaci.
Di molto maggior peso dovrebb'essere la parola del Burkard,
osservatore quotidiano degli avvenimenti in Vaticano. Contro di lui
s'è particolarmente rivolto il furore dei papisti, pe' quali egli è
ancora oggi la fonte velenosa, cui i nemici del Papato, soprattutto i
protestanti, avrebbero attinto le loro calunnie sul conto di Alessandro
VI. Il furore si spiega. Il _Diario_ del Burkard, oltre il giornale
dell'Infessura, che già sino dagl'inizii del 1494 rimane interrotto,
è l'unico scritto composto in Roma intorno alla Corte di Alessandro,
ed ha al tempo stesso un carattere officiale. Ma quei, che sono usi
a palliare ogni azione papale, avrebbero frenato il loro odio contro
il Burkard, dove avessero conosciuto le relazioni degli ambasciatori
veneti e i dispacci di tanti altri inviati, di cui qui s'è fatto
tesoro.
Il Burkard è così poco malevolo da tacere tutte le relazioni intime
di Alessandro. Egli nota soltanto fatti, non voci vaghe; ed anche
quelli attenua o diplomaticamente vi stende sopra un velo. Non egli,
ma l'ambasciatore veneto, Polo Capello, informa come Cesare Borgia
pugnalasse il cameriere Perotto, che s'era rifugiato sotto il manto
del Pontefice. Che Cesare avesse ammazzato il fratello Gandia, lo dice
apertamente lo stesso ambasciatore, e lo dice pure un agente ferrarese:
il Burkard non ne fa motto.[127] Egli non parla neppure del fatto di
aver Cesare spedito all'altro mondo il cognato Alfonso. Le relazioni
de' membri della famiglia Borgia tra loro o con persone estranee, come
i Farnesi, i Pucci e gli Orsini; tutta quella immensa rete d'intrighi
nella Corte del Papa; la lunga serie di delitti commessi; le estorsioni
di danaro; il mercato di cappelli cardinalizii; e tante altre cose,
delle quali i dispacci degl'inviati son pieni; tutto ciò non lo
apprendiamo dal Burkard. Vannozza stessa egli non nomina che una volta
sola, e nemmeno sotto il suo nome esatto. Nulla di meno due luoghi
soltanto di quel _Diario_ hanno principalmente suscitata la massima
irritazione: la notizia dell'orgia delle 50 cortigiane in Vaticano, e
l'accusa contro i Borgia nella lettera anonima a Silvio Savelli. Questi
due luoghi si trovano riprodotti in tutte le copie conosciute, e, senza
dubbio, derivano dall'originale del _Diario_. Che la lettera a Silvio
non sia invenzione del Burkard nè di protestanti male intenzionati, lo
mostra il fatto, che anche Marin Sanuto l'ha inserita nel suo _Diario_.
Che similmente nè il Burkard nè altri venuti più tardi abbiano
escogitata la favola del baccanale in Vaticano, lo mostra appunto
quella lettera, il cui autore vi si riferisce come a fatto conosciuto.
E lo prova anche il Matarazzo da Perugia. Perchè anch'egli lo racconta,
non dietro le parole del Burkard, il cui manoscritto difficilmente potè
mai vedere; ma dietro notizie da lui direttamente attinte. Egli osserva
di più, che a queste dava piena fede, perchè l'accaduto — dic'egli — è
stato conosciuto per ogni dove, e io n'ho scritto, perchè le persone
che me lo hanno assicurato non sono soltanto il popolo romano, ma
l'italiano.
Questa osservazione fa chiaramente scoprire la fonte dello scandaloso
racconto: la tradizione popolare. Forse dovette formarsi in occasione
di qualche festa data realmente da Cesare nell'abitazione sua in
Vaticano. Colà un'orgia di quella natura o qualcosa di simile può bene
aver avuto luogo. Pure chi oserà credere che Lucrezia stessa, già
legalmente moglie di Alfonso d'Este, e in procinto di partirsi per
Ferrara, abbia potuto assistervi come spettatrice col sorriso sulle
labbra?
Del rimanente, quello è l'unico luogo nel _Diario_ del Burkard, ove
Lucrezia apparisca sotto luce sì brutta. In niun altro ha detto di
lei nulla di disonorevole. Non si può dunque in quello cercar la
conferma delle accuse dei Napoletani e del Guicciardini. E come non
nel _Diario_, così la non si trova neppure altrove; quando non si
attribuisca al Matarazzo un'autorità, cui non può pretendere. Egli
racconta che Giovanni Sforza scoprisse le criminose relazioni di sua
moglie con Cesare e con Don Juan; e a questa scoperta si aggiungesse
un sospetto anche più orrendo; ond'egli, lo Sforza, avrebbe perciò
ammazzato il Gandia e sarebbe quindi fuggito da Roma; ed in conseguenza
Alessandro avrebbe fatto sciogliere il matrimonio di lui. Anche a
prescindere da sì mostruosa opinione, stando alla quale la stessa donna
nel tempo medesimo si sarebbe resa colpevole di un triplice incesto,
il racconto del Matarazzo contiene un'inesattezza storica, perchè lo
Sforza aveva abbandonato Roma già due mesi innanzi la morte del Gandia.
Il dispaccio autentico dell'inviato ferrarese in Milano, del 23 giugno
1497, ha chiarito in modo incontrastabile che l'autore vero di quelle
voci su Lucrezia fu il marito ignominiosamente ripudiato. Di certo,
niuno meglio di colui poteva allora conoscere il carattere e la maniera
di vivere di Lucrezia. Nondimeno avanti a qualunque tribunale, in ogni
tempo, lo Sforza sarebbe l'ultimo de' testimoni, il deposto del quale
meritasse fede. Acceso d'odio e di vendetta, attribuì all'indegno
Papa quei turpissimi motivi allo scioglimento del matrimonio. E il
sospetto da lui manifestato si diffuse e prese le proporzioni di una
voce; e di voce in voce divenne opinione. Ma è pur singolare che Guido
Postumo, il fedele partigiano dello Sforza, che vendicava l'oltraggio
del suo signore con epigrammi contro Alessandro, nè abbia espresso quel
sospetto, nè in generale fatto mai menzione di Lucrezia.[128]
Sospetto simile non trasparisce da alcuno de' molti dispacci
contemporanei. Solo in una lettera privata presso il Malipiero da Roma
del 17 giugno 1497 e nella Relazione di Polo Capello si accenna alle
voci dell'oscena relazione della sorella col fratello Don Juan.[129]
Sarebbero forse stati solo codesti rumori cagione, che niuno abbia
giammai riferito di relazioni amorose di Lucrezia con altra persona
conosciuta non fosse che di nome; tuttochè in Roma tanti cortigiani,
tanti giovani baroni e cardinali licenziosi fossero quotidianamente
in contatto con lei? Difatto sul conto di questa bella e giovane donna
non è dato scoprire una traccia sola di un vero intrigo amoroso. Anche
la voce di quell'ambasciatore, che non da Roma, ma da Venezia mandava
a Ferrara la nuova, aver Lucrezia partorito un bambino, non è che
una voce solitaria, che non trova riscontro di sorta. Lucrezia era
allora separata già da un anno dal marito Giovanni Sforza. Si ammetta
pure che la voce fosse fondata, e che Lucrezia si fosse stretta in
relazione d'amore con qualcuno in Roma, la cui persona ci è rimasta
sconosciuta. Ma, e che forse relazioni e passi falsi di tal natura non
sono frequenti abbastanza nella società di ogni tempo? Anche oggi siam
facili a perdonarli soprattutto nelle classi elevate.
Niuno può indursi a credere che Lucrezia Borgia, in mezzo alla
corruzione romana e in quella cerchia di persone cui apparteneva,
potesse mantenersi immacolata. Ma dall'altra parte niun uomo
spregiudicato avrà animo di affermare che siasi resa colpevole di
quelle turpitudini senza nome. Se si suppone possibile nella natura di
una giovane l'inconcepibile forza, di cui l'uomo più dissoluto e più
rotto al vizio appena è capace, di saper, cioè, nascondere l'intimo
disfacimento morale, che in tutto l'essere spirituale il più infame dei
delitti non può non generare, di nasconderlo, dico, sotto la maschera
di una grazia sorridente; bisognerebbe allora dire che Lucrezia Borgia
nel magistero della ipocrisia abbia posseduto potenza trascendente
ogni limite dell'umano. Ma nulla entusiasmava tanto i Ferraresi quanto
la grazia sempre serena e gioviale della sposa di Alfonso. Ogni donna
sensibile può giudicare se fosse Lucrezia in grado di manifestarsi in
tal guisa, posto che covasse nell'animo tanta colpa; e se il viso della
moglie di Alfonso d'Este, nell'effigie del 1502, potesse esser quello
della inumana furia nell'epigramma del Sannazzaro.