L'anno del Giubileo 1500 fu anno avventuroso per Cesare; ma sciagurato
per Lucrezia. Essa lo cominciò andando il primo giorno dell'anno con
solenne corteggio al Laterano. Andò a cavallo per pregare e compiere
il prescritto pellegrinaggio per le chiese di Roma. Il corteggio si
componeva di 200 cavalieri, gentiluomini e dame. Lucrezia cavalcava
una chinea riccamente adorna. A fianco suo, a sinistra, il marito Don
Alfonso; a destra una dama della sua corte; dietro il capitano della
guardia palatina, Rodrigo Borgia. Passando pel Ponte Sant'Angelo, il
padre si fece trovare ad un terrazzino del Castello, per godersi lo
spettacolo dell'amata figliuola.
Il nuovo anno non fu nunzio ad Alessandro che di prospere novelle, se
una ne togli, la morte del cardinal legato, Giovanni Borgia, vescovo
di Melfi e arcivescovo di Capua, che, per distinguerlo da un altro
cardinale dello stesso nome, era chiamato _Iuniore_. Morì in Urbino l'8
gennaio 1500, rapito, a quel che pare, da un accesso di febbre. Così
informava Elisabetta, la moglie di Guidobaldo, suo fratello Gonzaga in
una lettera del giorno istesso da Fossombrone.[100]
Cesare trovavasi appunto in Forlì, quando il mattino medesimo del
12 gennaio, in cui la cittadella gli si era arresa, gli giunse la
nuova della morte del cardinale. La comunicò immediatamente al duca
di Ferrara con una lettera, nella quale diceva Giovanni Borgia,
chiamato dal Papa a Roma, e partitosi da Forlì per colà, esser poi
morto di catarro in Urbino. Il fatto che quegli fosse stato al campo
di Cesare, e che, come dalla lettera di Elisabetta risulta, fosse
arrivato ad Urbino già malato, diede verosimiglianza al sospetto di un
avvelenamento da parte di Cesare.
È singolare che, nella lettera al duca, Cesare chiamasse il morto
fratello suo.[101] Ercole mandò lettera di condoglianza il 18 gennaio,
e anch'egli chiamò il cardinale _fratello_ di Cesare. Se ne dovrà forse
indurre, che Giovanni Borgia _iuniore_ fosse stato anch'egli figlio
di Alessandro VI? V'ha di più: il cronista ferrarese Zambotto, là ove
nota la morte del cardinale, lo chiama esplicitamente _figliuolo di
papa Alessandro_.[102] Se così fosse, il numero de' figli di costui
ne sarebbe di molto accresciuto, perchè allora anche Ludovico Borgia
era figlio suo. E quest'ultimo Borgia fu di fatto l'erede speciale de'
beneficii di Giovanni. Divenne anche arcivescovo di Valenza e poscia
cardinale. Egli annunziò la sua promozione al marchese di Mantova con
lettera, nella quale, proprio come Cesare, chiamava _fratello_ suo il
defunto.[103]
Nulladimeno tutto ciò non basta a porre in dubbio la discendenza
sin qui ammessa di Giovanni Borgia _iuniore_. Lo Zambotto, di certo,
s'ingannò. La parola fratre usata in quelle lettere non altro vuol
significare che _fratello cugino_.[104]
Il 14 gennaio giunse in Vaticano la nuova che Cesare aveva espugnato
il castello di Forlì. Dopo valorosa difesa Caterina Sforza-Riario con
due suoi fratelli era stata costretta ad arrendersi. Questa nipote del
grande Francesco Sforza di Milano, figliuola naturale di Galeazzo Maria
e sorella illegittima di Bianca, moglie dell'imperatore Massimiliano,
poteva ben valere come l'ideale di quelle donne eroiche italiane,
che non vissero solo ne' poemi romantici del Boiardo e dell'Ariosto,
ma ebbero esistenza vera anche nel campo della realtà. L'essenza
loro trascende i limiti della natura femminea, e rasenta perciò la
caricatura. Per comprendere l'esistenza di tali caratteri di donne, ne'
quali bellezza e coltura, coraggio e intelligenza, voluttà e ferocia
si disposavano, creando una strana apparizione, fa uopo conoscere le
condizioni dei tempi, nel mezzo delle quali si produssero. E i destini,
cui successivamente andò incontro la Caterina Sforza, non potevano non
far di lei un'Amazzone.
Giovane ancora, ella erasi sposata col ruvido nipote di Sisto IV,
con Girolamo Riario, conte di Forlì. Poco dopo il suo feroce padre
era stato sgozzato in Milano per mano di nemici della tirannia. Poi
il marito cadde sotto il pugnale di congiurati, che ne precipitarono
il cadavere nudo giù dalle finestre del castello di Forlì. Ma
Caterina con audace coraggio seppe mantenere pe' figliuoli la
rôcca, e vendicò il marito con orrenda crudeltà. D'allora in poi
ella divenne, come Marin Sanuto la chiama, donna di grande animo, e
quasi crudelissima virago.[105] Sei anni più tardi vide la morte del
fratello Giangaleazzo, avvelenato da Ludovico il Moro. Innanzi agli
occhi suoi fu pure ammazzato in Forlì, anche per mano di congiurati,
il secondo suo marito, benchè non officiale, Giacomo Feo di Savona.
Saltò immediatamente a cavallo; e, con dietro le sue guardie, andò nel
quartiere degli assassini, e ogni essere vivente senza distinzione,
donne e bambini persino, fece mettere a pezzi. Nel 1427 mandò al
sepolcro un terzo amante, Giovanni Medici.
Codesta Amazzone aveva retto con sagacia ed energia il suo piccolo
paese, sinchè da ultimo cadde nelle mani di Cesare. Pochi forse ebbero
a rimpiangere la sua sorte. Arrivata a Milano la nuova, trovarsi ella
in potere di Cesare e quindi anche di papa Alessandro, il famoso
generale Giangiacomo Trivulzio sorridendo disse parola insolente,
che a sufficienza mostrò con quanto gradimento quella notizia fosse
accolta.[106] Cesare la condusse a Roma qual nuova Regina di Palmira,
in catene d'oro, così corse la favola. Egli fece il suo ingresso
solenne il 26 febbraio. Il Papa destinò Belvedere per abitazione alla
prigioniera.
La città allora rigurgitava di pellegrini, che anche da un papa
Borgia venivano per ottenere l'indulgenza del Giubileo. V'era tra gli
altri venuta Elisabetta Gonzaga, moglie di Guidobaldo da Urbino. Il
pellegrinaggio della celebre donna fu impresa molto arrischiata, avendo
il Papa già posto secretamente Urbino nella lista di proscrizione
de' feudatarii della Chiesa; e Cesare già da parte sua riguardava
quel paese come suo bottino. Il pensiero d'incontrarsi in Roma con
quest'ultimo non doveva esser per lei poco tormentoso. Con quanta
facilità non avrebbero potuto coloro accampare un pretesto, pur che
fosse, per tenerla captiva anche lei? Il fratello Francesco Gonzaga
la sconsigliò dal suo proposito. Nulladimeno ella gli scrisse, già in
viaggio per Roma, una lettera così amorevole e tanto attraente, che ci
piace qui riprodurla per intero.
«Illustrissimo Principe e Signore; fratello onorandissimo: — A questi
giorni mi son partita da Urbino e messami in cammino per andare a Roma
a fin di conseguire il Giubileo. Di questa gita, del resto, io feci
già da alcuni giorni avvisata l'Eccellenza Vostra. Oggi, trovandomi
ad Assisi, ho ricevuto una sua, dalla quale rilevo ch'ella vuole
persuadermi e indurmi a desistere dall'andare, pensando forse, che
non mi fossi ancor messa in cammino. Di che ho provato grandissima
dispiacenza ed immenso affanno. Perchè da un canto avrei voluto sì in
questa come in qualunque cosa altra cedere ed essere obbedientissima ad
ogni volere di Vostra Signoria Illustrissima, che ho sempre avuta in
luogo di padre nè ho altrimenti, e giammai non è stato in me animo nè
pensiero, se non di concorrere ad ogni sua voglia. Dall'altro canto,
dopo che già mi trovo, come ho detto, in viaggio e fuori dello Stato;
dopo aver per mezzo del signor Fabrizio e di madonna Agnesina, mia
onorevole cognata e sorella, fatto provvedere in Roma alla casa e ad
ogni altra cosa necessaria, e assicurati costoro di dovermi ritrovare
a Marino fra quattro giorni, talchè il signor Fabrizio m'è venuto
incontro per farmi compagnia; dopo, per di più, esser corsa voce
della mia partenza e della mia gita; non saprei davvero veder modo
come oramai ritrarmi con onore di mio marito e mio. La cosa è andata
tanto avanti, e tanto maggiormente, in quanto v'ho proceduto con la
piena intelligenza e buona volontà dello stesso mio marito, dopo aver
bene considerata ogni cosa. Del rimanente, la Signoria Vostra non
deve per questa mia andata concepir nell'animo affanno o sospetto di
sorta. Affinchè ella sia bene informata di tutto, sappia che io prima
me ne vo' a Marino, e quindi di lì, in compagnia della detta madonna
Agnesina, me ne vo' incognita a Roma per far la debita visitazione
delle chiese ordinate a conseguire il santo Giubileo. Io non avrò a
mostrarmi e neppure a parlare con persona alcuna; mentre, pel tempo
che starò a Roma, andrò ad alloggiare in casa del fu cardinal Savello:
abitazione codesta buona e convenientissima al desiderio mio, in
mezzo a' partigiani de' Colonnesi; abbenchè intenzione mia sarebbe di
tornare per la maggior parte del tempo a stare a Marino. Sicchè Vostra
Signoria deve senza alcun dubbio contentarsi di questa mia andata, e
non pigliarne dispiacere alcuno. E quantunque tutte le addotte ragioni
siano efficacissime a indurmi non solo a continuare il mio viaggio, ma
bensì a farmelo intraprendere ove non fussi ancora partita; tuttavolta,
quando per avventura mi ritrovassi di non essere partita, non mica per
dubbio veruno o disturbo che io conosca potesse nascermene, ma solo
per desiderio di soddisfare la Signoria Vostra, in questa come in ogni
cosa, avrei abbandonato quel progetto. Se non che, al punto ove ne
sono, e quando Vostra Eccellenza avrà letto questa mia lettera, son
certa che dell'andar mio sarà contenta. Ed io ne la prego e supplico.
E perchè possa con più contentezza e soddisfazione d'animo pigliare
questo Giubileo; voglia significarmi con una sua diretta a Roma esser
proprio così, ch'ella, cioè, se ne contenti. Altrimenti io ne starò in
continua agonia e affanno. Mi raccomando alla buona grazia di Vostra
Eccellenza. — Assisi, 21 marzo 1500.»[107]
Agnesina da Montefeltro, della quale parla la lettera, sorella di
Guidobaldo, donna piena di spirito e d'intelligenza, erasi sposata
con Fabrizio Colonna, che più tardi divenne un gran capitano italiano.
Essa aveva allora 28 anni. Viveva col marito nel castello di Marino su'
Monti Albani; e quivi nel 1490 aveva dato alla luce Vittoria Colonna,
futuro ornamento di casa sua. Elisabetta trovò questa bella fanciulla
già promessa a Ferrante d'Avalos, figlio del marchese Alfonso di
Pescara. Ferdinando II di Napoli sin dall'anno 1495 aveva cooperato
agli sponsali de' due fanciulli, per far cosa grata ai Colonna,
partigiani di Aragona.
Sotto la protezione degl'illustri parenti la duchessa d'Urbino visitò
effettivamente Roma, ove si tenne in stretto incognito, e vi restò
sino al sabato dopo Pasqua. Nelle gite a San Pietro forse rivolse
spesso un mesto sguardo verso Belvedere, là ove giaceva prigioniera
la più coraggiosa donna d'Italia, alla quale probabilmente la legava
amicizia. Che Caterina Sforza, dall'ingresso di Cesare, il 26 febbraio,
si trovasse a Belvedere, lo attesta una lettera di quel giorno
dell'ambasciatore veneziano in Roma alla Signoria. E i pensieri di
Elisabetta dovevan farsi tanto più cupi e penosi, in quanto il marito
ed il fratello Gonzaga, entrambi al servizio di Francia, avean dovuto
abbandonare quella principessa all'estrema rovina.
Aveva costei lasciato appena Roma, quando a Caterina Sforza fu recata
la nuova, che anche i due zii di lei Ludovico e Ascanio erano in
potere del re di Francia. Dopo avere nel febbraio 1500 riconquistato
Milano con truppe svizzere, furon poscia, il 10 d'aprile, vilmente
traditi presso Novara dagli stessi mercenarii. Ludovico fu tradotto in
Francia, ove, dopo 10 anni, morì miseramente nella torre di Loches.
E anche il cardinale Ascanio, un tempo così potente, dovette andare
in Francia come prigioniero. Immensa tragedia fu quella che si svolse
nella casa Sforza. Quale commozione non dovette provare la Caterina
nella prigione, in vedere tutta la stirpe sua soggiacere così alle
atrocità del destino! Chi sappia collocarsi in quel mezzo, sente l'aria
oppressiva del fato inesorabile della storia, della quale lo Shakspeare
ha circondato le sue tragiche figure.
Carcerieri di Caterina erano i più spaventevoli uomini del tempo,
il Papa e suo figlio. Il pensiero solo della vicinanza loro doveva
riempirla tutta di terrore. Essa era là, sull'alto Belvedere, sempre
temendo il veleno di Cesare. Ed era davvero un miracolo che la si
lasciasse vivere. Tentò fuggire, ma non riuscì. E per questo Alessandro
la fece rinchiudere in Castel Sant'Angelo. Ma i signori francesi,
al servizio di chi l'aveva perduta, specialmente Ivo d'Allegre, la
salvarono, cavallerescamente protestando presso il Papa. Dopo una
prigionia di 18 mesi questi le permise sceglier Firenze per asilo. Egli
stesso la raccomandò alla Signoria con questa lettera:
«Diletti figliuoli, salute e benedizione apostolica. — Viene costì
l'amata figlia in Cristo, la gentildonna Caterina Sforza. Dopo averla,
come v'è noto, tenuta un pezzo prigioniera per ragionevoli motivi,
l'abbiamo graziosamente lasciata libera. E poichè, giusta l'abitudine
nostra e il nostro pastorale ufficio, non abbiamo usato soltanto grazia
verso la stessa, ma, per quanto Iddio cel concede, desideriamo anche
provvedere con paterna bontà al suo meglio; così abbiamo stimato bene
scrivervi per raccomandarla vivamente alla devozione vostra. Essa viene
pienamente fiduciosa nella nostra benevolenza a star tra voi, come
in sua propria patria; epperò non abbia a rimaner delusa nella sua
speranza con le raccomandazioni nostre. Ci sarà quindi cosa gratissima
apprendere, che, in grazia dell'omaggio da lei reso alla città vostra,
ed anche per riguardo verso di noi, sia stata da voi bene accolta
e ben trattata. Data a Roma presso San Pietro sotto l'anello del
Pescatore, il 13 luglio 1501. Nell'anno nono del nostro Pontificato. —
Adriano.»[108]
Caterina Sforza morì in un monastero di Firenze nell'anno 1509. Alla
patria lasciò un figlio della stessa tempra sua, Giovanni Medici,
l'ultimo gran condottiere italiano, divenuto famoso nella storia della
guerra come capitano delle _bande nere_. Una figura marmorea di questo
capitano dalla forza erculea e dalla nuca di Centauro sta ancora assisa
all'angolo della Piazza di San Lorenzo in Firenze.