Lucrezia non poteva che rallegrarsi della prolungata assenza del
fratello. Nel Vaticano s'era fatta un po' di quiete; e, oltre di lei,
solo Don Jofrè teneva corte con donna Sancia, alla quale era stato
concesso di tornare.
Noi potremmo approfittare di questa pausa tranquilla per farci un'idea
della vita privata di Lucrezia, dell'ordinamento della sua corte, e
delle persone che l'accerchiavano. Pure la cosa è difficile. Non un
contemporaneo ne discorre. Il Burkard stesso ci presenta Lucrezia solo
di rado, e sempre in connessione con gli avvenimenti in Vaticano.
Una volta soltanto ci conduce alla sfuggita nel palazzo di lei, il
27 febbraio 1496, quando i cardinali nuovamente eletti, Martino di
Segovia, Giovanni Lopez, Giovanni Borgia e Giovanni De Castro, andarono
a farle visita.
Nemmeno i diplomatici stranieri, per quanto i dispacci loro ci
son noti, diedero in quel tempo informazioni sulla vita privata di
Lucrezia. Di questo periodo romano non abbiamo nè lettera di lei o
a lei indirizzata, nè poesia che parli di lei, non foss'altro uno di
quei sanguinosi epigrammi del Sannazzaro o del Pontano, che l'hanno
stigmatizzata come la più sfacciata delle cortigiane. Nulladimeno se vi
fu mai giovane donna capace d'infiammare la fantasia di poeti, fu, per
certo, Lucrezia, nel fiore della gioventù e bellezza sua. Le relazioni
sue col Vaticano, il mistero che la circondava, i destini cui incontrò,
facevan di lei la più attraente delle donne che in Roma fosse a quel
tempo. In qualche biblioteca giaceranno forse ancora sepolti i versi
che un tempo i poeti di Roma dovettero dedicarle. E numerosi saranno
stati coloro che s'affollavano alla corte della figlia del Papa per
fare omaggio alla sua bellezza e averne protezione.
Appunto in Roma Lucrezia potè vivere in contatto con molti uomini di
alto ingegno, chè anche sotto la dominazione de' Borgia le muse non
furon bandite dal Vaticano nè, per lo meno, da Roma. Certamente nelle
corti mondane d'Italia, più che in quella di un Papa, donne d'origine
principesca potevano dedicarsi con maggior fervore ai bisogni della
coltura. Ed è vero che anche Lucrezia potette solo più tardi, in
Ferrara, seguire l'esempio delle principesse di Mantova e di Urbino.
Nel periodo romano s'aggiungeva, ch'essa era troppo giovane, e la sua
vita domestica troppo legata e inceppata; onde difficilmente le fu
dato spiegare influenza sui circoli letterarii e artistici di Roma.
Nulladimeno per lo stato suo dovette, senza dubbio, essere in relazione
con quelli.
Suo padre non era insensibile ai diletti dello spirito. Ebbe egli
pure i suoi cantori e i suoi poeti di corte. Il festeggiato Aurelio
Brandolini improvvisava ad alta voce ai banchetti in Vaticano, nè
v'è da dubitare che si facesse sentire anche nel palazzo di Lucrezia.
Egli morì nell'anno 1497. Lo stesso onore cercò il favorito di Cesare,
Serafino d'Aquila, il Petrarca del tempo; morto ancora giovane a Roma
nel 1500.
Cesare stesso amava la poesia e le arti, sia come qualunque uomo bene
educato nella Rinascenza, sia come ogni grande signore e tiranno.
Francesco Sperulo era suo poeta di corte. Serviva sotto le bandiere
di lui; e fu il cantore della guerra in Romagna e Camerino.[93]
Alcuni poeti romani divenuti dappoi celebri avranno recitato i loro
versi innanzi a Lucrezia; così Emilio Boccabella ed Evangelista
Fausto Maddaleni. Splendevano già come poeti e retori i tre fratelli
Mario, Girolamo e Celso Mellini. Similmente non meno reputati erano i
fratelli di casa Porcaro, Camillo, Valerio e Antonio. C'imbattemmo già
in Antonio Porcaro, qual testimone agli sponsali di Girolama Borgia
nell'anno 1482, e poscia qual procuratore di Lucrezia nella promessa di
matrimonio di lei col Centelles nell'anno 1491. Ciò mostra come intimi
fossero e si serbassero i legami de' Porcari con i Borgia.
Questa famiglia romana, per la sorte toccata a Stefano, imitatore
di Cola di Rienzo, era divenuta celebre nella storia della città. I
Porcari pretendevano discendere dai Catoni, e per questo si chiamavano
_Porcius_. Stretti in amicizia con i Borgia, affermavano pure essere
parenti di costoro. Perchè Isabella, madre di Alessandro VI, doveva
esser derivata dai romani Porcari, che d'un qualche modo erano
iti nella Spagna. La somiglianza di suono dei due nomi latinizzati
_Borgius_ e _Porcius_ fu certo occasione al bisticcio.
Oltre Antonio, anche Jeronimo _Porcius_ era uno dei più ardenti
partigiani de' Borgia. Assunto appena alla sede papale, Alessandro lo
fece Auditore di Rota. Egli scrisse un lavoro, pubblicato in Roma nel
settembre 1493, col titolo _Commentarius Porcius_, che dedicò ai Reali
di Spagna. Descrive l'elezione e incoronazione di Alessandro VI, e
raccoglie, liberamente compendiandoli, i discorsi di obbedienza rivolti
al Papa dagli oratori italiani. È impossibile spingere l'adulazione
cortigiana più in là di quel che abbia fatto lui, Jeronimo, affettato
pedante, vanitoso chiacchierone e papista fanatico. Alessandro lo fece
vescovo di Andria e governatore di Romagna. E quivi, a Cesena, egli
compose nel 1497 un dialogo, che ha per soggetto _Savonarola e gli
errori di lui intorno al potere del Papa_. Sostanza intima del tutto è
il principio fondamentale degl'infallibilisti, che è cristiano solo chi
al Papa obbedisce ciecamente.[94]
Porcius volle provarsi anche nella poesia. Ne' versi al _Bove
Borgia_ magnificò il Papa e il cardinal Cesare, che chiamava massimo
benefattore suo.[95] Fu puranco lui che probabilmente scrisse l'elegia
in morte del duca di Gandia, che s'è conservata sino a noi.[96]
Mediante i Porcari, anche il giovane Fedro Inghirami dovette entrare
in relazione con Lucrezia. Questi è quel ciceroniano ammirato da
Erasmo, e che Raffaello, ritraendolo, ha reso immortale. Sin d'allora
aveva richiamata su di sè l'attenzione di Roma. Ai funerali, che
l'ambasciatore di Spagna fece solennizzare il 16 gennaio 1498 in
San Giacomo a Piazza Navona per la morte dell'infante Don Giovanni,
Inghirami pronunziò un'ammirabile orazione. Egli distinguevasi anche
come attore sul teatro del cardinale Raffaele Riario.
Il dramma cominciava allora a spiccare il primo volo, non solo alla
corte dei Gonzaga e degli Este, ma anche in Roma. Alessandro stesso
n'era tenero, non fosse che per l'inclinazione sua alla sensualità.
In ogni festa di famiglia al Vaticano faceva dare commedie e balli.
Attori probabilmente dovevano essere giovani accademici della scuola
di Pomponio Leto, e nulla c'impedisce di ammettere che l'Inghirami, i
Mellini, i Porcari si mostrassero sulla scena in Vaticano ogni volta
che di farlo se ne porgesse l'occasione. A tali rappresentazioni potè
anche cooperare Carlo Canale, il marito di Vannozza, che sin da Mantova
aveva pratica col teatro. E non meno di lui lo potè pure Pandolfo
Collenuccio, che più volte fu a Roma come agente di Ferrara, e v'entrò
in personali relazioni co' Borgia.
Il celebre Pomponio, al quale Roma andava debitrice della rinascenza
del teatro, visse gl'ultimi anni suoi sotto il governo di Alessandro,
circondato da grande reputazione. Forse questi era pure stato discepolo
suo, come indubbiamente lo fu il cardinal Farnese. Pomponio morì il
6 giugno 1498; e il Papa medesimo, che allora appunto aveva fatto
ardere vivo il Savonarola, mandò la sua Corte nella chiesa d'Aracoeli
all'esequie di quel maestro dell'antico paganesimo. Questa estrema
dimostrazione d'onore basterebbe a provare, che Pomponio era conosciuto
personalmente da' Borgia. Oltreacciò uno dei discepoli più fervorosi
di lui, Michele Ferno, era già da lunga pezza partigiano entusiasta
di Alessandro. Ancorchè questo Papa avesse nel 1501 emanato il primo
editto di censura, pure ei non fu nemico della coltura scientifica.
Favoreggiava l'Università Romana, ove al tempo suo insegnavano uomini
di gran valore, quali Pietro Sabino e Giovanni Argyropulos. Similmente
uno dei più grandi genii, che diede all'umanità intera onore e lume, fu
per un anno l'ornamento di quella Università e del regno di quel Papa.
Nell'anno del Giubileo 1500, dalla terra lontana di Prussia Copernico
venne a Roma e vi tenne pubbliche lezioni di matematica ed astronomia.
Fra i cortigiani di Alessandro erano uomini notabili, che Lucrezia
dovette necessariamente avere in pratica. Il maestro di cerimonie,
Burkard, in ogni solennità, nella quale la figlia del Papa doveva
intervenire in Vaticano, regolava la forma prescritta. Frequenti quindi
le visite che quegli dovette farle. Ed essa, di certo, non ebbe mai
presentimento alcuno, che, dopo secoli, le note di codesto Alsaziano
sarebbero state quale specchio, che innanzi alla posterità avrebbe
riflettuto le figure de' Borgia. Nondimeno il _Diario_ di lui non getta
nemmeno uno spiraglio di luce sulla vita privata di Lucrezia. E, per
verità, dar contezza di questa non entrava nell'ufficio suo.
Giammai scrittore di diario non fu, al pari di lui, rapido e conciso
altrettanto, tranquillo ed impassibile nel descrivere gli avvenimenti
a lui presenti, capaci di offrire materia ad un Tacito. Che il Burkard
non fosse amico dei Borgia, lo mostra il modo in che ha compilato le
sue notizie; le quali, del resto, sono tutt'altro che falsificazioni.
Pure quest'uomo sapeva nascondere i sentimenti suoi, se pure non
erano già da tempo come pietrificati sotto quella farragine tutta
formalistica inerente al suo ufficio. Quotidianamente era sempre in
moto nel Vaticano, quasi macchina del cerimoniale, il quale incarico
vi tenne sotto il regno di cinque papi. Ai Borgia dev'esser sembrato
un pedante al tutto inoffensivo; altrimenti non gli avrebbero permesso
di osservare, di scrivere, e nemmeno di vivere. Anche quel poco che
aveva registrato nel suo _Diario_ sarebbe bastato a farlo morire,
se Alessandro o Cesare ne avessero avuto sentore. Ma sembra che i
diarii dei maestri di cerimonie non soggiacessero ad alcuna ispezione
officiale. Senza ciò Cesare, di certo, non l'avrebbe risparmiato,
egli, che pugnalò Pedro Calderon Perotto, benchè favorito di suo
padre, e fece anche trucidare quel cavalier Cervillon, che alle feste
in Vaticano incontrammo già più volte incaricato delle più cospicue
funzioni.
Egli non rispettò nemmanco lo scrittore secreto Francesco Troche, del
quale Alessandro VI s'era spesso servito in faccende diplomatiche. Il
Troche, che una notizia veneziana dice spagnuolo, era un colto umanista
come Canale, e, al pari di questo, in amichevoli relazioni co' Gonzaga.
Leggiamo ancora lettere di lui alla marchesa Isabella, con le quali
la richiedeva di certi sonetti.[97] E quella si rivolgeva a lui nelle
sue faccende domestiche. Lo incaricò una volta di far per lei ricerca
in Roma di un _Cupido_ antico. Senza dubbio, egli fu nel novero de'
più intimi conoscenti di Lucrezia. Nel giugno 1503 Cesare fece anche
scannare quest'altro favorito del padre.
Pari al Burkard e a Lorenzo Behaim un terzo tedesco fu anche ben
addentro nelle faccende familiari de' Borgia, Gorizio di Lussemburgo,
festeggiato più tardi, sotto Giulio II e Leon X, come il prediletto
di tutti gli Accademici. Ma sin dal tempo di Alessandro raccoglieva
nella casa sua, al Foro Traiano, il mondo dotto ad accademici
trattenimenti. Tutti i Tedeschi erano in cerca di lui. In casa sua
ricevette indubbiamente il Reuchlin, venuto a Roma nel 1498; poi
Copernico; quindi Erasmo e Ulrico di Hutten, che con grato animo
se ne sovviene. E sotto quel tetto ospitale deve aver visto anche
Lutero. Gorizio era referendario per le suppliche. Come tale conosceva
Lucrezia personalmente, perchè molti rivolgevano le domande loro alla
influentissima figlia del Papa. Anch'egli ebbe frequenti occasioni di
studio e di osservazioni nel Vaticano. Ma de' fatti osservati non prese
nota alcuna; ovvero i suoi diarii sparvero col sacco di Roma nel 1527,
nel quale Gorizio perdette ogni cosa.
V'era pure un altro uomo conosciutissimo personalmente da Lucrezia,
il quale, forse meglio di chiunque altro, avrebbe potuto scrivere le
memorie de' Borgia. Era questi il Nestore de' notai romani, il vecchio
Camillo Beneimbene, la persona di fiducia per i negozii legali di
Alessandro e di quasi tutti i cardinali e nobili di Roma. Egli era a
notizia degli affari privati e pubblici de' Borgia. Aveva conosciuto
Lucrezia ancora bambina. Tutti i contratti nuziali di costei furono da
lui ricevuti. Teneva studio sulla Piazza de' Lombardi, oggi San Luigi
de' Francesi. Durò colà nell'ufficio suo sino al 1505, mentre solo con
quest'anno finiscono i contratti da lui rogati.[98] Un uomo che da sì
lungo tempo era testimone d'ufficio e assistente legale de' Borgia
nelle più importanti faccende familiari, e che perciò stesso doveva
essere intimamente informato dei secreti loro, prese sicuramente nella
casa, e soprattutto rispetto a Lucrezia, il posto di un amico pieno di
paterno affetto. Il Beneimbene non c'ha lasciato scritto nulla delle
sue osservazioni. Ma nell'Archivio de' notai al Campidoglio si conserva
ancora il suo protocollo, ch'è davvero della più alta importanza.
Molto intimo co' Borgia era un dottissimo umanista, Adriano Castelli
di Corneto, scrittore secreto di Alessandro, il quale più tardi lo
fece cardinale. Come secretario del Papa è naturale che fosse anche
in relazione con Lucrezia. Nel novero de' più prossimi conoscenti di
quelli sono, senza dubbio, da porre anche i celebri latinisti Cortesi,
il giovane Sadoleto, familiare del cardinale Cibo, il giovane Aldo
Manuzio, i fratelli Raffaele e Mario Maffei da Volterra, insigni
pel loro spirito, ed Egidio da Viterbo. Questi, che fu più tardi
predicatore famoso e cardinale, ebbe sempre intimità con Lucrezia,
anche divenuta duchessa di Ferrara. Esercitò anzi efficacia grande
sulle tendenze alla pietà, cui ella cedette in quel secondo periodo di
sua vita.
E non c'inganneremo neppure pensando la giovane duchessa di Bisceglie
in frequenti relazioni co' cardinali più notevoli, raffinati nella
coltura o nella galanteria, quali il Medici, il Riario, Orsini,
Cesarini e Farnese, per non dire de' Borgia e di tutti gli Spagnuoli.
Noi potremmo anche cercarla alle feste ne' palazzi de' signori romani,
come dei Massimi e degli Orsini, de' Santa Croce, Altieri e Valle;
ovvero nelle case de' ricchi banchieri, come degli Altoviti e Spanocchi
e di Mariano Chigi, i cui figli Lorenzo e Agostino, quest'ultimo di lì
a poco famoso, erano intimi confidenti de' Borgia.
Amore vivo e speciale potette prendere Lucrezia alle creazioni delle
belle arti in Roma. Anche Alessandro teneva occupati grandi maestri
nel Vaticano, ove il Perugino dipingeva per lui. Suo pittore di Corte
fu il Pinturicchio. Nel Palazzo del Vaticano — così il Vasari — questi
ritrasse, sopra la porta di una camera, la signora Giulia Farnese nel
volto d'una _Nostra Donna_; e nel medesimo quadro la testa di esso papa
Alessandro che l'adora. E in Castel Sant'Angelo fece il ritratto di
molti membri della famiglia Borgia.
«In Castel Sant'Angelo — aggiunge il Vasari stesso — egli dipinse
infinite stanze a grottesche; ma nel torrione da basso nel giardino
fece istorie di papa Alessandro; e vi ritrasse Isabella regina
cattolica, Niccolò Orsino conte di Pitigliano, Giangiacomo Trivulzi con
molti altri parenti ed amici di detto Papa, ed in particolare Cesare
Borgia, il fratello e le sorelle, e molti virtuosi di que' tempi.»
Lorenzo Behaim ha copiato gli epigrammi che si leggevano sotto sei di
tali quadri, _in Castel Sant'Angelo, giù nel giardino papale_. Tutti
rappresentavano gli avvenimenti di quell'epoca critica dell'invasione
di Carlo VIII, e tutti esaltavano Alessandro come trionfatore di
costui. Si vedeva dipinto il re in atto d'inginocchiarsi innanzi al
Papa nel giardino stesso di Castel Sant'Angelo; in altro quadro Carlo
prestando obbedienza nel Concistoro; in un terzo Filippo di Sens e
Guglielmo di San Malò in atto di ricevere la dignità cardinalizia; poi
la Messa in San Pietro, alla quale Carlo faceva da ministro; quindi la
processione a San Paolo, ove il re teneva la staffa al Papa; da ultimo
la partenza di Carlo per Napoli, il quale conduceva seco Cesare Borgia
e il sultano Djem.[99]
Le pitture, e con esse anche i ritratti della famiglia Borgia,
andaron tutte perdute. Più volte lo stesso Pinturicchio deve aver
ritratto la bella Lucrezia. Alcune figure nei quadri di questo maestro
riproducevano forse, senza ch'il sappiamo, le immagini de' Borgia.
E così pure in qualche bottega di antiquario o tra i molti ritratti
antichi, che nei palazzi di Roma e ne' castelli della campagna pendono
in fila dalle pareti polverose, ancora oggi forse, senza che il curioso
visitatore nemmanco lo sospetti, si troveranno ritratti di Lucrezia, di
Cesare e de' fratelli.
Degli artisti allora celebri Lucrezia dovette anche conoscere Antonio
di Sangallo, l'architetto di suo padre. Conobbe similmente Antonio del
Pollaiolo, il più reputato scultore della Scuola fiorentina in Roma,
negl'ultimi decennii del XV secolo. Ed ivi egli morì nell'anno 1498.
Pure la più notevole figura artistica di quel tempo in Roma era
Michelangelo. Egli v'andò la prima volta nel 1496, nella giovane età di
23 anni, quando sforzavasi a pigliare il suo primo volo. La città di
Roma era allora un mondo incantevole e magico per ogni geniale natura
artistica. Quella solenne concentrazione nel suo grande passato, che
da' monumenti dell'antichità e del Cristianesimo parlava un sì potente
linguaggio; quella sua maestà e quella solenne quiete, interrotta a
un tratto dall'esplodere di passioni furiose: tutto quel mondo oggidì
noi non siamo più in grado di rappresentarcelo vivamente. Non sappiamo
rappresentarci quello, come non possiamo nemmeno rappresentarci l'aura
spirituale della Rinascenza, che aleggiava su quelle rovine, nè la
terribile natura profana del Papato, nè la totalità delle disposizioni
interiori e morali di una generazione dotata di forza creatrice e
distruggitrice, che spesso portò in sè l'impronta della grandezza. In
vero, quella tendenza medesima, che produceva titanici delitti, generò
le opere non meno titaniche della Rinascenza. Sotto forme e caratteri
grandiosi si manifestarono allora il bene e il male insieme. Proprio al
pari di Nerone, sfacciato e audace, si mostrò un Alessandro VI innanzi
al mondo, disprezzandone il giudizio.
La Rinascenza resterà eternamente uno de' più ardui problemi
psicologici della civiltà: causa le profonde contradizioni che nel
seno suo accoglie, parte con spontaneità affatto ingenua, parte con
piena consapevolezza della incompatibilità loro; e causa pure quel
certo elemento demoniaco, onde le individualità sono in quel periodo
invasate.
Tutte le forze, tutte le virtù e i vizii furono allora messi in moto
dal desìo febbrile di goder della potenza, della gloria e dello
spirito. La Rinascenza è stata paragonata ad un baccanale della
civiltà. Si penetri addentro nelle figure di quei baccanti, e si
vedranno in se stesse scontorcersi, come quelle degli amanti in Omero,
che hanno il presentimento della ruina loro. Quella società, quella
Chiesa, quelle città e quegli Stati, tutta quella civiltà umanistica,
ebbri di piacere, barcollano sull'abisso, che irreparabilmente
gl'ingoierà.
Fa meraviglia il pensare come in questa Roma insieme, e in un solo
e stesso momento, vivessero e si muovessero uomini come Copernico,
Michelangiolo e Bramante, Alessandro VI e Cesare Borgia.
Vide Lucrezia il giovane artista, più tardi amico della insigne
Vittoria Colonna, di quella che doveva essere la più bella antitesi di
lei? Lo ignoriamo; ma non ne dubitiamo. Con la curiosità dell'artista
e dell'uomo, Michelangiolo avrà cercato veder la più avvenente donna
di Roma. Tuttochè esordiente, egli era già noto per ingegno eminente.
E, quando ricevette le prime commissioni dal romano Dal Gallo e dal
cardinale La Grolaye, forse a sua volta anch'egli suscitò la curiosità
di Lucrezia.
Sotto l'impressione delle tragedie di casa Borgia e dell'assassinio
di Gandia, accaduto essendo egli a Roma, Michelangiolo lavorava a
quell'opera speciosa, la prima che richiamò su di lui l'attenzione
della città. Lavorava al gruppo della _Pietà_, statogli commesso dal
nominato cardinale. Vi diè l'ultima mano nel 1499, quando il gran
Bramante anch'egli venne a Roma. Codesto gruppo bisogna considerarlo
nel bel mezzo del tempo borgiano, come sul suo vero fondo. Allora la
_Pietà_ spicca in tutta la sua significazione ideale. In quelle tenebre
morali apparisce qual purissima fiamma di sacrifizio, accesa da un
grande e serio spirito nel profanato santuario della Chiesa. Anche
Lucrezia si trovò innanzi alla _Pietà_. Quest'opera d'arte potette
svegliare nell'animo dell'infelice figlia d'un peccaminoso Papa più
profondi sentimenti che non fossero in grado di comunicarle i discorsi
di un confessore o i suggerimenti della badessa di San Sisto.