Caduti i Riarii d'Imola e Forlì, tutti i tiranni dello Stato della
Chiesa tremarono di Cesare. Anche principi più potenti, come Este e
Gonzaga, che non eran punto, o solo in parte, feudatarii della Chiesa,
s'arrovellavano per aver l'amicizia del Papa e del suo formidabile
figliuolo. Cesare, come alleato di Francia, erasi assicurati i servigi
di quei due principi; e, a cominciare dall'anno 1499, ne aveva ricevuto
aiuto nelle sue imprese in Romagna. Mantenne viva corrispondenza con
Ercole d'Este, che egli, uomo giovane e immaturo, trattava da suo pari,
come fratello ed amico. Comunicò a colui i suoi successi, e n'ebbe in
risposta congratulazioni con parole piene egualmente di confidenza,
ognuna delle quali era una menzogna diplomatica dettata dalla paura. La
corrispondenza tra Cesare ed Ercole si conserva ancora nell'Archivio
Este a Modena: contiene molte lettere e comincia dal 30 agosto 1498,
quando Cesare era ancora cardinale. In quella prima lettera, scritta
in latino, Cesare informava il duca della sua prossima partenza per la
Francia e pregavalo per un cavallo da sella.
Una corrispondenza non meno intima ebbe Cesare con Francesco Gonzaga.
Con questo strinse forte relazione, che durò sino alla fine di lui.
Nell'Archivio di casa Gonzaga a Mantova esistono ancora 41 lettere di
Cesare al marchese e alla moglie Isabella. La prima porta la data del
31 ottobre 1498 da Avignone; la seconda del 12 gennaio 1500 da Forlì;
la terza da Roma del 24 maggio 1500 è del tenore seguente:
«Illustrissimo Signore, onorando come fratello. — Dalle lettere di
Vostra Eccellenza abbiamo appreso la desiderata e felice natività del
suo illustrissimo figlio con non minore esultanza che per la nascita
di un nostro proprio figliuolo. Poichè noi per intima e fraterna
benevolenza siamo desiderosissimi di ogni sua prosperità e felice
successo, così volentieri accettiamo esser padrino. E a tal effetto
costituiamo nostro speciale procuratore quello tra i consiglieri suoi,
che a Vostra Eccellenza piacerà scegliere. In nostro luogo e parte
intervenga egli a levare il bambino dal sacro fonte. Noi preghiamo
nostro Signore Iddio, perchè lo voglia conservare a seconda de' nostri
desiderii comuni.
»Non rincresca a Vostra Eccellenza di presentare anche per noi le
nostre congratulazioni alla eccellentissima sua consorte. Con questo
figliuolo, speriamolo, essa avrà dato principio a numerosa prole e a
perpetua posterità di parenti così chiarissimi e generosi. Roma nel
Palazzo Apostolico il 24 maggio 1500. — Cesare Borgia di Francia,
duca di Valenza e gonfaloniere e capitan generale della Santa Chiesa
Romana.»[109]
Il figlio del marchese di Mantova nato il 17 maggio 1500 era Federico,
principe erede. Due anni dopo, quando Cesare era all'apogeo della
potenza, gli stessi Gonzaga sollecitarono l'onore di impegnare la mano
del loro figliuolo con Luisa, piccola figlia di colui.
Cesare passò in Roma parecchi mesi per procacciarsi danaro per le sue
imprese in Romagna. Un accidente minacciò di mandare in aria in un
sol momento tutti i suoi disegni. Il 27 giugno 1500 il padre corse
pericolo di rimaner schiacciato sotto un camino caduto in Vaticano; ma
fu tolto da' rottami leggermente ferito. Egli non volle esser medicato
che da sua figlia. Quando l'ambasciatore veneziano andò il 3 luglio a
visitarlo, trovò presso di lui madonna Lucrezia, Sancia e il marito
Jofrè e una damigella della corte di Lucrezia, ch'era la _favorita_
del Papa. E questo Papa aveva 70 anni. Attribuì la sua salvezza alla
Vergine Maria, proprio come Pio IX a' dì nostri, uscito sano dal
precipizio di una casa presso Sant'Agnese, attribuì la sua alla Santa
stessa. E in onore della Vergine Alessandro fece cantare il 5 luglio
messa solenne. Più tardi, ristabilitosi, si fece portare in processione
a Santa Maria del Popolo, ed offrì alla Vergine del Cielo un calice
pieno di 300 ducati. Il cardinale Piccolomini sparse con ostentazione
l'oro sull'altare in presenza del popolo.
I Santi del Cielo s'erano interposti tra un muro che cadeva nel
Vaticano e un gran peccatore; ma lasciarono che tranquillamente si
compisse un gran misfatto contro un innocente, 18 giorni soltanto
dopo quella caduta. Invano e i presentimenti proprii e i consigli di
amici avevano un anno prima spinto il giovane Alfonso di Bisceglie
a mettersi in salvo con la fuga. Come vittima espiatoria, egli aveva
seguito la moglie in Roma per ivi cadere sotto il pugnale di sicarii,
dal quale colei non potè salvarlo. Cesare lo odiava, come odiava
tutta la casa d'Aragona. Di più, il matrimonio della sorella con un
principe di Napoli aveva ora perduto ogni importanza, come già un tempo
era accaduto di quello con lo Sforza di Pesaro. Era anzi diventato
ostacolo ai disegni di Cesare, il quale aveva già in mente per Lucrezia
altro matrimonio per lui stesso più vantaggioso. Ma il matrimonio col
duca di Bisceglie non era rimasto infecondo, e per conseguenza non
poteva essere sciolto. Onde Cesare decise uno scioglimento radicale e
violento.
Il 15 luglio 1500 Alfonso andava dal suo palazzo al Vaticano, ov'era
la moglie. Potevano essere le undici di notte. Sulla scala di San
Pietro uomini mascherati, armati di pugnali, gli furono addosso.
Ferito gravemente al capo, al braccio, alla coscia potette il principe
trascinarsi sino all'appartamento del Papa. Alla vista del marito tutto
grondante sangue Lucrezia cadde svenuta.
Alfonso fu portato in una sala del Vaticano. Un cardinale gli diè
l'assoluzione. Nondimeno la gioventù la vinse: egli guariva. Lucrezia,
che per lo spavento era stata colta dalla febbre, e Sancia lo
medicavano. Esse stesse gli preparavano il cibo, e il Papa pose persone
che lo vegliassero. Dell'assassinio e degli esecutori si parlava in
Roma in vario senso. L'ambasciatore veneziano scriveva il 19 luglio
alla Signoria: «Non si sa chi abbia ferito il duca; ma dicesi sia
stata la persona medesima che ammazzò il duca di Gandia, e lo gettò
in Tevere. Monsignor di Valenza ha emesso editto, che niuno da Castel
Sant'Angelo a San Pietro possa lasciarsi vedere armato, pena la morte.»
Con diabolica ironia Cesare diceva all'ambasciatore stesso: «Io non ho
ferito il duca; ma l'avessi fatto, ei l'avrebbe ben meritato.» — L'odio
suo contro il cognato deve aver avuto anche motivi affatto personali,
che a noi sono restati oscuri. Cesare non si peritò nemmeno di far
visita all'ammalato; e, andando via, disse: «Quel che non è accaduto a
mezzodì, può bene accader la sera.»
Passarono così giorni angosciosi, sino a che l'assassino perdette la
pazienza. Il 18 agosto verso le 9 di sera andò di nuovo. Cacciò via
dalla camera del cognato Lucrezia e Sancia; chiamò il suo capitano
Micheletto, e da costui Alfonso fu strozzato. Senza suoni nè nenie, con
un silenzio che metteva orrore, quasi apparizione fantasmagorica, il
morto principe fu trasportato in San Pietro.
La cosa non fu più un mistero. Cesare stesso pubblicamente dichiarava
aver egli ucciso il duca, perchè questi tendeva insidie alla vita sua;
e, passeggiando lui nel giardino del Vaticano, Alfonso avevagli fatto
tirare alle spalle da' suoi arcieri.
Nulla più di questo fatto, e del modo in che il Papa lo accolse, vale
a mostrare tutto il formidabile potere che Cesare aveva acquistato
sull'animo del suo immoralissimo padre. Da notizie dell'ambasciatore
veneziano risulta che quello era avvenuto contro il volere di
Alessandro, il quale aveva insin cercato salvare l'infelice principe.
Ma consumato appena il fatto, non stette a pensarci su più che tanto.
Egli, che aveva perdonato a Cesare l'uccisione del fratello, non
poteva ora osare di chiamarlo a render conto. Dall'altro canto le
conseguenze del misfatto non erano da lui stesso che troppo desiderate.
Si sarà quindi risparmiata ogni inutile rampogna al figliuolo. Al
sentimentalismo suo, se pure un Borgia avesse potuto esserne capace,
Cesare avrebbe risposto col riso.
Giammai delitto di sangue non cadde così presto in dimenticanza. Della
uccisione di un principe della Casa reale di Napoli non si fece più
caso che della morte di vilissimo palafreniere del Vaticano. Niun uomo
quindi schivò la vista o la compagnia di Cesare. Non un prete gli vietò
l'ingresso nella chiesa, nè un solo cardinale cessò dall'accostarlo
con riverenza profonda. I prelati eran solleciti a ricevere dalla mano
dell'onnipotente omicida il cappello rosso, mentre egli a caro prezzo
dispensava a' maggiori offerenti la dignità cardinalizia. Aveva bisogno
di danaro per continuare le sue conquiste in Romagna. In quei giorni
dell'agosto erano con lui i suoi condottieri, Paolo Orsini, Giulio
Orsini, Vitellozzo Vitelli ed Ercole Bentivoglio. Il Papa aveva messo
in ordine per lui 700 uomini d'arme; e il 18 agosto l'ambasciatore
veneziano informava la Signoria di essere stato incaricato dal Papa, di
pregare il doge di voler desistere dal proteggere i signori di Rimini e
di Faenza. Fervevano i negoziati con Francia per procacciare a Cesare
un appoggio serio e pratico. Il 24 agosto entrò in Roma l'inviato
francese, Luigi De Villeneuve, e presso San Spirito gli venne incontro
una maschera e l'abbracciò. Era Cesare. Quanto apertamente commetteva i
suoi delitti, altrettanto amava andar per Roma mascherato.
Il giovane Alfonso di Aragona è fra le vittime de' Borgia la più
tragica figura; e il destino suo commuove più di quello di Astorre
Manfredi. Se Lucrezia, come v'è ogni ragion di credere, amava davvero
suo marito, certo la fine di lui dovette immergerla in una desolazione
disperata. E non avesse anche per lui nudrito passione alcuna, ogni
sentimento suo doveva irrompere contro l'assassino, della cui infernale
ambizione ella era la vittima. E doveva eziandio insorgere contro il
padre, che per quel misfatto aveva mostrata tanta indifferenza.
Le scarse notizie, che abbiamo di quei giorni, non ci dipingono lo
stato suo appena occorso il fatto, nè ciò che accadde in Vaticano tra i
componenti di casa Borgia. Lucrezia, è vero, fu malata di febbre; ma nè
morì di dolore, nè si levò vindice contro l'assassino di suo marito, nè
fuggì via da quell'orrido Vaticano.
Ella si trovò nella stessa condizione di sua cognata donna Maria
Enriquez alla morte di Gandia. Ma, mentre questa era col figlio sicura
in Spagna, per Lucrezia invece non v'era alcun asilo, ove ridursi a
vivere senza il volere del padre e del fratello.
Sarebbe stoltezza condannare la sventurata, se nel più spaventevole
momento di sua vita non siasi fatta l'eroina di una tragedia. La verità
è che in quel tragico ambiente ella apparisce troppo debole e piccola.
Ma diritto di pretendere da Lucrezia Borgia le passioni di una grande
anima, se non n'era capace, non ve n'ha alcuno. Noi non cerchiamo di
comprenderla che qual fu realmente. E, se il giudizio non ci falla,
essa fu donna, che non la potenza, ma solo la grazia della sua natura
fece uscire dalla volgare schiera. Questa giovane donna, che alla
fantasia romantica della posterità è apparsa qual Medea e qual face
amorosa sempre ardente, forse non ha in realtà provato mai una passione
profonda. Nel periodo della sua vita in Roma fu sempre dipendente
dalla volontà di altri, e le sorti sue furon sempre decise dal padre
prima, poi dal fratello. E non sappiamo sino a che punto, rimpetto a
tali condizioni di reale soggezione, la sua resistenza morale fosse in
grado di affermare, contro di quelle, la dignità della donna. Ma se mai
Lucrezia sentì una volta in sè il coraggio di far valere i sentimenti e
i diritti suoi contro coloro che la condannavano al sacrificio, questa
dev'essere stata dopo l'uccisione del marito. Ed è molto probabile
che siasi allora rivolta con accuse contro il fratello omicida, e
con lagrime al padre. Cesare per tanto volle che l'importuna fosse
allontanata dal Vaticano. Ed Alessandro la mandò per qualche tempo in
esilio, probabilmente perchè essa stessa ardentemente lo desiderava.
L'ambasciatore veneziano Polo Capello fa cenno di una rottura insorta
tra lei e il padre. Egli avea lasciato Roma il 16 settembre 1500, e di
ritorno a Venezia fece una relazione al suo Governo sulle condizioni di
quella città, nella quale diceva: «Madonna Lucrezia, la quale è savia e
liberale, stava prima in grazia del Papa, ma ora questi non l'ama più.»
Il 30 agosto Lucrezia con un seguito di 600 cavalieri lasciò Roma per
rendersi a Nepi, ov'era signora. Quivi voleva, come il Burkard dice,
sollevarsi dalle profonde commozioni d'animo, che la morte del duca di
Bisceglie le aveva cagionate.
In quel tempo, come oggi, s'andava da Roma a Nepi per la via Cassia,
passando per Isola Farnese, Baccano e Monterosi. La strada allora era
in parte sempre l'antica, ma in cattivissimo stato. Presso Monterosi
si pigliava la via Amerina, il cui antico selciato anch'oggi a lunghi
tratti si è conservato sin sotto le mura di Nepi.
Anche Nepi — o _Nepe_ o _Nepete_, — come tutte le città etrusche, è
posta su piano elevato, i cui erti margini scendono a picco in profonde
fenditure vulcaniche del suolo. Fiumicelli, chiamati _rii_, scorrono
nel fondo gorgogliando fra i rocciosi rottami. Le nude e ripide pareti
di tufo servivano di fortificazione naturale; e, dove fossero meno
alte, si suppliva con mura.
Il lato meridionale della città di Nepi, ove il Rio Falisco, prima di
precipitarsi nel grande burrone, scorre in una valle meno profonda,
era già stato nell'antichità munito di alte mura. Eran massi di tufo
oblunghi, posti gli uni sugli altri senza cemento, come le mura della
vicina Falerii. Rimangono ancora notevoli avanzi di queste mura presso
Porta Romana; tutto l'altro materiale venne adibito alla costruzione
del castello e dell'acquidotto farnesiano.
Il castello proteggeva il lato più debole di Nepi, e in quel luogo
stesso doveva essere l'antica rôcca. Nell'VIII secolo fu sede di un
duca potente, Toto, divenuto celebre anche nella storia della città di
Roma. Il cardinale Rodrigo Borgia gli diè la forma, che oggi tuttavia
conserva, avendolo fatto ricostruire di pianta. Egli vi fece pure
elevare le due forti torri interne, l'una, la più grande, rotonda,
l'altra quadrata. Più tardi venne restaurato e munito di bastioni
esteriori da Paolo III e da suo figlio Pierluigi Farnese, primo duca di
Castro e Nepi.[110]
Nel 1500 il castello non era meno saldo di quello di Civitacastellana,
fatto similmente edificare da Alessandro VI. Oggi invece è miseramente
rovinato. L'edera fronzuta e rigogliosa avvolge le rovine del palazzo,
e ne ricopre all'esterno le pareti. Solo quei due colossi di torri
hanno sfidato l'edacità del tempo.
S'entra nel diroccato castello dal lato della città per una porta,
sulla quale con bei caratteri della Rinascenza sta scritto: YSU. UNICUS
CUSTOS. PROCUL HINC TIMORES. YSU. Si arriva in una corte quadrata,
circondata da portici murati e tutti in rovina, e ridotta oggi ad orto.
Di fronte sta la cadente facciata del castello, edifizio a due piani
nello stile della Rinascenza, con finestre guernite di peperino. Sulla
cornice della porta d'ingresso l'iscrizione P. LOISIVS FAR. DUX PRIMUS
CASTRI, indica anche qui una restaurazione farnesiana.
L'interno non presenta che una maceria. Le stanze son tutte cadute.
Niuno cercò impedire il disfacimento di questo importante monumento del
passato; eppure l'ultima sala non rovinò che 50 anni fa. Delle camere
superiori rimane una soltanto, alla quale non si può accedere che
arrampicandosi per una scala. Vi si vede ancora il posto del camino;
e rimane pure, qual era, il soffitto primitivo in assi di legno,
come usava ne' primi anni della Rinascenza. Le travi si terminano con
mensole graziosamente intagliate. Tutto il soffitto è di color bruno
carico; e qui e là alle pareti pendono scudi di legno, su' quali è
dipinta l'arme de' Borgia.
L'arme stessa in pietra si vede pure sulle pareti interne del castello
ed esteriormente sulle torri. Due di esse, finamente scolpite ed
incastrate oggi sotto il portico della Casa comunale di Nepi, furon
tolte di là, ove forse Lucrezia le aveva fatte affiggere. Sotto corona
ducale portano insieme l'arme de' Borgia e quella di casa Aragona
venuta a Lucrezia come duchessa di Bisceglie.
La solitaria Nepi, che oggi non conta che 2500 abitanti, nell'anno
1500 era appena più popolosa. Piccolo paese della Campagna con strade
di architettura gotica; con qualche antico palazzo e torre di nobili
famiglie, delle quali quella de' Celsi era la più ragguardevole; con la
sua piccola piazza, altra volta il fòro, ov'era la Casa comunale; col
suo vecchio duomo, originariamente edificato sulle rovine del tempio
di Giove, e che nel 1500 serbava ancora la sua forma di basilica; con
altre poche antiche chiese e monasteri, come San Vito e Sant'Eleuterio;
e con alcuni avanzi di antichità che oggi sono scomparsi. Di questi
soltanto due statue, in onore di cittadini nepetini, la cui memoria
è ormai perduta, stanno ancora innanzi alla facciata del Palazzo
comunale, grazioso edifizio dell'ultimo tempo della Rinascenza.
I pressi di Nepi, come la più parte delle contrade etrusche, hanno un
carattere cupo e melanconico, generato insieme dalla natura vulcanica
del terreno e dall'estinzione di ogni attività storica; l'una e
l'altra proprie e comuni a tutta l'Etruria. Quelle profonde e tenebrose
squarciature del suolo, co' loro massi rocciosi, con le rupi tagliate a
picco, di tufo parte nero, parte rossastro oscuro, e quei torrenti che
vanno rumoreggiando nel fondo, fanno un'impressione grandiosa, ma piena
d'immensa tristezza. E non meno rendono l'animo serio e triste quelle
alte pianure ampie e silenziose, e quelle greggi pascolanti con pace
idillica, rotta soltanto di tratto in tratto da lamentevoli belati e
dal flebile suono del piffero pastorale.
Qua e là selve di querce. Quattro secoli or sono, ve n'erano intorno
a Nepi di più folte e più lussureggianti. Oggi invece, verso Sutri
e Civitacastellana, sono state molto diradate; ma formano pur sempre
magnifiche boscaglie. Dalla piattaforma del castello si dispiega alla
vista un gran panorama, più esteso di quello che si gode dal castello
di Spoleto. Qui spicca sull'orizzonte la tetra catena de' Vulcani di
Bracciano col monte di Rocca Romana; colà la foresta del Monte Cimino
innanzi Viterbo, sui cui estesi declivii è chiaramente visibile il
castello de' Farnesi, Caprarola. Dirimpetto s'eleva come isola il
Soratte. A settentrione l'altipiano va leggermente digradando verso
la valle del Tevere, e in lontananza, e attraverso un velo leggiero,
si disegnano le cilestrine montagne della Sabina, tutte popolate sulle
pendici di villaggi e castelli.
La giovane vedova di Alfonso entrò il 31 agosto nel castello di Nepi, i
cui muti spazii furono ora animati dalla sua corte. Pure tutte quelle
dame e cavalieri, altra volta sì facili alla gioia e al piacere, eran
mesti ed afflitti per dolore vero od officiale. Nel solitario castello
potè Lucrezia abbandonarsi liberamente al pianto per la persona cara,
che le era stata per due anni marito, e in compagnia della quale ella,
l'anno innanzi, aveva abitato quel luogo stesso. Nulla veniva colà a
turbare i suoi tetri pensieri: invece castello, città, campagna, tutto
armonizzava con essi.
Ignoriamo quanto durasse il melanconico soggiorno. Ne' calori estivi
le evaporazioni di quelle voragini sogliono addurre febbri micidiali,
e ancora oggi rendono malsana l'aria di Nepi e di Civitacastellana.
Il padre probabilmente, nel settembre o nell'ottobre, la richiamò a
Roma, e presto dovette darle di nuovo la grazia sua, tanto più che
il fratello lasciò la città. Ed era scorso appena qualche mese che
già l'anima di Lucrezia era tutta piena di altre splendide immagini
dell'avvenire, dietro le quali lo spettro dell'infelice Alfonso si
dileguò. Essa cessò così presto dal pianto, che dopo un anno soltanto
in questa donna, giovane e sorridente, niuno avrebbe saputo sospettare
la vedova di un marito assassinato. Lucrezia aveva ereditato dal padre,
se non la indistruttibile forza della vita, certo quella leggerezza di
sentimento che i contemporanei non han mancato di notare espressamente
nell'uno come nell'altra, sotto il nome di naturale sempre gaio e
sereno.