Le tempeste, che vennero allora a scatenarsi sul capo di Alessandro,
non toccarono Lucrezia, che col marito entrava in Pesaro l'8
giugno 1494. Sotto una pioggia torrenziale, che turbò la festa del
ricevimento, essa prese possesso del palazzo degli Sforza, che ora
doveva essere la sua residenza.
Ecco in brevissimi cenni la storia di Pesaro sino a quel tempo:
L'antica _Pisaurum_ si dice edificata dai Siculi, e aver preso nome
dal fiume, che non lungi dalla città va a sboccare nel mare, chiamato
oggi Foglia. Nell'anno 570 di Roma la città divenne colonia Romana.
Cominciando da Augusto fece parte della quarta Regione dell'Italia: da
Costantino poi della provincia Flaminia. Caduto l'Impero Romano, Pesaro
corse la sorte di tutte le altre città italiane, specialmente nella
grande guerra de' Goti con l'imperatore greco: Vitige la distrusse;
Belisario la riedificò.
Caduti i Goti, Pesaro fu incorporata all'Esarcato, componendo con le
altre quattro città sull'Adriatico, Ancona, Fano, Sinigaglia e Rimini,
la Pentapoli. Allorchè Ravenna venne in potere di Astolfo, re de'
Longobardi, anche Pesaro diventò longobarda. Ma poscia per effetto
della donazione di Pipino e di Carlo passò in possesso del Papa.
La storia ulteriore della città s'intreccia con quella dell'Impero,
della Chiesa e del Marchesato d'Ancona. Per lunga pezza residettero
colà Conti imperiali. Innocenzo III ne investì Azzo d'Este, signore
di quella Marca. Più tardi, durante la lotta degli Hohenstaufen col
Papato, fu talvolta dell'Impero, tal'altra della Chiesa, sino a che al
finire del XIII secolo i Malatesta, dapprima suoi Podestà, se ne fecero
poscia signori. Questa famosa stirpe Guelfa, proveniente da Castel
Verrucchio, posto fra Rimini e San Marino, acquistò nel territorio di
Pesaro prima la cittadella Gradara e via via estese il suo dominio sino
ad Ancona. Nel 1285 Gianciotto Malatesta divenne signore di Pesaro.
Alla morte sua nel 1504 ereditò il potere il fratello Pandolfo.
Poscia i Malatesta, signori nella prossima Rimini, dominarono
non solo su Pesaro, ma su una gran parte della Marca, della quale
s'impadronirono, mentre i papi sedevano in Avignone. Si assicurarono
il possesso di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone mercè un trattato al
tempo del celebre Gil d'Albornoz, che gli confirmò colà quali Vicarii
della Chiesa. Un ramo secondario della casa ebbe sede in Pesaro sino
a Galeazzo Malatesta. Minacciato questi dal parente suo Gismondo, il
tiranno di Rimini, e inetto a proteggere Pesaro contro gli assalti
di lui, nel 1445 vendette la città per 20,000 fiorini d'oro al conte
Francesco Sforza; il quale ne investì per contratto suo fratello
Alessandro, marito di una nipote di Galeazzo. Lo Sforza fu quel gran
condottiero, che, estinti i Visconti, salì sul trono di Milano, come
primo Duca della casa sua. Mentre egli fondava colà la linea de' duchi
Sforza, il fratello suo Alessandro si faceva fondatore della casa de'
signori di Pesaro.
Questo valoroso capitano prese possesso di Pesaro nel marzo 1445;
due anni dopo ricevette l'investitura papale. Egli era maritato con
Costanza Varano, una di quelle donne più esimie per bellezza e per
spirito, che fiorirono in Italia nei primi tempi della Rinascenza.
Costei gli partorì Costanzo e una figliuola, Battista, la quale
benanche, come moglie di Federico d'Urbino, sfolgorò più tardi per
le virtù sue e pel suo genio. Le vicine corti di Pesaro e d'Urbino
s'imparentarono e gareggiarono a vicenda nel culto delle arti belle
e delle scienze. Un'altra figliuola non legittima di Alessandro fu
Ginevra Sforza, donna a tempo suo non meno ammirata, famosa come moglie
di Sante prima, poi di Giovanni Bentivoglio, signori di Bologna.
Dopo la morte della moglie, Alessandro Sforza passò a seconde nozze con
Sveva Montefeltro, figlia di Guidantonio d'Urbino. Il 3 d'aprile 1473,
dopo un regno felice, lasciò il suo bel paese al figlio.
Costanzo Sforza l'anno appresso si sposò con Camilla Marzana d'Aragona,
principessa bella e di larga mente della Casa reale di Napoli. Egli
pure era uomo illustre e liberale. Morì nel 1483 a 36 anni appena,
senza eredi legittimi, Giovanni e Galeazzo essendo suoi figliuoli
naturali. Il governo di Pesaro fu quindi retto dalla vedova Camilla per
sè e pel figliastro Giovanni, sino a che questi nel novembre 1489 non
la costrinse a lasciargli intero il reggimento.
Tale la storia della famiglia Sforza di Pesaro, nella quale ora
Lucrezia Borgia era entrata come moglie appunto di Giovanni.
Il dominio comprendeva allora la città di Pesaro ed un novero di
piccole comunità, chiamate castelli o ville: cioè Sant'Angelo in
Lizzola, Candelara, Montebaroccio, Tomba di Pesaro, Montelabbate,
Gradara, Monte Santa Maria, Novilara, Fiorenzuola, Castel di Mezzo,
Ginestreto, Gabicce, Monteciccardo e Monte Gaudio. Di più anche
Fossombrone da' Malatesta era passato agli Sforza.
Il Principato, come s'è detto, apparteneva da tempo antichissimo alla
Chiesa, dalla quale prima i Malatesta e poi gli Sforza ne erano stati
come Vicarii investiti, a titolo feudale, contro l'annuo canone di 750
fiorini d'oro. La figlia quindi di un papa per un tiranno di Pesaro
doveva essere la più conveniente delle mogli, che potesse augurarsi
nelle condizioni d'allora, quando i papi sforzavansi a far scomparire
dallo Stato della Chiesa quelle illegittime dominazioni. Se Lucrezia
guardava l'estensione e l'importanza del suo piccolo regno, certo
doveva a se stessa confessare, che rimaneva indietro rispetto alle
altre donne residenti a Urbino, Ferrara e Mantova, o in Milano e
Bologna. Pure, sotto il supremo dominio del Papa, del proprio padre,
ella era sempre diventata principessa indipendente. E comecchè i
possedimenti suoi non abbracciassero che poche miglia quadrate, eran
pur sempre uno de' più preziosi giardini d'Italia.
Pesaro giace libera e piana in spaziosa valle. Una catena di
verdeggianti colline le fa corona d'intorno, quasi a forma
d'anfiteatro, che va a terminarsi nel mare. E su questo, all'estremità
del semicerchio, due erti promontorii si spiccano, l'Accio e l'Ardizio.
Il Foglia serpeggia attraverso la valle. La graziosa città siede sulla
destra sponda, e con le sue torri, e le mura e il castello si stende
sulla piaggia biancastra. A settentrione, verso Rimini, i monti si
serrano al mare; a mezzogiorno invece la riva è più larga. E di quivi
attraverso i tenui vapori marini veggonsi spuntare le torri di Fano. E
più in là si mostra il Capo d'Ancona.
Quelle deliziose colline e quella valle ridente, e quel cilestre cielo
che le copre, e il mare raggiante formano insieme un quadro, ove
spira un soffio di amenità che rapisce. Gli è il più soave idillio
sulla spiaggia adriatica. Le aure dalla terra e dal mare sembrano
colà comporre una lirica melodia, che slarga il cuore e fa vibrare
nell'anima immagini belle e felici. Pesaro è la culla del Rossini e di
Terenzio Mamiani, dell'esimio poeta ed uomo di Stato, che oggi ancora
sa consacrare le più nobili facoltà sue al risorgimento d'Italia.
Le passioni de' tiranni di questa città non furono così spaventevoli
come di altri dinasti del loro tempo, forse anche perchè il bel paese
era troppo piccolo per feroci ambiziose geste. Dico forse, perchè lo
spirito umano non sempre si forma secondo le influenze della natura.
Uno de' più empii scellerati fu Gismondo Malatesta nella mite e bella
città di Rimini. Gli Sforza però, quando si paragonino co' loro cugini
di Milano, sembrano signori buoni e felici. Una serie di nobili dame
fu ornamento della loro piccola corte. Ed ora Lucrezia doveva sentirsi
chiamata a modellarsi su quelle.
Poichè fu entrata a Pesaro, se in età così giovane l'anima sua non
era per anco resa incapace di una felicità modesta, dovette la prima
volta provare l'inebbriante sentimento della libertà. Colà Roma severa
col sinistro Vaticano, con i suoi delitti e le sue passioni, potette
apparirle quasi carcere, dal quale erasi sottratta. Certamente,
tutto quello che in Pesaro la circondava, era piccino in confronto
della grandezza di ogni cosa a Roma. Pure colà non era più soggetta
all'influenza immediata e al volere del padre e del fratello, da' quali
oramai la dividevano l'Appennino e una distanza per quel tempo grande.
La città di Pesaro, che oggi conta più di 10,000 abitanti e col suo
territorio n'ha quasi 20,000, allora ne conteneva forse la metà. Aveva
strade e piazze regolari, con architettura essenzialmente gotica, però
già interrotta da edifizii in stile della Rinascenza. Alcuni chiostri e
chiese, che ancora oggi serbano le antiche facciate, come San Domenico,
San Francesco, Sant'Agostino e San Giovanni, davano alla città aspetto
degno e onorevole, tuttochè non straordinariamente bello.
I più grandi edifizii monumentali di Pesaro erano quelli dei tiranni
regnanti; il castello sul mare, e il palazzo sulla piazza della città.
Quello fu costrutto da Costanzo Sforza nel 1474, e poi interamente
rifatto dal figlio Giovanni. Ancora oggi se ne vede il nome su una
lapide di marmo alla porta d'ingresso. Con quattro torri rotonde e
tozze, e bastioni, in rasa pianura, circondato da una fossa, esso
è posto all'angolo delle mura della città verso il mare; e solo la
prossimità di questo poteva dargli certa saldezza. Malgrado di ciò, ha
apparenza di sì poco rilievo, che v'è da maravigliarsi come, anche in
quel tempo, per imperfettissima che fosse ancora l'artiglieria, potesse
esser tenuto atto a resistere.
Il palazzo degli Sforza sta ancora sulla leggiadra piazza della
città, della quale occupa un lato. Costruzione a due grandi cortili,
di bell'aspetto, ma non maestoso. I Rovere, successori degli Sforza,
l'abbellirono nel secolo XVI. N'edificarono pure la sontuosa facciata
che posa su portico a sei archi rotondi. Le armi degli Sforza nel
palazzo sono sparite. Sulle facciate e sotto le vôlte sono invece
frequenti le iscrizioni _Guidobaldus II Dux_, e l'arme de' Rovere.
V'era già al tempo di Lucrezia la magnifica sala per le feste, il più
bel fregio del palazzo; grande e vasta da farla degna del più potente
de' monarchi. Ma la mancanza di decorazione alle pareti, o di porte
guernite di marmi finissimi, quali si ammirano nel Castello di Urbino,
mostra anch'essa le modeste condizioni della dinastia di Pesaro. La
ricca vôlta della sala in legno dorato e dipinto risale al tempo del
duca Guidobaldo.
Ogni memoria del tempo, in cui quel palazzo fu abitato da Lucrezia
Borgia, è morta. Non vivono che i ricordi di un tempo posteriore; della
vita della corte de' Rovere, ove il Bembo, il Castiglione e il Tasso
furono più volte ospiti. La corte ufficiale, che Lucrezia aveva seco
menata, non bastava a popolare quegli ampii spazii. Anche la madre,
madonna Adriana e Giulia Farnese non si trattennero con lei che breve
tempo. Essa maritò in Pesaro una giovane spagnuola del suo seguito,
donna Lucrezia Lopez, nipote del Datario, e poscia cardinale Giovanni
Lopez, con Gianfrancesco Ardizio, il medico e il confidente di Giovanni
Sforza.
Nel palazzo non trovò altri parenti del marito che il più giovane
fratello Galeazzo. Questa dinastia non fu feconda, e già tendeva
all'estinguimento. Anche Camilla d'Aragona, la madrigna di Giovanni,
non era della compagnia di lei, avendo sin dal 1489 abbandonato Pesaro
per sempre, ed essendosi ritirata in un castello presso Parma.
L'estate, l'attraente paese potette procacciare alla giovane
principessa qualche svago. Potè visitare la vicina corte di Urbino, ove
vivevano Guidobaldo di Montefeltro e la moglie Elisabetta nel superbo
castello, del quale l'intelligente Federico aveva fatto un centro
di coltura. Viveva allora in Urbino Raffaello, fanciullo di 11 anni,
discepolo assiduo e zelante nello studio del padre suo Sanzio.
Lucrezia andò nella state in una delle belle ville sulle colline
de' pressi. Soggiorno preferito dal marito era Gradara, castello in
luogo elevato sulla strada di Rimini, che ancora oggi con le sue mura
rosse e con le sue torri si mantiene intatto. Ma il più magnifico
dei castelli era la Villa Imperiale. Rimane a mezz'ora da Pesaro;
sul Monte Accio; e si gode di là una estesa vista sul mare e sul
continente. Sontuoso palazzo d'estate per gran signori e per gente
felice, nata ai più eletti comodi e ai godimenti più belli. Questa
villa deve aver somigliato a un giardino di Armida. Alessandro Sforza
l'edificò il 1464; l'imperatore Federico III, tornando dal suo viaggio
in Roma per l'incoronazione, ne pose la prima pietra; indi il nome di
Villa Imperiale. Più tardi fu compiuta da Eleonora Gonzaga, moglie
di Francesco Maria Della Rovere, erede di Urbino e successore di
Giovanni Sforza nel dominio di Pesaro. Artisti celebri l'ornarono di
pitture allegoriche e storiche; il Bembo e Bernardo Tasso la cantarono
in versi; e Torquato vi lesse alla corte dei Rovere la sua favola
boschereccia, l'_Aminta_. Oggi è anch'essa in uno stato di deplorevole
rovina.
Pesaro, del resto, non poteva offrire grande divertimento ad una
giovane signora abituata alla rumorosa vita di Roma. La piccola città
non aveva nobili d'importanza. Le case dei Brizi, degli Ondedei,
dei Giontini, Magistri, Lana, Ardizii ed altri con le loro maniere
e costumanze patriarcali non potevano per Lucrezia supplire alle
relazioni tanto cospicue e importanti con i grandi di Roma. Del
movimento umanistico della coltura italiana qualche soffio era pur
penetrato in Pesaro. Colà, come nelle città limitrofe sull'Adriatico
e sin nell'Umbria, era in fiore quella leggiadra arte industriale, la
dipintura delle maioliche, che, portata alla sua perfezione, degnamente
successe all'arte vasaria della Magna Grecia e dell'Etruria. Aveva già
preso largo incremento al tempo degli Sforza. Una delle più antiche
maioliche nel Museo Correr a Venezia, rappresentante Salomone in
adorazione innanzi a un idolo, porta la data del 1482. E sin dal secolo
XIV era quell'arte coltivata anche in Pesaro, e v'aveva preso poderoso
slancio sotto il reggimento di Camilla d'Aragona. Ancora oggi nella
Casa Comunale si conservano alcuni avanzi della ricchezza delle antiche
fabbriche cittadine.
Anche per altre vie si muoveva colà la vita dello spirito, che v'era
stata suscitata dagli Sforza o dalle donne loro, gareggiando con Urbino
e Rimini. In quest'ultima città Gismondo Malatesta raccoglieva intorno
a sè poeti ed eruditi, ai quali dava stipendii in vita, e, morti,
faceva erigere sarcofaghi sul muro esterno del Duomo. Specialmente
Camilla ebbe molto a cuore il culto delle scienze. Nel 1489 chiamò a
Pesaro un greco, Giorgio Diplovatazio di Corfù, uomo di merito, parente
di Laskari e Vatazes, che, fuggito da' Turchi, era venuto in Italia.
E in quel tempo stesso già vivevano nella ospitale Pesaro altri esuli
Greci delle stirpi degli Angeli, de' Komneni e de' Paleologhi. Il
Diplovatazio aveva studiato a Padova; a Pesaro Giovanni Sforza lo fece
nel 1492 Avvocato del fisco. Dopo d'allora e sino alla morte, nell'anno
1541, sfolgorò colà come giurisperito.[54]
Lucrezia adunque trovò in Pesaro quest'uomo illustre. Con lui e con
altri Greci avrebbe potuto continuare i suoi studii, ove la maturità
degli anni o la natia inclinazione ve l'avesse spinta. Una biblioteca,
raccolta dagli Sforza, gliene offriva i mezzi. Mancava colà un altro
uomo allora non meno celebre, Pandolfo Collenuccio, poeta, retore
e filologo, divenuto conosciutissimo per la sua storia di Napoli.
Aveva servito la casa Sforza come segretario e diplomatico; e alla
sua eloquenza il marito della Lucrezia doveva, se a lui, bastardo
di Costanzo, fu concessa l'investitura di Pesaro da Sisto IV e da
Innocenzo VIII. Ma il Collenuccio cadde poscia in disgrazia; Giovanni
Sforza nel 1488 prima lo mise in prigione, e poi lo esiliò. Andò
a Ferrara a prestare i suoi servizii a quella corte. Accompagnò il
cardinale Ippolito a Roma; e vi si trovava nel 1494, proprio al tempo,
in cui Lucrezia andò a prender possesso di Pesaro. Probabilmente in
Roma ella ebbe occasione di conoscerlo.[55]
Ai tempi di Lucrezia non era neanche in Pesaro il giovane poeta Guido
Postumo Silvestro, allora sempre a Padova agli studii. Ben dovette
forse a Lucrezia rincrescere di non aver potuto accogliere alla sua
corte questo poeta pieno di spirito quanto irrequieto. La sua grazia
affascinante gli avrebbe probabilmente ispirato altri versi, diversi da
quelli ch'ei più tardi indirizzò ai Borgia.
La sposa dello Sforza fu accolta in Pesaro con amore; e ben presto
v'ebbe amici molti. Era in sul primo schiudersi della florida
giovanezza sua. Niuno di quegli eventi, che più tardi la resero oggetto
di diffidenza o di pietà, ne turbava ancora l'esistenza. Se nel suo
matrimonio con lo Sforza godette mai realmente la felicità della vita,
furono, certo, i giorni passati in Pesaro quelli che poterono farla
vivere come invidiabile regina di un idillio pastorale. Ma tale non era
la sorte a lei destinata. L'ombra sinistra del Vaticano si spandeva sin
sulla Villa Imperiale del Monte Accio. Un dispaccio del padre poteva
ogni giorno richiamarla a Roma. Forse anche cominciò ella stessa a
trovare il soggiorno di Pesaro troppo monotono e vuoto, soprattutto per
questo, che di frequente il marito era costretto ad allontanarsi dalla
corte di lei per i doveri di condottiero presso l'esercito del Papa e
de' Veneziani.
Gli avvenimenti, che in quel mentre avevan messo l'Italia a soqquadro,
ridussero Lucrezia di nuovo a Roma, dopo un anno di pace goduto in
Pesaro.