Sul finire dell'anno 1493 Alessandro VI aveva largamente provvisto
all'avvenire de' figli suoi. Cesare era cardinale; Juan duca in Spagna;
Jofrè fu presto principe a Napoli. Questo più giovane figliuolo del
Papa si sposò con donna Sancia in Napoli il 7 maggio 1494, il giorno
stesso in cui suo suocero Alfonso, qual successore di re Ferdinando,
salì al trono e fu incoronato dal cardinale legato Giovanni Borgia.
Don Jofrè restò a Napoli: egli divenne principe di Squillace. Anche
Don Juan ricevette grandi feudi in quel reame, e portava per questo i
titoli di duca di Sessa e principe di Teano.
Il marito di Lucrezia dimorò ancora un pezzo a Roma, ove il Papa
avevalo preso al suo soldo, conforme al preesistente trattato
d'alleanza con Ludovico il Moro. Del resto, lo Sforza era al tempo
stesso anche uno de' condottieri di quest'ultimo. Ma già la condizione
di lui alla Corte d'Alessandro cominciava a farsi ambigua. Gli zii
suoi l'avevano sposato con Lucrezia, per fare del Papa un partigiano
e complice della loro politica, che mirava ad una rivoluzione in
Napoli. Ed ora invece Alessandro si legava strettamente con la dinastia
Aragonese; dava al re Alfonso l'investitura del regno; e dichiaravasi
contrario alla vagheggiata spedizione di Carlo VIII.
L'imbroglio per lo Sforza non era quindi piccolo. Sui primi d'aprile
1494 informava lo zio Ludovico della sua disperata condizione.
«Vedendo (così scriveagli) queste bandiere contro ogni debito
dirizzarsi ad un cammino, che non mi piace, nè mai avrei creduto,
tutto perplesso, come colui che non vorrei maculare la fede mia, nè
contravvenire alle obbligazioni, che ho per capitoli col Pontefice e
con l'Eccellenza Vostra, non avendo altro rifugio, non altro signore nè
padrone qui che il Reverendissimo Cardinale Vicecancelliere (Ascanio
Sforza), il quale mi fermò a' comuni stipendii, mi rivolsi a lui e lo
supplicai che nel caso presente si degnasse consigliarmi e drizzarmi
a quel cammino che più salutifero per me gli paresse e pel quale io
venissi a conservare la fede mia, che mentre vivrò intendo mi sia
una dote di ricchezza. E il cardinale mi rispose che ne parlassi al
Pontefice, e facessi che Sua Beatitudine ne parlasse a lei; chè ella
vedrebbe di assettare i fatti miei; e così feci. E ieri, dicendomi
Sua Santità al cospetto di esso cardinale: «Ben ecco qua messer Gio.
Sforza, che vuo' tu mo dire?» Gli risposi: «Padre Santo, per tutta Roma
si tiene che la Santità Vostra sia d'accordo col Re (di Napoli), il
quale è inimico dello Stato di Milano. Quando così sia, io mi trovo a
un mal partito. Perchè, essendo ai comuni stipendii di Vostra Santità
e di tale Stato, quando le cose andassero innanzi di questo passo,
non vedo poter servire ad uno che non disserva all'altro. E spezzare
la compagnia io nol vorrei fare. Supplico Vostra Beatitudine si degni
ordinare la condizione mia in modo che non resti inimico al sangue
mio, nè debba contravvenire alle obbligazioni che ho per capitoli.» Mi
rispose, ch'io volevo intender troppo de' fatti suoi, e che togliessi
la prestanza dall'uno e dall'altro, e non cercassi dai coppi in su.
E così commise al detto cardinale ne scrivesse all'Eccellenza Vostra,
come più diffusamente ella intenderà dalle lettere dello stesso, alle
quali mi rimetto. — Signor mio, se avessi creduto venire a termini
tali, avanti di essermi legato per questa via, sarìa stato a mangiarmi
la paglia sotto. Io mi getto nelle braccia vostre. Prego l'Eccellenza
Vostra non mi voglia abbandonare, ma considerare lo stato in che io mi
ritrovo, e non mi mancare dell'affetto suo ed aiutarmi, favorirmi e
consigliarmi, perchè io resti buon servitore dell'Eccellenza Vostra;
e mi conservi il credito e quel poco di mio, che grazie allo Stato
di Milano mi hanno lasciato i miei progenitori; e il quale, insieme
con la propria persona e genti d'armi, io manterrò sempre agli ordini
dell'Eccellenza Vostra.
»Roma.... aprile 1494.
»GIOVANNI SFORZA.»[50]
La lettera rivela anche altri più profondi e più ascosi timori circa la
durata del dominio su Pesaro. Sin d'allora i propositi del Papa di far
sparire dallo Stato della Chiesa tutti quei tirannelli e vicarii eran
già in qualche modo trapelati.
Poco tempo dopo, il 23 aprile, il cardinal Della Rovere fuggì da Ostia
e andò in Francia per spingere Carlo VIII alla spedizione in Italia,
non tanto per rovesciare l'ordine di cose esistenti in Napoli, quanto
per trascinare quel Papa simoniaco innanzi a un Concilio e deporlo.
Ne' primi di luglio lasciò similmente la città Ascanio Sforza, oramai
compiutamente rotto con Alessandro. Andò dai Colonna, a Genazzano, i
quali erano al soldo di Francia. Carlo VIII si disponeva già a muovere
per l'Italia. Intanto il 14 luglio il Papa e re Alfonso ebbero un
convegno a Vicovaro presso Tivoli.
Erano in questo frattempo occorsi mutamenti importanti nel palazzo di
Lucrezia. Il marito s'affrettò ad allontanarsi da Roma, il che dovette
fare come condottiero della Chiesa. In tal qualità doveva unirsi
all'esercito napoletano, che, sotto gli ordini del duca Ferrante di
Calabria, s'andava concentrando in Romagna. Gli articoli del contratto
matrimoniale gli davano facoltà di condur seco la moglie in Pesaro.
Andarono con essa anche la madre Vannozza, Giulia Farnese e madonna
Adriana. Alessandro stesso volle che partissero, temendo della peste,
che cominciava a manifestarsi. Di ciò l'ambasciatore di Mantova in Roma
informava sin dal 6 maggio il marchese Gonzaga; e il 15 scriveva allo
stesso: «L'illustre signor Giovanni partirà immancabilmente lunedì o
martedì in compagnia di tutte e tre le dame, che, per ordine del Papa,
restano a Pesaro sino all'agosto: poscia faranno insieme ritorno.»[51]
Lo Sforza deve esser partito su' primi del giugno, essendo l'11 di
questo mese giunta lettera di Ascanio al fratello a Milano, con la
quale informavalo essere il signore di Pesaro con la moglie, con
madonna Giulia, _l'amante del Papa_, e la madre del duca di Gandia e
di Jofrè, partito da Roma e andato a Pesaro; e Sua Santità aver pregato
madonna Giulia di ritornare al più presto.[52]
Il 18 luglio Alessandro fu di ritorno da Vicovaro a Roma; ed ecco la
lettera che il 24 scrisse a sua figlia in Pesaro:
«Alessandro Papa VI, _manu propria_.
»Donna Lucrezia, figlia carissima. Da parecchi giorni non abbiamo tue
lettere. A noi reca grandissima maraviglia che tu trascuri scriverci
più spesso e darci nuove della salute tua e di quella del signor
Giovanni, nostro carissimo figliuolo. Fa per l'avvenire di essere
più accurata e diligente. Madonna Adriana e Giulia sono giunte a
Capodimonte, ove trovarono morto il fratello. Della qual perdita han
preso tanta alterazione e afflizione il cardinale e la Giulia, che
entrambi sono stati colti da febbre. Noi abbiamo mandato Pietro Caranza
a visitarli e provveduto a medici e al necessario. Speriamo in Dio e
nella Nostra Donna gloriosa, che in breve staranno bene. Veramente
in questa faccenda della partenza di madonna Adriana e di Giulia,
il signor Giovanni e tu avete avuto poco rispetto e considerazione
verso di noi. Le lasciaste partire senza espressa licenza nostra;
mentre avreste, com'era debito vostro, dovuto pensare che un repentino
allontanamento, senza nostra saputa, non ci poteva che sommamente
dispiacere. Che se dici aver loro così voluto, perchè il cardinal
Farnese così voleva e comandava; voi altri avreste dovuto considerare,
se ciò fosse di gradimento al Papa. Oramai è fatto. Altra volta saremo
più accorti, e penseremo molto bene in mano di chi mettiamo le cose
nostre. Grazie a Dio e alla gloriosa Nostra Donna, noi stiamo benissimo
di salute. Abbiamo avuto un convegno col Serenissimo re Alfonso. Egli
s'è portato con noi con tanto amore ed osservanza ed obbedienza, come
se fosse nostro proprio figlio. Non ti potremmo dire nè esprimere
quanto siam partiti contenti e soddisfatti l'uno dell'altro. E sii
certa che Sua Maestà metterà per lo Stato e in servizio nostro la
propria persona e quanto al mondo possiede.
»Noi speriamo che ogni suspicione e tutte le differenze con questi
Colonnesi in tre o quattro dì saran tolte. Per ora non resta che
esortarti ad attendere a star sana e ad esser devota della gloriosa
Nostra Donna. — Data a Roma da San Pietro, il 24 luglio 1494.»[53]
Questa lettera, la prima delle poche che ancora restano di Alessandro
alla figlia, fa vedere che Giulia Farnese era, è vero, andata con
madonna Lucrezia a Pesaro; ma che presto erane, all'insaputa e senza
permesso di Alessandro, ripartita per rendersi alle terre della casa
sua in Etruria. Stando ai dispacci di quell'ambasciatore mantovano,
ella vi sarebbe accorsa per la malattia del fratello Angelo, che in
effetto, poco dopo, nell'agosto, morì. Invece secondo una lettera
veneziana in Marin Sanuto, la Giulia avrebbe abbandonato Roma per
assistere ad un matrimonio presso i suoi congiunti, e in questa
occasione lo scrittore la chiama: «la favorita del Papa, giovane sposa
di grande bellezza, intelligente, savia e di dolce carattere.»
La lettera del Papa ci fa conoscere che le relazioni di lui con
l'amante, tuttochè allontanatasi da Roma, rimanevan le stesse.