IV.

La relazione del cardinale con Vannozza continuò forse sino all'anno

1482, perchè questa, dopo Lucrezia, gli diede ancora un figliuolo,

Jofrè, nato il 1481 o 1482.

Poscia la passione del Borgia per questa donna quasi quarantenne

s'estinse. Nullameno riguardava in essa la madre dei figliuoli suoi, e

la confidente di molti dei suoi misteri.

Vannozza, del resto, al marito suo Giorgio de Croce aveva partorito un

figliuolo, a nome Ottaviano: per lo meno il bambino passò per figlio di

colui. Essa, grazie agli aiuti del cardinale, crebbe di molto le sue

entrate. In documenti legali ci si presenta qual locataria di alcune

osterie in Roma; e presso Santa Lucia in Selce nel quartiere della

Suburra acquistò una vigna e una casa di campagna, a quel che pare, da'

Cesarini. Giorgio de Croce s'era fatto ricco; in Santa Maria del Popolo

fondò una cappella per sè e per i suoi. Egli morì il 1486, e l'anno

medesimo morì pure il figlio Ottaviano.[14]

La morte di lui addusse un mutamento nelle relazioni di Vannozza. Il

cardinale incalzava, perchè la madre dei suoi figliuoli passasse a

seconde nozze. Così avrebbe avuto chi potesse difenderla, ed assicurare

alla casa una esistenza decente. Secondo marito fu un mantovano, Carlo

Canale. Prima di venire a Roma, s'era già fatto conoscere per la sua

cultura ne' circoli umanistici di Mantova. Abbiamo ancora la lettera di

Angelo Poliziano, nella quale il giovane poeta raccomandava al Canale

il suo _Orfeo_. Il manoscritto di questo primo tentativo drammatico,

col quale s'iniziò la rinascenza del teatro italiano, era di fatto

nelle mani del Canale. E questi, riconoscendo il merito del lavoro,

incoraggiava il poeta ancora pauroso e di sè incerto.[15] Poliziano

aveva composta la poesia a richiesta del cardinale Francesco Gonzaga,

grande favoreggiatore della bella letteratura, e distesala in due

giorni soltanto: e Carlo Canale era cameriere del cardinale. L'_Orfeo_

fu composto verso il 1472. Morto nel 1483 il Gonzaga, il Canale andò

a Roma, e si pose al servizio del cardinale Sclafetano di Parma. Qual

confidente e suddito dei Gonzaga si tenne sempre legato con questa casa

principesca.[16] Nella sua nuova condizione appoggiò le pratiche di

Ludovico Gonzaga, fratello di Francesco, quando nel 1484, fatto vescovo

di Mantova, venne a Roma per ottener la porpora.[17]

Il Borgia aveva già conosciuto il Canale sin da quando era al servizio

del Gonzaga; e lo incontrò dappoi in casa Sclafetano. Se lo destinò

a marito della sua vedova amica, fu in grazia dell'ingegno e delle

aderenze di lui che potevano essergli utili. Dall'altra parte il Canale

non potè annuire alla proposta di farsi marito della Vannozza se non

per avidità di guadagno; e l'aver accettato mostra che la condizione

sin allora tenuta di cortigiano di cardinali non l'aveva arricchito.

Il nuovo contratto di nozze fu rogato l'8 giugno 1486 dal notaio di

casa Borgia, Camillo Beneimbene. Furon testimoni Francesco Maffei,

scrittore apostolico e canonico di San Pietro, Lorenzo Barberini

de Catellinis, cittadino romano, Giuliano Gallo, un noto mercatante

romano, i signori Burcardo Barberini, De Carnariis, e altri molti.

Come dote la Vannozza portava allo sposo, oltre altri donativi, la

somma di 1000 fiorini d'oro, e il diploma dato gratuitamente al posto

di sollecitatore delle Bolle papali. Nell'istrumento il matrimonio di

Vannozza è espressamente indicato come il _secondo_. Ed è chiaro, si

sarebbe invece parlato di _terze_ o in generale di _nuove_ nozze, ove

quelle pretese prime con Domenico di Arignano avessero realmente avuto

luogo.[18]

Nel contratto come abitazione di Vannozza, dove le nozze furono

stipulate, è indicata la casa sua nel quartiere Regola, a Piazza de

Branchis, nome che la piazza porta ancora da una estinta famiglia De

Branca. Ciò mostra che dopo la morte del primo marito essa aveva dovuto

abbandonar la casa a Pizzo di Merlo e passare in quest'altra a Piazza

Branca. La quale doveva essere di proprietà di lei; mentre il secondo

marito pare uomo sprovvisto di sostanze, che solo col matrimonio e con

la protezione del potente cardinale sperava far fortuna.

Da una lettera del nominato Ludovico Gonzaga, del 19 febbraio 1488,

risulta che il nuovo matrimonio di Vannozza non fu sterile. Il vescovo

di Mantova incaricava il suo agente in Roma di fare in vece sua da

padrino a Carlo Canale, che di tale onore avevalo richiesto. La lettera

non aggiunge altro: pure ciò non può essere inteso che nel senso

indicato.[19]

Non si sa in qual tempo Lucrezia abbandonasse la casa della madre e

andasse per determinazione del cardinale in tutela ad una donna, che su

lui e su tutta la famiglia Borgia esercitava grande influenza.

Questa era Adriana della casa dei Mila, figlia di Don Pietro, uno dei

nipoti di Callisto III e cugino di Rodrigo. Quale stato costui tenesse

in Roma, ignoriamo.

Egli sposò la figliuola Adriana con un membro della nobile casa degli

Orsini, Ludovico, signore di Bassanello presso Civitacastellana.

Essendosi Ursino Orsino, nato da questo matrimonio, ammogliato

nell'anno 1489, è da tenere che la madre Adriana sia divenuta moglie

almeno 16 anni prima. In quell'anno stesso 1489 il marito Ludovico

Orsino era già morto.

Nello stato matrimoniale e poscia nella vedovanza Adriana abitò in Roma

uno de' palazzi degli Orsini, probabilmente quello a Monte Giordano,

di qua da Ponte Sant'Angelo. Di fatto più tardi nella eredità di suo

figlio Ursino si nomina la parte, cui egli aveva diritto appunto su tal

palazzo.

Il cardinale Rodrigo viveva in istrettissima relazione con Adriana.

Essa era per lui più che congiunta: la confidente de' peccati suoi, de'

suoi intrighi e de' suoi disegni, e tale la ebbe sino alla morte.

A lei affidò anche sin dalla tenera età la figliuola Lucrezia, perchè

la educasse. Di questo fatto non si può dubitare. Si rileva da una

lettera dell'ambasciatore di Ferrara in Roma, Giannandrea Boccaccio,

vescovo di Modena, indirizzata al duca Ercole nell'anno 1493. A

proposito di Madonna Adriana Ursina dice, che questa ha sempre tenuta

ed educata Lucrezia in sua propria casa.[20]

Secondo il costume italiano, mantenutosi insino ad oggi, l'educazione

delle figliuole era affidata a monache. D'ordinario le fanciulle,

passati alquanti anni in un monastero, andavano poscia a marito

ed entravano nel mondo. Se non che, se è vera la descrizione che

l'Infessura ci porge delle condizioni dei monasteri di donne, anche

il cardinale dovette esitar molto prima di confidare la sua figliuola

a quegli stinchi di sante. V'erano nulladimeno anche monasteri, ove

tanta indisciplinatezza non era penetrata, come forse San Silvestro in

Capite, nel quale i Colonna facevano educare alcune delle loro figlie,

ovvero Santa Maria Nuova o San Sisto sulla via Appia. Essendo il Borgia

papa, Lucrezia scelse appunto l'ultimo di questi chiostri per asilo,

forse per la ragione che già bambina v'aveva per un pezzo ricevuta

l'educazione religiosa.

Fondamento della educazione di una donna italiana fu in ogni tempo la

devozione per la Chiesa. Quella non era già rivolta a formare il cuore

e l'animo; ma una bella forma di contegno religioso, mercè la quale la

fede potesse dare una certa ritenutezza alla morale. Il peccare in sè

non rendeva brutta niuna donna; ma dalla peccatrice, fosse pure la più

dissoluta, il costume esigeva che adempisse tutti gli obblighi della

Chiesa, e si mostrasse all'apparenza una cristiana ben composta. Donne

scettiche e di libero spirito, si può dir, non ve n'erano; in quelle

condizioni di socievolezza sarebbero state impossibili. Quell'empio

tiranno, che fu Gismondo Malatesta di Rimini, edificò una magnifica

chiesa, e in essa una cappella in onore della sua amante Isotta.

E Isotta sicuramente non fu a nessuna seconda quanto a praticar in

chiesa. Vannozza fece costruire e ornare una cappella in Santa Maria

del Popolo. Fu in voce di donna devota, e non mica dopo la morte di

Alessandro VI. Suprema delle sue cure materne, come di Adriana, fu,

senza dubbio, di dare alla figliuola quel decente contegno cristiano;

e Lucrezia se l'era appropriato tanto per bene, che più tardi un

ambasciatore di Ferrara potè lodarsi delle sue maniere rigorosamente

cattoliche.

È erroneo credere che qui si tratti di una ipocrisia. Questa

implicherebbe un pensiero indipendente intorno ai problemi religiosi

o un processo interiore e morale, ch'è estraneo affatto alle donne di

quel tempo, e che in massima parte tal è tuttora alle donne italiane.

La religione era ed è in Italia forma di educazione; e, per minimo

che fosse il suo valore etico, era pur sempre una specie di bella

formalità, nella quale la vita quotidiana era rinchiusa e assicurata

come in una cornice.

Le figliuole di famiglie fornite di mezzi di fortuna non potevano nei

chiostri attendere agli studii letterarii; ricevevano invece questa

istruzione da maestri, dati forse loro in comune coi fratelli. Non ê

un'esagerazione il dire, che le donne bennate nel XV e nel XVI secolo

avevano una coltura più soda e più erudita di quella del tempo nostro.

La ragione di ciò è da riporre non nella vastità, ma ben piuttosto

nel carattere esclusivo e nella limitazione della coltura d'allora. Le

mancava quel patrimonio immenso e veramente incalcolabile di materiali

di civiltà, che lo svolgimento e il progresso dello spirito europeo

nel corso di tre secoli ha generati. La coltura della donna nella

Rinascenza si concentrava essenzialmente nell'antichità classica. Si

lasciava da banda come di niun valore tutto quanto potesse allora

meritare il nome di moderno. Per tanto era una coltura dotta. In

quella vece la coltura odierna della donna non è più classica; ma

trae esclusivamente alimento dal tesoro delle cognizioni moderne. Se

non che appunto la varia e multiforme natura di queste le toglie oggi

quel carattere posato e sicuro, facilmente ottenibile dalla donna

della Rinascenza in una cerchia limitata di educazione. L'istruzione

odierna delle donne, anche nella Germania, tanto lodata per le sue

scuole, è suppergiù senza fondo e superficiale, anzi scientificamente

nulla. Tutt'al più si riduce ad imparare un paio di lingue viventi e

a suonare il pianoforte; e per questo si spende un tempo sterminato.

L'eccessiva lettura de' giornali, de' libri di amena letteratura e

de' romanzi quasi non lascia più agio alle nostre donne di acquistare

una cultura seria. Nella Rinascenza il pianoforte non si conosceva; ma

ogni donna bene educata usava suonare il liuto. Il romanzo era appena

su' primi albori. Ancora oggi l'Italia è il paese, ove si produca

e legga il meno in quel genere letterario. Ebbe, dopo il Boccaccio,

novelle; ma anche queste piuttosto con parsimonia. Le poesie furono

numerosissime; ma per metà scritte in latino. Il commercio librario

e la stampa erano bambini. Il teatro sorto appena; e solo una volta

l'anno, nel carnevale, si davano rappresentazioni drammatiche, e non su

pubbliche, ma su scene private. Ciò che noi oggi chiamiamo letteratura

o coltura internazionale, consisteva allora nello studio de' classici,

cui si attendeva con passione. Quel luogo che nella educazione delle

nostre donne hanno preso le lingue straniere, era tenuto allora dalla

conoscenza delle lingue latina e greca.

Agl'Italiani della Rinascenza non entrava in mente il pregiudizio, che

la famigliarità con queste ultime lingue, che il sapere erudito rompa

il fascino della natura femminile; e che le donne in genere debbano

tenersi in una sfera inferiore di coltura. È un pregiudizio codesto,

come alcuni altri penetrati nelle società nostre, d'origine germanica.

Ideale della natura della donna ai Tedeschi parve sempre l'amoroso

governo della madre nella cerchia della famiglia. Per lunga pezza le

donne tedesche schivarono ogni esistenza pubblica per un sentimento

di pudore e di moralità. Le attitudini loro restaron nascose, tranne

il caso che peculiari condizioni, specialmente vivendo in Corte o per

ragioni dinastiche, non le costringessero a mostrarle. Riandando, anche

sino ai tempi moderni, la storia della coltura dei popoli germanici,

non si trova un numero così grande di caratteri di donne pubblicamente

famose, quali l'Italia, la terra prediletta della personalità, ha

possedute nella Rinascenza. L'influenza, esercitata da donne di alto

intelletto sulla vita socievole italiana ne' secoli XV e XVI, e nel

tempo posteriore in Francia sullo svolgimento spirituale e sociale, fu

ignota in Inghilterra e in Germania.

Nulladimeno più tardi le condizioni della coltura femminile nei

paesi germanici e nei latini si sono invertite. Si elevò in quelli,

mentre in questi diè giù, massime in Italia. La donna italiana, che

durante la Rinascenza si poneva a fianco dell'uomo, e gareggiava con

lui per la palma della coltura, e prendeva amore ad ogni progresso

spirituale, restò poscia indietro e in basso. Da due secoli in qua si

tenne indifferente ed estranea del tutto alla più elevata sfera della

vita nazionale. Divenne piuttosto, nelle mani del prete, istrumento

di servitù spirituale. In cambio, alle donne germaniche la Riforma

rese maggior libertà personale. E a cominciare soprattutto dagl'inizii

del secolo XVIII anche la Germania e l'Inghilterra han potuto esporre

la loro serie di donne largamente colte e anche erudite. Non è colpa

della Chiesa, ma della moda, delle abitudini sociali, e un po' anche

del manco di ricchezza nelle famiglie, se in Germania la coltura delle

donne è in generale mediocre.

Ai nostri tempi in una scuola tedesca superiore, nella Svizzera, è

stato fatto un primo tentativo di rinnovamento di quell'antica coltura

erudita per le donne; quale fu intesa in Italia. L'impresa fallì,

perchè si volle aggiungervi altri scopi, oltre quello della coltura,

e perchè non fu tutta opera di donne germaniche. Ma per dubbioso

e incerto che dovess'essere l'esito di tale tentativo scolastico,

rispetto alle abitudini e disposizioni della donna, fu pur forse il

segno di una incipiente riforma nella istruzione femminile.

Una donna dotta, per la quale oggi gli uomini sentono d'ordinario più

avversione che rispetto, noi Tedeschi la chiamiamo, massime se scrive

libri, _dottoressa_.[21] Nella Rinascenza la si chiamava _Virago_,

predicato ch'era titolo d'onore. Jacopo da Bergamo nello scritto

_Sulle donne celebri_, composto nel 1496,[22] l'adopera sempre come

segno di distinzione. Raramente quella parola trovasi in scrittori

italiani usata per significare quel concetto che comunemente sveglia

in noi Tedeschi. Chiamavasi a quel tempo _Virago_ la donna, che per

coraggio, intelligenza e coltura si levava al di sopra delle altre.

Tanto era più festeggiata, se con simili doti accoppiava grazia

e bellezza. Imperocchè l'erudizione e la classica coltura presso

gl'Italiani non eran nemiche delle grazie femminili. Piuttosto quelle

davano a queste nuova e maggior forza. Dell'una donna o dell'altra

Jacopo mai non tralascia di notare, che, quantunque volte mostravansi

in pubblico come poetesse od oratrici, ciò che affascinava l'uditorio

era appunto _l'incredibile pudore e la decenza loro_. Loda così

Cassandra Fedeli; e di Ginevra Sforza ammira l'eleganza della forma,

la grazia straordinaria in ogni movimento della persona, la franca

regal maniera e soprattutto la morale bellezza. Altrettanto dice di

Ippolita Sforza, moglie d'Alfonso d'Aragona, che in sè riuniva coltura

finissima, meravigliosa eloquenza, bellezza rara e nobilissimo pudore

femmineo. Ciò che allora chiamavasi pudore (_pudor_), altro non era

che la colta grazia naturale di una donna altamente dotata: in una

parola, la grazia svolta e perfezionata. Lucrezia Borgia ne era fornita

a dovizia. Nella donna rispondeva a quel che nell'uomo era il decoro

del perfetto cavaliere. Forse non senza maraviglia si leggerà, che

alcuni contemporanei lodavano in Cesare, nell'uomo di sì trista fama,

la _modestia_, come una delle qualità sue più spiccate. Ma anche ciò

bisogna intendere sotto il rispetto della coltura della personalità,

della quale era essenzial forma di educazione e di manifestazione la

modestia nell'uomo, nella donna il pudore.

Certo nel secolo XV o nel XVI sui banchi delle scuole pubbliche in

Bologna, Ferrara e Padova non sedettero donne emancipate, quali,

non ha molto, se ne videro a Zurigo per attendere a studii pratici

professionali. Ma le scienze stesse umanistiche, coltivate da giovani

e da uomini, erano una necessità anche per l'alta coltura femminile.

Come nel Medio Evo tènere fanciulle dedicavansi ai Santi del chiostro

per divenir monache, così nella Rinascenza bambine straordinariamente

dotate venivano offerte alle Muse. Jacopo da Bergamo, a proposito

della Trivulzia di Milano, contemporanea di Lucrezia, che già a 14 anni

suscitava per l'eloquenza sua incredibile ammirazione, dice: «Allorchè

i genitori si accorsero delle straordinarie facoltà della bambina, la

dedicarono quando aveva appena sette anni alle Muse, e la confidarono a

loro, perchè la educassero.»

Gli studii scientifici delle donne comprendevano allora le lingue

classiche e i tesori letterarii delle stesse, l'eloquenza, la poesia,

l'arte cioè di versificare, e la musica. Il dilettantismo nelle arti

del disegno nacque naturalmente di per sè. La grande copia di creazioni

artistiche della Rinascenza porgeva modo ad ogni donna colta italiana

di acquistare senza fatica gusto e senso pel bello artistico.

Filosofia e teologia entravano esse pure nella coltura perfetta della

donna. Dispute intorno a problemi relativi a tali discipline avevan

luogo nelle corti e nelle sale delle Università tutti i giorni;

e non mancavano donne aspiranti alla gloria di prendervi parte e

illustrarvisi. La veneziana Cassandra Fedeli, un miracolo del tempo,

sullo scorcio del secolo XV era tanto addentro nella filosofia e

teologia quanto ogni dotto uomo. Essa disputava in pubblico con molta

grazia, tra l'entusiasmo degli ascoltatori, in presenza del doge

Agostino Barbarigo, e sovente nella pubblica scuola di Padova. La

bella moglie di Alessandro Sforza di Pesaro, Costanza Varano, era

versata nella poesia, eloquenza e filosofia. Scrisse molti dotti

trattati. «Aveva quotidianamente tra mano gli scritti di Agostino,

Ambrogio, Jeronimo e Gregorio, quelli di Seneca, Cicerone e Lattanzio.»

Egualmente erudita la figliola, Battista Sforza, la nobile moglie

di quel coltissimo uomo di Federico da Urbino. E della famosa Isotta

Nugarola di Verona si racconta, che fu pienamente familiare coi libri

dei Padri della Chiesa e dei filosofi. Nè erano poi sconosciuti ad

Isabella Gonzaga ed Elisabetta di Urbino, per non dire di altre che

subito dopo vennero del pari in celebrità, quali Vittoria Colonna

e Veronica Gambara. I nomi di queste e di altre donne indicano il

culmine della coltura femminile nella Rinascenza. E quando pure

l'ingegno e l'istruzione loro fossero stati per ogni tempo eccezionali,

è certo che quegli studii, che in sì alto grado si appropriarono,

non entravan punto per eccezione nella sfera di coltura delle donne

bennate. Eran coltivati invece per complemento della personalità

e per render più adorna l'esistenza socievole. La frivolezza delle

conversazioni nostre è veramente sconfinata: a siffatta vuotaggine

si cerca rimedio nel canto e nel suono del pianoforte. Certo nelle

sale stesse della Rinascenza le cose non saranno sempre ite come nei

simposii platonici; e quelle dispute nelle conversazioni sarebbero oggi

per noi motivo di noia insopportabile. Non di meno i bisogni d'allora

eran diversi. Un discorso bello e pieno di spirito tra gente di valore

e finamente educata, dandogli una tinta e un carattere di classicismo,

introducendovi pensieri tolti da antichi autori; ovvero svolgere e

compiere dialogizzando un discorso sopra un dato tèma: era questo

l'altissimo de' diletti per la socievolezza d'allora. Questa forma di

conversazione propria alla Rinascenza, toccò più tardi in Francia la

vera altezza dell'arte. Il Talleyrand la chiamava la più bella e più

grande felicità dell'uomo. Il dialogo classico rifiorì, con questo

progresso, che vi pigliavan parte anche donne altamente istruite.

Come modelli di siffatta elegante e geniale socievolezza valgono il

_Cortegiano_ del Castiglione e _Gli Asolani_, che il Bembo dedicò a

Lucrezia Borgia.

La figlia di Alessandro non ebbe grido fra le donne italiane

classicamente colte; mentre sembra l'educazione di lei non essersi

di molto levata oltre il livello comune. Ma pel tempo suo ricevette

istruzione compiuta. Aveva imparato le lingue, la musica e le arti del

disegno; e più tardi in Ferrara la sua abilità artistica nel fare bei

ricami in seta e oro fu oggetto di ammirazione. «Parlava spagnuolo,

greco, italiano e francese, un tantino anche e correttamente latino;

e in tutte queste lingue scriveva e faceva versi:» così di lei il

biografo del Bayard nel 1512. Sotto l'influenza del Bembo e dello

Strozzi, Lucrezia potè più tardi, nel periodo più tranquillo della vita

sua, perfezionare la sua educazione. Pure è certo che dovette averne

gettate le basi in Roma. Essa era ad una volta spagnuola e italiana;

e delle lingue de' due paesi fu interamente padrona. Delle lettere sue

al Bembo due sono scritte in spagnuolo: le molte altre — più di 100 —

che ancora di lei rimangono, sono in italiano di quel tempo, semplici

nell'espressione e spigliate nel concetto. Per contenuto non hanno

importanza di sorta: v'appariscono l'animo e il sentimento, ma nessuna

profondità spirituale. La calligrafia non è sempre uguale: talvolta ha

tratti duri e forti, che ricordano la maniera di scrivere tutta piena

di energia del padre; tal'altra è netta e fine come quella di Vittoria

Colonna.

Nessuna delle lettere prova che Lucrezia comprendesse il latino; e il

padre stesso ebbe una volta a dire com'ella non ne fosse padrona del

tutto. Ad ogni modo doveva essere in grado d'intendere le scritture

latine; altrimenti Alessandro non averebbe potuto più tardi farla

sua rappresentante in Vaticano, con facoltà di aprire le lettere.

Similmente gli studii di lei nel greco non devono essere stati molti

serii; pure non è a dire che l'ignorasse affatto. Nella sua gioventù

fiorivano ancora in Roma le scuole di letteratura greca, che vi

andarono crescendo dopo il Crisolora e il Bessarione. Nella città

dimoravano sempre molti Greci, parte esuli dalla Grecia, parte venuti

con la regina Carlotta di Cipro. Questa principessa così vaga di

avventure visse, sino alla morte, nel luglio 1487, in un palazzo del

Borgo Vaticano, ove teneva corte e forse raccoglieva a sè d'intorno la

gente dotta di Roma, come appunto usò molto più tardi la colta regina

Cristina di Svezia. Nella casa di lei il cardinal Rodrigo doveva aver

conosciuto, fra gli altri nobili Ciprioti, anche Ludovico Podocatharo,

che fu poi suo secretario. Forse fu questi che insegnò il greco ai

bambini Borgia.

Nel palazzo del cardinale viveva pure un umanista tedesco, Lorenzo

Behaim di Nurenberga. A questo fu per 20 anni affidato il governo di

casa Borgia; e poichè era latinista e membro dell'Accademia romana di

Pomponio Leto, è naturale che la presenza sua non fosse senza una certa

influenza sulla educazione dei figliuoli del suo signore. Del resto,

d'insegnanti nelle scienze umanistiche non era difetto in Roma. Eran

quelle nel loro fiore. E l'Accademia come l'Università producevano

grande copia di uomini d'ingegno. V'erano quindi molti maestri che

tenevano scuola, e molti giovani eruditi, accademici attivi e operosi,

che in parte cercavano far fortuna alla Corte de' cardinali, come

uomini di compagnia e secretarii, o come insegnanti dei loro bastardi.

Anche Lucrezia ebbe da tali maestri lezioni di letteratura classica.

Quanto alla poesia italiana o alla virtuosità di far sonetti, allora

universalmente comune anche alle donne, essa potette facilmente

apprenderla da uno de' tanti poeti, che allora vivevano in Roma. Imparò

senza dubbio a far versi; ma nulla dava diritto agli storici della

letteratura Quadrio e Crescimbeni ad assegnarle un posto nella poesia

italiana. Di fatto nè il Bembo nè Aldo nè lo Strozzi l'hanno giammai

nominata come poetessa, nè di lei si conoscono poesie. Anche le canzoni

spagnuole, che si trovano nelle sue lettere al Bembo, nemmeno è certo

che siano composizioni sue.

Lucrezia Borgia secondo documenti e carteggi del tempo · 第 14 / 160 题