Varietà.
Otto giorni dopo i fatti descritti nel capitolo decimoquinto, Bruto e
Catone non si trovavano più a Livorno: la loro ambizione aveva trovato
il modo di collocarli in seggio più alto; il che a noi basta indicare,
non ci volendo spiegare di più, poichè non scriviamo una storia, ma
bensì un romanzo. E non ci faccia specie la celerità con cui
s'incalzavano gli avvenimenti. Succedevano mutamenti di ogni genere a
quei giorni, inquantochè questa sorprendente celerità non è finzione
romantica, ma è una verità che sarà oggetto di maraviglia nei posteri.
Dunque, tornando al filo del discorso, vi dirò che i due caporioni
demagoghi erano iti più su di quello che credevano, e nei loro posti a
Livorno erano subentrati per la parte civile il famoso signor Basilio
e sul militare il capitano Grongo con altri loro pari, e certo non
passeremo sotto silenzio che fra questi vi erano il vecchio oste dei
Tre Mori ed il degno suo genero, il marito della elegante signora
Concetta. Costoro, assunte le redini della città, spalleggiati da un
numero straordinario di seguaci, ordinavano, disordinavano,
abbattevano, creavano, insomma erano gli arbitri di tuttociò che
costituisce il potere. I giornali in tanto trambusto magnificavano la
longanimità di quelle turbe sfrenate che ebbero tanta virtù di non
svaligiare i pacifici cittadini, di non dare il sacco a quella città
ormai in potere dell'anarchia; e se ciò avvenne, parrebbe cosa sensata
attribuirne tutto il merito alla provvidenza, la quale per i suoi
ammirabili fini volle risparmiare ai buoni una nuova e più terribile
sequela di dolori, e non alla mitezza del mostro popolare scatenato; e
se questo rimase innocuo, fu certo per uno di quegli strepitosi
miracoli in forza dei quali furon talvolta veduti girare innocui per
fiorenti città leoni scatenati e fuggiti dal serraglio.
L'inalzamento vicendevole dei capi demagoghi e del signor Basilio e
due sette formatesi nella stessa città, una delle quali avea per capo
il nominato zio Neri, giunte ad azzuffarsi tra loro, ritardarono il
supplizio a cui dal signor Basilio era stato destinato il misero
Giovanni, coperto di ferri e languente nelle segrete più dure della
fortezza vecchia in quel torrione che ha le pareti esterne tuffantisi
nel mare di là dalla darsena. Giovanni in quel profondo dava luogo ad
amare riflessioni e ripensava come circa ventott'anni addietro, tutto
infiammato di amore per quel popolo che adesso lo aveva destinato a
morte, sfidando immensi pericoli, sprezzando disagi, si era fatto a
penetrare in città sotto il travestimento di un caprone, scalando una
muraglia vicino al forte ove si trovava or detenuto. Nel fare quelle
riflessioni, alfine compiangeva il popolo che in pochi giorni fa
passare dall'_Osanna_ al _Crucifige_ i suoi protettori; non
disgiungeva queste riflessioni dal pensiero della propria salvezza,
rimulinando come frangere i suoi ferri, come salire alla prima
ferriata della torre, come da quella precipitarsi nel mare e nuotando
raggiungere la corvetta. In questi pensieri passava notte e dì, non
osando chiedere ai custodi notizie della moglie e dei figli, per non
esporli alla tremenda ira popolare, consolandosi nel supporli tuttora
sul naviglio e credendo di sicuro che Alfredo o Selvaggio li avrebbero
potuti raggiungere colà. Disperando poi della propria salvezza,
misurava con freddo occhio l'avvenire; e quando tutto, ahimè!
dicevagli impossibile la sua fuga, si rassegnava alla morte con quel
ferreo coraggio che non gli era mancato giammai nelle tante vicende
della turbolenta sua vita. Io sono stato infelice, diceva fra sè,
dalla nascita, dovrò esserlo fino alla morte immatura che mi si
prepara: così era scritto nel destino. Ma se non lascerò ai figli in
retaggio la mia vendetta...., io lascerò loro il più eloquente esempio
del come fuggir debbansi i matti delirii di emancipazione sociale la
mercè di sêtte. Deh, diceva l'ex-demagogo, voglia il cielo che lo
spirito bollente e cieco del padre non siasi instillato nei figli e
che essi già non sieno infetti dalla tabe delle rivoluzioni e delle
segrete società! Questi presso a poco erano i soliloqui ed i pensieri
di Giovanni durante la sua detenzione, nel periodo della quale
l'audace signor Basilio aveva osato di fare più visite alla sua
vittima pel piacere di aggravare colla sua odiosa presenza lo stato
del prigioniero. Ma i suoi desiderii erano rimasti frustrati:
imperocchè Giovanni non era una di quelle femminelle a cui gli stenti
della prigionia indebolissero gli spiriti, e la vista del persecutore
facesse paura. Giovanni in ognuna delle insultanti visite del signor
Basilio, per qualunque modo che tenesse quel proteiforme birbante,
aveva opposto un invincibile silenzio. Il più pretto stoicismo stava
impresso sulle labbra dell'ex-capitano dei demagoghi. Perciò
agl'insulti sanguinosi, alle melate parole, alle frasi dolcissime o
minacciose del signor Basilio aveva risposto con uno di quei sogghigni
da far sempre rientrare e rannicchiarsi in sè stesso il corpicciolo
basiliesco. Alla perfine il persecutore aveva risoluto di non più
tornar a visitare il prigioniero, dappoichè ne soffriva più il
visitatore che il visitato, e risoluto altresì di affrettare l'invio
all'altro mondo dell'odiato rivale.
Durante l'esercizio del supremo potere nell'anarchica città, invano
aveva tentato d'impadronirsi di Rosina e di Esmeralda, da lui sapute
sulla corvetta; quell'asilo era inviolabile: invano procurato di avere
fra gli artigli Alfredo e Selvaggio; di costoro ignorava l'asilo, eran
essi scomparsi sotto l'egida formidabile dello zio Neri, il capoccia
dei pescatori di bocca d'Arno e del Calambrone. Tutta l'ira dunque
dell'uomo feroce erasi concentrata sulla persona di Giovanni, e questa
non aveva potuto ancora sfogarsi, dappoichè a guardia del misero si
stavano armati appartenenti a due partiti.
Così volgevano le cose, mentre le calde preghiere di Rosina, di
Esmeralda, di Ofelia e delle altre creature delle infelici famiglie
disarmavano la collera celeste, e la operosità di Alfredo e di
Selvaggio, coadiuvate potentemente dallo zio Neri, andavano pensando
ad un mezzo di salvezza del prigioniero. Noi lasceremo frattanto le
donne ed i fanciulli pregare sulla corvetta; Alfredo, Selvaggio con lo
zio Neri: e lasceremo Giovanni a meditare ed alternativamente a far lo
stoico in prigione, per assistere alle più bizzarre funzioni che un
popolo aberrato potesse inventare. Prima di lasciare Giovanni,
peraltro conviene avvertire che nell'ultima visita il signor Basilio
fu accompagnato da un giovane con capelli rasi, vestito da marinaro,
di svelto portamento e di occhi languidissimi, d'incarnato simile ad
un mulatto. Costui non aveva mai parlato durante il colloquio o
piuttosto monologo del signor Basilio, inquantochè, come già sappiamo,
Giovanni non degnossi rispondergli; ma quando l'occhio del prigioniero
si affissava sul volto del compagno del signor Basilio, cercando di
richiamarsi a memoria i tratti di un volto che credeva per certo aver
veduto altre volte, quel marinaro non si stancava di rispondere a
quelli sguardi scrutatori con altrettanti di significante intelligenza
e di marcatissima pietà. Giovanni questa volta possiamo dire che non
dette neppure materialmente ascolto al velenoso Basilio, tanto era
occupato dalla presenza di quell'incognito misterioso, i cui sguardi
eran così espressivi; s'andava lambiccando il cervello per indovinare
chi mai fosse, e pel raziocinare il più sottile andava lungi mille
miglia. Gli parea aver veduta quella stessa fisionomia e come di volo,
come una visione, fra i componenti il drappello di Selvaggio; ma
d'altronde non avea idea di aver veduto quel mulatto fra l'equipaggio
della corvetta. D'altronde pensava: come mai? se costui fosse stato in
quel drappello di valorosi, sarebbe adesso al servizio, dirò di più,
nella intimità del signor Basilio? Ma il tempo in cui il signor
Basilio tribolava il prigioniero ebbe pur fine, e così il nostro
Giovanni rimase privo della gradita vista dell'incognito; la sua
sorpresa crebbe allora che, nel voltarsi che fece il vile persecutore
verso la porta della carcere, l'incognito popolano, alzati gli occhi
supplichevoli con dolcezza, gettò nella prigione un piccolo foglio
ripiegato che, appena partiti i visitatori, Giovanni raccolse
premurosamente, ed apertolo vi lesse in inglese queste parole:
_Giovanni, confortatevi, i vostri vivono in libertà, voi la
riacquisterete: fermezza e coraggio!_