CAPITOLO XXVII.

Varietà.

Otto giorni dopo i fatti descritti nel capitolo decimoquinto, Bruto e

Catone non si trovavano più a Livorno: la loro ambizione aveva trovato

il modo di collocarli in seggio più alto; il che a noi basta indicare,

non ci volendo spiegare di più, poichè non scriviamo una storia, ma

bensì un romanzo. E non ci faccia specie la celerità con cui

s'incalzavano gli avvenimenti. Succedevano mutamenti di ogni genere a

quei giorni, inquantochè questa sorprendente celerità non è finzione

romantica, ma è una verità che sarà oggetto di maraviglia nei posteri.

Dunque, tornando al filo del discorso, vi dirò che i due caporioni

demagoghi erano iti più su di quello che credevano, e nei loro posti a

Livorno erano subentrati per la parte civile il famoso signor Basilio

e sul militare il capitano Grongo con altri loro pari, e certo non

passeremo sotto silenzio che fra questi vi erano il vecchio oste dei

Tre Mori ed il degno suo genero, il marito della elegante signora

Concetta. Costoro, assunte le redini della città, spalleggiati da un

numero straordinario di seguaci, ordinavano, disordinavano,

abbattevano, creavano, insomma erano gli arbitri di tuttociò che

costituisce il potere. I giornali in tanto trambusto magnificavano la

longanimità di quelle turbe sfrenate che ebbero tanta virtù di non

svaligiare i pacifici cittadini, di non dare il sacco a quella città

ormai in potere dell'anarchia; e se ciò avvenne, parrebbe cosa sensata

attribuirne tutto il merito alla provvidenza, la quale per i suoi

ammirabili fini volle risparmiare ai buoni una nuova e più terribile

sequela di dolori, e non alla mitezza del mostro popolare scatenato; e

se questo rimase innocuo, fu certo per uno di quegli strepitosi

miracoli in forza dei quali furon talvolta veduti girare innocui per

fiorenti città leoni scatenati e fuggiti dal serraglio.

L'inalzamento vicendevole dei capi demagoghi e del signor Basilio e

due sette formatesi nella stessa città, una delle quali avea per capo

il nominato zio Neri, giunte ad azzuffarsi tra loro, ritardarono il

supplizio a cui dal signor Basilio era stato destinato il misero

Giovanni, coperto di ferri e languente nelle segrete più dure della

fortezza vecchia in quel torrione che ha le pareti esterne tuffantisi

nel mare di là dalla darsena. Giovanni in quel profondo dava luogo ad

amare riflessioni e ripensava come circa ventott'anni addietro, tutto

infiammato di amore per quel popolo che adesso lo aveva destinato a

morte, sfidando immensi pericoli, sprezzando disagi, si era fatto a

penetrare in città sotto il travestimento di un caprone, scalando una

muraglia vicino al forte ove si trovava or detenuto. Nel fare quelle

riflessioni, alfine compiangeva il popolo che in pochi giorni fa

passare dall'_Osanna_ al _Crucifige_ i suoi protettori; non

disgiungeva queste riflessioni dal pensiero della propria salvezza,

rimulinando come frangere i suoi ferri, come salire alla prima

ferriata della torre, come da quella precipitarsi nel mare e nuotando

raggiungere la corvetta. In questi pensieri passava notte e dì, non

osando chiedere ai custodi notizie della moglie e dei figli, per non

esporli alla tremenda ira popolare, consolandosi nel supporli tuttora

sul naviglio e credendo di sicuro che Alfredo o Selvaggio li avrebbero

potuti raggiungere colà. Disperando poi della propria salvezza,

misurava con freddo occhio l'avvenire; e quando tutto, ahimè!

dicevagli impossibile la sua fuga, si rassegnava alla morte con quel

ferreo coraggio che non gli era mancato giammai nelle tante vicende

della turbolenta sua vita. Io sono stato infelice, diceva fra sè,

dalla nascita, dovrò esserlo fino alla morte immatura che mi si

prepara: così era scritto nel destino. Ma se non lascerò ai figli in

retaggio la mia vendetta...., io lascerò loro il più eloquente esempio

del come fuggir debbansi i matti delirii di emancipazione sociale la

mercè di sêtte. Deh, diceva l'ex-demagogo, voglia il cielo che lo

spirito bollente e cieco del padre non siasi instillato nei figli e

che essi già non sieno infetti dalla tabe delle rivoluzioni e delle

segrete società! Questi presso a poco erano i soliloqui ed i pensieri

di Giovanni durante la sua detenzione, nel periodo della quale

l'audace signor Basilio aveva osato di fare più visite alla sua

vittima pel piacere di aggravare colla sua odiosa presenza lo stato

del prigioniero. Ma i suoi desiderii erano rimasti frustrati:

imperocchè Giovanni non era una di quelle femminelle a cui gli stenti

della prigionia indebolissero gli spiriti, e la vista del persecutore

facesse paura. Giovanni in ognuna delle insultanti visite del signor

Basilio, per qualunque modo che tenesse quel proteiforme birbante,

aveva opposto un invincibile silenzio. Il più pretto stoicismo stava

impresso sulle labbra dell'ex-capitano dei demagoghi. Perciò

agl'insulti sanguinosi, alle melate parole, alle frasi dolcissime o

minacciose del signor Basilio aveva risposto con uno di quei sogghigni

da far sempre rientrare e rannicchiarsi in sè stesso il corpicciolo

basiliesco. Alla perfine il persecutore aveva risoluto di non più

tornar a visitare il prigioniero, dappoichè ne soffriva più il

visitatore che il visitato, e risoluto altresì di affrettare l'invio

all'altro mondo dell'odiato rivale.

Durante l'esercizio del supremo potere nell'anarchica città, invano

aveva tentato d'impadronirsi di Rosina e di Esmeralda, da lui sapute

sulla corvetta; quell'asilo era inviolabile: invano procurato di avere

fra gli artigli Alfredo e Selvaggio; di costoro ignorava l'asilo, eran

essi scomparsi sotto l'egida formidabile dello zio Neri, il capoccia

dei pescatori di bocca d'Arno e del Calambrone. Tutta l'ira dunque

dell'uomo feroce erasi concentrata sulla persona di Giovanni, e questa

non aveva potuto ancora sfogarsi, dappoichè a guardia del misero si

stavano armati appartenenti a due partiti.

Così volgevano le cose, mentre le calde preghiere di Rosina, di

Esmeralda, di Ofelia e delle altre creature delle infelici famiglie

disarmavano la collera celeste, e la operosità di Alfredo e di

Selvaggio, coadiuvate potentemente dallo zio Neri, andavano pensando

ad un mezzo di salvezza del prigioniero. Noi lasceremo frattanto le

donne ed i fanciulli pregare sulla corvetta; Alfredo, Selvaggio con lo

zio Neri: e lasceremo Giovanni a meditare ed alternativamente a far lo

stoico in prigione, per assistere alle più bizzarre funzioni che un

popolo aberrato potesse inventare. Prima di lasciare Giovanni,

peraltro conviene avvertire che nell'ultima visita il signor Basilio

fu accompagnato da un giovane con capelli rasi, vestito da marinaro,

di svelto portamento e di occhi languidissimi, d'incarnato simile ad

un mulatto. Costui non aveva mai parlato durante il colloquio o

piuttosto monologo del signor Basilio, inquantochè, come già sappiamo,

Giovanni non degnossi rispondergli; ma quando l'occhio del prigioniero

si affissava sul volto del compagno del signor Basilio, cercando di

richiamarsi a memoria i tratti di un volto che credeva per certo aver

veduto altre volte, quel marinaro non si stancava di rispondere a

quelli sguardi scrutatori con altrettanti di significante intelligenza

e di marcatissima pietà. Giovanni questa volta possiamo dire che non

dette neppure materialmente ascolto al velenoso Basilio, tanto era

occupato dalla presenza di quell'incognito misterioso, i cui sguardi

eran così espressivi; s'andava lambiccando il cervello per indovinare

chi mai fosse, e pel raziocinare il più sottile andava lungi mille

miglia. Gli parea aver veduta quella stessa fisionomia e come di volo,

come una visione, fra i componenti il drappello di Selvaggio; ma

d'altronde non avea idea di aver veduto quel mulatto fra l'equipaggio

della corvetta. D'altronde pensava: come mai? se costui fosse stato in

quel drappello di valorosi, sarebbe adesso al servizio, dirò di più,

nella intimità del signor Basilio? Ma il tempo in cui il signor

Basilio tribolava il prigioniero ebbe pur fine, e così il nostro

Giovanni rimase privo della gradita vista dell'incognito; la sua

sorpresa crebbe allora che, nel voltarsi che fece il vile persecutore

verso la porta della carcere, l'incognito popolano, alzati gli occhi

supplichevoli con dolcezza, gettò nella prigione un piccolo foglio

ripiegato che, appena partiti i visitatori, Giovanni raccolse

premurosamente, ed apertolo vi lesse in inglese queste parole:

_Giovanni, confortatevi, i vostri vivono in libertà, voi la

riacquisterete: fermezza e coraggio!_

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 63 / 77 题