LETTERA I.

Reverendissimo padre,

_Dal Lazzeretto di Livorno,

li 3 settembre 1835._

Invano tenterei dipingere al vero come io vorrei l'orrore che questo

luogo inspira. Oh quanto è da compiangersi, padre reverendissimo,

l'umanità! Terribile malore crucia i corpi degli infelici che vengono

qui tradotti colpiti già dalle tremende unghie della morte. Oh! ben

pochi di essi ne ho veduti tornare alle loro desolate famiglie. Padri

divisi dai figli, consorti dagli sposi, fratelli dai fratelli; e

tutti, nel più intenso esasperare del morbo conservando la limpidezza

e sanità della mente, sentono più vivi i loro spasimi fisici, poichè a

quelli vi si aggiungono i morali. Chi può descrivervi i lai, le

lacrime, gli urli feroci e dirò, ahimè! le più esecrande bestemmie di

cui risuonano gli echi di questo albergo lugubre? Pur troppo pochi

essendo in pace e in grazia di Dio, giungono a vedere con fronte

serena avvicinarsi il termine di loro mortale carriera, pochissimi

sono tanto virtuosi da rassegnarsi ai voleri inalterabili della divina

provvidenza. I più di questi moribondi (inorridisco a riferirlo alla

paternità di vostra signoria reverendissima) sembra che con

imprecazioni diaboliche strappar vogliano dal trono di Dio la grazia

di loro guarigione. Oh insensati e doppiamente infelici! essi non si

avvedono che fra pochi istanti perderanno una vita di dolori quaggiù

per incominciarne una che non avrà mai fine nell'eternità

dell'inferno.

Siccome vostra paternità reverendissima agevolmente crederà, non

manco, in unione ai miei venerabili fratelli, di alleviare i patimenti

fisici e morali di tante centinaia d'infelici, e ogni vittima che noi

strappiamo al nemico infernale è per noi oggetto di indefinibile gioia

che ne fa dimenticare gli altri disagi di questo vivere di penitenza,

che la fiducia in Dio e la carità del prossimo ci dà forza di

tollerare.

Conforta in tanta miseria il cuore paterno di noi religiosi e di

quanti sentono amore di cristiano il vedere a quando a quando fra

questi orrori brillare la carità e l'annegazione di sè stessi, di

alcuni degli inservienti di questo luogo e fra gli altri delle donne.

Ed a questo proposito merita special menzione certa donna infelice,

qui conosciuta per il nome di Esmeralda, la quale, tradotta dalla

città quasi moribonda, riprese la vita che tutta volle consacrare alla

cura di un suo diletto figlio fanciulletto amabile per nome Selvaggio,

e di poi è rimasta nell'ospedale per assistere altri infelici.

Per quanto si dice, costei non ha genitori, e vuolsi sia stata per

alcun tempo vittima di certi zingani. È questa una di quelle poche

creature che veramente nobilitano il genere umano e sono, come pur

troppo accade nel mondo, le più infelici tra i figli di Adamo.

Fino dal suo giunger qui confessolla il degnissimo padre Giuseppe da

Montepulciano, di cui vostra paternità reverendissima conosce la pietà

e la dottrina. Or bene il reverendo padre, senza punto violare il

sacro segreto della confessione, mi accennò ch'ei sapeva tali cose

intorno a questa donna che eccitavano la più alta compassione verso di

lei; talchè un giorno, e parmi ieri l'altro, nel vederla passare per

le corsie del Lazzeretto apportando cordiali per gl'infelici ammalati,

mi disse: «Oh! padre Roberto, punto non dubito che questo malore sia

per cessare presto, quando tali creature sono per disarmare la collera

celeste.»

Ma ahimè! se abbiamo qui creature angeliche, abbiamo pure, come io vi

accennava, dei peccatori ostinati, ed il giorno stesso in cui il padre

Giuseppe mi elogiava le virtù di quella donna che all'aspetto si

rivelava per donna di alta condizione caduta nel basso, dovemmo

fuggire dal letto di un moribondo che nella più tremenda agonia parea

già in possesso di una legione di demonii. La carità cristiana

m'impedisce di segnar qui il nome di colui; voglia il cielo farlo

ravvedere e portarlo a sè. Sento un campanello della infermeria che mi

avvisa; un servente in tutta fretta mi dice che una delle più ostinate

femmine di mondo mi chiama per la confessione. Chiudo la presente e vi

raccomando, o padre, e me e quella infelice nelle vostre sante

orazioni. E con tutto il filiale ossequio

Vostro figlio nel Signore

ROBERTO DA SANTA CROCE.

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 60 / 77 题