Rivelazioni.
Non sì tosto Giovanni ed Alfredo eransi, come vedemmo, recati dal
bordo della corvetta alla città nella quale dovevan subire tante
sventure e perigli, la sentimentale Angiolina, ognor più passionata ed
afflitta, diresse preghiere alle amiche di scendere nella sua camera,
ove, ella disse, farebbe delle rivelazioni che elleno al certo non si
sarebbero aspettate. Ed avvegnachè reputassero inconveniente udissele
la fanciulletta Ofelia, questa per alcun tempo affidata alle cure
della moglie del capitano del naviglio, si condussero alla camera di
Angioina. Ivi giunte, la donzella pregolle ad assidersi, e dopo avere
brevemente orato genuflessa innanzi una sacra imagine, parve
riconfortata dalla preghiera e, sedutasi al fianco delle amiche, così
parlò:
--Tutto, o mie care, tutto mi annunzia una vicina catastrofe, e parmi
che una voce della provvidenza mi avverta esser giunto il momento di
separarmi per sempre da ciò che ho di più caro al mondo.--
Le due amiche sentirono empirsi gli occhi di lacrime a tale annunzio,
ma le trattennero onde non impedire all'amica di continuare.
--Sì, disse ella proseguendo, io non mi inganno; prima peraltro di
eseguire un progetto che ritengo pericoloso voglio dopo tanti e tanti
anni di silenzio rivelarvi un segreto che ho tenuto nel fondo del mio
cuore e che adagio adagio ha infranto questo misero frale. Oh! possa
questo frale consumarsi totalmente e permettere all'anima mia di
volare al più presto purificata dai terreni martirii nel seno del suo
Creatore.--
Le due amiche non poterono trattenere lo sfogo del pianto.
--Calmatevi, disse loro dolcemente Angiolina, serbate a più tardi lo
sfogo della vostra pietà, non mi togliete colle vostre lacrime quel
coraggio che ora sento di avere per fare una confessione tremenda; chi
sa se, perdendolo adesso, potrei mai più ricovrarlo? d'altronde mi è
necessario svelarvi un arcano terribile non per me, ma per chi ha
diritto che sia svelato: questo segreto non può nè dee rimanere
sepolto nella mia tomba.--
Le due amiche, guardandosi in volto, convennero di reprimere
decisamente il dolore che loro arrecava il dire di Angiolina; gliel
promisero, ed ella continuò:
--Voi certamente avrete fin d'ora creduto che non vi potessero essere
per me sciagure più tremende di quelle che conoscete; ma v'ingannate.
Sappiatelo, sì, sappiatelo.... io pure sono madre!...--
Alle due donne sfuggì un'esclamazione di sorpresa.
--Cielo! e la tua creatura?
--Non so se sia morta, o se sia tuttavia in questa valle di
tribolazione.
--Ah!... esclamarono insieme Rosina ed Esmeralda.
--O mie care, il fallo non fu mio; io ne sono la vittima al pari
dell'essere infelice che diedi alla luce.
--Prosegui.... ah! prosegui.
--Nel mezzo della vita che la mia sventura volle che io tenessi,
abbandonata, senza lumi di religione e di fede, finchè non piacque a
Dio di ritrarmivi, l'avvenimento funesto non avrebbe a me stessa fatto
meraviglia. Ma ahimè, ahimè!...--Giunta a tal punto Angiolina non ebbe
più forza di proseguire, chè un dirotto pianto ed opprimente singulto
alquanto le impediva la parola: come fu per le cure dell'amiche un
poco rimessa,--Ahimè! proseguì, era segnato nel libro fatale del
destino ch'io dovessi bere fino all'ultima goccia il calice delle
amaritudini. Nel tempo della mia tribolazione, io desiderava almeno
conoscere chi potesse essere il padre di quell'essere che avrebbe
dovuto pur troppo con orrore risguardare la madre sua; io era
determinata di rinunziare per sempre al conforto di sentirmi chiamar
madre, perchè il figlio non dovesse arrossirne, perchè il mondo non
stampasse su quella fronte innocente il suggello della esecrazione. Oh
quanto era infelice, amiche mie, quanto ora lo sono ancor più! Ma come
scoprire il padre del frutto delle mie viscere?... Cresceva intanto
nel mio seno quell'essere infelice, e le mie compagne di turpitudini e
l'infamissima maestra di esse volgevano in dileggi e le mie lacrime e
la mia affezione. Finalmente il giorno da me desiderato e temuto
giunse, ed io misi alla luce un vezzoso fanciullo. Chi può narrare ciò
che provai in quell'istante? Non osava guardarlo, poichè il primo di
lui sorriso esser doveva l'ultimo per la madre sventurata. Lo strinsi
al mio seno. Dopo pochi momenti le infami braccia della padrona di
quell'orribile albergo me lo strappavano fra le risa e gl'insulti
delle mie compagne di ludibrio. Buon Dio! che può mai impedire ad una
madre, sia pur le mille volte colpevole, di ritrovarsi un dì su questa
terra col parto delle viscere sue? Formai un progetto e tosto
l'eseguii: ah! io ben sapeva come quella infelice creatura andava ad
essere confusa fra le mille e mille sventurate sue pari in un di quei
luoghi ove la pietà degli uomini ha cura degl'innocenti frutti del
disonore. Una vertigine mi colpì: un segno, un segno era
indispensabile onde se un dì sulla faccia di questa terra lo avessi
scontrato, mi desse a riconoscerlo: ma come imprimerglielo? con qual
mezzo, con quale istromento? Avrebbe forse la orribile donna che a me
imperava acconsentito giammai alla mia preghiera? Gli istanti
volavano; il più piccolo indugio rendeva vana l'esecuzione del mio
desio. Senza coraggio di risguardare la mia creatura, senza pure osare
di mirare le fattezze infantili, afferratogli colla ferocia di una
leonessa il padiglione dell'orecchio sinistro, non mi distaccai se non
avendone un brano fra i denti sanguinosi. Il figlio gettò uno strido:
io svenni. Madre e figlio fummo separati per sempre. Ah! ecco il
frutto della povertà! il frutto del disonore! Orrore, sangue,
maledizione: eppure io era nata innocente.--
Lo stupore delle amiche impediva loro di proferire parola, un brivido
di orrore corse per le loro membra, e nel risguardare la pallida
faccia della loro sventurata amica, nata sì casta, sì virtuosa, degna
di tanta pietà, di tanta compassione, simultaneamente abbracciandola,
confusero con le sue le loro cocenti lacrime.
Lungo tempo fu silenzio non interrotto che da lacrime e baci.
--Di noi, chi più chi meno, tutte abbiamo provato l'ira del destino e
possiamo dire pur troppo non esser finite le dure prove per noi,
esclamò con un sospiro Rosina che ruppe il silenzio. Tu vedi,
Angiolina, che nostro malgrado, lasciato il pacifico rifugio
dell'America, ci siamo dovuti condurre qui ove i torbidi nascono di
ora in ora, e dove i nostri più cari vanno rischiando la vita e,
ahimè! io temo l'onore.
--I tuoi disastri sono miei, replicò Angiolina; i miei non sono tuoi,
chè io ho doppio carico di sventura: tu sai quanto amo te ed i tuoi;
sì, non vi offendo, io amo e voi e gli sposi ed i figli vostri di un
amore superiore a quello e di sposa e di madre; il mio amore non ha
nulla di terreno, esso è spirituale come l'anima; io tenterei e
chiunque tenterebbe invano di esprimerlo; ma quanto più sento la
purezza dell'anima mia, tanto più spregio questa carne che l'adombra e
la imprigiona.--
Grosse gocce di sudore gelato stillavano della pallida fronte della
derelitta, la quale a questa interruzione di dire non aveva perduto lo
scopo principale della sua dolorosa narrazione, e perciò fu sollecita
a continuare:
--Voi siete madre, ma non madre a cui il figlio fu divelto dal seno
appena nato e cui ella dette un ricordo acerbo di sangue e di crudeltà
in un delirio di affetto materno onde, rivedendolo, riconoscerlo; non
potete appieno comprendermi: ma quando io vi avrò palesato il più
terribile dubbio, ah! temo che il vostro amore, la vostra pietà dovrà
convertirsi in ribrezzo.
--Gran Dio! che dici mai? sclamarono in una volta Rosina ed Esmeralda.
--Io son.... figlia dell'ipocrita Basilio.... Quella maschera... Oh
Dio! io svenni! Amiche, il mio dubbio mi dilania le viscere! io....
Ah! non fia vero: ditemi che non può essere, ditemelo per pietà....--
E cadde priva dì sensi.
Quando ebbe ricovrato la parola non poterono le due amiche udire che
le interrotte frasi:--Ah, il mio dubbio! dubbio di morte.... Ah Dio!
non sarà.... no.... non sarà.... vero....--E così dicendo, con mano
tremante si trasse un involto di carta dalle vesti, e consegnatolo
alle due amiche, queste vi lessero quanto segue.