CAPITOLO XXV.

Quadri popolari.

Fa duopo lasciare per il momento i due nostri perseguitati in mano del

popolo furibondo; il che certamente starà loro in luogo di terribile

lezione. Lasciamoli dunque, sicchè abbiano tempo di fare amare

riflessioni e pentirsi delle utopie di cui furono vaghi, sto per dire,

tutto il tempo di loro vita. Il periglio in cui si trovano, se non

servirà loro di emenda, servirà, non vi ha dubbio, di esempio a chi,

nutrendo nel cervello le idee più fantastiche, fosse preso dalla

smania di imitarli. Intanto noi anderemo al palazzo del proconsole,

dove già ci ha preceduto il nuovo Bruto.

Costui, tuttora coll'animo inquieto per la comparsa improvvisa degli

antichi compagni di partito, si stava pauroso che essi volessero

rovesciare il piano di cose da lui con fatica di tanti anni edificato,

rapirgli, non dirò la gloria, poichè la gloria era la vernice del

quadro, ma il tesoro ed il potere, preziosi gioielli per quel genio di

cupidigia e di superbia. Cresceva il malumore del nostro personaggio

la nuova che il bravo Catone così di slancio si fosse impadronito del

posto eminente e, come dice il proverbio, gli avesse fatta una

finestra sul tetto. Pieno d'ira avrebbe veduto volentieri fucilare i

vecchi compagni Giovanni ed Alfredo e per giunta anco Catone: se non

che la prudenza e la finzione gli suggerivano di spingere solamente lo

sdegno popolare contro Giovanni ed Alfredo, ch'ei ben sapea poter

avere pochi aderenti in città ed essere venuti alla ventura ed a

pescar nel torbo; mentre era a lui vantaggioso adulare ed avvicinare

Catone, presentarsi col miele sulle labbra ed allargarsi il meglio

possibile, simulando un affetto dei più sviscerati. E perciò, fattosi

annunziare dalle guardie del nuovo reggitore, si fu al di lui cospetto

in una sala delle più leggiadramente adornate dell'appartamento.

--Si può inchinare la novella Eccellenza, prese a dire tenendosi fra

il brioso ed il serio e facendo per altro cenno di rispetto curvando

la schiena.

--Poffare! sei tu che mi vieni con queste nonnate? a banda gli

scherzi; appunto aveva bisogno di te: tu mi lasci negli impicci....

--Per.... sclamò Bruto rassicurato che almeno in apparenza il potente

non voleva omaggi. Per.... sei tu che mi rimproveri? è strano; ed io

invece doveva rimproverar te.

--Mi burli?

--Dico sul serio per.... ti cacci nientemeno nel posto di timoniere di

questa barca e non avvisi il piloto.

--Graziosa questa metafora e non mi dispiace; ma che vuoi ch'io ti

dica? sarà forse due ore ch'io mi trovo qui a _regere et gubernare_, e

tanto è lo sbalordimento del balzo o meglio della salita che non ho

avuto tempo di ripigliar fiato per fare scrivere le officiali di

nomina agli altri poteri della città. Ti prego dunque di disimpegnarmi

dalle formule dell'etichetta diplomatica; d'altronde tu vedi bene che

bisogna in prima che cominci a far conoscenza con queste superbe

suppellettili dalle quali sono circondato, poscia coi miei segretari e

per ultimo col portinaio. La mia elevazione subitanea non mi ha anche

permesso questa indispensabile ricognizione, fra cui vuolsi por per la

prima quella della cassa proconsolare. La mia è stata a un dipresso

come l'elevazione di Vespasiano; le turbe lo acclamarono e sopra uno

scudo lo elevarono al cospetto dei sudditi: io sono stato inalzato

collo stesso entusiasmo sopra un fondo di botte nella piazza

dell'erbe; ma ciò non vieta che sia valida l'elezione per acclamazione

piuttostochè per plebiscito.--

Bruto si mise cordialmente a ridere e porse al caro amico un grosso

abbraccio.

--Mi rallegro teco, riprese il primo con effusione di cuore. Tu stai

bene dove sei, ed io ti ci sosterrò.

--Diamine! vorrei vedere che tu mi abbandonassi, il mio caro piloto.

Sono impaziente di vederti salire sulla mia nave, colla quale

sfideremo le tempeste dei venti retrogradi.

--Son con te in vita e in morte.

--Oh! ma mi scordava il meglio: sai tu ch'io considero questo passo

come un gradino per andare più su, e che voglio trarti meco al tempio

della felicità e della gloria e....?

--E delle ricchezze.... capisco benissimo, mia cara Eccellenza

cittadina; ma ecco qua, incominciamo subito con quell'aria di

protezione.

--Me ne guardi il berretto frigio, alto nume che invoco; io e tu ci

abbracceremo come un ramo di ellera per salire al più alto delle mura

cittadine.

--Poetico ed amichevole concetto! accolgo la tua promessa e lodo la

tua affezione: se non che permettimi di far uso di altra metafora; noi

ci inalzeremo non già come ellera, sebbene possiamo coscienziosamente

ritenerci come pianta parasita, ma come due gatti, reggendoci sugli

ugnoli e graffiando chi c'impedisce di salire.

--Bravo per.... ti cedo in tutto, eziandio nella vivacità, nel fuoco

sublime della tua ferrea imaginazione: ma noi siamo abbastanza

infiammati, per quanto parmi, di alto amor patrio; e siccome potrebbe

operarsi nel nostro interno una spaventosa combustione, mi parrebbe

conveniente di vuotare insieme un paio di rinfrescanti bottiglie di

Sciampagna, del quale ho fatto innaffiare alcuni crostini di

beccaccia. Orsù saliamo alla mia sala del _déjeuner_, e, per non

infrancesarci, diremo colla Crusca dello _asciolvere_.

--Tu sai che feci voto di religione, di mia religione.... non bevo

vini nè liquori spiritosi.

--Ah! sì lo so, ma quei voti si osservano in pubblico e non in

privato; anche il sultano Mahamud non beveva nè spiriti nè vini, e

crepò per eccesso di ubbriachezza.

--Il mio Corano è più severo, ed appunto la sorte di Mahamud mi è di

esempio.

--Orsù non voglio teco contendere: se non bevi tu liquori spiritosi,

li beverò io ed altri nostri compagni e cavalieri che hanno per

impresa sullo scudo quel motto di Orazio:

_Nunc est bibendum, nunc pede libero

Pulsanda tellus._

Laonde se tu non vorrai ber vino, berrai acqua e mangerai i crostini

coi tartufi.

--Il tuo nuovo posto ti esalta più del solito; veggo benone che tu

sapresti reggere a fortuna maggiore.

--Lo vedremo; per me sai che, per contentarmi appieno, sarebbe poco

l'impero del Mogol.

--Sì, sì, ne son persuaso: ma quelli che ascoltarono le tue lezioni di

modestia, di moderazione, ecc., ecc.

--_Ait latro ad latronem._ Bruto, quelli che udirono le nostre lezioni

volevi dire; io ritengo che niente vi sia di nuovo sotto il sole, e

che i favori e le fortune siano per i furbi e per gl'impostori.

--Massime da scolpirsi in bronzo, ma in caratteri di geroglifici,

perchè i posteri non apprendano a metter giudizio. Diamine! dobbiamo

noi essere gli ultimi al mondo, e il fatto sta che non sarebbe

prudenza dir _quattro_ finchè non è chiuso nel _sacco_. Che diresti

mai se nel mare che ora navighiamo fossero molto vicini degli scogli?

--Tu burli: non sai tu al par di me come a Livorno abbiamo assestato

le uova nel panierino a mo' di non romperle, e come questa

aristocrazia di pescivendoli, navicellai e borsaioli che marciano in

carrozza ci abbia secondato colle opere, col denaro? Quasi mi faresti

ridere colle tue ubbíe.

--Eppure io sto per dirti che, senza il mio modo laconico di parlare e

di agire e senza il pronto soccorso dell'indefesso atleta del

progresso, il degno signor Basilio....

--Quell'ex-spia.

--Di' pure quella spia; perchè, cangiando di partito, non ha cangiato

nè costumi nè abitudini nè mestiero.

--Ebbene?

--Il signor Basilio sta in traccia di due rompicolli che erano venuti

appunto a guastare quelle uova che tu, prudentissima Eccellenza

novella, credevi di aver collocate così bene.

--Ma per.... spiégati.

--Son qui, cascati come dalle nuvole, quei due malandrini antichi

nostri compagnoni dell'osteria dei Tre Mori.

--Giovanni ed Alfredo?

--Appunto loro.

--Per mia fè! giungono in buon punto quei demagoghi indiavolati, di

quelli abbiamo sempre bisogno.... gente che attizza il fuoco....

--Cara Eccellenza cittadina, sul conto di costoro devi cambiare

opinione e devi sapere come io li abbia in conto di perfetti

rinnegati. Ed infatti tu sai come di loro non si sentisse più parlare

da anni e anni, come si rifuggissero in America con le loro donne e

che mettessero assieme molti figli e molto denaro; il fatto sta che

costoro rinunziarono alla setta nostra.

--Ma pure Alfredo nel trentuno....

--Eh baie! Fece come gli avoltoi; venne all'odore della preda e

disparve allorchè vide che non ci era da buscar nulla. Caro amico,

cotesta gente la temo come la gragnuola; è pur funesta alla messe del

risorgimento!

--Ma dove sono costoro?

--A me lo domandi? Potrei risponderti che a te, oggi padrone della

città, spetterebbe render conto di chi vi si trova: veggo pur troppo

che non si è fatto nulla se non si organizza un drappello di polizia;

signor sì, non inarcare le ciglia, sarà polizia democratica; vi ha da

essere forza, altrimenti le nostre cose faranno fiasco.

--Se costoro sono perniziosi, li farò ricercare e tradurre alle

carceri.

--E se avessero fatto come fecero sempre, cioè apparvero e sparvero a

guisa di comete?

--Pazienza! non avremo a temere di loro.

--Quel che è certo è che le cose sono andate male fin qui, poichè gli

statuti della nostra società non sono stati mai osservati

perfettamente; ed in fatti quanti sarebbero i traditori che avrebbero

dovuto essere stilettati a tenore del codice da cui si regola la

nostra società stessa!

--Tu hai detto benissimo: quel che peraltro è differito non è perduto;

tengo in manica costoro.

--Se mai peraltro si trovassero, io ritengo doversi abbandonare al

popolo; tu sai che difficil sarebbe trovare una bestia più feroce.

--Lo credo.--

I due amici, nelle cui mani stava pur troppo la misera Livorno,

sorridevano di compiacenza e si fregavano le palme delle mani; quando

un romore di popolo che si avanzava con urli e fischi a suono di

acclamazioni e di tamburi troncò i loro ragionamenti. A tal romore la

curiosità spinse quei due ad affacciarsi al verone che dà sulla

piazza, sicchè ebbero agio di vedere, dalla parte di via Grande ossia

dalla tromba, immensa folla di popolo che teneva dietro ad una fila di

militi in mezzo ai quali sembrava fossero delle persone arrestate.

Erano infatti Alfredo e Giovanni, che, a malgrado di una vigorosa

resistenza, a malgrado che facessero conoscersi antichi amici del

popolo, a malgrado i loro generosi sensi di oneste speranze, aveano

dovuto soccombere sotto il peso degli oltraggi dell'armi e dei più

violenti trattamenti. Procedevano essi colle mani legate a tergo e

stretti ai fianchi da quattro manigoldi che loro tenevano a forza le

braccia; imprecazioni orribili echeggiavano per l'aria, e li

accompagnava il suono di scordati tamburi. Il signor Basilio eccitava

sempre più l'ira della sfrenata plebe contro i miseri arrestati, e

brandendo per l'aria la canna d'India a guisa di spada, avendovi posto

il suo fazzoletto di seta rossa a mo' di bandiera, urlava fino a

perdere il fiato:--_Fucilate costoro_, fucilate gli empi che vengono a

spargere la zizzania fra noi! costoro vorrebbero venderci.

--Morte, morte! urlava il popolaccio.

--Ammazziamoli subito! gridarono più voci di forsennati.

--Intanto la piazza sempre più e più si gremiva di gente che sboccava

al trambusto da tutte le vie, e cresceva la folla ed il trambusto

stesso. Le finestre pure delle abitazioni erano gremite di persone

curiose.

--Ammazziamoli subito! seguitavano ad urlare quei demonii.

--Facciamoli prima confessare, gridavano i pacifici.

--Facciamoli palesare i loro compagni, urlavano i prudenti.

--Li faremo fare doppia confessione, dicevano i filosofi.--

L'opinione di straziarli prevaleva sempre: ed il corteggio terribile

si avvicinava al palazzo del proconsole; se non che, entrato diverbio

e susurro sul modo di spacciarli, poco mancò che non succedessero

omicidii nella folla medesima, la quale, dividendosi in più partiti,

fu causa che coloro che menavano i disgraziati dovettero arrestarsi.

Fu tenuto una specie di parlamento generale.

Bruto e Catone sulla terrazza pigliavano tabacco sorridendo.

--Sono essi? disse Catone nel vedere i due legati a non molta

distanza.

--Sì, sono essi: possiamo dirci fortunati; scena così bella chi sa se

vedremo più mai?

--Io credo che Nerone e Caligola dall'alto dell'anfiteatro non abbian

veduto così strano spettacolo.

--Allora erano le tigri che si slanciavano sopra i condannati, adesso

la plebe.

--Evidente segno del progresso! ma zitto, sentiamo la deliberazione

delle bestie ragionevoli.

--Tocca a me a parlare per.... urlò con voce stentorea il capitano

Grongo; e siccome tale esclamazione fu seguita dallo schiamazzo

affermativo di tutti i di lui fautori, l'opposta fazione credè utile

compiacerlo.

--Che li dobbiamo ammazzare questi due rinnegati sta benissimo, e

basta che l'abbia assicurato quel pio signor Basilio; ma di qual morte

debbano poi morire, è questo un caso che tocca a deciderlo a me che li

ho arrestati. Prima di tutto bisogna domandare a questa gente chi sono

e chi non sono, poichè, voi m'intendete, non bisogna ammazzare le

persone senza prima sapere i loro nomi, tanto più che una volta morti

non si può più loro domandar nulla.--

Tutti quei forsennati in mezzo a così luttuosa scena ebbero il cuore

di ridere alla dotta osservazione del capitano. Terminato lo

schiamazzo, il capitano riprese la parola dicendo:

--Dunque appena sapremo chi sono, li potremo per la più lesta spellare

vivi, ossia scorticare.--(Ognun sa che il capitano era uno

scorticatore di pesci.)

Dopo di lui vennero a parlare i beccai, i fabbri, i falegnami, ecc.,

ed ognuno insisteva perchè i due sventurati fossero fatti morire per

mezzo di istrumenti propri del loro mestiere. In tanta lascivia di

sangue, in tanta sfrenatezza di popolare licenza, due soli uomini che

mestamente seguivano i furibondi e, forse con l'animo pio di sottrarre

le vittime a tanti carnefici, fra loro bisbigliavano:--Ah! ci aiuti

Dio: in quali mani siam caduti!

--Eh! ma non sento l'ira per questi di quaggiù, bensì per quelli di

lassù.--Ed indicava Bruto e Catone che dalla loggia del palazzo

proconsolare guardavano con indifferenza e brutto sogghigno la turba

insultante e fremente.

--Mi sdegno con quei due e con quel seguito di congrega; e che sì,

sono pochi ed hanno ammaliato tanti! ma guarda veh! soggiunse in tono

profetico, ha da venire anche per loro il _Dies magna_.

--_Et amara valde._--

Quindi tacquero: e buon per loro che nessuno li intese, altrimenti la

festa che quei manigoldi eran per fare ad Alfredo e Giovanni sarebbe

pur troppo toccata anche ad essi.

Peraltro alla scena di terrore e di pietà doveva succederne altra.

Dalla parte del porticciuolo ecco venirne un drappello di giovanetti

armati di fucile, i quali avevano per capo un elegante giovane di

forme robuste che, sguainata la spada, si cacciò urlando di fronte a

coloro che tenevano i due prigionieri, e in un attimo i suoi compagni

trassero i colpi di fucile; cui fu risposto dai militi che guidava il

capitano pescivendolo.

--Furfanti, gridava il giovane eroe, furfanti! lasciate le vittime,

lasciate le vittime.

--O Selvaggio!--urlò uno degli arrestati, ed Alfredo, che nel

trambusto di quella zuffa si era liberato da coloro che lo tenevano,

si slanciò verso il figlio; ma ahimè! erano pur essi di nuovo per

essere sopraffatti e trucidati spietatamente, se la mano divina non

avesse loro inviato un insperato soccorso.

Alla parola _Selvaggio_ pronunziata in quella zuffa ed in quel tumulto

di grida, di bestemmie, di fucilate, fra il fragore delle baionette ed

il fuggire del popolaccio inerme, un grido che rimbombò per l'aere

ripetè:--_Selvaggio! Selvaggio!_--

Ed un uomo canuto fu visto precipitarsi a braccia aperte sul giovane

che abbracciava il padre. Era un gruppo magnifico.

Al grido di quell'uomo parve che l'ira di quei mostri si fosse spenta

come per prodigio; le armi micidiali si abbassarono al severo sguardo

di lui.

Chi era mai il nuovo venuto?

Era un uomo che poteva avere fra i sessanta e i settant'anni, con una

di quelle fisionomie franche e burbere che a prima vista incantano e

che spesso si trovano fra i buoni popolani. Egli era sboccato dalla

via del Giardino, tranquillamente portando sulle spalle una corba da

pesce vuota, quando, veduta quella folla di popolo, si era accostato

per mera curiosità, ed appunto quasi in quel momento era successa la

scaramuccia fra i giovani marinai condotti da Selvaggio ed il patetico

incontro di costui col padre.

Il tono di protezione del vecchio verso del giovane avrebbe avuto

troppo sterili conseguenze, non sarebbe servito che a sopire per un

momento quell'ira ed effrenatezza popolare, perchè queste

ripigliassero un maggior vigore e più tremende scoppiassero, se in

primo luogo il vecchio stesso non avesse esercitato una specie di

magico potere sul diabolico capitano pescivendolo; in secondo luogo,

se alla di lui aria di protezione non se ne fossero uniti ben cento e

cento, i quali, sollevando per l'aria i berretti e le pezzuole,

urlavano come spiritati:

--Viva lo zio Neri! per...... luogo allo zio Neri!--E questi applausi

erano formidabili e decisivi perchè partivano di mezzo alle stesse

infuocate turbe e dalle gole di qualche centinaio di pescatori e

navicellai del Calambrone e di bocca d'Arno e di Pisa, i quali avevano

il nostro zio Neri in quel conto in cui i nostri vecchi progenitori si

ebbero un tempo i patriarchi ed i profeti.

Gli animosi giovani che Selvaggio aveva seco addotti dalla nave in

traccia del genitore e di Giovanni, la cui assenza aveva posto in

apprensione le donne e della cui pericolosa situazione in Livorno era

giunta notizia sulla corvetta, cessarono dal trarre coll'armi quando

videro che anche le turbe avevano momentaneamente cessato

d'inferocire; si guardavano peraltro i due partiti in cagnesco: ma

quello del buon zio Neri ingrossato di ben trecento o quattrocento

proseliti, le di cui armi in parte altro non erano che buone e callose

mani serrate a pugno e armate di coltello, permisero al vecchio

pescatore di bocca d'Arno di allontanarsi dal luogo della zuffa

insieme al suo caro protetto ed al genitore di lui, i quali da un

gruppo di pescatori erano stati posti in salvo con quella velocità con

cui si sottrarrebbe da uomo nerboruto un fanciullo da un incendio o da

altro periglio. Ma per sventura di Giovanni il partito di Grongo,

vedendo l'altro starsene colle mani a cintola e come non solo uno dei

prigioni fosse salvato restando impunito l'ardire di quel giovane

marinaro piovuto proprio come una saetta su loro, con eguale velocità

tratto di peso Giovanni e circuitolo di folla, lo fecero in un batter

d'occhio sparire dalla scena per cacciarlo in una delle stanze di

forza del palazzo proconsolare.

I due del terrazzo al primo scoppiettar degli archibusi si erano, come

nimici delle palle di piombo, tolti dal verone, ed ormai credendosi

sicuri della preda, avevano fatto ingresso nella sala della colazione,

ove tracannavano e Sciampagna e Bordò ed altri preziosi vini, e

rosicchiavano polpe di selvaggiume e pasticcini alla crema, quando

vennero dalle guardie avvisati che il prigioniero era già nella

cantina ad uso di carcere.

--Come! urlò il proconsole spezzando un bicchiere di Sciampagna nelle

pareti, come! canaglia, e l'altro?

--L'altro, dissero i manigoldi, l'ha voluto per sè lo zio Neri!

--E chi è lo zio Neri?

--Chi è? replicarono i popolani: è uno che conta quanto voi; poichè

voi è poco che contate, ed esso comanda da trent'anni sull'Alghe di

bocca d'Arno.

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 57 / 77 题