Esmeralda.
Il vecchio negro si era ingannato. Viveva un parente dell'antico
signor Artini a cui erano devoluti molti averi di lui. Cinque anni
dopo il racconto del povero Iago, Giovanni ed Esmeralda non avevano
più genitori.
Caduto il dominio napoleonico, scritta nella nota de' di lui
partigiani, la famiglia Artini, spogliata dei beni tutti che possedeva
in Francia ed alla Guadalupa, era per cadere nell'indigenza. Amalia ed
il marito, non potendo resistere a colpo così impreveduto, l'un dopo
l'altro si spensero a guisa di teneri fiori colti dall'oragano. I loro
figli e Iago ne accompagnarono i corpi alla tomba, e quel giorno fu
giorno di lutto per tutta l'isola.
--Ed ora? disse il negro al giovane Artini non imberbe, ed ora?
--Ora, riprese l'intrepido giovane baciando la terra che copriva i
suoi cari; ora non ho più nulla che mi obblighi a rispettare i
desiderii di coloro che la morte spense. Ora io sono figlio dei miei
pensieri.
--Quanto siam poveri! esclamò la bella ed interessante Esmeralda.
--Taci, le rispose l'animoso Giovanni; ch'io non oda mai più siffatta
parola. Poveri sono coloro che giacciono schiavi del capriccio, del
lusso, dell'orgoglio; te l'ho già detto.
--Buon Dio! riprese con malinconico sorriso la fanciulla; non abbiamo
più case, più campi: ahimè!
--Mira, esclamò Giovanni bollente di entusiasmo, mira questo mare
immenso che ci si para dinanzi: e dove più spazioso campo di questo?
Mira (e mostrógli il piccolo naviglio di sua proprietà ancorato nel
golfo), sapresti tu ideare un più vago palazzo?
--E come vivremo noi?
--Non ti affliggere, disse il giovane teneramente guardandola, non ti
affliggere. Deh! ch'io non veda mai più lacrime sul tuo ciglio, se non
vuoi che io mi perda. Ben misero è colui che ha bisogno di case, di
campi, di vigne per campare la vita! L'uomo grande basta a sè stesso,
ed io mi glorio di sentirmi tale. Vieni, porgiamo un ultimo addio a
questa tua patria, un estremo addio ai nostri antichi domestici, un
bacio ad Iago, e partiamo.
--Ah! no, rispose il vecchio stemperandosi in lacrime, fino a che una
goccia di sangue animerà il mio braccio, un'aura di vita sosterrà
questo frale, non fia ch'io vi lasci giammai.
--Ebbene verrai con noi; questa sera lasceremo quest'isoletta
ridente.--
E la sera infatti, radunati in un cofano i pochi loro arredi preziosi,
i gioielli della madre, il poco oro, unica eredità dei defunti,
salirono a bordo del piccolo naviglio di Giovanni, spiegando le vele,
secondati da tepida brezza, lungo il continente americano. Un mese
bastò loro per trasportarsi sulle rive dell'Ohio, dove in una
selvaggia tribù educata da un buon missionario al cristianesimo era
nato il fedele ed amato loro Iago.
In questo pacifico ed ameno soggiorno Esmeralda, divenuta col
progresso del tempo bellissima, aveva appreso tutte le cognizioni di
cui già la sappiamo adorna. Pittrice dell'amena natura, la sua musica
era la vergine e selvaggia espressione di tuttociò che la circondava;
avresti detto ch'ella armonizzava lo strepito dei fiumi, la romba dei
venti, la bellica tromba del vittorioso selvaggio; i suoi trapunti
esprimevano la sapienza di una Indiana educata alla libertà. Ella era
l'idolo della tribù; il negro e le vecchie l'appellavano figlia del
gran Genio.
Il coraggioso Giovanni si era compiaciuto di ammaestrarla ai costumi
delle nazioni civili, lasciandole la virginale purezza della figlia
del deserto.
Nei precedenti capitoli noi abbiamo veduto l'effetto di tal bizzarra
educazione. Venne finalmente giorno in cui Giovanni, il vecchio Iago
ed i suoi amici ritornarono dopo lunga assenza non più abbigliati da
selvaggi, ma seco traendo numerosa compagnia di Europei. Giovanni di
pirata si era fatto capo di una delle più potenti sette che ardissero
imaginare il rinnovellamento del sistema politico europeo; Giovanni in
quell'assenza aveva riveduto il suolo natìo e si lusingava
d'effettuare quel pensiero che fin dai primi anni gli si era fitto nel
cuore. Esmeralda lasciò piangendo l'amata tribù, e dal nuovo mondo
passò per la prima volta nel vecchio continente.
Ma ci è d'uopo ripigliare il filo del nostro racconto e ritornare a
Rosina.
Il gabinetto della giovane si era aperto al cenno da essa dato col
campanello, ed il buon padre abate entrando benediva la fanciulla e si
assideva al fianco di lei. Rosina era ricaduta nel più fiero accesso
di sua malinconia.
--Molto strano il vedervi afflitta così, mia buona figlia, riprendendo
il discorso aveale detto il padre abate: spero però che il vostro
stato sia effetto della stanchezza della passata notte.
--Tutto il contrario, mio buon padre; io non ho ballato che due sole
volte.
--Che è mai dunque?
--Un peso orribile, mio buon padre, un peso proprio qui in fondo al
cuore mi debilita, mi annienta.
--Volete voi ch'io vi aiuti a sollevarlo? Ebbene, figlia mia, non sarà
questa la prima volta che mi avete aperto il segreto dell'anima
vostra. Io non dirò che dobbiate considerarmi come al tribunale di
penitenza, dove io sono severo giudice in nome di Colui che regna nei
cieli; ma consideratemi sempre pronto a spargere olio e vino sulle
acerbe ferite dei miseri abitatori di questa valle di lacrime.
--No, non posso acconsentire ad affliggervi col racconto dei miei
mali; voi siete venuto a me ad oggetto di trattenervi in amichevole
conversare, anzi a far meco colezione. Permettete adunque che ordini
il caffè o la cioccolata, come più vi aggrada.--Ed in questo dire fu
per chiamare col campanello la cameriera
--Oh! no certo, figlia mia, riprese il monaco trattenendo la bianca di
lei mano onde impedirle sonasse il campanello, oh! no certo; e come
volete ch'io possa pensare a prender cibo, vedendovi così cupamente
concentrata in voi stessa? Certo che io nol farò, a meno che prima non
mi sveliate quei pensieri che l'animo vi tormentano; e qualora
vogliate dinegarmelo, non torrò questo ad ingiuria, non volendo
obbligarvi a parlare, ma mi ritirerò per lasciarvi in libertà e
tornerò in altro momento più opportuno.--
La fanciulla, immersa nel più cupo dolore, non pensò a rispondergli;
laonde il monaco si era alzato e già si avviava alla porta: il suo
moversi scosse la giovane dalla dolorosa apatia, tal che, alzatasi,
preselo per un lembo della veste e lo costrinse a seder nuovamente
presso di sè.
Fu qualche tempo silenzio; finalmente in mezzo a mille strazianti
dubbi la giovane svelò gli arcani del suo cuore all'ottimo religioso.
Durante il lungo racconto l'abate avea più volte afferrato un pensiero
ed interrotta la narratrice esclamando:--Possibile? possibile?--
Quando la Rosina ebbe ultimato il suo ragguaglio, il monaco stette
lunga pezza irresoluto; volgeva in mente un progetto, non sicuro sul
modo di eseguirlo.
--Ebbene, qual consiglio mi date voi? esclamò Rosina, tenendosi fra le
mani il volto; deh! non mi negate il soccorso della vostra sapienza.
--Figlia, riprese il frate dopo lunga pausa, i miei timori sono pur
troppo fondati. Il vostro amante misterioso deve esser un settario.
Guai a lui! Non è questa la via che dee battere un uomo il quale
d'altronde vanta quei sentimenti d'onestà che voi mi dite; egli è uno
sciagurato, pur forse traviato e che prevedo cadrà nell'abisso da sè
stesso scavatosi.
--Ma il convegno di questa notte?
--Bisogna evitarlo.
--E mio fratello?
--Ei pure dee fuggire la tenebrosa congrega. Sì, mia figlia, sedicenti
amatori della quiete, dell'ordine, del diritto, della patria,
prendendo abbaglio sulla vera indole della passione che loro bolle nel
cuore, traviano e son traviati; lungi dal fare il bene dei loro
simili, li trascinano insieme con loro a perdita certa; simili al
turbo impetuoso di estate, essi vorrebbero abbattere nella speranza di
costruire, ma il turbine non fa rinascere la querce che schianta.
Infelici! continuò, essi hanno speranze nelle tenebre, ma le tenebre
non fia che partoriscano la luce. Pur troppo vanno incontro a morte
sicura e calcan già la via del patibolo!
--Gran Dio! esclamò la misera fanciulla esterrefatta, che sarà mai di
mio fratello e di lui..., sì, è pur forza che io il dica, di lui che
amo?
--Infelice fanciulla! mormorò il monaco macchinalmente scorrendo col
dito gli acini del rosario che gli pendeva dalla cintura. È un fatto,
indi proseguì, che anche nella pacifica città di Livorno pullula una
setta di cospiratori, ed io ben me ne avveggo alla comparsa e
apparizione misteriosa e strana del vostro amatore; esso ha le mani in
una grande matassa di cui molte sono le fila. Sia pure che tutti
s'infrangano, egli non perderà il coraggio e l'ardire per porle su
tela novella. Guai per lui! Io potrei.... ma no, voi mi avete palesato
un segreto, io non posso svelarlo.... Conviene per altro che almeno le
due fila, che siete voi ed Alfredo, che debolissime scorgo, io liberi
dal pericolo di essere spezzate; io lo farò a rischio della mia vita
stessa. Chi sa che non mi riesca di salvare.... di salvare anco la
persona a voi cara? Ma or non è tempo di ulteriori ragionamenti; voi
dovete ristorarvi con un poco di cibo, e quindi v'ingiungo di prendere
un poco di riposo.--
Così dicendo suonò per la colazione, che venne portata. Rosina,
cotanta agitata come vedemmo, appena gustò qualche goccia di caffè: il
buon padre peraltro fece pacificamente la sua colazione; non già che
fosse insensibile, ma, abituato a tanti e tanti travagli nella lunga
sua vita, era assuefatto a mirare le cose più gravi con un animo
veramente imperturbabile. Terminata la colazione, rinnovò a Rosina il
positivo ordine di non muoversi dalla sua stanza: la consigliò di
discendere sotto qualche pretesto nella camera della madre, quindi si
allontanò.
Noi, mentre lasceremo il monaco studiare il miglior modo possibile con
che i suoi protetti venissero allontanati dal luogo periglioso della
notturna assemblea, terremo d'occhio i preparatori della stessa
riunione. Fino dal mattino, al comparire del sole, nella osteria dei
Tre Mori era stato concertato che Bruto, Cacanastri, Narciso e quanti
erano là piccoli capi tenessero pronti i loro affigliati, i quali, per
tempo uscendo fuori delle mura, dovevano trovarsi dopo la mezzanotte
nel sotterraneo di San Iacopo lungo il mare. Gli ordini erano corsi
con molta celerità, e certamente non avrebbero mancato di trovarsi
colà tutti coloro di cui un giuramento tremendo legava il volere a
quello del Caprone.
Ma qual era lo scopo di tal ragunata notturna? Noi andiamo a dirlo ai
lettori nostri onde non tenerli in tanta curiosità.
Il Caprone era uno dei più accaniti carbonari che la setta di allora
contasse nella penisola; teneva sotto il suo regime la congrega di
Toscana, combinando coi capi della setta esistente in altre provincie
un decisivo movimento di sommossa. Così avevano prestabilito quegli
sciagurati, ideando di far nascere un qualche disordine, cosicchè
fosse impossibile alla forza regolare ed ai buoni cittadini il porre
un rimedio ed estinguere un incendio su tanti punti scoppiato. In
quella sera adunque doveva stabilirsi il giorno e l'ora.
Il cielo però non permetteva tanta sventura: un accidente impensato
doveva impedire che l'adunanza avesse luogo a risparmiare alla città
le orribili conseguenze dei furori dell'anarchia. Sul far del mezzodì
era insorta lite, a causa di una pezzuola rubata, fra Topo e
Cacanastri; Topo aveva sul ponte di Venezia dato una stilettata al
compagno, il quale, moribondo, veniva dalla compagnia della
Misericordia trasportato allo spedale. Topo, sebbene espertissimo in
fuggire fino allora dai birri, questa volta non aveva potuto
riuscirvi; imperocchè, datosi a gambe per la via dei bottini
dell'olio, nel voltare dalle Fontine per la via delle Carceri, si era
imbattuto in una squadra che per caso passava da quella parte; sicchè
piombò proprio negli artigli del falco.
Tradotto al cospetto del giudice, Topo, seguendo l'esempio dei vili,
pensò di salvare sè stesso ruinando i compagni; onde interrogato dal
magistrato sulla cagione dell'omicidio:
--Se vosustrissima mi fa aver l'impunità, le dirò tutto senza
preamboli.--
E qui sfilò, come suol dirsi, la lunga corona, dicendo essersi finto
settario e, venuto in sospetto del congiurato Cacanastri, aver pensato
bene con una pugnalata spicciarsi di lui. E quindi narrò ciò che
sapeva intorno alla congiura ed alla adunanza della prossima notte.
Fortunatamente per i congiurati, il magistrato non lo interrogò sui
nomi di quelli, riserbando ad altro momento un nuovo e più solenne
interrogatorio, per prendere intanto consiglio da più alto personaggio
e giudice intorno alla investigazione e i passi da farsi per tutti in
un colpo avere in mano i settari. Topo, che si credeva potersene ir
libero a casa sua, venne invece fatto tradurre in una delle più
strette prigioni.
Gli altri congiurati intanto nulla sapevano del progetto loro per metà
scoperto da Topo; stavano in breve per esser côlti al laccio. I nostri
lettori sentimentali proveranno un certo ribrezzo nel vedere sull'orlo
del precipizio l'entusiasta Giovanni, l'appassionata Rosina, il focoso
Alfredo e la fantastica Esmeralda. Ma chi sa poi.... tiriamo innanzi
il racconto.
Il ferito Cacanastri stava sul punto di esalare l'anima impura sopra
un letticciuolo dello spedale di Sant'Antonio. Un confessore ascoltava
la lunga storia de' suoi delitti e peccati, e questo ministro di Dio
era quell'istesso padre abate che noi vedemmo poco fa presso Rosina. E
come ciò? Ecco come.
Il padre abate traversava la strada quando il ladro era caduto immerso
nel proprio sangue. Trattandosi di un moribondo, il buon sacerdote si
curvò sovra di lui e non volle abbandonarlo nè mentre fu posto in
lettiga nè per la via nè allo spedale, avendo già incominciato a
confessarlo. Iddio aveva preparato l'incontro. Il buon padre colla
confessione del ladro rannodando i fatti del racconto di Rosina,
fortunatamente giunse a scoprire il ricovero di Esmeralda: ed appena
spirato quel ladro, non frappose indugio a muovere verso l'osteria dei
Tre Mori. I Veneziani di Livorno, se avessero veduto tutt'altri
avvicinarsi alla caverna dei contrabbandi, lo avrebbero fatto a pezzi:
ma trattandosi di un religioso, in ispecie di un padre abate di
Montenero, padre mitrato e che ha il pastorale come i vescovi, eglino
che, mentre non hanno scrupolo di rubare ed ammazzare, sono peraltro
ciecamente, superstiziosamente ed anco bizzarramente devoti, si fecero
a chiedere al padre la benedizione; le donne affollate a baciargli la
tonaca, gli uomini a dimandargli la presa di tabacco: ed egli,
profittando di quella cortese accoglienza, potè farsi additare la
tana, alla quale avendo picchiato, poco dopo entrò.
Ah di qual patetica scena doveva esser egli testimone! Su di un
piccolo letto di quelle luride stanze stava la bella, la già
orgogliosa Esmeralda. Ai suoi piedi travisato da marinaro il giovane
ufficiale Alfredo. Impossibile sarebbe dare una precisa idea del loro
colloquio.
--Io ho giurato di venire al convegno ed ho giurato di recarvi una
sorella; io vi andrò, sì, ma nè mia sorella nè tu vi verrete.
--O mio Alfredo, diceva la sventurata, che mai pensi? deh! non opporti
a Giovanni; egli ti crederà un traditore, ti ucciderà.
--Sia pure! esclamava Alfredo, ma voi due mie care donne non mai vi
troverete ad un tanto periglio, a quello di perder la testa su d'un
patibolo.
--E che? diceva Esmeralda, e che? siam forse colpevoli noi?
--Cara, innocente e appassionata creatura, la tua semplicità ti vieta
conoscere il vero.--
Esmeralda sorrideva come quando era fra le tribù dell'Ohio.
--Deh! non sorridere...., sclamava Alfredo, deh! non sorridere; il tuo
sorriso mi fa l'orror della morte.--
Esmeralda dal sorriso era passata al riso sprezzante.
--Hai paura? gli diceva, hai paura? ebbene andrò sola: io ho il mio
pugnale.--
Alfredo ignorava chi veramente fosse Esmeralda, ma però sentiva
crescersi l'amore nelle vene. L'amore ch'ei le portava era, per così
dire, raddoppiato. E l'amava come donna e come madre del figlio suo.
--Ascolta, Esmeralda, soggiungeva: sia pure che tu e io non curiamo la
vita; ma puoi tu compromettere l'esistenza di quella creatura che
porti nel seno?--
Era la prima volta che Esmeralda sentiva pronunziare simile parola. Il
sentimento di madre parve la colpisse. Stette silenziosa alquanto.
Alfredo a mani giunte aspettava una parola confortante; ei
l'implorava, ma la giovane, dopo di essersi terso con la mano
l'affannoso sudore della fronte,
--Ah, dovere di madre! sì, dovere di madre! io lo conosco, ma, prima
che nascere schiava, la mia creatura morirà nel seno materno.--
Questa ultima decisione aveva agghiacciato le speranze e l'ardire
d'Alfredo; una idea disperata gli si affacciò alla mente.
--Senti, gridò all'amante; il cuore mel dice, pur troppo mel dice, la
via che calchiamo conduce al patibolo. Almen sia salva la sorella:
morte per morte, val meglio trucidarsi che morire infamati.--
Proferiva questi dolorosi accenti fuor di sè stesso, alto levando uno
sguainato pugnale; già stava per immergerlo nel seno dell'amante, che
lo guardava impassibile, per poscia cacciarselo in cuore, quando il
monaco, entrando in quell'istante, di sulla porta gridò:
--Infelici! io vengo a salvarvi.--