Vicende.
La nostra storia fa un passo retrogrado; ci è duopo ritornare indietro
varii anni. In un piccolo villaggio sulla Dora una giovine abbigliata
alla campagnola si affatica a trarre sulle deboli spalle un grave
fascio di legna; la sua fisionomia è dolcissima, i suoi capelli sono
biondi, il suo aspetto non par nulla quello di persona nata in un
villaggio; le maniere poi contrastano coll'abito, siccome colle
laboriose operazioni contrasta la gentile morbidezza e bianchezza
delle sue mani. La giovinetta non solo è abbigliata da villica, ma le
sue vesti di mezzalana sono assai logore, la rigida stagione di
decembre aveva arrossato le sue guance, ed il freddo e qualche
doloroso pensiero le aveva richiamato alcune stille di pianto sul
viso.
--Ahimè! tu piangi sempre, mia buona mamma, aveva detto un fanciullino
di circa sei anni che ella si teneva al fianco su per l'erta, il quale
stavale appigliato al lembo della rustica sottana.
--Giannino mio, ho assai faticato quest'oggi, e queste sono stille di
sudore: tu piuttosto sta' buono e non piangere; fra poco arriveremo
alla capanna.
--Dio mio, quanto è lontana! sclamava il fanciullo mentre saliva
appresso alla madre la scoscesa collina.
Ma la stanchezza della misera madre e del fanciullo sarà presto ben
ristorata. Il loro dolore si muterà in allegrezza insperata, al loro
giungere a quella capanna, da cui erano distanti un solo quarto di
miglio: dalla parte opposta del villaggio era alfine ritornato colui
che per essi era tutto. I due derelitti e tapini dovevano esser
consolati dopo tanti anni di lacrime e di preghiere.
Non ebber tempo di vedere la cima del colle sul quale era posta la
capanna, che un giovane uomo abbigliato signorilmente, decorato della
insegna della Legione d'onore, si era precipitato verso i due che
salivano contemporaneamente, abbracciando insieme e la donna e il
fanciullo: avrebbe voluto recarsi in braccio l'uno e l'altra, Preso il
ragazzo colla sinistra, e colla destra sorreggendo la cara metà del
suo cuore,
--Ah! vi ho pur trovato, diceva stemprandosi in dolci lagrime di
gioia.
--Sei tornato, sei tornato! siamo tanto poveri! sclamarono ambedue
penetrati da un'indicibile commozione.
--Or siete ricchi: per noi è alfine ritornata la felicità; venite,
deh! venite, teneri oggetti dell'amor mio.--
Il padre, la madre ed il figlio in breve ora furono alla capanna,
nella quale non dimorarono che la sola notte: ma certo e madre e
figlio più agiatamente delle precedenti, poichè il nuovo arrivato vi
aveva fatto recare materassi e tappeti e le indispensabili
suppellettili. All'indomane una comoda vettura trasportò i tre alla
vicina città di Nizza, da dove ascesero in un naviglio che dovea
trasportarli al luogo di loro nuova dimora.
Il signor Artini da giovanetto aveva militato in Francia e, ottenuto
il suo congedo per le premure del signor di Brienne, di cui era
parente la madre sua, era passato in Piemonte; colà si era invaghito
di una giovane orfana, bella, virtuosa, ma priva di fortune e alle cui
attrattive non aveva potuto resistere l'ex-uffiziale, che avevala
condotta all'altare. La loro unione avvenne col massimo segreto; il
giovane Artini doveva rispettare il contrario volere di uno zio, il
quale, borioso di ricchezze e di tìtoli, avrebbe fulminato dell'ira
sua lo sventurato nipote privo di beni dì fortuna, se questi avesse
osato parlargli dell'affetto inspiratogli dalla leggiadra giovinetta.
L'uffiziale, che d'altronde non aveva potuto difendere il petto dallo
strale del dio d'amore, il quale non rispetta nessuno e molto meno i
giovani sensibili e militari, intesasela con un buon ecclesiastico, si
sposò segretamente la fanciulla e con lei godette vari anni di
completa felicità. Frutto di tale unione era stato il fanciullo che
sentimmo nominare Giannino. Cresceva egli in bellezza e bontà nel più
stretto ritiro di una villa posta non molto lungi dalla città, ove
incognita stavasi la giovine coppia; quando, per una di quelle
fatalità che spesso colpiscono le persone dabbene, venne a scoprirsi
il nascondiglio del giovine Artini ed ii suo segreto matrimonio.
Artini, un tal dì uscito alla caccia, inseguendo un cinghiale, per
disavventura in un momento di fretta, esplosa l'arme, ferì sebben
leggermente un suo compagno di caccia. In quel subito, credutasi
gravissima la ferita, fu quegli trasportato privo di sensi al
domestico asilo dell'Artini; ed ognuno può imaginarsi lo spavento di
lui, della sposa e del piccolo Giannino. In breve per altro
dileguaronsi i loro timori, poichè sopravenuto il chirurgo, esaminando
la ferita, la giudicò semplicissima, ed in quello stesso giorno
feritore e ferito si assisero gaiamente alla medesima mensa.
Quest'ultimo, giovane parigino, venne pregato di trattenersi colà fino
a che non si fosse pienamente ristabilito in salute. Durante alcuni
giorni l'ingenua madre di Giannino apprestógli tutte quelle cortesi e
minute cure che vengono imposte dai sacri doveri dell'ospitalità.
Costui, non potendo credere a tanta semplicità, osò pensare di aver
suscitato un tenero sentimento nella giovane sposa, che, avvedutasi
del troppo franco contegno di quell'ospite, non volle celarne gli
arditi disegni al marito, il quale in un primo impeto dì sdegno si
scagliò contro l'audace ed iniquo amico e lo costrinse a domandargli
scusa e partire.
Non era anche scorso un mese da quell'accaduto che i due coniugi non
vi pensavano più, quando una notte il buon Iago, servidore negro del
signor Artini, penetrando improvvisamente nella camera degli sposi,
--Salvatevi, aveva loro gridato, salvatevi per la scala segreta; io
condurrò vostra moglie ed il bimbo nel granaio, e voi, signor padrone,
pigliate la via del giardino.
--E perchè mai? avevano chiesto i coniugi esterrefatti.
--Gente armata si avvicina al castello: un contadino che l'aveva
scoperta al chiaro di luna è corso a gambe levate a porgermene avviso.
Si dice che lo zio vostro, scoperto il segreto maritaggio, abbia
ottenuto dai tribunali un ordine di cattura per voi e di reclusione in
un monastero per la vostra consorte; si dice che sarà annullato il
matrimonio.
--Ah giammai, giammai! esclamò il giovane Artini; venderò cara la mia
vita; il principe mi ascolterà.--
Dare un balzo dal letto e vestirsi fu tutt'uno.
La giovane Amalia svenne.
Il buon Iago col soccorso della cameriera la fece avvolgere in un
lenzuolo insieme col bambino che dormiva, traducendola nel granaio, in
cui si penetrava per una botola.
Il signor Artini, che dapprima voleva far uso dell'armi, fu poscia
persuaso esser migliore espediente fuggirsene alla capitale ed
implorarvi l'aiuto delle leggi a suo vantaggio, onde far vano il
progetto dell'iniquo suo zio.
Quando gli armati si presentarono, la casa fu trovata deserta.
Iago, dopo che nei dintorni cessò la mania di ciarlare in mille guise
sull'avvenimento, per erti colli e cupe foreste condusse la padroncina
ed il figlio su quella collina ove li abbiamo veduti, ed un tugurio
servì loro di ricovero. Gli armati, nel desiderio d'impedire ai
fuggitivi di valersi, quandochè ritornati, degli ori, degli argenti e
delle gioie della villa, se ne impossessarono a nome del brutale zio.
Ed Iago solo col ritratto dei suoi guadagni, per cui aveva un
peculietto, provvide al sostentamento proprio e delle care creature,
sperando di giorno in giorno che il padrone, ottenuta giustizia,
sarebbe ritornato alla casetta di campagna, dove aveva lasciato il
fedel contadino depositario del segreto nascondiglio di Amalia e di
Giovanni. Ma passarono giorni, passarono anni, e il signor Artini non
si vide; e d'altronde Iago credeva pericoloso il farne ricerca a
motivo della potenza dello zio del padrone che poteva riuscir fatale
ai suoi cari protetti.
La giovine Amalia si era abituata, dirò, alla vita rozza della povera
campagnuola; faceva da gran tempo le faccenduole di casa, andava a
provvedere il vitto traendosi dietro Giannino al vicino villaggio,
poichè un giorno anche Iago, partito per la capitale, non era più
ritornato. Dall'epoca in cui Amalia rimase sola col suo bambino, a lei
toccava girsene al vicino bosco per le legna, a lei a coltivare un
meschino orticello, a filare e vendere la filatura al mercato: e
siccome la piccola somma portata dalla casa cominciava ad essere sugli
ultimi, ella si vedeva sull'orlo dell'abisso e della miseria.
L'infelice non tanto piangeva per sè, quanto per il marito e pel
figlio: pel marito, di cui ormai non credeva ricevere altre novelle
che della morte; pel figlio, che, pieno d'intelligenza e di amore,
andava ad entrare nel più doloroso avvenire, ed i primi atti della sua
tenera mano avrebbero dovuto esser quelli dello stenderla accattando
limosina. Tale era la trista ed orribile posizione di Amalia quando
noi la vedemmo insieme col bambino salire l'erta della capanna al
principio di questo capitolo e quando miracolosamente e ormai contro
ogni speranza ella aveva veduto arrivare l'adorato consorte.
Non dobbiamo nè possiamo tacere che, durante la separazione del marito
dalla moglie, del padre dal figlio, il piccolo Giovanni, di focoso
temperamento, di precoce intelletto aveva voluto apprendere la storia
della propria sventura. Sensibilissimo e fiero, egli si era formata
un'idea sinistra di tutti quegli uomini che la fortuna pone in una
classe elevata. Abituato a conversare coi miseri fanciulli del
villaggio subalpino, si era già affezionato ai costumi popolari, alle
persone che soffrono, costrette a guadagnarsi la vita col sudore della
fronte. Il rapido mutamento di sorte lo imbarazzava, e, toltone il
dolore che avrebbe avuto di tornare ad essere privo del padre, il suo
cuoricino batteva sempre di affetto per le rupi selvagge testè
abbandonate. Ma intanto la nave, solcato il Mediterraneo, si
avvicinava per l'oceano alle ospitali rive dell'America, facendo vela
per le Antille, ove il nostro giovane erede del defunto zio era
divenuto uno dei più ricchi possessori e coloni. Colà egli aveva
divisato condurre la sua tenera Amalia ed il caro Giannino; l'Europa
eragli divenuta un tristo soggiorno, tanto erano state le sventure che
vi aveva provate; ei credeva che il nuovo mondo potesse aprirgli una
carriera di novelle felicità. Sentiva il bisogno di respirare aura più
libera, di svincolarsi da quei sociali impacci del costume europeo.
Il clima tropicale della Guadalupa sarebbe stato eziandio giovevole
alla defatigata salute di Amalia. Il suo fanciullo colà avrebbe potuto
maggiormente sviluppare le sue belle e robuste forme, inspirarsi a
quelle vergini contrade, vivere la vita libera in mezzo ai semplici
costumi di quei fortunati isolani. Non s'ingannava il signor Artini;
giunta che fu la nave nella baia della tenuta di sua spettanza, un
buon numero di negri, di cui era proprietario, lo attendeva alla riva
per festeggiare l'arrivo di quell'amabil padrone che li volea far
liberi. Il piccolo Giovanni, al vedere tanti uomini neri, aveva
esclamato:--Oh quanti Iaghi! ma il mio Iago dov'è?--Nè aveva potuto
ripetere la frase, che si trovò nelle braccia del vecchio negro, il
quale, stemperandosi in lacrime di tenerezza, nel linguaggio natìo
additava ai compagni la cara persona del loro padroncino. Non sì tosto
i coniugi si trovarono fermi nel loro nuovo soggiorno, il signor
Artini dichiarò liberi tutti i suoi schiavi.
--Lungi, lungi da me, aveva esclamato in uno de' suoi più bei giorni,
lungi da me anco l'ombra del servaggio. La vecchia Europa serbi tal
nome; io voglio bandirla anche dal mio frasario.--
Invano potrebbe esprimersi la gioia di quei miseri, i quali idearono
una festa di cui mai non aveva veduta l'eguale quella estrema regione
del mondo.
La sera medesima di quella festa, la giovane Amalia nel colmo
dell'allegrezza riceveva le congratulazioni delle sue conoscenti;
sentiva dal suo letto gli evviva replicati degli Indiani quasi pazzi
dall'allegrezza: ella aveva dato alla luce Esmeralda.
Esmeralda fu levata al sacro fonte dal governatore della Guadalupa;
tutti i navigli francesi ed esteri ancorati nel porto fecero intendere
una salva delle loro artiglierie; il tamburo prolungò il suo rullo, e
militari sinfonie alternarono per tutta la notte le più soavi melodie;
la notte stessa era stata una delle più belle sotto l'infuocato cielo
dei tropici. Nella cerimonia del battesimo il signor Artini, a
riguardo della neonata, avea voluto che si ripetessero ad alta voce i
suoi titoli di nobiltà statigli testè conferiti dalla Francia e di cui
già era stata fatta menzione nell'atto civile della nascita della
bambina, «Esmeralda, Clementina, Zaira, Sofia, aveva scritto il buon
paroco, figlia del nobile signor cavaliere conte Adolfo Artini e della
signora Amalia De-Chouet sua legittima consorte, è nata il 21 marzo
l'anno 1805, alle due pomeridiane; tennela al sacro fonte il signor
barone De-Guiche governatore della Guadalupa.»
--Ah! ah! aveva esclamato Giovanni all'età di due lustri, assai
motteggiatore e molto più avverso al fasto, voglio domandare al buon
Iago se, al mio nascere, baroni mi tennero al fonte, e se mio padre
era un'eccellenza; in questo caso mi faccio registrare di nuovo, non
essendovi cosa che maggiormente mi disgusti quanto i titoli e la
nobiltà: non per questo amerò meno questa bimba, che anzi sarà la mia
prediletta.--
Passavano intanto gli anni. Il vago appartamento dei signori Artini; che
si estendeva in riva al mare, era circondato di giardini e boschi dove a
migliaia si vedevano uccelli variopinti e dorati, e quadrupedi di mille
specie. Il placido mare si ripiegava in seno a piccolo golfo che faceva
l'isola proprio dirimpetto al palazzo; quel sito era stato fatto
lastricare di marmo e presentava ai nostri avventurosi abitatori tutto
il comodo di sollazzarsi alla pesca. Il nostro Giovanni, mentre per le
cure del paroco diveniva scienziato ed uomo di liberi sentimenti, per le
cure del padre era divenuto un instancabile pescatore, un robusto
nuotatore, un cacciatore famoso. Ancora imberbe, armato or del fucile
degli Europei, or dell'arco degl'Indiani, aveva atterrate delle bestie
feroci e l'avvoltoio delle montagne. Munito a guerra un piccolo
naviglio, si fece a percorrere i mari delle Antille ed a sedici anni era
divenuto un esperto navigatore in quell'arcipelago. Una volta fu veduto
ritornare dopo un'assenza di quindici giorni menando seco due poveri
negri di sesso diverso.
--Gli hai tu acquistati? domandò il padre a Giovanni.
--Non compro i miei simili, aveva replicato il giovanetto; li ho
salvati dall'ira del loro padrone che voleva disgiungerli a forza, ed
essi si amano appassionatamente; è questo forse un delitto da meritar
loro la pena delle verghe? Sono belli e buoni.--
Ciò dicendo presentolli a sua madre.
I due negri si sposarono e, dichiarati liberi come gli altri, andarono
a lavorare nella vasta tenuta dei signori Artini.
--Ma se il padrone tornasse a riprenderli? avevasi fatto osservare a
Giovanni.
--Oh! non vi è pericolo, aveva questi replicato; colui ha ben altro da
pensare.
--E come il sai tu?
--Nel mondo dove ei si trova dee pensar a scontare i propri peccati.
--Sciagurato! riprese con sdegno il padre, osasti violare l'altrui
proprietà e commettere un omicidio?
--Mi credereste voi capace di disonorare il vostro nome? rispose
sorridendo il giovinetto; quindi aggiunse: l'uomo generoso e libero è
fatto per difendere i suoi simili, gli oppressi contro gli oppressori;
l'uccidere per difendersi è dovere. Lo sfacciato mercante di carne
umana ardì mirarmi col suo fucile; uno strale che li cacciai nel petto
impedì la mia morte. Ecco il fatto.--
Così la pensava e così agiva il giovinetto all'età di sedici anni. La
tenera madre palpitava sempre per lui. Il padre invece inorgogliva
alle ardite prodezze del figlio.
I negri dell'isola lo benedicevano e lo adoravano siccome un nume
protettore.
Una sera in cui, placidamente seduta sotto un pergolato di ribes, la
famiglia aveva frugalmente cenato con la cacciagione del giorno e coi
frutti saporitissimi del giardino, cadde discorso sull'Europa.
--Io mi son sempre trattenuto, disse Giovanni, dal parlarvi di cotesta
Europa, di cui serbo dolorose rimembranze; imperocchè quel guasto
mondo mi è sempre parso coperto dalla nera caligine che esalano i suoi
vizi.
--Ah! figlio, io non nego che gli uomini di cotesto luogo sieno
peggiori di quelli d'America, ma iniqui ve ne sono dappertutto.
--Isolatamente ne convengo, ma qui la perfidia è un'eccezione, colà è
una regola; il cuore mel dice, la naturale antipatia me ne accerta, i
libri della vostra biblioteca me ne ammaestrano infallibilmente.
--E che ne concludi? riprese il padre facendogli una carezza.
--Ne concludo che, se potrò, non ritornerò colà; ma se il destino
della mia vita mi obbligasse a calcare nuovamente la terra che mi vide
nascere, giuro di apparirvi come un angiolo vendicatore, come un genio
benefico che la libererà dalle sue sventure.--
La mente fervida e precoce del giovanetto sviluppavasi a meraviglia,
ed il corpo ne seguiva gli impulsi.
Il bravo governatore lo educava ai militari esercizi, il sole ardente
delle Antille gli abbruciava il cuore; ei si sentiva come padrone di
un'epoca.
--Ma, soggiunse un bel dì alla madre, i vostri patimenti, o madre,
formano la più mesta reminiscenza dei miei primi anni; io ne serberò
incancellabile la memoria. Io sento, sì, sento in me la pietà, la
compassione propria dei nostri Indiani, ma sento altresì la ferocia di
essi; quella compassione la serberò per i poveri, come eravamo io e
voi quando il babbo ci raggiunse allora che io nel fitto inverno mi
reggeva alla vostra lacera gonna per salire alla capanna e soffriva
nel vedervi piangere e sudare sotto il peso delle legna che portavate
per scaldarci. Ma la ferocia io la serberò contro quelle classi
privilegiate che si pascono del sangue e del sudore dei poveri e a cui
apparteneva quell'uomo che ci cagionò tanti affanni. Esso è morto;
però ne esistono tanti eguali, madre mia. Ma... a proposito, continuò,
mio padre debbe avervi narrata la storia delle sue sventure durante la
sua assenza: e che? io dunque non debbo saperne nulla?
--A che vantaggio rinnovare la memoria di un fatto che è già
registrato nel passato?
--A che pro, madre mia? Perchè sappia in qual modo coloro che
avrebbero dovuto giovare ai miseri ardissero calpestare i più sacri
doveri.
--No, figlio mio, le aveva detto l'Amalia; i mali che gli altri ci
hanno fatto soffrire bisogna dimenticarli e lasciarne la vendetta a
Dio.
--Egli si serve spesso del braccio degli uomini per compierla; chi sa
che non voglia servirsi del mio?--
La tenera madre sforzossi di calmar l'ardore del figlio, ed egli non
fece più parola intorno a tale materia; ma scelta l'occasione in cui i
suoi genitori eransi recati per diporto all'isola di San Domingo,
avuto a sè il vecchio Iago,
--Dimmi: che cosa successe a mio padre quando io bambino rimasi colla
mamma alla capanna delle Alpi?
--La storia è breve ma dolorosa, riprese il negro: fuggito che fu
vostro padre dalla parte del giardino della sua villa, già si
appressava travestito alla capitale per far valere i suoi diritti,
quando, incontratosi sventuratamente nel perfido amico cagione di
tutti i suoi mali, non fu più padrone di sè stesso, e dopo aspre
parole, snudate le spade, si batterono in quel luogo medesimo, e
l'amico traditore espiò colla vita il nero suo tradimento. Il padre
vostro, gravemente ferito e privo di sensi, venne da persone che il
conoscevano e che ignoravano le discordie fra esso e lo zio
trasportato al palazzo dello zio medesimo, il quale, nascondendo la
gioia di quell'avvenimento, sembrò preoccupato da incidibil dolore, ed
accarezzando il quasi esanime nipote, dette palesi ordini acciò fosse
curato in un dei più sontuosi appartamenti del palazzo.
--E che avvenne poi? aggiunse il giovanetto impaziente.
--Il vostro misero genitore, appena ricuperati i sensi, si trovò in
uno dei sotterranei dei palazzo destinatogli per carcere; ivi languì
vari anni, e poichè ben poche persone avevano veduto il giovane
uffiziale esser trasportato presso lo zio, fu a costui facile sparger
voce che egli si era allontanato per correr dietro alla sua amante.
Quel vecchio tiranno, irato del non poter discoprire il rifugio di voi
e di vostra madre, inveiva sempre più nei mali trattamenti verso il
padre vostro, e per colmo di barbarie avevagli dato a intendere essere
ambedue voi periti nella fuga.
--Infame!
--Sei mesi prima che il mio adorato padrone giungesse a ricuperare la
libertà io arrivai a scoprire ch'egli gemeva prigione del barbaro zio.
Giurai di salvarlo o di morire e, sotto le mentite spoglie di povero,
mi riuscì di penetrare nel palazzo del vostro indegno parente. Ma
ahimè! il colore del mio volto mi tradì, per modo che venni rinchiuso
nel medesimo sotterraneo.
--Gran Dio!
--Fu certamente gran conforto al vostro misero genitore la mia
presenza: e rapprendere che voi e l'Amalia eravate in vita e al sicuro
dalle trame dell'iniquo. I giorni passavano in mesti ragionari ed in
copiose lacrime, pensando a voi misero fanciullino ed alla madre
vostra. Inutilmente desiderammo di farvi pervenire nostre nuove. Di
chi mai avremmo potuto fidarci? Avrebbe forse il barbaro oppressore
risparmiata la vostra tenera età? Si sarebbe egli lasciato piegare dal
sesso e dalla beltà dell'infelice madre vostra, o non piuttosto
avrebbe ad altre due infelici creature fatti provare i più rigorosi
tormenti? Invano tentammo di fuggire; troppe erano le guardie ed i
satelliti di quel vile per eludere la loro vigilanza.
--Dio però....
--Si, Dio venne in aiuto degli oppressi. Un mattino nella cui
precedente notte avevamo sentito forti strepiti e confusione nelle
stanze superiori del palazzo come se una quantità straordinaria di
persone andassero e venissero, vedemmo discendere nella nostra carcere
un venerabile ecclesiastico. Costui, nel vedere il nostro squallore e
la nostra miseria, colpito da grande e dolorosa meraviglia, ci fece
soccorrere: morbido letto fu a noi apprestato, cibi delicati che ci
rimettessero in forze; ma più di tutto riuscì a renderci gagliardi la
nuova che l'iniquo persecutore era in quella notte morto di apoplessia
e il desiderio vivissimo di partire per la capanna ove eravate
rifugiati. Il resto voi lo sapete.--
Durante il racconto del negro, il giovanetto portò più volte la mano
al cuore ed all'elsa di un pugnale elegantemente lavorato che, secondo
il costume degl'Indiani, teneva al fianco. Alfine, dopo lungo represso
sfogo, gli caddero abbondanti lacrime, e,
--Se tali avvenimenti fossero accaduti fra voi selvaggi?... dimandò.
--Ah! rispose Iago, fra i selvaggi tali mostri non hanno esistito
giammai.
--Ma colui lasciò parenti? esclamò il giovane con ira feroce.
--Non altri che il padre vostro. Egli peraltro, non potendolo in tutto
privare delle avite sostanze, s'ingegnò di toglierne gran parte, che
fe' passare ai ricchi suoi amici.--
Il giovanetto meditò alquanto, quindi, snudando il pugnale,
--Vendetta, gridò, vendetta contro tutti i ricchi, contro tutti gli
oppressori! Giuro di mantener la promessa.--