Le catacombe.
Lungo la scogliera delle spiagge di San Iacopo esisteva una
sotterranea galleria scavata nel tufo. Forse le onde del mare
coll'andare dei secoli addentrandosi nella terra aveano formato quella
volta naturale; e l'acqua col volger del tempo ritirandosi aveva
lasciato asciutto quel sotterraneo. La sua apertura, nascosta fra gli
scogli coperti di alghe e piante marine e quasi turata dalla arena
trasportatavi dai flutti, a pochissimi era nota. Attualmente essa è
rimasta così ingombra che non può discernersi se non se da colui che
abbiala veduta assai anni addietro. Il sotterraneo, che si estendeva
molte e molte braccia, penetrava al di sotto della chiesa attuale: e
nei primi secoli del cristianesimo, quando nei luoghi dell'attuale
chiesa vi era un convento, probabilmente quella galleria, comunicando
colle tombe della chiesa del cenobio, aveva servito di ritiro alle
meditazioni di quei religiosi e forse di nascondiglio a non pochi dei
primitivi cristiani, furiosamente perseguitati dai pagani, signori del
mondo. Comunque la cosa sia, è un fatto che là dentro eransi rinvenute
non poche ossa, mentre gran quantità di teschi ed umane reliquie si
erano scoperte non lungi da quel cenobio verso la riva del mare, dove
era ed è il superbo passeggio dell'Ardenza.
Gli archeologi e gli storici avrebbero potuto dirci con precisione a
che cosa avesse servito in origine quel sotterraneo: i secondi se pure
lo avessero creduto oggetto degno di occupare le gravi pagine dei loro
scritti, ed i primi qualora non avessero preso qualche lucciola per
lanterna. E qui (sia detto con buona pace) un romanziere, ricordando
_L'antiquario_ commedia dell'immortale Goldoni, e _L'antiquario_
romanzo del celebre Walter Scott, non può trattenersi dal ridere sulle
dotte asserzioni di coloro che, al lume dell'intelletto, hanno creduto
penetrare con passo sicuro nel buio di centinaia di secoli. Concludo
adunque che nulla mi cale di sapere quando il mio sotterraneo sia
stato abitato e da chi; come anche nulla mi cale se certi zerbinotti
increduli mi forzassero a dimostrar loro il suo sito, ed io non
potessi additarlo. Se coloro che son vivi non lo hanno veduto, lo
vedranno nel mio romanzo, giacchè per il buon andamento del racconto
basta che ci sia stato: e quelli che lo hanno veduto e che non son
più, non sanno nulla del mio scritto, il che mi risparmierà degli
interrogatori noiosi. E poi in ultima analisi il mio sotterraneo è
quello che era il luogo delle _Acque di San Ronano_ del gran
romanziere inglese: ci era, adesso non c'è più; ed è meglio, perchè
infatti chi sa che paura ne avrebbero le modestissime damine e pedine
cui piace il passeggiare cogli amanti nel bel sito che ora è lungo la
via di San Iacopo, se sapessero che a pochi passi da dove fanno
tranquillamente sospiri amorosi e si ricambiano dolci parolette esiste
un sotterraneo di catacombe? Ma ritorniamo a a noi: come io dunque
diceva, il sotterraneo aveva la sua entrata fra gli scogli e dopo un
cento passi la volta si faceva stretta, ed il terreno si approfondava
con sensibile declivio; talchè, camminando fra quelle tenebre, avresti
creduto di essere entrato in quello da cui il vecchio Enea passo passo
se ne andò alle porte dell'Averno. Il mio sotterraneo peraltro non era
tanto lungo; poichè dopo circa quattrocento passi si arrivava ad un
ripiano che formava un quadrilatero non disdicevole ad una grandiosa
sala da ballo; le muraglie erano tutte di tufo e di conchiglie. Questa
sala, tutta a volta spaziosa, comunicava con due lunghe gallerie; da
queste metteva in altri due salotti più lontani e più grandi del
primo; sicchè, come ognun vede, quella gran sala potea dirsi
l'anticamera, e le altre potevano essere usate per luogo di numerosa
riunione. È facile l'imaginare come quel luogo offrisse tutto il
comodo di parlare ad alta voce, poichè quelle pareti non avevano
orecchie, ed il suono non avrebbe giammai oltrepassato il palco della
spessezza di un terzo di miglio di terreno. Egualmente impossibile
sarebbe stato a qualunque curioso il sentire il cicaleccio di coloro
che erano dentro stando all'estremità della grotta, sì perchè lo
avrebbe impedito la lontananza, sì perchè il fiotto marino che
incessante sbatteva gli scogli avrebbe spento anche la voce del basso
Lablache nella cavatina del _Figaro_ e i trilli della Malibran nelle
cadenze finali della _Sonnambula_.
Ecco dunque che la nostra caverna era più che idonea al misterioso
ritrovo di quei fanatici, i quali si eran posti in idea di
rinnovellare il mondo sociale, tanto per tutelare la loro personal
sicurezza quanto per la libertà di parlare a voce alta; il che suole
accadere bene spesso in quel genere di assemblee. Al capo di quella
segreta società non era sfuggito un luogo così magnifico, del quale
era stato da lui scoperto l'ingresso in uno di quei momenti
melanconici in cui passeggiava lungo la riva del Tirreno, e, per
quanto crediamo potere asserire, quel luogo stesso in tempo di vacanza
di congiure erasi più volte adoperato per dar ricetto ad ogni sorta di
contrabbandi. Ma adagio, qualche lettore perito di cose marittime mi
dirà: e come mai le guardie delle torricelle del vicino lazzaretto non
vedevano andare e venire i frequentatori del sotterraneo? ed in tal
caso come mai non far loro fuoco addosso? Sì, certamente, rispondiamo
all'obiezione, che le guardie avrebbero ciò fatto; tutto sta che
avessero veduto: ma la situazione dell'ingresso fra i due scogli era
tale che prometteva ogni sicurezza di stare al coperto dagli sguardi
altrui: e poi ognun sa che i ladri, i congiurati e gli amanti hanno
amica la notte ed il passo così leggiero quasichè sempre portassero
scarpe colla suola di velluto o di feltro; ed in ultima analisi
_guardia_ vien da _guardare_, ed ognun sa che molte volte si _guarda_
e non si _vede_.
La prima sala delle catacombe aveva per pavimento il nudo suolo;
quella a cui metteva l'ala destra del sotterraneo quando dalla sala si
partiva in due era tutta sul pavimento coperta di un largo tavolato di
grosso legno, il che dimostra che coloro i quali ne facevano uso
avevano cura di tenere i piedi all'asciutto, o per qualche altra
ragione adesso a noi sconosciuta avranno creduto bene che quel
pavimento dovesse essere di grosse tavole di abete. La sala che noi
abbiam descritto non aveva che un rozzo e gigantesco tavolo tondo con
intorno una quantità di sedili dell'istessa forma e rozzezza. Alle
pareti erano attaccati grossi anelli di ferro i quali sorreggevano dei
candelabri tutti rugginosi dalla salsa umidità, sovrapposte ai quali
grosse padelle di metallo con entro strutto o sevo e bitume, che una
volta accese tramandavano tal rossa e funebre luce da far abbrividire
qualunque buon cristiano; e siccome il fumo avrebbe certamente
soffocati coloro che si fossero radunati in quella profonda caverna,
al di sopra di quelle bizzarre e quasi infernali lucerne esisteva
scavata nel tufo una specie di cappa non dissimile da quella dei
nostri camini, la qual cappa metteva nel corridore primo del
sotterraneo, da dove il fumo usciva per la imboccatura della grotta.
La sala da noi descritta conteneva appesi al muro grossi triangoli di
ferro, simili assai alle nostre graticole su cui poniamo le casserole
e le pignatte, i quali triangoli, per quanto assicurano
gl'intelligenti in materia di sette, erano altrettanti oggetti
indispensabili a quei fanatici. Oltre i triangoli, vi avevano in quel
luogo varie forchette a tre denti, dei dadi a tre facce, in somma il
numero tre era molto ripetuto in quel luogo; ed in un quadro di
grossolana pittura si mirava finalmente entro un triangolo dipinto uno
sterminato occhio di bove. Quella sala era chiamata sala del comando o
del gran maestro, poichè era in quella che gl'iniziati alla setta
dovevano subire le strane prove per la definitiva ammissione e
proferire il più terribile giuramento. La seconda sala, quella in cui
metteva la galleria a sinistra, era chiamata sala d'aspetto, e là
avevano luogo le abluzioni dei candidati, ed ivi si vedeva una gran
vasca ad uso di bagno, un gran camino per scaldare le acque, caldaie,
paioli, ecc., in somma vi erano tutti gli oggetti indispensabili alla
cerimonia: quella sala era detta ancora la sala della purgazione.
Ahimè! lettori carissimi, questa sala a causa della arena che la
ingombrò e delle alghe marine spintevi dai venti di libeccio è andata
con le altre del tutto perduta, come un tempo si perderono le grandi
città di Ercolano e di Pompeia! Ah! il tempo guasta gran cose, ma
egualmente di grandi ne accomoda; e d'altronde è possibilissimo che
fra diciasette o diciotto secoli qualche colono nel solcare la terra
scopra le sale che vi ho descritte, ed i sapienti di quel tempo ne
facciano una dottissima illustrazione degna di esser premiata dalle
accademie che allora saranno nel mondo, a cui auguriamo ogni sorta di
prosperità letteraria e scientifica.
Terminata che abbiamo appunto la descrizione delle catacombe, noi
saremmo per introdurvi i lettori onde vedessero da per sè le cose
descritte; ma riflettendo che essi ameranno più assai il vederle
coll'occhio della mente quando il Caprone vi avrà introdotti i suoi
aderenti, riteniamo dare nel genio dei lettori stessi riconducendoli
nell'osteria dei Tre Mori allorquando il colloquio di Esmeralda e di
Alfredo venne interrotto dall'improvvisa comparsa del monaco
vallombrosano. I due amanti rimasero così colpiti a quella subita
apparizione che non seppero proferire un accento.
I lineamenti del monaco erano ad essi affatto sconosciuti. Non così al
monaco la fisionomia di Esmeralda, sebbene fosse la prima volta che si
trovava al cospetto di questa fanciulla.
--Amalia! sclamò; gran Dio!
--Amalia.... Amalia...! gridò alla sua volta la fanciulla.
Alfredo non sapea come spiegare la venuta del nuovo personaggio e le
parole di lui non meno che quelle dell'amata giovane. Dal mattino in
poi egli era passato di emozione in emozione, di orgasmo in orgasmo;
quanti affetti! quanti dolori!
Il monaco era rimasto in silenzio dopo la fatta esclamazione; egli
stava concentrato nella più strana rimembranza; più guardava
Esmeralda, e più sembravagli sognare.
Il giovane uffiziale voleva rompere il silenzio. Chi dava diritto ad
un estraneo d'introdursi in quella camera? qual'era la sua missione?
Ma la fanciulla ruppe il ghiaccio da cui sembravano tutti sorpresi
all'improvviso e, con quella semplicità che distingue gli Indiani,
--Buon padre, prese a dire, se voi cercate di mia madre, ahimè! la
cercate invano: ella riposa sotto la terra odorifera della Guadalupa.
--Dunque, lode a Dio! non mi ero ingannato. Oh previdenza celeste!--
E congiunte le mani, levolle al cielo in atto di fervorosa preghiera;
quindi rivolto alla giovine, come se già ogni arcano fossesi svelato
intorno alle condizioni della misera coppia,
--Non cerco la madre, cerco la figlia, la figlia di Amalia, prese a
dire come ispirato.
--Son io, sì, son io; ebbene che volete da me?--
Il giovane militare, fattosi avanti e preso un poco di coraggio dopo
sì strana apparizione,
--Signore! disse al monaco, io non vi domanderò con qual diritto siete
qui penetrato; rispetto il sacro vostro carattere, e, non v'ha dubbio,
voi qua moveste con ottimo fine; pure io ritengo che ad altre persone
sieno dirette le cure vostre e che voi abbiate errato nel dirigervi a
questa camera. Qui, signore, non vi sono persone da salvare come voi
dite; ciò dimostra chiaro il vostro abbaglio. Io non vi licenzio, ma
vi faccio osservare che la vostra presenza agita molto i sensi della
mia compagna.--
Infatti Esmeralda nel guardare il frate pareva venir meno.
Il monaco non rispose alle osservazioni ed all'invito del giovane; era
disposto a tutt'altro che ad allontanarsi.
--Fanciulla infelice! continuò dirigendo sempre le parole ad
Esmeralda, fanciulla infelice! di voi cercava, voi voleva.... (e qui
gli brillò in fronte un rassicurante pensiero): fanciulla, continuò,
vostra madre qui mi manda e vi aspetta.--
Gli occhi di Esmeralda scintillarono di luce insolita; essa parea
risorta dallo stato di debolezza in cui l'aveva prostrata il colloquio
coll'amante suo. Con quella vivacità che forma il leggiero carattere
delle Americane, essa non pensò che la madre era stata da lei stessa
accompagnata alla tomba. L'eccesso della gioia nel sentire che la
madre la chiamava le fece momentaneamente smarrire la ragione; e
coll'imaginazione infiammata di cui noi l'abbiamo veduta dotata, colla
educazione ricevuta in una tribù di selvaggi, col passionato ardente
suo carattere, in lei l'esaltazione era al colmo. Imbevuta dei
principii del fratello senza averne approfondito il valore, credendosi
una creatura privilegiata, non dissimile dalle fatidiche donne
d'Israello che infiammavano e guidavano alla pugna intere falangi,
posta nella situazione di madre, di amante, di settaria...., ora
qualunque altra specie di affetto se non potea giungere a spezzarle il
cuore, era certo però che la ragione doveva almeno rimanerne
sconcertata e sconvolta: talchè, preso di sopra il letticciuolo uno
scialle ed avvoltavi la elegante persona,--Andiamo, disse, o buon
religioso, andiamo: la nave sarà all'áncora, non facciamo più oltre
attendere la madre che tanto mi aspetta.--
Il monaco, nel vedere Esmeralda, era stato colpito dalla
rassomiglianza fra lei e la estinta Amalia. Un ritratto effigiato in
un medaglione pendente dal collo della giovanetta aveva persuaso padre
Gonsalvo che egli non s'ingannava nel ritenere la infelice fanciulla
come figlia di quella stessa Amalia che egli molti anni prima aveva
unita in matrimonio segreto col giovane Artini. Tal riconoscimento
bastò per fargli desiderare di salvare anco questa dall'imminente
pericolo della notturna assemblea, sebbene il primo pensamento del
frate fosse quello di porre in salvo Alfredo e Rosina, e di servirsi
della mutua passione di Esmeralda e di Alfredo onde impedire che il
giovine uffiziale andasse alle fatali catacombe. Il morente sgherro
gli aveva svelato il luogo del convegno, gli amori dei due giovani e
l'osteria ove avrebbe potuto ritrovare costoro. Padre Gonsalvo, che da
prima voleva fare di Esmeralda un semplice mezzo di salvezza, non sì
tosto si avvide che quella sventurata creatura era figlia di altra non
meno infelice ed amabile donna, fermò in pensiero di liberare essa
pure; ed il cielo lo aiutò col prodigioso ed istantaneo smarrimento
della ragione della giovinetta americana.
Alfredo, ripresa la padronanza di sè medesimo, dopo lo stupore in cui
avevalo gettato questo nuovo avvenimento e l'improvvisa esaltazione di
spirito di Esmeralda, la quale erasi messa d'accordo con quel bizzarro
frate, fattosi alla porta della stanza, come per impedire che i due
uscissero, sospinse indietro il buon vecchio, il quale aveva presa
sotto il braccio la fanciulla.
--E che? gli gridò questi con dignitoso rimprovero, e che? osereste
voi forse impedirmi di salvare la creatura che amate?
--Debbo io affidarla ad un incognito? qual diritto ne avete voi?
--Il diritto che dà l'Onnipotente di togliere dall'abisso le creature
innocenti.--
Tanta era la maestà di padre Gonsalvo negli atti e nelle parole che il
giovane Alfredo provava, suo malgrado, un'impotenza ad opporglisi;
pareva inchiodato in ogni suo movimento, e la parola istessa gli
moriva sul labbro. Pur nullameno balbettò:
--Ma di grazia, padre, chi siete voi? chi vi manda? ma voi....--
Il buon frate, senza dargli agio ad ultimare la frase, sollevata la
fanciulla, che tutta ilare e fuor di sè lo seguiva, stupida a segno da
non volgere nè anche uno sguardo all'amante diletto, si avviò per il
tenebroso corridoio.
Alfredo voleva seguirlo: ma un gelo lo sorprese in mezzo al cuore, le
membra ricusavano prestarsi al più piccolo movimento; invano tentò
chiamare aiuto, poichè il labbro era incapace di proferire un accento.
Era la mano di Dio che lo voleva liberare dall'abisso; egli cadde
spossato a piè della scala che metteva all'appartamento superiore.
L'oste, l'ostessa, Concetta e tre o quattro beoni i quali stavansi
nella cucina non si fecero veruna meraviglia mirando passare il frate
colla fanciulla sotto il braccio. Costoro ne vedevano tante delle cose
straordinarie in quella taverna che nulla vi era che potesse farli
stupire. Padre Gonsalvo, giunto che fu sulla via, si fece più
celeremente che potè al ponte della Crocetta, sempre traendo seco la
vaga giovane; e veduta là una vettura, fatto cenno al cocchiere di
fermarsi, fe' in quella salir la fanciulla ordinando, salitovi egli
stesso, al cocchiere di partir di galoppo per Pisa. Il vetturino non
fiatava ed obbediva all'istante, conoscendo il ricco padre abate: e
chiunque abbia idea di Livorno sa qual rispetto porti la plebe per
l'abito e pei rusponi dei ricchi monaci di Montenero. Ei non fece
motto nè interrogazione: e poi quando mai i vetturini interrogano sul
contegno, sia pure misterioso, dei loro avventori se questi hanno
pingue la borsa?
Durante il viaggio, la povera Esmeralda, sempre fuor di sè stessa, non
parlò di altro che della madre. Il monaco non le rispose mai,
lasciandola in quello stato di aberrazione mentale che dava una tinta
indefinibile al viso angelico dell'adorabile creatura. Conservando il
silenzio, ripensava in sè stesso alle inesplicabili vie della
provvidenza. Quanti casi erano succeduti in poche ore! quanti altri
avevano a succederne, e come s'incalzavano gli avvenimenti con
incessante celerità! Faceva duopo di togliere ad Esmeralda la facoltà
d'indurre il giovane amante a recarsi all'assemblea, e ciò era
riuscito quanto al salvare ella stessa; ma, per essere sicuro che il
giovane non precipitasse in quel periglio, era duopo di tutta
l'energia di Gonsalvo, il quale, tratto disotto la tonaca un ricco
oriuolo, vedendo essere le sei pomeridiane ed avanzare sei ore alla
mezzanotte, mise un sospiro doloroso, pensando a quanto ancora
rimanevagli a fare.
Era evidente il pericolo che presentava per i congiurati la riunione
alle catacombe; dappoichè, come il frate ben pensava, tal ritrovo doveva
essere ormai scoperto ai magistrati dopo la morte dello sgherro e la
cattura dell'altro birbante. Era duopo non solo liberare Alfredo e
Rosina, ma sì pure quel misterioso individuo amatore di quest'ultima,
che, in conseguenza delle scoperte fatte, il buon frate tenea per certo
esser fratello di Esmeralda, e quell'istesso Giovanni da esso tenuto
bambino sulle ginocchia, quel Giovanni così sensibile ed intelligente! E
come salvare anche lui? Dove trovarlo? Come sperare di ridurlo, avendo
inteso da Rosina esser egli un uomo straordinariamente tenace in ogni
sua volontà? Ciò superava di troppo le forze del buon monaco: il tempo
stringeva; bisognava trasportare Esmeralda al luogo di sicurezza da lui
ideato; bisognava pensare ad Alfredo e Rosina, tornare a Livorno e pur
anco al convento: sebbene quanto al convento gli desse ciò meno
inquietudine, avendo egli, come superiore, la facoltà di rientrarvi a
qualunque ora di notte; ma pure avrebbe amato tornarvi, onde non dar
sospetto ai monaci, che son piuttosto curiosi. Il buon frate in tanta
ambascia era pur sempre frate, e perciò con religiosa rassegnazione
esclamò fra sè stesso: Io farò tutto quello che uomo al mondo può fare;
il resto si abbandoni alla volontà di Dio. Padre Gonsalvo per certo non
andava errato, misurando tutto il pericolo a cui giovani sconsigliati
andavano incontro se fosse stato scoperto il luogo del loro clandestino
ritrovamento e vi fossero stati côlti sul fatto.
Le leggi erano le più severe e rigorosamente osservate in tal maniera;
troppo premeva alla pubblica quiete l'estinguere le cospirazioni col
sangue dei cospiratori; e mentre il vigile magistrato dopo la
rivelazione di Topo aveva saputo doversi nella notte congregare i
congiurati tutti nella sala delle catacombe, pensò essere inutile pel
momento il farsi dal masnadiero palesare i nomi dei congiurati stessi,
ma meglio essere colpirli sul fatto nel luogo medesimo del loro
delitto, ed a ciò fare avea drizzato tutte le sue mire. Intanto era
giunta a Livorno notizia che altre congiure erano state sventate in
diverse provincie e puniti di morte alcuni dei cospiratori ed altri
tratti in catene. Il carbonarismo ognun sa come in quell'epoca avesse
l'ultimo crollo: ed il magistrato già si rallegrava del bel colpo che
era per fare. Ma lasciamo che costui si adopri in proposito e torniamo
a padre Gonsalvo.
Sonavano le otto all'orologio della torre pretoriale di Pisa che già
le reverende madri di Santa Chiara avevano tra le loro sante mura la
infelice ed appassionata Esmeralda. Le melodie dell'organo, i sacri
cantici, le tenere cure di quelle ancelle di Dio se calmata avevano
l'effervescenza della giovane Americana, non le avevano restituito la
ragione, che Dio le avea tolta onde liberarla da più tremenda
sciagura.
Padre Gonsalvo, ritornato a Livorno intorno alle dieci ore,
assicuratosi che Rosina era nelle mura della casa materna, che Alfredo
vi era ritornato dopo la burrascosa scena dell'osteria dei Tre Mori,
dette opera ad alacremente provvedere che il suo favorito Giovanni
sfuggir potesse all'estremo periglio; ma vi riuscirà egli? Lo vedremo
a momenti.
Si avvicina mezzanotte. Giovanni, ignaro di quanto era successo alla
sorella e ad Alfredo, ai due subalterni Cacanastri e Topo, fino dal
mezzodì se ne stava intanato nella sala delle catacombe ricevendo ad
uno ad uno i più diligenti fra i congiurati: aveva con loro svolto
varie carte, ammonendoli a star saldi nella decisione che erano per
prendere nella futura notte. Giovanni fidava nel grande ascendente che
aveva su Rosina, sopra Alfredo, sulla entusiasta Esmeralda, per esser
sicuro che eglino non avrebbero mancato di intervenire alla notturna
assemblea; e già aveva segnati i capitoli delle operazioni imminenti,
da cui presagiva un esito felicissimo.
Ma a qual pro, diranno i lettori, volea Giovanni fare intervenire alla
tenebrosa assemblea una timida e dilicata fanciulla qual'era Rosina?
Giovanni in ciò aveva le sue buone o cattive ragioni: ei voleva sempre
più impressionare i settari che nulla a lui era impossibile; e
d'altronde era vago di brillare in faccia all'amata fanciulla
nell'apogeo della sua gloria. Le catacombe eran per lui il suo mondo,
il suo seggio; era là che poteva comandare ed essere obbedito, di là
dettar leggi all'universo; giovane di ventisei anni, bisogna
compatirlo se ei bramava dare ampia idea della propria potenza alla
donna del suo cuore: e questa è la ragione per cui bramava che Rosina
venisse al convegno.
La sala del gran mastro è già ripiena della folla de' congiurati.
È mezzanotte: la squilla lugubre di un oriolo a pendolo l'annunzia con
dodici tocchi; i quali simultaneamente vengono ripetuti dall'orologio
della piazza d'arme e del lazzaretto, dalle campanelle delle
sentinelle che vanno mutando di fazione. La notte è cupa, nessun lume
si vede nei dintorni di San Iacopo, la spiaggia è deserta.
Ma già l'ora fatale è nuovamente rimbombata per l'aere nei suoi dodici
tocchi. Il sotterraneo è già pieno dei più fedeli al giovane
entusiasta. Egli è al primo posto della tavola rotonda ed ha innanzi a
sè alcune carte importanti; le pareti sono illuminate dalle faci che
noi abbiamo già descritte. Giovanni batte tre colpi su uno scudo di
bronzo che ha sopra la gran tavola. Il più cupo silenzio regna fra i
radunati. Giovanni spia per quella folla onde vedere la testa
dell'amata, di Esmeralda e di Alfredo; le sue indagini sono vane: egli
batte tre tocchi nuovamente sul grave scudo, e l'eco li ripete per
quei vasti sotterranei; tutti i radunati s'inginocchiano.
--Esmeralda? grida il giovane capo.
Nessuno risponde.
--Alfredo? esclama allora impaziente.
Nessuno risponde.
--Rosina? grida più vivamente ed appassionatamente il capo.--
Nessuno risponde.
Un personaggio però inaspettato, che produsse un misterioso terrore su
quella fanatica assemblea, si presentò sulla porta.