CAPITOLO VII.

Le catacombe.

Lungo la scogliera delle spiagge di San Iacopo esisteva una

sotterranea galleria scavata nel tufo. Forse le onde del mare

coll'andare dei secoli addentrandosi nella terra aveano formato quella

volta naturale; e l'acqua col volger del tempo ritirandosi aveva

lasciato asciutto quel sotterraneo. La sua apertura, nascosta fra gli

scogli coperti di alghe e piante marine e quasi turata dalla arena

trasportatavi dai flutti, a pochissimi era nota. Attualmente essa è

rimasta così ingombra che non può discernersi se non se da colui che

abbiala veduta assai anni addietro. Il sotterraneo, che si estendeva

molte e molte braccia, penetrava al di sotto della chiesa attuale: e

nei primi secoli del cristianesimo, quando nei luoghi dell'attuale

chiesa vi era un convento, probabilmente quella galleria, comunicando

colle tombe della chiesa del cenobio, aveva servito di ritiro alle

meditazioni di quei religiosi e forse di nascondiglio a non pochi dei

primitivi cristiani, furiosamente perseguitati dai pagani, signori del

mondo. Comunque la cosa sia, è un fatto che là dentro eransi rinvenute

non poche ossa, mentre gran quantità di teschi ed umane reliquie si

erano scoperte non lungi da quel cenobio verso la riva del mare, dove

era ed è il superbo passeggio dell'Ardenza.

Gli archeologi e gli storici avrebbero potuto dirci con precisione a

che cosa avesse servito in origine quel sotterraneo: i secondi se pure

lo avessero creduto oggetto degno di occupare le gravi pagine dei loro

scritti, ed i primi qualora non avessero preso qualche lucciola per

lanterna. E qui (sia detto con buona pace) un romanziere, ricordando

_L'antiquario_ commedia dell'immortale Goldoni, e _L'antiquario_

romanzo del celebre Walter Scott, non può trattenersi dal ridere sulle

dotte asserzioni di coloro che, al lume dell'intelletto, hanno creduto

penetrare con passo sicuro nel buio di centinaia di secoli. Concludo

adunque che nulla mi cale di sapere quando il mio sotterraneo sia

stato abitato e da chi; come anche nulla mi cale se certi zerbinotti

increduli mi forzassero a dimostrar loro il suo sito, ed io non

potessi additarlo. Se coloro che son vivi non lo hanno veduto, lo

vedranno nel mio romanzo, giacchè per il buon andamento del racconto

basta che ci sia stato: e quelli che lo hanno veduto e che non son

più, non sanno nulla del mio scritto, il che mi risparmierà degli

interrogatori noiosi. E poi in ultima analisi il mio sotterraneo è

quello che era il luogo delle _Acque di San Ronano_ del gran

romanziere inglese: ci era, adesso non c'è più; ed è meglio, perchè

infatti chi sa che paura ne avrebbero le modestissime damine e pedine

cui piace il passeggiare cogli amanti nel bel sito che ora è lungo la

via di San Iacopo, se sapessero che a pochi passi da dove fanno

tranquillamente sospiri amorosi e si ricambiano dolci parolette esiste

un sotterraneo di catacombe? Ma ritorniamo a a noi: come io dunque

diceva, il sotterraneo aveva la sua entrata fra gli scogli e dopo un

cento passi la volta si faceva stretta, ed il terreno si approfondava

con sensibile declivio; talchè, camminando fra quelle tenebre, avresti

creduto di essere entrato in quello da cui il vecchio Enea passo passo

se ne andò alle porte dell'Averno. Il mio sotterraneo peraltro non era

tanto lungo; poichè dopo circa quattrocento passi si arrivava ad un

ripiano che formava un quadrilatero non disdicevole ad una grandiosa

sala da ballo; le muraglie erano tutte di tufo e di conchiglie. Questa

sala, tutta a volta spaziosa, comunicava con due lunghe gallerie; da

queste metteva in altri due salotti più lontani e più grandi del

primo; sicchè, come ognun vede, quella gran sala potea dirsi

l'anticamera, e le altre potevano essere usate per luogo di numerosa

riunione. È facile l'imaginare come quel luogo offrisse tutto il

comodo di parlare ad alta voce, poichè quelle pareti non avevano

orecchie, ed il suono non avrebbe giammai oltrepassato il palco della

spessezza di un terzo di miglio di terreno. Egualmente impossibile

sarebbe stato a qualunque curioso il sentire il cicaleccio di coloro

che erano dentro stando all'estremità della grotta, sì perchè lo

avrebbe impedito la lontananza, sì perchè il fiotto marino che

incessante sbatteva gli scogli avrebbe spento anche la voce del basso

Lablache nella cavatina del _Figaro_ e i trilli della Malibran nelle

cadenze finali della _Sonnambula_.

Ecco dunque che la nostra caverna era più che idonea al misterioso

ritrovo di quei fanatici, i quali si eran posti in idea di

rinnovellare il mondo sociale, tanto per tutelare la loro personal

sicurezza quanto per la libertà di parlare a voce alta; il che suole

accadere bene spesso in quel genere di assemblee. Al capo di quella

segreta società non era sfuggito un luogo così magnifico, del quale

era stato da lui scoperto l'ingresso in uno di quei momenti

melanconici in cui passeggiava lungo la riva del Tirreno, e, per

quanto crediamo potere asserire, quel luogo stesso in tempo di vacanza

di congiure erasi più volte adoperato per dar ricetto ad ogni sorta di

contrabbandi. Ma adagio, qualche lettore perito di cose marittime mi

dirà: e come mai le guardie delle torricelle del vicino lazzaretto non

vedevano andare e venire i frequentatori del sotterraneo? ed in tal

caso come mai non far loro fuoco addosso? Sì, certamente, rispondiamo

all'obiezione, che le guardie avrebbero ciò fatto; tutto sta che

avessero veduto: ma la situazione dell'ingresso fra i due scogli era

tale che prometteva ogni sicurezza di stare al coperto dagli sguardi

altrui: e poi ognun sa che i ladri, i congiurati e gli amanti hanno

amica la notte ed il passo così leggiero quasichè sempre portassero

scarpe colla suola di velluto o di feltro; ed in ultima analisi

_guardia_ vien da _guardare_, ed ognun sa che molte volte si _guarda_

e non si _vede_.

La prima sala delle catacombe aveva per pavimento il nudo suolo;

quella a cui metteva l'ala destra del sotterraneo quando dalla sala si

partiva in due era tutta sul pavimento coperta di un largo tavolato di

grosso legno, il che dimostra che coloro i quali ne facevano uso

avevano cura di tenere i piedi all'asciutto, o per qualche altra

ragione adesso a noi sconosciuta avranno creduto bene che quel

pavimento dovesse essere di grosse tavole di abete. La sala che noi

abbiam descritto non aveva che un rozzo e gigantesco tavolo tondo con

intorno una quantità di sedili dell'istessa forma e rozzezza. Alle

pareti erano attaccati grossi anelli di ferro i quali sorreggevano dei

candelabri tutti rugginosi dalla salsa umidità, sovrapposte ai quali

grosse padelle di metallo con entro strutto o sevo e bitume, che una

volta accese tramandavano tal rossa e funebre luce da far abbrividire

qualunque buon cristiano; e siccome il fumo avrebbe certamente

soffocati coloro che si fossero radunati in quella profonda caverna,

al di sopra di quelle bizzarre e quasi infernali lucerne esisteva

scavata nel tufo una specie di cappa non dissimile da quella dei

nostri camini, la qual cappa metteva nel corridore primo del

sotterraneo, da dove il fumo usciva per la imboccatura della grotta.

La sala da noi descritta conteneva appesi al muro grossi triangoli di

ferro, simili assai alle nostre graticole su cui poniamo le casserole

e le pignatte, i quali triangoli, per quanto assicurano

gl'intelligenti in materia di sette, erano altrettanti oggetti

indispensabili a quei fanatici. Oltre i triangoli, vi avevano in quel

luogo varie forchette a tre denti, dei dadi a tre facce, in somma il

numero tre era molto ripetuto in quel luogo; ed in un quadro di

grossolana pittura si mirava finalmente entro un triangolo dipinto uno

sterminato occhio di bove. Quella sala era chiamata sala del comando o

del gran maestro, poichè era in quella che gl'iniziati alla setta

dovevano subire le strane prove per la definitiva ammissione e

proferire il più terribile giuramento. La seconda sala, quella in cui

metteva la galleria a sinistra, era chiamata sala d'aspetto, e là

avevano luogo le abluzioni dei candidati, ed ivi si vedeva una gran

vasca ad uso di bagno, un gran camino per scaldare le acque, caldaie,

paioli, ecc., in somma vi erano tutti gli oggetti indispensabili alla

cerimonia: quella sala era detta ancora la sala della purgazione.

Ahimè! lettori carissimi, questa sala a causa della arena che la

ingombrò e delle alghe marine spintevi dai venti di libeccio è andata

con le altre del tutto perduta, come un tempo si perderono le grandi

città di Ercolano e di Pompeia! Ah! il tempo guasta gran cose, ma

egualmente di grandi ne accomoda; e d'altronde è possibilissimo che

fra diciasette o diciotto secoli qualche colono nel solcare la terra

scopra le sale che vi ho descritte, ed i sapienti di quel tempo ne

facciano una dottissima illustrazione degna di esser premiata dalle

accademie che allora saranno nel mondo, a cui auguriamo ogni sorta di

prosperità letteraria e scientifica.

Terminata che abbiamo appunto la descrizione delle catacombe, noi

saremmo per introdurvi i lettori onde vedessero da per sè le cose

descritte; ma riflettendo che essi ameranno più assai il vederle

coll'occhio della mente quando il Caprone vi avrà introdotti i suoi

aderenti, riteniamo dare nel genio dei lettori stessi riconducendoli

nell'osteria dei Tre Mori allorquando il colloquio di Esmeralda e di

Alfredo venne interrotto dall'improvvisa comparsa del monaco

vallombrosano. I due amanti rimasero così colpiti a quella subita

apparizione che non seppero proferire un accento.

I lineamenti del monaco erano ad essi affatto sconosciuti. Non così al

monaco la fisionomia di Esmeralda, sebbene fosse la prima volta che si

trovava al cospetto di questa fanciulla.

--Amalia! sclamò; gran Dio!

--Amalia.... Amalia...! gridò alla sua volta la fanciulla.

Alfredo non sapea come spiegare la venuta del nuovo personaggio e le

parole di lui non meno che quelle dell'amata giovane. Dal mattino in

poi egli era passato di emozione in emozione, di orgasmo in orgasmo;

quanti affetti! quanti dolori!

Il monaco era rimasto in silenzio dopo la fatta esclamazione; egli

stava concentrato nella più strana rimembranza; più guardava

Esmeralda, e più sembravagli sognare.

Il giovane uffiziale voleva rompere il silenzio. Chi dava diritto ad

un estraneo d'introdursi in quella camera? qual'era la sua missione?

Ma la fanciulla ruppe il ghiaccio da cui sembravano tutti sorpresi

all'improvviso e, con quella semplicità che distingue gli Indiani,

--Buon padre, prese a dire, se voi cercate di mia madre, ahimè! la

cercate invano: ella riposa sotto la terra odorifera della Guadalupa.

--Dunque, lode a Dio! non mi ero ingannato. Oh previdenza celeste!--

E congiunte le mani, levolle al cielo in atto di fervorosa preghiera;

quindi rivolto alla giovine, come se già ogni arcano fossesi svelato

intorno alle condizioni della misera coppia,

--Non cerco la madre, cerco la figlia, la figlia di Amalia, prese a

dire come ispirato.

--Son io, sì, son io; ebbene che volete da me?--

Il giovane militare, fattosi avanti e preso un poco di coraggio dopo

sì strana apparizione,

--Signore! disse al monaco, io non vi domanderò con qual diritto siete

qui penetrato; rispetto il sacro vostro carattere, e, non v'ha dubbio,

voi qua moveste con ottimo fine; pure io ritengo che ad altre persone

sieno dirette le cure vostre e che voi abbiate errato nel dirigervi a

questa camera. Qui, signore, non vi sono persone da salvare come voi

dite; ciò dimostra chiaro il vostro abbaglio. Io non vi licenzio, ma

vi faccio osservare che la vostra presenza agita molto i sensi della

mia compagna.--

Infatti Esmeralda nel guardare il frate pareva venir meno.

Il monaco non rispose alle osservazioni ed all'invito del giovane; era

disposto a tutt'altro che ad allontanarsi.

--Fanciulla infelice! continuò dirigendo sempre le parole ad

Esmeralda, fanciulla infelice! di voi cercava, voi voleva.... (e qui

gli brillò in fronte un rassicurante pensiero): fanciulla, continuò,

vostra madre qui mi manda e vi aspetta.--

Gli occhi di Esmeralda scintillarono di luce insolita; essa parea

risorta dallo stato di debolezza in cui l'aveva prostrata il colloquio

coll'amante suo. Con quella vivacità che forma il leggiero carattere

delle Americane, essa non pensò che la madre era stata da lei stessa

accompagnata alla tomba. L'eccesso della gioia nel sentire che la

madre la chiamava le fece momentaneamente smarrire la ragione; e

coll'imaginazione infiammata di cui noi l'abbiamo veduta dotata, colla

educazione ricevuta in una tribù di selvaggi, col passionato ardente

suo carattere, in lei l'esaltazione era al colmo. Imbevuta dei

principii del fratello senza averne approfondito il valore, credendosi

una creatura privilegiata, non dissimile dalle fatidiche donne

d'Israello che infiammavano e guidavano alla pugna intere falangi,

posta nella situazione di madre, di amante, di settaria...., ora

qualunque altra specie di affetto se non potea giungere a spezzarle il

cuore, era certo però che la ragione doveva almeno rimanerne

sconcertata e sconvolta: talchè, preso di sopra il letticciuolo uno

scialle ed avvoltavi la elegante persona,--Andiamo, disse, o buon

religioso, andiamo: la nave sarà all'áncora, non facciamo più oltre

attendere la madre che tanto mi aspetta.--

Il monaco, nel vedere Esmeralda, era stato colpito dalla

rassomiglianza fra lei e la estinta Amalia. Un ritratto effigiato in

un medaglione pendente dal collo della giovanetta aveva persuaso padre

Gonsalvo che egli non s'ingannava nel ritenere la infelice fanciulla

come figlia di quella stessa Amalia che egli molti anni prima aveva

unita in matrimonio segreto col giovane Artini. Tal riconoscimento

bastò per fargli desiderare di salvare anco questa dall'imminente

pericolo della notturna assemblea, sebbene il primo pensamento del

frate fosse quello di porre in salvo Alfredo e Rosina, e di servirsi

della mutua passione di Esmeralda e di Alfredo onde impedire che il

giovine uffiziale andasse alle fatali catacombe. Il morente sgherro

gli aveva svelato il luogo del convegno, gli amori dei due giovani e

l'osteria ove avrebbe potuto ritrovare costoro. Padre Gonsalvo, che da

prima voleva fare di Esmeralda un semplice mezzo di salvezza, non sì

tosto si avvide che quella sventurata creatura era figlia di altra non

meno infelice ed amabile donna, fermò in pensiero di liberare essa

pure; ed il cielo lo aiutò col prodigioso ed istantaneo smarrimento

della ragione della giovinetta americana.

Alfredo, ripresa la padronanza di sè medesimo, dopo lo stupore in cui

avevalo gettato questo nuovo avvenimento e l'improvvisa esaltazione di

spirito di Esmeralda, la quale erasi messa d'accordo con quel bizzarro

frate, fattosi alla porta della stanza, come per impedire che i due

uscissero, sospinse indietro il buon vecchio, il quale aveva presa

sotto il braccio la fanciulla.

--E che? gli gridò questi con dignitoso rimprovero, e che? osereste

voi forse impedirmi di salvare la creatura che amate?

--Debbo io affidarla ad un incognito? qual diritto ne avete voi?

--Il diritto che dà l'Onnipotente di togliere dall'abisso le creature

innocenti.--

Tanta era la maestà di padre Gonsalvo negli atti e nelle parole che il

giovane Alfredo provava, suo malgrado, un'impotenza ad opporglisi;

pareva inchiodato in ogni suo movimento, e la parola istessa gli

moriva sul labbro. Pur nullameno balbettò:

--Ma di grazia, padre, chi siete voi? chi vi manda? ma voi....--

Il buon frate, senza dargli agio ad ultimare la frase, sollevata la

fanciulla, che tutta ilare e fuor di sè lo seguiva, stupida a segno da

non volgere nè anche uno sguardo all'amante diletto, si avviò per il

tenebroso corridoio.

Alfredo voleva seguirlo: ma un gelo lo sorprese in mezzo al cuore, le

membra ricusavano prestarsi al più piccolo movimento; invano tentò

chiamare aiuto, poichè il labbro era incapace di proferire un accento.

Era la mano di Dio che lo voleva liberare dall'abisso; egli cadde

spossato a piè della scala che metteva all'appartamento superiore.

L'oste, l'ostessa, Concetta e tre o quattro beoni i quali stavansi

nella cucina non si fecero veruna meraviglia mirando passare il frate

colla fanciulla sotto il braccio. Costoro ne vedevano tante delle cose

straordinarie in quella taverna che nulla vi era che potesse farli

stupire. Padre Gonsalvo, giunto che fu sulla via, si fece più

celeremente che potè al ponte della Crocetta, sempre traendo seco la

vaga giovane; e veduta là una vettura, fatto cenno al cocchiere di

fermarsi, fe' in quella salir la fanciulla ordinando, salitovi egli

stesso, al cocchiere di partir di galoppo per Pisa. Il vetturino non

fiatava ed obbediva all'istante, conoscendo il ricco padre abate: e

chiunque abbia idea di Livorno sa qual rispetto porti la plebe per

l'abito e pei rusponi dei ricchi monaci di Montenero. Ei non fece

motto nè interrogazione: e poi quando mai i vetturini interrogano sul

contegno, sia pure misterioso, dei loro avventori se questi hanno

pingue la borsa?

Durante il viaggio, la povera Esmeralda, sempre fuor di sè stessa, non

parlò di altro che della madre. Il monaco non le rispose mai,

lasciandola in quello stato di aberrazione mentale che dava una tinta

indefinibile al viso angelico dell'adorabile creatura. Conservando il

silenzio, ripensava in sè stesso alle inesplicabili vie della

provvidenza. Quanti casi erano succeduti in poche ore! quanti altri

avevano a succederne, e come s'incalzavano gli avvenimenti con

incessante celerità! Faceva duopo di togliere ad Esmeralda la facoltà

d'indurre il giovane amante a recarsi all'assemblea, e ciò era

riuscito quanto al salvare ella stessa; ma, per essere sicuro che il

giovane non precipitasse in quel periglio, era duopo di tutta

l'energia di Gonsalvo, il quale, tratto disotto la tonaca un ricco

oriuolo, vedendo essere le sei pomeridiane ed avanzare sei ore alla

mezzanotte, mise un sospiro doloroso, pensando a quanto ancora

rimanevagli a fare.

Era evidente il pericolo che presentava per i congiurati la riunione

alle catacombe; dappoichè, come il frate ben pensava, tal ritrovo doveva

essere ormai scoperto ai magistrati dopo la morte dello sgherro e la

cattura dell'altro birbante. Era duopo non solo liberare Alfredo e

Rosina, ma sì pure quel misterioso individuo amatore di quest'ultima,

che, in conseguenza delle scoperte fatte, il buon frate tenea per certo

esser fratello di Esmeralda, e quell'istesso Giovanni da esso tenuto

bambino sulle ginocchia, quel Giovanni così sensibile ed intelligente! E

come salvare anche lui? Dove trovarlo? Come sperare di ridurlo, avendo

inteso da Rosina esser egli un uomo straordinariamente tenace in ogni

sua volontà? Ciò superava di troppo le forze del buon monaco: il tempo

stringeva; bisognava trasportare Esmeralda al luogo di sicurezza da lui

ideato; bisognava pensare ad Alfredo e Rosina, tornare a Livorno e pur

anco al convento: sebbene quanto al convento gli desse ciò meno

inquietudine, avendo egli, come superiore, la facoltà di rientrarvi a

qualunque ora di notte; ma pure avrebbe amato tornarvi, onde non dar

sospetto ai monaci, che son piuttosto curiosi. Il buon frate in tanta

ambascia era pur sempre frate, e perciò con religiosa rassegnazione

esclamò fra sè stesso: Io farò tutto quello che uomo al mondo può fare;

il resto si abbandoni alla volontà di Dio. Padre Gonsalvo per certo non

andava errato, misurando tutto il pericolo a cui giovani sconsigliati

andavano incontro se fosse stato scoperto il luogo del loro clandestino

ritrovamento e vi fossero stati côlti sul fatto.

Le leggi erano le più severe e rigorosamente osservate in tal maniera;

troppo premeva alla pubblica quiete l'estinguere le cospirazioni col

sangue dei cospiratori; e mentre il vigile magistrato dopo la

rivelazione di Topo aveva saputo doversi nella notte congregare i

congiurati tutti nella sala delle catacombe, pensò essere inutile pel

momento il farsi dal masnadiero palesare i nomi dei congiurati stessi,

ma meglio essere colpirli sul fatto nel luogo medesimo del loro

delitto, ed a ciò fare avea drizzato tutte le sue mire. Intanto era

giunta a Livorno notizia che altre congiure erano state sventate in

diverse provincie e puniti di morte alcuni dei cospiratori ed altri

tratti in catene. Il carbonarismo ognun sa come in quell'epoca avesse

l'ultimo crollo: ed il magistrato già si rallegrava del bel colpo che

era per fare. Ma lasciamo che costui si adopri in proposito e torniamo

a padre Gonsalvo.

Sonavano le otto all'orologio della torre pretoriale di Pisa che già

le reverende madri di Santa Chiara avevano tra le loro sante mura la

infelice ed appassionata Esmeralda. Le melodie dell'organo, i sacri

cantici, le tenere cure di quelle ancelle di Dio se calmata avevano

l'effervescenza della giovane Americana, non le avevano restituito la

ragione, che Dio le avea tolta onde liberarla da più tremenda

sciagura.

Padre Gonsalvo, ritornato a Livorno intorno alle dieci ore,

assicuratosi che Rosina era nelle mura della casa materna, che Alfredo

vi era ritornato dopo la burrascosa scena dell'osteria dei Tre Mori,

dette opera ad alacremente provvedere che il suo favorito Giovanni

sfuggir potesse all'estremo periglio; ma vi riuscirà egli? Lo vedremo

a momenti.

Si avvicina mezzanotte. Giovanni, ignaro di quanto era successo alla

sorella e ad Alfredo, ai due subalterni Cacanastri e Topo, fino dal

mezzodì se ne stava intanato nella sala delle catacombe ricevendo ad

uno ad uno i più diligenti fra i congiurati: aveva con loro svolto

varie carte, ammonendoli a star saldi nella decisione che erano per

prendere nella futura notte. Giovanni fidava nel grande ascendente che

aveva su Rosina, sopra Alfredo, sulla entusiasta Esmeralda, per esser

sicuro che eglino non avrebbero mancato di intervenire alla notturna

assemblea; e già aveva segnati i capitoli delle operazioni imminenti,

da cui presagiva un esito felicissimo.

Ma a qual pro, diranno i lettori, volea Giovanni fare intervenire alla

tenebrosa assemblea una timida e dilicata fanciulla qual'era Rosina?

Giovanni in ciò aveva le sue buone o cattive ragioni: ei voleva sempre

più impressionare i settari che nulla a lui era impossibile; e

d'altronde era vago di brillare in faccia all'amata fanciulla

nell'apogeo della sua gloria. Le catacombe eran per lui il suo mondo,

il suo seggio; era là che poteva comandare ed essere obbedito, di là

dettar leggi all'universo; giovane di ventisei anni, bisogna

compatirlo se ei bramava dare ampia idea della propria potenza alla

donna del suo cuore: e questa è la ragione per cui bramava che Rosina

venisse al convegno.

La sala del gran mastro è già ripiena della folla de' congiurati.

È mezzanotte: la squilla lugubre di un oriolo a pendolo l'annunzia con

dodici tocchi; i quali simultaneamente vengono ripetuti dall'orologio

della piazza d'arme e del lazzaretto, dalle campanelle delle

sentinelle che vanno mutando di fazione. La notte è cupa, nessun lume

si vede nei dintorni di San Iacopo, la spiaggia è deserta.

Ma già l'ora fatale è nuovamente rimbombata per l'aere nei suoi dodici

tocchi. Il sotterraneo è già pieno dei più fedeli al giovane

entusiasta. Egli è al primo posto della tavola rotonda ed ha innanzi a

sè alcune carte importanti; le pareti sono illuminate dalle faci che

noi abbiamo già descritte. Giovanni batte tre colpi su uno scudo di

bronzo che ha sopra la gran tavola. Il più cupo silenzio regna fra i

radunati. Giovanni spia per quella folla onde vedere la testa

dell'amata, di Esmeralda e di Alfredo; le sue indagini sono vane: egli

batte tre tocchi nuovamente sul grave scudo, e l'eco li ripete per

quei vasti sotterranei; tutti i radunati s'inginocchiano.

--Esmeralda? grida il giovane capo.

Nessuno risponde.

--Alfredo? esclama allora impaziente.

Nessuno risponde.

--Rosina? grida più vivamente ed appassionatamente il capo.--

Nessuno risponde.

Un personaggio però inaspettato, che produsse un misterioso terrore su

quella fanatica assemblea, si presentò sulla porta.

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 12 / 77 题