Rosina.
Il caprone entrò con Bruto. La sua venuta produsse un effetto magico
su i nostri personaggi. L'oste si drizzò come un soldato in parata, si
levò il berretto di testa e non ardiva parlare. L'ostessa si chinò per
baciargli la mano; dico mano e non zampa, poichè fino dall'entrare
nell'osteria il caprone aveva lasciato cadere a terra la veste lanuta,
la testa e le corna fittizie, ed era apparso un bellissimo giovane, di
maestoso portamento, di occhi cerulei, di capelli biondi.
Concetta aveva raccolto le spoglie dell'animale cornuto e le aveva
poste su di una tavola in altra stanza perchè umide dal bagno fatto
nel mare e nel fosso.
I quattro giuocatori si erano fatti attorno al nuovo commensale e,
perduta ogni idea di rozzezza, esternarono segni di alto rispetto.
Catone lo aveva preso per la mano, ed anche il marinaro si era alzato
dalla panca e, dismettendo il fumare, erasi posta la pipa in tasca. In
un attimo tutti si affacendarono per porre in pochi minuti in sesto la
mensa. Il Caprone (ci sia permesso chiamarlo così fino a che non verrà
tempo di dargli altro nome) aveva una di quelle fisionomie dolci che
incantano ovunque. Le sue maniere erano così affabili che attraevano
la maggior simpatia, e soprattutto la sua voce aveva alcun chè di
straordinario e d'insinuante, difficile ad esprimersi. Sì, egli era
uno di quegli esseri nati proprio per comandare senza che paresse
dolore il servirli; ma tante prerogative torneranno poi a vantaggio
dell'umanità?... Chi lo sa? ed il mio racconto lo mostrerà in
appresso. Quantunque in cuore ei credesse di giovare agli uomini, non
sempre giova per far bene la volontà... Ma troppo non vo' dirvi, tanto
più che il racconto è appena cominciato.
I nostri lettori per altro sospendano la loro curiosità intorno al
signor Caprone e suoi amici e commensali; poichè dobbiamo condurli in
altro luogo ben diverso dalla temibile osteria dei Tre Mori: ove
lasceremo che Concetta, assisa al fianco del marinaro, faccia
comodamente all'amore, Bruto studii le grandi teorie del Caprone, e
gli altri servano ad ambedue pei loro misteriosi fini.
Luogo grazioso è quello ove ora vogliamo introdurre il lettore; è una
palazzetta di due piani situata circa la metà della via Ferdinanda. Il
primo e secondo piano sono abitati dalla signora Maria Guglielmi
vedova con due figli: Alfredo, giovane militare al servizio di
Sardegna, da qualche giorno rimpatriato, per ottenuto provvisorio
congedo; la figlia, una giovinetta di sedici anni. Il suo portamento
svelto e nobile la farebbe giudicare una di quelle vergini dipinte da
Rafaello: tutto in lei era grazia e candore; nata per amare, fuoco
d'innocente amore le brillava dai begli occhi cilestri, parole di
amore spiravano i suoi labbri, e melanconico amore le stava sul viso
pallidissimo, che rendevano più alabastrino i biondissimi capelli i
quali le cadevano a ciocche sul collo tornito. Essa era pettinata alla
vergine, avea cioè la divisione dei capelli perfettamente a mezzo del
capo, senza ricci sulla fronte, ritondati all'indietro, ricinti da un
nastro di seta celeste; le pendeva dal collo un monile di semplice
avorio lavorato alla China e d'inestimabile prezzo, e della stessa
materia avea gli orecchini, i quali contrastavano col niveo colore del
bel volto. L'abito della fanciulla, tutto di raso celeste a fiori
bianchi della più leggiadra forma del tempo, quasi sto per dire
secondava le leggiadre forme della giovinetta. Aveva essa appunto
terminato la sua toeletta, e già le cameriere stavano per licenziarsi,
quando macchinalmente posò lo sguardo su d'un bellissimo oriuolo a
pendolo che stava sul caminetto della camera.
--Ah! disse, sono le sette e mezza, manca un'ora all'apertura della
festa; mi avete abbigliata troppo presto: mi noiano tanto queste
feste, queste ricercatezze!
--Io credo che V. S. sia la sola fanciulla che a sedici anni parla in
questa guisa. La festa che avrà luogo giù nell'appartamento del primo
piano sarà una delle più splendide di Livorno, soggiunse la cameriera
più avanzata in età, mentre che l'altra, rispettosamente inchinandosi,
si era allontanata.
--Mary, per essere inglese, tu non sei punto inclinata alla
misantropia; ti piacciono tanto le feste!
--Mi piacciono sicuramente, e come non avrebbero a piacermi? Mance di
qua, mance di là.... Oh! la vita di noi cameriere ha bisogno di
respirare in un'atmosfera di mance: e per questo viva la vostra
patria! che cuore! Oh i Livornesi! per cuore e per generosità sono gli
unici del mondo.
--Ti ringrazio per i miei concittadini, replicò la signora e si adagiò
sul sofà di velluto che era da uno dei lati della camera. Orsù, Mary,
resta a farmi compagnia mentre attenderò l'ora della festa; mi
dispiace dovere scendere così per tempo. La mamma vuol così, bisogna
obbedirla. Io non ho padre.--E qui un grosso sospiro partì dal cuore
della bella.
--Il signor generale morì molto giovane, disse Mary.
--Ah! io era peranco bambina. Egli fu dei più intrepidi della guerra
di Russia; fu fatto generale sul campo.
--E fece la carriera di soldato?
--Sì, mia cara, di semplice soldato; il suo valore passerà nei volumi
della storia. Ah! perchè non posso io stringerlo al seno questo caro
padre? Perchè non posso dirgli: deh! guida la tua figlia nel
periglioso cammino della vita.
--Bando, bando alle idee malinconiche, signorina; si direbbe che foste
impastata di lacrime e di sospiri.
--La memoria del padre.... oh! credimi, Mary, è il più dolce de' miei
pensieri; eccolo là (e additava un ritratto di un guerriero), eccolo
là; qual nobile fisionomia! qual coraggio spira dai fulminanti occhi!
O padre mio, io vado superba di esserti figlia.
--Ma, signora Rosina, si affrettò a dire la cameriera, perchè tanto
darsi in preda alla sensibilità? lo vedete? una grossa lacrima vi è
caduta sul fisciù; voi scomponete il vostro assetto. Orsù date retta
alla vecchia Mary, passate nel vostro gabinetto, ponetevi al piano
forte, fatemi udire quella vostra vocina a cui vo' tanto bene. Ciò vi
salverà dalla malinconia.
--Voglio compiacerti, Mary; sei troppo buona, mi ami qual madre.
--Certamente: vi ho quasi veduta nascere, vi ho tenuta sulle ginocchia
intere giornate quando.... Ah! io pure cadeva a parlare della guerra
moscovita.
--Cosa vuoi ch'io canti? soggiunse Rosina con un sorriso di
compiacenza infantile.
--Oh! su questo poi... fate voi, padroncina: tutto mi piace da quel
bel bocchino di corallo.
--Ho capito; canterò a capriccio, disse risoluta la fanciulla,
improvviserò: andiamo nel mio gabinetto al piano-forte.
E, spiccato un salto, penetrò nella stanza favorita e, assisasi
innanzi all'istrumento, preludiò una musica fantastica, tutta di sua
idea, oltremodo appassionata, a cui unì con voce angelica le appresso
parole.
O amor, possente spiro,
Dolce alimento al cor,
Recasti dell'empiro
Sovra la terra i fior.
Per te del padre mio
Sacro è il ricordo ognor;
Ben può sfidar l'oblío
Di figlia il casto amor.
Nel virginal mio petto
Non vo' diverso amor:
Mi basta il puro affetto,
Quello del genitor.
Ma se d'un altro fuoco
Arder potesse il cor,
Può sol trovarvi loco
Di patria il santo amor.
Rosina cantava queste strofe, le quali con tutto il fuoco dell'animo
virginale accompagnava con soave melodia sugli armoniosi tasti,
quando, posato l'occhio sopra un mobile di mogano sul quale vedevasi
un magnifico specchio, vi scôrse un oggetto che attrasse tutta la di
lei attenzione deviandola dall'argomento del canto.
--Mary, disse con accento alquanto iroso, Mary, non custodite voi
questo segreto mio appartamento?
--Sì, amabile padroncina, rispose l'ancella alquanto arrossendo nel
vedere che Rosina guardava sempre sul mobile ed aveva ritirate le mani
dalla tastiera del piano-forte: se ho errato in qualche cosa, vi
scongiuro a dirmelo.
--Errato, può darsi, riprese Rosina con accento un poco più dolce; o,
almeno, azzardato di troppo.
--Ed in che mai?
--In che? non vedi tu quella camelia rossa che spicca sul marmo dello
stipo?
--La vedo: vi sta ella forse male?
--Non dico ciò, riprese Rosina, ma nessuno dee azzardarsi di adornare
il mio segreto gabinetto senza mio permesso. Lo sai, su ciò sono
severa severissima; con te non vorrei esserlo, o Mary, ma lo sarò, oh!
lo sarò certo (nel tono della voce della fanciulla si scorgeva un
misto di sdegno e di amorevolezza). Orsù chi ti ha dato quel fiore?
--Signora, replicò l'ancella, nessuno.
--Come nessuno? È forse caduto dal cielo, oppure il marmo fa
germogliare le camelie? Mary, Mary, aggiunse quindi un poco più
dolcemente, da qui in avanti chiuderò il mio gabinetto a chiave. Fiori
non ce ne voglio, ed in specie fiori rossi.
--Ah! ah! prese a dire Mary cercando di ricomporsi, vengo allo
scoprimento del mistero: parmi stamane aver veduto quel fiore in petto
della mia compagna Teresina; essa è venuta su per assettare i mobili
mentre voi, signorina, eravate scesa per la colazione: ve lo avrà
posato, o forse anche il signore Alfredo....
--E che? mio fratello viene egli nelle mie stanze? Te l'ho pur detto,
il mio gabinetto dev'essere eguale a quelli delle donne turche; non ci
voglio profani. Quel fiore, ah! quel fiore.... invano tu speri
guarirmi della mia tristezza; se tu sapessi....
--O mia padroncina, perdonatemi, esclamò ad un tratto Mary, tante
bugie non le posso dire; e poi dirle a voi mi parrebbe doppio peccato
mortale.
--Dunque?
--Dunque quel fiore mi è stato dato.
--Dato? e da chi? riprese Rosina sentendosi un fuoco inusitato alle
guance.
--Dato..... cioè fatto avere misteriosamente, ma non mi sgridate; voi
sapete quanto io vi ami.
--Prosegui....
--Ebbene, questa mattina è venuto all'uscio un povero a me ignoto.
Costui, dopo le solite nenie, «Dio la rimeriti, Dio la rimeriti», mi
si è accostato, ed avendo levato una scatoletta di sotto il giubbone,
me l'ha mostrata dicendo: _È per la signorina_, e quindi me l'ha
gettata ai piedi.
--Ah Mary!...
--Io non volea prenderla: ma colui facendo un ceffo terribile mi ha
troncata la volontà di rifiutarmi. «Mary, mi ha detto con una
vociaccia, se vi è cara la vita, date ciò che contiene la scatola alla
signorina, datela, non temete; si tratta del volere di chi comanda a
me e a voi.» A me? ho risposto, oh!... Ma l'incognito si allontanò
fuggendo; allora io per curiosità ho aperta la scatola e, vedendo che
conteneva un fiore, mi sono, confesso il vero, tranquillizzata. Ah!
ah! ho detto fra me, sarà qualche zerbinotto pretendente a fare il
grazioso con la signorina, e non ho avuta più paura delle minacce del
messaggero; ma siccome ho pensato certo non essere ben fatto
disgustare il poveruomo (tanto più che chi ha una bella padroncina dee
trovarsi spesso a simili faccende), ho fatto la cosa a metà, togliendo
cioè il fiore dall'elegante scatola, che ho ritenuta per me, e
mettendolo su quel mobile.
--Incauta!
--Perdonatemi, ma giacchè nell'inverno tali fiori sono rarissimi, non
sarebbe bene approfittarsene? Se non lo sdegnate, vel porrò io con uno
spillo sul camicino.
--Mary....--
Ma la cameriera, senza frapporre indugio, corse a prendere il fiore e
presentollo alla signorina, la quale facendo atto come di ricusarlo,
percosso con la mano il calice di quello, ne uscì e cadde in terra una
piccola carta ripiegata.
--È destino! è destino! esclamò la fanciulla, anche un anno fa....
anche un anno fa!!!--
E dalla ritrosìa passando a senso diverso, prese il fiore dalla
cameriera, adornossene il seno, mentre, leggermente curvandosi,
raccolto il caduto involto, vi lesse vergato da mano a lei ignota:
Nel virginal tuo petto
Serba il filiale amor,
Ma non spregiar l'affetto
Di lui che per te muor.
La patria adoro anch'io,
La coprirò di allôr:
Chi sa che all'amor mio
Non pieghisi il tuo cor?
--Ahimè! riprese Rosina, ecco il metro della mia favorita romanza.
Destino! destino! tu mi perseguiti.
--Incominciano a circolare le carrozze, si popola già la casa, volete
discendere, padroncina? o desiderate che io mi ritiri? disse Mary.
Ma Rosina, collo sguardo fisso sui versi testè ricevuti, non dava
segno di udirla; ella era immersa in una folla di riflessioni e di
reminiscenze. Onde Mary mormorò fra sè: Eh! feci pur bene a non
rimandare il povero. Caspita! dieci zecchini di mancia! L'innamorato
dev'essere un gran signore.
--Mary, Mary, proruppe Rosina uscendo da un'estasi, io l'ho veduta;
era l'ombra del padre mio, sì, l'ombra del padre mio.... e questo
fiore? qual coincidenza! Ah! esso deciderà della mia vita.--
Ed appoggiatasi al braccio dell'ancella, discese nell'appartamento
delle danze.
Mary era cameriera intelligente; in materia di cognizioni sulla
toeletta, sulla moda, sui teatri, sulle feste da ballo,
sugl'innamorati che davano generose mance, non aveva l'eguale. È
peraltro vero che ella amava di cuore la padroncina; ma bisognerebbe
che le mamme a cui interessano le figlie, ed in specie le mamme
signore, fossero un poco più caute nel mettere intorno alle figlie una
cameriera. La cameriera è per le donzelle di alto ceto quel che
sarebbe per il sultano un favorito. Spesse volte avviene che questi
nei dispotici regni orientali comandi più del padrone e regni in
effetto sui popoli soggetti. Quanti errori dei sultani del Mogol non
furono loro ma dei loro favoriti! Quanti e quanti malanni non hanno
elleno commessi agiate donzelle di cui tutta la colpa sta nelle loro
cameriere! Ma ahimè! i favoriti e le cameriere sono esseri
indispensabili. Ed in fatti un poveruomo che vuol chiedere una grazia,
come è possibile che la ottenga senza cattivarsi la benevolenza del
favorito? Un giovanotto che vuol far intendere i caldi sentimenti di
eterno affetto alla nobile ed agiata sua Dulcinea come sperare di
giungervi senza il benefico influsso della donzella di camera? Vivano
dunque i signori favoriti e le signore cameriere, ed in ispecie le
belle, le quali sono il perno su cui ruota la macchina amorosa della
scelta società. Io consacro ai loro meriti questa mezza pagina senza
pretendere nè ringraziamenti nè regali.
La signora Maria Guglielmi, madre di Rosina, aveva una fiducia
grandissima nella cameriera Mary. Madama Guglielmi era di una cospicua
famiglia francese del tempo di Luigi XVI. Restituita da Napoleone al
suo primo splendore, se non alle prime fortune, ne erano rimasti due
rampolli nel fratello di madama ed in essa, la quale, invaghitasi
dell'amabile e prode colonnello Guglielmi non ancor generale, avevalo
sposato con poca sodisfazione del giovane conte Brienne, il quale,
tuttora tenace dell'antica aristocrazia, sentiva qualche ribrezzo a
vedere il sangue degli antichi feudatari mischiarsi a quello di un
soldato, foss'egli pure il primo guerriero del mondo. Ma siccome il
bellicoso imperatore prediligeva il merito militare, il signor contino
dette l'assenso e ne raddolcì l'amarezza al rilevare che il generoso
monarca aveva egli stesso elargito nella dote della contessina, senza
che i feudi assai debilitati dal lusso del fu vecchio conte ne
risentissero detrimento. Caduto il dominio napoleonico, cadde il
benessere di coloro che avevano brillato durante quel regime, ed a
fatica la Guglielmi potè, mercè l'influenza del fratello, ottenere dal
nuovo governo la pensione come vedova del fu generale. L'ebbe per
altro, e col prodotto di quella e di alcuni considerevoli beni di sua
dote riuscì, se non ricca, almeno assai agiata. Il caldo amore di
patria le avrebbe fatto preferire la dimora di Francia, ma d'altronde
come sodisfare alla brama di primeggiare? L'adito della corte era
chiuso ermeticamente ai partigiani napoleonici. Che fare dunque?
Piuttosto che vivere negletta in Francia, pensò esser meglio viver
considerata in Toscana, ed a Livorno patria di suo marito, che non
avea lasciato parenti, fissò il proprio domicilio. Le sue grazie,
poichè tuttor giovane e bella, il suo lusso, le crescenti attrattive
della figlia, i divertimenti che dava aveano attirato in sua casa la
miglior società livornese, ed in specie la frequentavano coloro che
puzzavano un po' di liberali. I personaggi stranieri non mancavano
d'intervenirvi nel loro passaggio per la città marittima, ed i suoi
connazionali vi si trattenevano piacevolmente, senza punto curarsi
delle antiche o moderne idee politiche della signora. La casa era
tenuta splendidamente e potea dirsi l'unica montata su quel treno in
quella città, non essendo allora colà nessuna di quelle numerose
famiglie che adesso danno principeschi trattamenti e festini. L'ottimo
abate Grand, uno dei più scelti ingegni del clero francese, vi aveva
introdotto gli ecclesiastici più distinti della città, e presso madama
Guglielmi si vedevano alla conversazione negozianti, uffiziali,
scienziati, giudici, avvocati, medici e notai. Nulla mancava in quel
delizioso recinto. La Guglielmi avea affidata l'educazione letteraria
di Rosina al brillante Grand, la donnesca a certa madama Germil.
Nella sera del 16 febbraio cadeva un anniversario di famiglia, e
questo era celebrato con molta solennità: nel giorno vi era stato
pranzo, a cui avean preso parte le più scelte persone della città e i
più distinti stranieri. Nella sera doveva aver luogo l'accennata festa
di ballo, nella quale, perchè maggiore fosse il brio, era stato
permesso l'accesso delle maschere. Fin dal mattino erano stati
accaparrati quei mezzi di trasporto detti _timonelle_, specie di
vetture modestissime e che davansi a nolo, composte di una
cattivissima cassa di legno con peggiori molle, tirate da un solo
cavallo; poichè all'epoca in cui comincia il nostro racconto non si
vedevano formicolare nella città di Livorno quelle superbe ed eleganti
carrozze di svariatissima forma, con cocchiere e servitore in livrea,
le quali in oggi talmente sono frequenti per le pubbliche vie da
essere stato necessario il fabbricare i marciapiedi alle strade onde
tutelare la sicurezza dei cittadini. In allora Livorno, che aveva
molta ricchezza senza punto nobiltà, era proprio meschina città di
provincia con tutti i costumi provinciali, in cui mercanti
ricchissimi, nella loro opulenza, non si vergognavano di andare a
piedi portandosi nella domenica dal pizzicagnolo a provvedere per il
modesto _dessert_ del pranzo le sottili fette di presciutto, di
mortadella, di lingua salata, le quali riponevano involte in carta
sottile in quelle medesime tasche nelle quali stavano di frequente
splendide doppie di Spagna e lucidissimi rusponi gigliati: mercanti
che nei dì destinati agli affari sedevano ai loro banchi a guisa dei
moderni commessi, non sognando i fallimenti e gemendo nel vedere la
tendenza del movimento progressista che avrebbe, come pur troppo è
avvenuto, fatte passare le ricchezze in mano dei forastieri e degli
ebrei, e terminato col creare una città nuova e di lusso sulle
reliquie della vecchia, e fatto sostituire agli opachi lampioni da
olio i moltiplici beccucci del gaz, pullulare i teatri, i luoghi di
ameno passeggio, i casini, i ridotti, ecc., piangendo quei buoni tempi
di vera dovizia e commerciale onestà che andavano a senso loro a
spirare esclamando: «Oh poveri Livornesi! vanità! tutto vanità! Debiti
sopra debiti; lusso sopra lusso; negozianti diventati garzoni di
bottega, boria molta e quattrini niente!»
Come io diceva di sopra, in occasione della splendida festa di madama
Guglielmi, le timonelle erano state fissate fin dal mattino: ed
avvegnachè il loro numero fosse ristretto, ogni vetturino si era
assunto l'onore di trasportare al festino più d'una famiglia.
Le modiste da oltre una settimana lavoravano a furia, i sarti si
affaticavano volentieri inquantochè a quell'epoca erano sicuri di
esser pagati dagli avventori non con parole, come sento dire che
avvenga oggi, ma con buoni francesconi.
I caffè ed in specie quello _Del Greco_ preparavano i sorbetti, le
limonate, i _punch_, l'acque d'anici, di finocchio e di cedro. Il
famoso _Bocca di gloria_ nella sua botteguccia posta ai quattro canti
allestiva i cialdoni. Le fanciulle si abbigliavano, le mamme
strepitavano nel mettersi le scarpe piuttosto strette ai piedi
sessagenari e gonfi per i geloni. I giovinotti si risciacquavano la
bocca per togliere l'odore del sigaro, si profumavano i capelli e si
radevano la barba laddove oggi son cresciuti gli eleganti baffi. Chi
non avea servitore, nè poteva averlo, non si restava da farla da
cameriere a sè stesso, preparandosi per la danza, tranquillamente
lustrandosi gli scarpini, spazzolandosi i calzoni e la giubba con
quella stessa mano che, calzato il guanto color canario di pelle
venuto da Napoli, avrebbe poche ore dopo guidato qualche scelta
damigella alla contradanza francese.
E qui sappiate, lettori carissimi, che ho detto _scelta_, e non
_nobile_ damigella, inquantochè, siccome vi avvertiva, a quell'epoca
non vi era nobiltà livornese, non essendosi voluto per anco cambiare i
sacchetti di zecchini d'oro coi segni blasonici.
Il più alto ceto era quello dei ricchi e dei mercanti, i quali nella
loro semplicità stavano almeno tranquilli che il sonno che avrebbero
preso nel giorno dopo d'una festa da ballo non sarebbe stato
interrotto dall'arrivo nelle loro case di quell'uomo poco simpatico
chiamato il _Cursore_, latore di quei fogliettini altrettanto
antipatici chiamati volgarmente _Precetti_, coserelle non fuori d'uso
oggidì.
Ma intanto l'ora del festino è sonata, i suonatori si trovano al loro
posto. Le carrozze ruotano per la via Ferdinanda. Si sentono lo
scoppiettío delle fruste e le bestemmie dei vetturini impazienti ed il
fruscío delle scarpe di coloro che, non avendo vettura, si recano alla
danza a piedi. Gl'istrumenti dell'orchestra si accordano, e la bella
Rosina insieme colla madre trovasi a far gli onori del convito,
ricevendo le invitate e gl'invitati.