Festa da ballo in maschera.
Gli appartamenti della signora Guglielmi sfolgoravano per cento accesi
doppieri. Le sale erano magnificamente addobbate; tappeti di soprafino
lavoro inglese screziati a mille colori cuoprivano morbidissimi il
pavimento; le suppellettili di squisito gusto dimostravano tutto il
lusso e la galanteria di una dama francese. Numerosi tavolini da
giuoco erano apparecchiati per i militari invalidi, per coloro che
amavano più la fortuna che il ballo; in una parola, vi era laggiù
tutto il comodo di rovinarsi nella salute e nella borsa. Così vanno le
cose quaggiù e così sono andate di secolo in secolo e così andranno
fino alla fine del mondo.
Le danze erano cominciate da qualche tempo, e noi, sorpassando alcuni
salotti di danzanti, ci arresteremo un momento in una stanza parata di
damasco celeste, dove, vicino ad un caminetto sul quale ardono legna
odorose, sta un tavolino attorno a cui giuocano la signora Guglielmi,
un uffiziale, un finanziere ed una mascherina elegante in dominò
bianco sul cui cappuccio vedesi accuratamente cucita una camelia rossa
uguale a quella che mirammo nel gabinetto privato di Rosina. Si giuoca
di grosso, poichè è carnevale; lasciamoli fare.
--Ventuno a quadri, disse con garbatezza madama Guglielmi guardando
senza tirarli a sè i sedici zecchini della partita; sarebbe forse la
mia posta?
--Con perdono, madama, esclamò il finanziere; mi duole veramente, ma
avendo or or succhiellato l'ultima carta, metto in tavola trentuno a
picche.
--Mi rallegro con voi, replicò madama Guglielmi deponendo le sue carte
sul tavolo; ho troppa fretta e spesso mi trovo delusa nelle mie
speranze: ma adagio, signor finanziere, vi esorto a non cantar
vittoria; imperocchè vedo quella mascherina la quale sotto la visiera
forse forse riderà di noi, e sta per succhiellare la quarta carta.
Aspettiamo la di lei decisione.
--È giusto, disse il signor uffiziale; io non ho punti da mostrare.--
E tutti e tre stavano a guardare il quarto giuocatore, che con tutto
il sangue freddo possibile succhiellava la sua ultima carta. Estratta
che l'ebbe, senza dir parola schierò sul tappeto le sue carte,
mostrando col dito che davano per punto quarantanove a fiori.
--Ah! disse l'uffiziale, il 21 è stato eclissato dal 31, e questo dal
49.--
La mascherina non potè trattenere uno scroscio di risa mentre ritirò
il denaro.
Il signor uffiziale prese ciò in mala parte e, dopo alcune partite,
essendosi sciolto il giuoco, mentre stavasi per passare alla sala da
ballo, fattosi presso a colei dal dominò bianco, gli susurrò
all'orecchio:
--Mascherina, ho bisogno di dirvi una parola in quattr'occhi.
--Dove e quando volete, riprese il dominò bianco senza esitazione.
--Subito e nella sala del _buffet_, se vi piace.
--Volentierissimo.--
Ed entrambi si avviarono al luogo indicato. Giunti peraltro che furono
in fondo ad un corridoio solitario, ove appena arrivavano i suoni
dell'orchestra, la maschera riprese la parola e, soffermatasi,
--Signor Alfredo, disse, ciò che volete dirmi, potete dirmelo qui.--
Nella voce della mascherina vi era un certo non so che di alterato e
di sardonico che non sfuggì al giovine, il quale sollecitamente:
--Alfredo diceste; mi conoscete voi?
--Temete forse di esser conosciuto? rispose la maschera ridendo.
--Io temere? Deggio forse arrossir del mio nome?
--Non credo, ma di qualche fatterello potrebbe pur darsi.
--È questo il secondo insulto che ricevo da voi; il primo per aver
riso alle mie parole nel giuoco, l'altro investe la mia condotta e....
--Ci s'intende, avete diritto ad una sodisfazione; or bene, ed io son
pronto a darvela: mi spetta la scelta delle armi.
--Sono indifferente.
--Prima per altro conviene che mi domandiate conto dell'esser mio; non
potrei essere un plebeo indegno di misurarsi con un nobile paladino?
--Il vostro linguaggio, sebbene ironico, nol dimostra; ma in questo
caso potrei far adoprare il bastone da' miei servitori.
--Semprechè io, con vostra buona grazia, avessi la volontà di farmi
accarezzare le spalle da gente che puzza di cucina.
--Termine agli scherzi. Ditemi qual è l'arma che sceglierete e prima
di tutto l'esser vostro.
--Adagio, adagio, signor mio: quanto all'arma, io sono nemico del
sangue; compatitemi, non sono ufficiale: quanto all'arma, siccome è
una cosa tutta mia, scelgo i dadi.
--Come i dadi?
--I dadi ed un bicchier di veleno; la cosa è comodissima. Voi vedete,
signor uffiziale, che non vi è bisogno di padrini, non si fa chiasso:
questa sera stessa, in mezzo ad una festa, ritirati in un salotto
appartato, noi ci mettiamo tranquillamente a sedere su di un sofà; si
ordina un _punch_ e da me o da voi vi si versa una dose di veleno;
nessuno se ne avvede, oh! al certo nessuno bada ai segreti che possono
avere un uffiziale e una mascherina. Da uno dei tavolini prendiamo i
dadi, ne gittiamo la sorte, chi perde ingola il _punch_, si asside sul
sofà ed attende tranquillo, come fece Socrate, di passare all'altro
mondo. Chi vince si allontana cantarellando un'arietta di Rossini e si
reca alla sala delle danze.--
Il militare guardava stupefatto la mascherina; e con voce di
meraviglia:
--Voi scherzate.
--Non scherzo mai, replicò questa ed alla voce soave che aveva usata
fino a quel momento fe' succedere un accento grave e severo. Non
scherzo, no, mai non ho scherzato al mondo, e molto meno lo farei con
voi; ma se mai credeste in me viltà, mirate (e in così dire trasse dal
dominò due pistole). Voi vedete, aggiunse riprendendo la solita vocina
flebile, che io potrei fare uso delle armi da fuoco, potrei,
rimettendo l'affar del duello a domani, eludere la vostra vigilanza, i
vostri desiderii; ma no, le cose vanno fatte subito, o non mai.--
Alfredo non sapeva che dire, tanto il linguaggio della maschera lo
sorprendeva altamente.
--Giovane capitano, la maschera continuò, ora che conoscete con
qual'arme io intenda di battermi, sul che non mi potete contradire, è
giusto che io vi dica il mio nome.--
Qualunque idea di straordinaria visione cessò in Alfredo alla
curiosità di conoscere finalmente il suo bizzarro antagonista.
--Ebbene? proseguì.
--Ebbene, disse la maschera, sono pronto a sodisfarvi; ma prima
permettetemi ancora due parole. Giovine ardente, continuò, ed è così
che tu vai violando i giuramenti più sacri? Quella vita che tu hai
consecrato al più santo scopo tu la cimenti per una risata da
tutt'altro prodotta che dalla volontà di offenderti? cimenti la tua
vita per voler sodisfazione da un incognito il quale ti parla di
alcune tue debolezze forse chimeriche? È così che....
--Mascherina, interruppe il giovane impaziente e tutto caldo di
sdegno, tu perdi un tempo prezioso.
--No, signor maestro, questo tempo non è prezioso perchè è tempo di
danza; e tanto val consumarlo facendo sgambetti, quanto ciarlando,
siccome facciamo noi; altra volta l'ho perduto con te un tempo
prezioso.
--Con me?
--Sì, con te. Dimmi: se il veleno tocca a te?... Perchè, vedi, non ho
bisogno di ricorrere allo speziale; questa è una boccetta (e trasse un
astuccetto dalle vesti), questa è una boccetta che ne contiene tal
dose da avvelenare non solo te ma quanti sono alla danza.--
Alfredo retrocedè come atterrito; fino a quel momento egli aveva
creduto che il suo antagonista fosse uno di quei belli spiriti che
s'introducono nelle danze e nelle società per motteggiare, e sperava
che avrebbe terminato per chiedergli scusa e nulla più; ma il contegno
della maschera diveniva sempre più freddamente minaccioso.
--Gran Dio! esclamò il giovine, chi siete voi che tranquillamente
intervenite ad un festino, danzate e vi assidete al tavolino da giuoco
con armi da fuoco ed il veleno in tasca?
--Io? lo saprai, proruppe in tono di confidenza e di sdegno il dominò
bianco; lo saprai quando avrai risposto ad una sola interrogazione che
sono per farti. Alfredo, la mezzanotte di domani radunerà tutti gli
amici nelle catacombe di San Iacopo.... Tu sai di quali argomenti sarà
trattato, e quanto interessi nei supremi momenti che ogni generoso
amante della patria si trovi al notturno convegno.
--Che ascolto! E come sai tu tal segreto?
--Per me non vi hanno segreti ove il bene della patria lo richieda. Tu
vedi in me un nemico generoso il quale non avrebbe duopo del duello
per perderti, denunziando i tuoi obblighi, i tuoi progetti, le tue
trame, i tuoi abboccamenti; ma no, la sfida è corsa, uno solo di noi
andrà alla misteriosa adunanza.
--Ah! no, o maschera, o nume, o demonio, cessa deh! cessa, disse
Alfredo; io rinunzio alla sfida, ad ogni progetto di vendetta, di
particolare sodisfazione; sacro è il dovere di figlio della patria.
Ben tu dicevi, la mia vita è venduta. Essa la comprò, ceda il mio
orgoglio di fronte a tanto dovere: ti prego a scusarmi, o mascherina.
--Scusarti? Ci sarebbe forse un poco di viltà?--
A tali parole Alfredo sentì montarsi il sangue al viso per eccesso di
collera e,
--Viltà? replicò, mal ti apponi; lo saprai, o ardito incognito, quando
la sorte della patria sarà decisa. Io ho un conto di morte da saldar
teco: se hai onore, palésati onde io possa sodisfarlo.--
La mascherina, cacciandosi addietro il cappuccio del dominò, lasciò
cadersi sulle spalle la più bella treccia bionda.
L'uffiziale trasalì; ma più crebbe la sua maraviglia quando il
personaggio incognito, toltasi la visiera, lasciò contemplare uno dei
più angelici volti dell'universo.
--Esmeralda! gridò Alfredo, mia Esmeralda!
--Taci, taci, amabile pazzarello, riprese la maschera rannodandosi la
treccia e riponendosi in fretta la visiera; vien gente, non voglio
esser conosciuta. Conducimi alla sala del ballo.--
E gli porse la mano.
Alfredo, coprendola di mille baci, si accompagnò coll'adorato
avversario avviandosi alla sala delle danze.
In cima al corridoio incontrarono una folla di maschere tutte in
dominò bianco sul quale era trapunta una camelia rossa; costoro si
misero in cerchio intorno alla coppia canterellando un'aria plateale
in guisa da impedirle di dirigersi verso il ballo, e dopo due o tre
giri si misero a gridare:
--Sei de' nostri? sei dei nostri? su su, un balletto.--
Ed a vicenda afferrata Esmeralda, la fecero danzare.
Alfredo, impaziente, attendeva che lasciassero libera la giovinetta, e
fissamente teneva dietro ad ogni suo movimento, temendo di confonderla
colle mascherine sopraggiunte, ma erano esse tanto simili fra loro che
nell'intreccio non gli fu più possibile di ravvisare quale di esse
fosse la sua Esmeralda. Questa però, che avrebbe potuto staccarsi
dalle compagne e ritornare al braccio dell'amante, bizzarra e
capricciosa, volle aumentarne il malumore e, spiccando un salto in
mezzo al gruppo coi dominò compagni, precipitò nella sala da ballo,
ove a forza di strepiti carnevaleschi produssero uno di quei piacevoli
disordini che sogliono animare il brio in tali circostanze.
Ma, durante la festa che già incominciava a declinare, noi abbiamo
perduto da qualche tempo Rosina; non ci dispiaccia perciò di farci
innanzi tra la folla a ritrovarla. Prima per altro non sarà male
passare in rivista alcune signore e signori che incontreremo nelle
sale che andiamo a percorrere prima d'imbatterci nella vezzosa
fanciulla.
Nella sala del _thè_ una fila di sedie coperte di damasco a spalliera
dorata accoglie una dozzina di vecchie mamme e zie, le quali stanno a
mirare i danzatori e le ballerine, cianciando fra loro di cuffie e di
mode, di pettegolezzi amorosi e di piccoli scandali; ma coteste
quinquagenarie declamatrici contro un lusso che non potevano più fare,
contro l'amore cui avevano dovuto dire addio, contro la bellezza per
esse passata, lasceremo in cura ai servitori in livrea che, di quando
in quando passando innanzi al venerabil consesso coi vassoi pieni di
biscottini e confetti, sapranno empire quelle bocche d'inferno, le
quali almeno per qualche tempo cesseranno di qualificare le amabili
zitelle per pettegole e scimunite, ed i bei giovani per sguaiati e
monelli.
Nella sala da bigliardo e della bambara noi osserveremo quei visi di
signori nei quali, invece dell'allegria, vediamo dipinti il burbero ed
il cagnesco. Costoro, ognun se l'imagina, sono giuocatori sfortunati,
mariti gelosi, amanti non corrisposti.
Prima peraltro di passare oltre fa duopo arrestarci una diecina di
minuti in un salotto di transito e precisamente presso una portiera
che copre colle cortine il vano di una finestra entro il quale due
persone stanno chiacchierando; sicchè potrem sentire quanto appresso.
--Oh quanto è amabile quella fanciulla! si dice anche sia molta ricca.
--Ne so più di te; si chiama Rosina.
--Ma che? sarebbe ella forse della nostra congiura?
--Sì certo: Oh! non lo sai, disse Topo, cosa ci ha detto il nostro
capitano ieri notte all'osteria dei Tre Mori?
--Come posso saperlo? all'osteria non ci venni, lo sai bene; ero di
guardia in fortezza vecchia, smontai alle undici di fazione per dormir
sul pancaccio.
--E per conseguenza disponesti alla paura il militare che doveva
succederti in sentinella, onde esplodesse sul caprone maraviglioso.
--Certo che sì; e conoscendo quanto fosse babbeo il mio camerata, gli
feci una paura tale che, veduto il supposto mostro, rimase come di
pietra, e adesso è allo spedale di Sant'Antonio.
--Ottimo luogo per gli scimuniti suoi pari.
--Eppure Marco non è un giovine da disprezzarsi; io spero che un
giorno sarà della nostra.
--Belzebù ti liberi dal farne nemmeno la proposta; caro amico, i
contadini per le faccende della nostra congrega vanno tenuti alla
larga, ci vuol il coraggio che abbiamo noi.
--Ma.... non mi dicevi che la signorina è dei nostri? più debole di
una fanciulla nobile, educata, di sedici anni non saprei.
--Tu nei sai poco; costei è nostra, nostra affatto.... figúrati è la
sposa del nostro capo.
--Del Caprone?
--Del Caprone appunto; come la sorella del Caprone, la cara Esmeralda,
sarà, cioè lo è di già, la innamorata del capitano Alfredo fratello di
Rosina.
--Topo mio, tu mi fai stupire!
--Sei un balordo; ed io voglio istruirti. Nella nostra setta hanno da
entrare tutti coloro che o direttamente o indirettamente possono
giovare allo scopo. Quindi il nostro degno capo, il quale si rende
visibile ed invisibile, che con maravigliosa celerità si trasferisce
da un luogo ad un altro, raccoglie tutto il migliore; cosicchè dai
poveri facchini quali siam noi, dai ladri, dalle donne di mondo, dai
marinari, dai barcaiuoli si sale ai soldati, agli ufficiali, alle
damine, agli ottimati e....
--Ma dimmi un poco, proseguì il compagno, perchè il Caprone ci volle
tutti quanti alla festa?
--L'avrà fatto per darci un'idea di questo mondo di signoria che prima
non conoscevamo; per la bizzarra sodisfazione di vedere col benefizio
della maschera mescolati insieme i ladri ed i galantuomini, i poveri e
i ricchi, le dame e le pedine: e poi.... a lui sta a comandare, a noi
spetta l'obbedire; nè ci è lecito dimandare la ragione degli ordini.
D'altronde il nostro intervento qua è puramente pacifico: noi siamo
disarmati.
--È vero, disse l'altro, io non ho che un coltellaccio a cricco.
--Ed io un corto stile a triangolo.
--Ma il Caprone è venuto alla festa?
--Non l'ho veduto: ma vi sarà di certo. Indovinala tu qual razza
d'abito si sarà messo.
--Sicuro non avrà lasciato che la sua bella danzi con altri; avrai
pure osservato che la Rosina tiene in petto la camelia rossa. Sì, te
lo ripeto, essa è nostra, proprio nostra in anima e in corpo. Non vedi
tu che quanti siamo in maschera abbiamo tutti lo stesso segnale? Il
solo capo è forse quello che ne manca.--
Una delle maschere che così discorreva dietro la portiera l'aperse
leggermente e, sporto fuori il capo, fece cenno all'altra che pur si
affacciasse fra le tendine, dicendole all'orecchio:
--Che ardire! che bravura! che uomo maraviglioso! Vedi tu quel
gentiluomo con due decorazioni sull'abito e cotanto splendidamente
abbigliato, il quale ha sì bei mustacchi neri sotto il naso e quei bei
capelli di colore morato, che è tutto grazie ed incanto?
--Lo vedo, rispose l'altro; dà il braccio alla amabile Rosina.
--Or bene: non hai tu riconosciuto il Caprone?
--Bah! il Caprone lui? il Caprone è biondo, costui è nero; il Caprone
è senza barba, e costui l'ha folta.
--Stolto! riprese Topo, ti assicuro che colui è il Caprone come tu sei
l'Arciero ed io son Topo; ma compatisco la tua incredulità. Egli ha
cento mezzi di travisarsi, e gli riesce così bene che lo credo qualche
volta lo stesso diavolo in persona. Anche esso ha la camelia; ecco il
fiore della setta: viva essa in eterno!
--Che la duri così, mio caro Topo.
--Ti compiango se dubiti; sei troppo ragazzo: ma sappi che la nostra
congrega abbraccia mezzo mondo, e tu vedrai che al fin dei conti il
mondo muterà faccia per opera nostra. Intanto godiamo il buon tempo e
i bei zecchini; e se non fossimo intimamente legati a colui, all'uomo
misterioso, tu saresti a far la guardia, ed io a cucire le balle e
rubare i baccalari. Ma andiamo a bere un paio di _punch_, chè il
discorrere mette sete.--
Ed ambedue, usciti di sotto la portiera, si diressero alla stanza del
_buffet_ inseguiti da Alfredo, il quale ogni volta che s'imbatteva in
un dominò bianco, credeva di rinvenire la sua cara Esmeralda.
Esmeralda per altro, dopo il rabbuffo fatto all'amante, del quale era
gelosissima e tenera, aveva abbandonato le sale per rientrarvi in
altre vesti, onde, per giovanil capriccio del suo sesso, stare
sconosciuta ai fianchi di Alfredo, di cui temeva qualche imprudenza o
leggiera infedeltà fra tante donzelle e donne amabilissime. Esmeralda,
in nuova foggia abbigliata, stavasi travestita da maga egiziana; ed
imbattutasi in Alfredo, con voce alterata e gutturale,
--Giovinotto, gli disse, vengo dal paese delle cabale, delle piramidi,
ed ho buoni numeri da dare agli amatori del giuoco del lotto: 21. 31.
49.--
A Livorno il parlare di numeri e di cabale è tema favorito; sono sì
buoni i Livornesi che credono ai sogni: perciò la finta maga si attirò
la simpatia dei circostanti; e più di un giovane elegante, tirato
fuori il taccuino, vi segnò col lapis i tre numeri bizzarramente dati,
con animo di giuocarli davvero e ristorare le abbattute fortune.
Alfredo si morse le labbra per dispetto sentendo ripetute da quella
maschera le parole da lui poco innanzi proferite al giuoco della
primiera e per le quali aveva altercato con Esmeralda. La maga per
altro seguitò a rallegrare la comitiva e, preso un piccolo portavoce
d'argento,
--Io leggo nel destino, gridò ridendo di sè stessa nel farla da
sibilla: questi tre numeri additano tre grandi epoche nelle quali si
tenteranno grandi cose e si rinnoverà la faccia della terra:
_Renovabitur facies terræ_.
--Sa anche di latino la maga, urlarono i circostanti.
--Anche d'ebraico, d'arabo, di turco, d'indiano e di cinese, se così
vi piace. Ma lasciatemi; devo predire la sorte ad una vaga fanciulla.
Indietro adunque, o profani, o che io con questa bacchetta vi cangio
tutti in vipere, rospi, cani, gatti e in qualche cosa di peggio.--
La folla rise, e alcune altre maschere si misero a noiarla. Ella però
le respinse facendo uso di una verghetta di ferro, la quale se non
aveva il potere di cangiare gli uomini in bestie, aveva quella di far
loro delle lividure ed era capacissima di tenere indietro
gl'indiscreti.
Il brio cresceva, sebbene la festa volgesse al suo fine. Lungi dal
romore delle ultime danze più fragorose e vivaci, lungi dalla folla
delle maschere che dai salotti del ballo passavano a quelli dei
giuochi e del _buffet_, in un salotto rischiarato da una pallida
lampada con opaco cristallo, guarnito di damasco celeste e che aveva
all'intorno un divano color di rosa pallido, e sulle cui _consoles_
ardevano in candelabri d'argento candele aromatiche spandenti una luce
gradita, una fanciulla stava in atto mesto assisa sul molle sofà; ed
un giovine nel vigor dell'età elegantissimamente abbigliato, sul cui
petto brillavano due decorazioni e si vedeva una camelia rossa,
piegato un ginocchio innanzi alla fanciulla,
--O mia adorata fanciulla, le diceva, dovrò io dunque invano sperare
da voi uno sguardo di compassione?
--Signore, parlatene a mia madre.
--Non posso, Rosina, non posso; un terribile arcano m'impedisce ora di
palesarmi a lei ed a voi; il mio nome è un mistero: io ne ho tanti, ma
non ne ho un solo da darmi di fronte a voi ed alla madre vostra. Ma io
vi amo, è un anno che vi amo, e voi lo sapete; non sono indegno di
voi: non vi basta?
--Signore!!
--Avrei io osato invocare l'ombra del padre vostro per farmi strada al
vostro cuore e non avrei temuto che l'ira del cielo su me piombasse a
punirmi ove osassi mentire?
--Il mio cuore non può sentire altro affetto che per l'ombra del
genitore, per l'eroe della sua patria.
--Ah! Rosina....., interruppe l'amante, io vi giuro che più di lui
l'amo e farò tutto per lei.
--Dimostratelo ed alzatevi; potrò allora amarvi, gli disse la
fanciulla.
--Ho vinto, esclamò il giovane entusiasta, ho vinto. Ciò sarà; giurate
di essermi fedele e di unirvi a me quando questa vostra patria sarà
felice o che avrò esaurito tutti i mezzi per farla tale.
--Giovane che io non posso definire, il vostro ascendente mi opprime
l'anima. Lasciatemi; la ragione mi dice di fuggirvi, il cuore non lo
può: giurate voi di mantenere le vostre promesse. Dio, patria, padre e
voi amerò in eterno.
--Lo giuro, o Rosina, lo giuro. Oh! se sapeste a qual altare più
terribile l'ho io giurato oltre a quello del vostro amore, forse
inorridireste.
--Gran Dio!
--Sì, Rosina, io l'ho giurato sull'altare della morte.--
La fanciulla, lasciate le mani dell'amante, si pose le sue alla
fronte.
--Rosina, riprese l'incognito, Rosina, il vostro giuro mi sta
sull'anima; io lo accetto, voi accettate il mio. Io mi allontano, ma
voi mi rivedrete e ben presto.
--Signore!... replicò vivamente l'altra.
--Quando la vegnente notte sarà al suo colmo, soggiunse il giovine, se
amate la patria, uscite dalle verginali vostre stanze e penetrate in
quelle del fratel vostro.
--E perchè mai?
--Perchè sarà sonata l'ora in cui apprenderete il mio nome e tutto il
nostro avvenire. Nella camera di vostro fratello troverete abito
virile e di foggia militare; voi lo indosserete e seguiterete lui
ciecamente fino alle catacombe.
--Ma egli?... gran Dio!
--Lo sa!
--Dimani? Per l'alta notte? alle catacombe? che mi chiedete mai?
--Io ve lo chieggo in nome di questo, ripetè il cavaliere,
presentandole un medaglione che trasse dal petto. Era il ritratto del
generale Guglielmi. Rosina la baciò fervidamente, ed il cavaliere si
allontanò.