CAPITOLO PRIMO

Il Caprone.

--Non è possibile.

--Ma quando te lo dico io, ci puoi credere, caro Marco. Orsù, prendi

il tuo fucile in ispalla e buona guardia.--

Questo breve dialogo aveva luogo la sera del 15 febbraio dell'anno

1821, alle ore undici, fra due soldati di linea che si cambiavano di

fazione sulla piattaforma della fortezza vecchia in Livorno.

Questa fortezza dà, colle sue mura costrutte nel secolo decimosesto,

sul mare dalla parte di ponente. Quelle mura, corrose dal tempo e dai

venti marini, presentavano all'epoca di questo racconto alcune fessure

del diametro di un sesto di braccio; ed essendo formate a scarpa, non

sarebbe stato difficile lo scalarle, quando non custodite da vigili

scolte. A destra del posto ove passeggiava la sentinella si vedeva,

alta dal livello del mare poco più di due braccia, un'opera di

fortificazione che, mezzo diruta, tuffava i suoi fondamenti nell'acqua

marina dalla parte di ponente e nel fosso della così detta Venezia

nuova, canale che serve di veicolo alla introduzione delle merci in

quel quartiere della città. Il bisogno di provvedere alle esigenze

sanitarie e d'impedire più specialmente il contrabbando del tabacco

faceva sì che nella consegna del posto armato di sopra menzionato vi

fosse l'obbligo di sorvegliare sul bastione sottoposto e

particolarmente sull'opera semidiruta, la quale, separando con

semplice e basso muro il mare dal fosso dello scalo di Santa Trinità,

rendeva assai facile l'introdursi di contrabbando nella città stessa.

Livorno all'epoca da noi accennata non aveva risentito nulla dì quello

sviluppo che sì maravigliosamente nel suo materiale ha conseguito di

poi. Essa serbava ancora le sue medicee mura, di là delle quali erano

vasti e popolosi sobborghi. Le sue strade anguste e tortuose (tranne

due o tre principali), il lurido casone, l'annesso quartiere degli

Ebrei col suo nome di ghetto, sporco nelle vie, nei muri, nelle case,

nell'interno di esse, buio anzichè no, abitato da ciurmaglia povera e

schifosa. Aveva il quartiere detto la Venezia nuova, ove vegeta

piuttostochè vivere una popolazione diremmo quasi staccata dal

rimanente pei suoi gusti, per le sue costumanze, per i suoi vizi, per

l'accento non toscano; popolazione la quale, come vediamo, pel suo

continuo contatto con la gente di mare si è improntata di un carattere

tutto speciale e bizzarro; popolazione infine ignorantissima, di cuor

fiero, di volontà decisa, di un coraggio e di un'audacia senza pari,

facile per altro alla credulità ed a cedere a qualsivoglia cosa che

abbia dello straordinario e del portentoso. Livorno adunque nel 1821

non poteva differire gran che da quella di un secolo addietro. Chi

cercasse peraltro di ritrarne un'idea dalla ispezione che fosse per

farne attualmente, invano spenderebbe il suo tempo. Cotesta marittima

città ha fatto come la crisalide: essa è uscita dal suo lurido

involucro per mostrarsi di straordinaria beltà, la quale però non

permette di riconoscerla dall'epoca della sua metamorfosi.

Ma, del paro che colle fabbriche, ha ella cangiato nel suo morale, nei

suoi costumi? Io sento che sì; fuorchè rispetto agli abitatori della

Venezia. Il cangiamento sarà poi stato giovevole al suo commercio,

alla sua industria, al suo bene essere, in una parola? Questo potrà

dirlo altri; io per me scrivo un romanzo e mi astengo dal pronunziare.

L'esito lo mostrerà.

Il militare che abbiamo sentito nominare per Marco era un giovane di

bassa statura, piuttosto pingue, la cui fisionomia, ilare per

abitudine, lo dichiarava per uno dei buoni villici delle nostre

colline. Marco, in forza della sorte cruda che gli aveva fatto

estrarre il numero sei dall'urna dei coscritti, aveva dovuto lasciare

da un anno il poderetto della Sambuca, le care veglie dell'inverno,

nelle quali, seduto su d'una ruvida panca accanto al domestico

focolare, si occupava colle mani a lavorare panieri di giunchi e colle

orecchie a sentire le gravi e spaventose storie cavate dalla non mai

abbastanza lodata opera del 1300--_Lo specchio della vera

penitenza_--, ove i morti fanno cose da strabiliare, i diavoli ne

fanno da rabbrividire; i buoni cristiani hanno una paura che non può

descriversi, paura salutare che giova moltissimo all'anima loro, mercè

la quale, invece di rubare il terzo del raccolto al padrone, si

contentano di pigliarne un sesto, un ottavo, un dodicesimo puranco, a

seconda dell'impressione di quella paura, eccellente antidoto che

l'ottimo paroco di quelle colline è in dovere di eccitare negli animi

dei suoi popolani, che hanno le mani ben provviste di unghie e le

gambe assai sottili. Don Antonio (il buon pastore di Sambuca), a forza

di raccontare per quarant'anni di parochiale esercizio terribili

apparizioni di dannati, aveva finito per crederci anche lui. E quasi

che la fortuna lo avesse favorito in proposito, nello stesso

circondario della sua parochia, infra le selve e i dirupi

fiancheggianti il torrente Ugione, esistevano due profonde cavità,

appellate l'Inferno e l'Infernino, dai contorni delle quali (per usare

il termine del paese) fuggivano bestie e cristiani, e qualche

temerario che aveva voluto sincerarsi da spirito forte aveva pagato

ben cara la sua audacia. E fra le altre verità ad un Tonio Baggiani un

asino era scappato; Tonio voleva acchiapparlo, ma l'animale non si era

lasciato pigliare; e finalmente caduto nella voragine, da quella era

uscito un suono terribile come di mille trombe e una fiamma che aveva

abbruciate le vesti, cosicchè il povero Baggiani era morto dopo

un'umile confessione de' suoi peccati.

Altra volta, una chioccia coi pulcini d'oro si era avanzata in quelle

sponde, e i tre contadini che ebbero la disgrazia di vederla

acciecarono e morirono fra gli spasimi. In altra epoca due Inglesi

(gente luterana, ci s'intende) avevano voluto misurare gli abissi e,

dopo avervi calato ben due mila braccia di fune, non avevano potuto

toccare il fondo, e ritornati ai loro paesi, si erano convertiti e

morirono da buoni cristiani.

Il giovane Marco aveva portato alla milizia i ricordi di tante verità;

se le teneva presenti nel far gli esercizi, se le sognava e le

raccontava ai camerati nello spazzare la caserma, e gli giovavano

nell'adempimento de' suoi militari doveri.

Giudicherà ognuno della sua sorpresa e del suo timore quando, poche

ore prima di entrare in fazione sulla piattaforma della fortezza

vecchia, uno de' suoi compagni gli aveva detto:

--Marco, stasera si monta la guardia in luogo assai pericoloso.

--Come? aveva risposto Marco, e che cosa vi è?

--Oh! l'altro aveva soggiunto, si dice che dal mare, ove il fondo è

molto basso, il quale lambe le mura del forte, qualche volta si veda

uscire un enorme caprone.

--Un caprone?

--Precisamente un caprone, che, invece di due, ha quattro corna.--

--Non ne ho mai veduti caproni a quattro corna, e sì che ho fatto

anche il pastore, aveva replicato Marco.

--Eh! lo credo disse l'altro, ma il caprone di cui ti parlo dev'essere

il diavolo in persona.

--Il diavolo? rispose Marco; che viene a fare il diavolo nelle

vicinanze della fortezza vecchia?

--Caro Marco, che cosa venga a fare il diavolo in questi luoghi non te

lo so dire, perchè, come ben puoi credere, il diavolo non rende conto

ad alcuno dei suoi passi e delle sue volontà; ma non importa, io

suppongo che egli ci abbia degl'interessi: per esempio, al tempo dei

Francesi, sulla piattaforma vennero fucilati dei disertori; e poi non

siamo vicini alla Venezia nuova? Non sai che gentaccia vi sta?

Gentaccia senz'anima, che bestemmia, giuoca, ruba e fa delle infamità

di ogni genere: il diavolo ci fa bene i fatti suoi.

--Ma tu lo hai veduto mai questo caprone?

--Io no...., ma l'hanno veduto tanti che non si può mettere in dubbio.

--E non son morti quelli che l'hanno veduto?

--No...., ma allo spedale ci sono stati lungo tempo.

--Poveretti! aveva esclamato Marco. Io però non mi scordo del mio

rosarino e mi propongo di consumare la mia ora di sentinella con dire

tanti _De profundis_.

--Farai bene, rispose l'altro; questo è il miglior modo di liberarsi

dall'orribile apparizione.--

Intanto venne per Marco l'ora di entrare in fazione; uscito dal

guardiolo e preso il fucile e le cartucce, era salito (figuratevi con

che cuore) sulla piattaforma.

Il soldato da cui fu preceduto nella guardia era quello stesso che

aveva fatto il racconto a Marco: onde questi, nel ricevere la parola

d'ordine, gli aveva susurrato all'orecchio:--

--Ma il caprone ci è proprio?... non ci credo.--

Noi abbiamo sentito l'assicurazione che gli fece l'altro.

--Ah! mormorò Marco quando fu solo (e si mise a passeggiare sulla

piattaforma), brutto mestiere è quello del soldato: quel numero sei mi

ha proprio rovinato. Quattro quattrini di paga al giorno (non servono

per il vino), le guardie, le ronde, gli esercizi e per giunta quel

maledetto caprone....--

Marco passeggiava da più di mezz'ora sulla piattaforma del forte: dopo

d'essersi assicurato di avere al collo il suo rosarino, se ne stava un

poco più tranquillo: egli guardava sul mare, che in quella sera

quietissimo rifletteva i raggi della luna; più lungi sulla dorata

superficie delle acque le nere moli dei navigli ancorati alla rada con

le loro antenne disegnanti altrettante linee scure nel cielo sereno,

da un lato gli scogli pur essi neri cui il barlume del cielo dava

mille forme bizzarre; quindi il molo, le circostanti fortezze e parte

della città, sepolta nel silenzio e nella quiete. Se il nostro Marco

fosse stato un poeta, chi sa quali versi gli avrebbe ispirato la

magnifica scena di cui era spettatore? ma egli era contadino e

recluta, e trovava più poesia nel ricordo delle serate in cui faceva i

panieri al podere di Montemassi che in quel panorama il quale gli si

parava dinanzi. Sulla punta delle dita ei contava i minuti che gli

restavano a passare in fazione, e già si rallegrava al pensiero di

ritornare al guardiolo e scaldarsi al braciere stendendosi sul

pancaccio, quando.... (mirate un poco se aveva disgrazia sì o no):

quando in un naviglio ad alberatura latina ancorato ad un quarto di

miglio dal forte parvegli di scorgere un lume il cui raggio

strisciando sul livello delle acque era venuto a riverberargli sulla

lucida canna del fucile che aveva in braccio. Marco seguì coll'occhio

quel lume, che si mosse e si calò al fianco del naviglio: la mercè di

questo lume, il nostro milite riuscì a vedere un corpo di non gran

volume il quale dal naviglio passò in una barca assai sottile che

stavagli a tribordo; questa barca, leggiera leggiera, scivolando sulle

onde, staccossi dal bastimento e si diresse in una linea retta verso

il forte. Il nostro Marco non vide più il lume, ma i suoi sguardi non

potevano staccarsi dalla barchetta, la quale pareva contenere un solo

remigante, di cui per altro non bene distinguevasi la figura. Giunta

che fu a circa cento braccia dal lido, la barca si fermò come arenata

sulla sabbia.

Questo è un contrabbando, pensò Marco, e alzò il cane del suo

archibuso gridando: _Chi vive?_ Nessuno rispose.

L'ho detto io, ripetè fra sè, è un contrabbandiere; ma per mia fè gli

voglio fare scontar la paura di quest'ora di fazione.

--_Chi vive?_ ripetè; e levatosi il fucile dal braccio, se lo pose

alla spalla.

--_Chi vive?_ finalmente urlò e prese di mira l'individuo, che,

abbandonati i remi della barchetta, sembrava disposto a saltare in

mare profittando del basso fondo. Non avendo Marco udito risposta, si

accinse al suo dovere e già toccava lo scatto del fucile: un solo

minuto secondo, ed era bella e finita pel misterioso guidatore della

barchetta, poichè Marco era buon tiratore; ma ahimè! la luna, uscendo

limpidissima dalle nuvole, aveva permesso all'occhio di Marco di

discernere colui sul quale stava per esplodere.... e chi era desso? Un

caprone; sì, un caprone più alto di tutti i caproni del Tibet, con

ramose corna, con barbigi e quant'altro forma la razza lanuta dei

capri. Marco di uomo divenne una statua, l'occhio suo rimase come

petrificato nell'orbita; egli stesso in tutta la persona sentì gelarsi

il sangue; il dito s'inchiodò sullo scatto, non gli fu possibile alcun

movimento, e solo di vita gli restò la facoltà di vedere, e troppo ei

vide. Il capro, senza darsi il menomo pensiero della canna del fucile

diretta in linea del suo capo, tranquillamente balzò nelle acque, si

accostò al basso muro, lo scalò come cosa a lui facilissima, rasentò

il margine del fosso di Santa Trinità e quindi fu perduto di vista

allo sbocco dello scalo del ponte della Crocetta, Poco dopo suonò

mezzanotte; il soldato che venne a dare la muta al povero Marco lo

trovò tuttavia immobile, coll'archibuso in atto di far fuoco; e quando

lo trassero di là, egli parlava come un demente, non avendo per altro

schiuso la bocca se non se dopo molte ore, allorchè in grave pericolo

di vita riprese i sensi allo spedale di Sant'Antonio.

Durante le ore in cui e Marco e i militi di guardia alla fortezza

vecchia alternavano la scolta e la stanzetta del guardiolo, una scena

ben diversa accadeva nel quartiere della Venezia nuova da noi

accennato e precisamente all'osteria dei Tre Mori, posta nel vicolo

che dalla Crocetta mette alla via di Sant'Anna, via remota, solinga,

del peggio quartiere di Livorno, dove un galantuomo non può passare

pei fatti suoi nella notte senza pericolo di essere gratuitamente

sventrato, e di giorno senza che gli sia rubata la pezzuola, l'oriuolo

o la borsa.

L'osteria dei Tre Mori non aveva insegna e nè anche la frasca

indispensabile ai templi di Bacco. La porta di essa, lungi dall'essere

verticale, era orizzontale alla via, cioè consisteva in una apertura

quadra della dimensione di due braccia di larghezza e altrettante di

lunghezza, la quale aveva un coperchio che, dalla parte superiore

alzandosi a guisa di una grande scatola, lasciava vedere gli scalini

di una scala tortuosa e scura, in fondo alla quale stava la prima sala

dell'osteria. Questa sala, o piuttosto cantina, non aveva palco, era a

volta, nera ed umida: accanto ad essa erano altre tre stanze, una ad

uso di cucina, l'altra ad uso di salotto, la terza ad uso di camera;

in quest'ultima si vedevano tre botole le quali mettevano in

altrettanti anditi sotterranei, destinati a ricevere l'onesto prodotto

della così detta _busca_ dei veneziani livornesi, nome con cui da

costoro viene appellato quel giornaliero lor modo d'impadronirsi della

roba altrui. La polizia, non che visitare quell'antro, prendeva ogni

cura di allontanarsene quando era in ufficio di vigilanza, mentre

peraltro non era raro al taverniere dei Tre Mori l'avere ad annoverare

fra i suoi clienti qualche onesto famiglio del bargello.

Sonavano le dieci. Nella caldaia sul fuoco del camino bolliva un brodo

di dentice, condito con peperoni rossi e cannella; pronta a friggere i

totani era la padella, e la cuoca già ne infarinava alcuni ed altri ne

asciugava ad un lino.

La cuoca era una giovane tra i quindici e i sedici anni, bruna di

capelli come una Rebecca, grassoccia e di forme ben complesse: nella

treccia accuratamente pettinata stavale confitto uno spillo con manico

di rame dorato, spillo per altro che per le sue dimensioni e per la

sua lama poteva piuttosto convenientemente appellarsi un pugnale; il

collo e le braccia, nudi, avevano collane e braccialetti di grosso

corallo rosso. La fanciulla copriva le spalle con una pezzuola di seta

gialla a fiori, di quelle allora dette dell'Indie; aveva un busto

ricamato a rabeschi, la gonnella corta, il grembiule di seta rosso,

due scarpette che facevano un piedino d'incanto: essa aveva nome

Concetta. Accanto al camino si vedeva un giovane di bassa statura, di

faccia bronzina, con capelli crespi come quelli dei Mori, con largo

petto e di atletica forma; costui aveva una di quelle facce che ti

atterriscono al primo guardarle; al suo abbigliamento totalmente

marinaresco si ravvisava, senza domandargliene, la sua professione. Ei

sedeva su di una rozza panca di legno, aveva le mani incrocicchiate

sul petto, stendeva sbadatamente le gambe in avanti e teneva una pipa

in bocca dalla quale partivano grosse nuvole di fumo di un tabacco

così acuto e forte da far venire (specialmente in quel luogo, che non

aveva altro sbocco di aria tranne i camini e la porta) a chi men

robusto dei clienti dell'oste dei Tre Mori una congestione cerebrale.

Il nostro giovinotto sembrava dover essere in molta buona grazia della

giovane cuciniera, giacchè per vezzo talvolta procurava di porre un

piede fra mezzo a quelli di lei, come per farla cadere a terra quando

si moveva dal camino; e talvolta la immergeva in una nube di fumo che

le scaricava sul viso: e la fanciulla corrispondeva a tali amorosi

scherzi col toccare il marinaro con le molle uscite dal fuoco o con

gettargli nella pipa gli spruzzi del brodo del dentice. Onesti

passatempi, che l'oste, padre della fanciulla, non vedeva, che la

madre di lei approvava, e di cui il resto degli ospiti rideva. Nella

serata di cui narriamo, la taverna conteneva proprio persone direi

quasi di famiglia, cioè intimi di essa. Vi era cena e cena frugale;

volevasi da costoro festeggiare il carnevale, ma non festeggiarlo in

maschera; festeggiarlo col rhum, col ginepro di Olanda, col vino e con

una buona mangiata. Gli ospiti che attendevano fosse preparata la

mensa erano cinque, senza il giovane che accennammo, senza l'oste, sua

moglie, e la figlia; e quei cinque colà conosciuti sotto nomi che al

di fuori non avevano, per essere l'osteria dei Tre Mori un mondo

particolare. Costoro, dei quali andiamo a dare una brevissima

biografia, li chiameremo come li chiamavano laggiù.

Il _Topo_. Costui è un uomo di cinquant'anni, piccolo di statura con

mento e naso aguzzo, senza barba, perchè solito a farsela radere tutti

i giorni; il suo mestiere è quello dell'imballatore, e perciò la sua

scarsella provvista sempre di una guaina ove, come nel suo fodero, sta

un enorme coltellaccio affilato più che rasoio, ed è accompagnato da

aghi lunghi un sesto di braccio, larghi mezzo quattrino, taglienti ed

acuti, che ponno all'occorrenza servire di arme micidialissima. Il

Topo è stato dieci anni in galera per omicidio, trenta mesi in

Barberia sulle coralline per furto; la sua memoria non sa contare i

giorni di carcere e le bastonate collo staffile che ha sostenuto per

contravenzione ai precetti di polizia. D'altronde è un uomo

religiosissimo che, piuttosto che non levarsi il cappello passando

avanti una sacra imagine, si farebbe ammazzare.

Il secondo è un uomo di oltre quarant'anni conosciuto sotto il nome di

_Cacanastri_. Costui al mondo passa per un linaiolo, ma il separare le

lische della stoppa non piacendogli troppo, si occupò di frugare con

ispeditezza nelle scarselle altrui; sono vent'anni che fa il mestiero,

ed è sfuggito alle pene dei ladri attesa la sua pazienza di ricevere i

colpi dei derubati che lo hanno còlto in fallo. D'altronde esso pure è

pio quanto l'altro.

Il terzo dei commensali è un giovane imberbe che si diletta spacciare

sfrontatamente anella ed orologi falsi per buoni, truffando in

pubblico ed in pieno giorno, senza che i reclami della gente gabbata

producano la menoma alterazione nelle sue abitudini. Pugilatore

intrepido, famoso giuocatore di carte con sicura vittoria,

introduttore in case di dubbia fama e per ultimo spia: costui si

distingueva dagli altri per la facondia, per le maniere affettate che

ha preso ad imprestito dai più famosi damerini, non che per l'eleganza

e per la ricercatezza del suo vestiario. Esso è laggiù soprachiamato

_Narciso_.

Gli ultimi due offerivano anche maggiori contrasti dei tre da noi

delineati. L'uno in quell'antro era chiamato _Bruto_, l'altro

_Catone_; ambedue dell'età di circa vent'anni, avevano tali maniere,

tale fisionomia che gl'indicava appartenenti alla classe più elevata

dei cittadini. Il loro contegno era freddo e severo, e dominavano

senza pur volerlo sugli altri convitati. Bruto alla sua gravità

abituale mesceva un egualmente abituale riso beffardo; Catone faceva

pompa di un pretto cinismo: ambedue ritenevano per certo di essere

qualche gran che nel mondo, e i loro discorsi concentrati facevano

spicco di fronte alle sguaiate balordaggini dei loro compagni di

taverna e di tavola. I primi tre, durante i preparativi della cena,

giuocavano al giuoco clamoroso della briscola e bevevano e

bestemmiavano copiosamente e per burla; il che non impediva ai signori

Catone e Bruto di continuare nella seria discussione di un grave

argomento tutto di pubblico interesse.

--Ma verrà? dimandò Bruto al compagno.

--Verrà sicuro, replicava Catone, colui non può mentire alle sue

promesse. È uomo su cui riposa la felicità di tanti milioni d'uomini.

--Ma su cosa spera egli?

--Sul diritto, sulla bontà della causa.

--Armi?

--Ci saranno, ma vuolsi prima porre in bilancia la volontà suprema,

invariabile, eterna.

--Carico a briscola.

--Ti pigli un dolore! urlavano i giuocatori mentre l'uno di essi

rovesciava il mazzo delle carte sul viso dell'altro, e l'offeso

rispondeva vibrandogli contro il boccale del vermutte, che inondò la

tavola e spruzzò i due filosofi; i quali continuando pacificamente,

--La nostra missione durerà un pezzo, ma ci vuole costanza, disse uno

dei sapienti asciugandosi il corpetto e il viso umettati dal caduto

liquore.

--Giuro a D....

--Ti ho un paolo.

--Maladetto Narciso! ubriaco porco, mi hai rubato dieci lire.

--Zitto là, borsaiolo d'inferno; a me dai del ladro? a me? tu, avanzo

di galera? To' questo.--E così dicendo cacciò il Cacanastri sotto la

tavola.

--Ahi! ahi! mi hai rotto una costola.

--Una di più, una di meno, sclamò ridendo Topo, poco monta: non è mica

un occhio.

--Cane, interruppe la cuciniera, che tirava il fuoco sotto la padella,

cane! mi fai le corna con Sandrina.

--Dio m'acciechi se è vero, le rispose il ganzo, bella mi.... (E qui

non è lecito ripetere il gentile epiteto dell'amante....) Dio mi

acciechi! Sandrina ha tanti anni quanti il brodetto.

--Ma ha dei quaini*.

* Denari nel vernacolo livornese.

--E che m'importa a me? ho bisogno dei suoi? e che? raccolgo io forse

nespole?---E cavò fuori una manciata di zecchini d'oro.

--Uh belli! da' qua, facciamo la pace.

--Non minchioni? mezzi.

--Li vo' tutti.

--Mezzi to', Concetta.

--Li vo' tutti.

--Pigliali, ruffianella.--

E così dicendo se li rimesse in tasca. La bella, istizzita, lasciò il

manico della padella, la quale sdrucciolando si empì di cenere.

--Accidenti! gridò la vecchia, mi tocca tutto fare da me.--

E rialzando l'utensile, vi ricacciò il fritto ceneroso.

--Qual deliziosa innocenza di costumi! mormorò Bruto conservando tutta

la gravità dottorale.

--Sicuramente, replicò Catone, ed è perciò che la plebe dee trionfare

nella grande lotta.

--Oh bei tempi di Cincinnato!--E guardò non volendo Topo.

--Cincinnato? parla meglio, Bruto, prese a dire Topo. Io non voglio

altri soprannomi, o ti taglio la gola.--E levò fuori il formidabil

coltello.

--Animo, ragazzi, gridò infuriato il padrone dell'osteria, destandosi

dal grave sonno ed alzandosi di sopra d'un canile che era nella

stanza. Non fate chiasso, lasciate riposare i galantuomini: voi,

sapienti, continuò, avete la ruzza; eh! lo credo; a te, Bruto, non

mancano persone da imbrogliare, carta da insudiciare, matasse da

arruffare; e tu, Catone, hai buon babbo che ti fa le spese: di

voialtri canaglia è inutile discorrere, chè il denaro non sapete cosa

vi costa ed avete la zizzola allegra; ma io pover uomo ho bisogno di

quiete, sono tre notti che non dormo per fare i sigari di

contrabbando; almeno questo si chiama essere onesto. Ohè! Orsola,

quanto si sta ad andare a cena?--

L'ostessa non rispose, era troppo occupata della pentola e della

padella. Bruto e Catone continuarono a ragionare seriamente, come se

nessun trambusto avesse luogo, ed i quattro, compreso Cacanastri

intento ad asciuttarsi il sangue che dal naso gli grondava fin sulle

carte, proseguirono a giuocare a briscola, come se nulla fosse

successo.

--Cospettone! urlò il vecchio oste dando un'occhiata dalla parte del

camino, che si fa colà in quel mucchio? Cospettone! che? vi picchiate

voialtri che siete innamorati? Oh! questa è nuova di zecca.--

Infatti la giovinetta, ingarzullita dei bei zecchini del marinaro, gli

si era gettata addosso con impeto; e questi, abbottonatosi la sarga

per meglio assicurare il suo tesoretto dalle rapaci mani della sua

fidanzata, si era sciolta la larga fascia rossa che gli cingeva i

lombi e, postala al collo dell'amante, glielo stringeva fino quasi a

soffocarla, mentre questa colle mani lo frugava per trovar l'oro.

Nella rapidità dei movimenti erano caduti uno sopra l'altro; fortuna

che i giuocatori ed i filosofi stavano troppo occupati, in caso

diverso chi sa se qualche motteggio non avesse fatto andare in collera

la bella Concetta? Questa per altro, scomposta nelle vesti e nella

chioma, urlava, si dibatteva, voleva il denaro ad ogni costo: l'altro

non curava i graffi ed i calci, e con la destra di quando in quando

minacciava strozzare la bella, mentre colla sinistra teneva stretti i

bottoni della sarga. Intanto che ciò accadeva, la mamma continuava a

friggere; il babbo, non sentendosi rispondere, si era rivoltato sulla

panca dall'altra parte ritornando a dormire profondamente; i quattro

giuocavano, ridevano e fumavano; Bruto guardava con impazienza

l'orologio e sospirava; e Catone, preso di tasca un taccuino, vi

disegnava col lapis la pianta d'una fortezza e di un campo

d'osservazione. Gli amanti, rotolandosi per terra, si erano ridotti in

uno dei più oscuri cantucci della stanza, e da un pezzo parevano

rimpaciati: finalmente si alzarono; la fanciulla si mise di nuovo lo

stile dorato che servivale di spillo nei capelli, ed alla meglio si

acconciò, si riassettò le vesti e, raccolta di terra la pipa rotta del

suo amante, dicevagli all'orecchio:

--Birbone!

--Sta zitta, mia cara, le aveva risposto il marinaro, è tanto che ti

voglio bene e ti sposerò; e poi non ti è riuscito di averli tutti i

quaini?

--Sì, sì, ma li serbo per te, riprese allegra la bamboccia; con questi

vo' comprarmi le gioie per le nozze, e a te l'oriolo. Quel che è stato

è stato; ma quando mi sposi?

--Fra un anno, al ritorno delle coralline: to' un bacio in caparra.--

E pigliando un carbone dal focolare, riaccese la pipa.

--Mamma, mamma, disse la fanciulla, datemi la padella, tocca a me.

--Mi parrebbe tempo, brontolò la vecchia; è un'ora che mi arrostisco a

friggere. Ma tu dove eri andata?

--Io? rispose la figlia arrossendo, non mi sono partita dalla stanza.

--Umh!--

E voltasi verso il marito:--Dormiglione! su, su; è l'ora di andare a

cena; aiutami ad apparecchiare.

--Eccomi, disse il vecchio, e si alzò. I giuocatori gli fecero posto.

Bruto con riso sardonico, disse enfaticamente:

--Oh verginali costumi di plebe che un giorno dee dominare!--

Intanto suonò mezza notte, e si udirono tre colpi all'uscio.

--Chi sarà mai? dissero i giuocatori.

--Gente che aspetto io, replicò Bruto.--

E si avviò di sopra ad aprire. Quando discese, un nuovo commensale era

con lui: _Il caprone_.

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 6 / 77 题